Fisiognomica della lettura

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Hanno visi tristi, felici; si infuriano, sono tesi e hanno la fronte corrucciata nell’indomabile posa dell’ansia. Hanno gli occhi chiusi per la stanchezza e perché stanno sognando, immaginando, sono nel bel mezzo di un ricordo appena evocato. Sono infuriati. Le narici dilatate sbuffano. Sono impauriti, eccitati, annoiati, stanchi, arresi, nevrotici. Ecco, queste sono le facce dei comprimari, perché i protagonisti hanno perlopiù la stessa espressione: sono concentrati nella lettura.

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La Underground New York Public Library è un Tumblr aperto dal «Lunedì al Venerdì quotidianamente, Sabato chiuso e Domenica a intermittenza». A crearlo è stata la fotografa newyorkese Ourit Ben-Haim, che si definisce una raccontastorie (o storyteller, se si preferisce).

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La faccenda è molto semplice: il Tumblr raccoglie fotografie scattate da lei (e ormai anche da collaboratori) che ritraggono passeggeri della metropolitana di New York – chiamati «reading riders», cavalieri leggenti – intenti a leggere il proprio libro mentre aspettano la metro. Una storia vecchia come il mondo e incredibilmente efficace.
Il blog piace ed è riuscito a coinvolgere la comunità dei «tumbleri»: per ogni pezzo, infatti, è riportato titolo e autore del libro «protagonista» della fotografia e quando Ourit non riesce a capirli sono i suoi seguaci ad aiutarla, nella sezione dei titoli irrisolti, Unsolved titles. E non solo: la settimana di questa piccola biblioteca sotterranea, non ufficiale e comunarda, virtuale e sociale è suddivisa per temi. Per darvi un’idea, si va dal martedì dei libri stranieri al venerdì appunto dei titoli sconosciuti e così via.

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Che New York fosse un grande centro culturale, fervido d’idee e immaginari moltiplicati lo sapevamo e certo la UNYPL non sposta di una virgola quello che già sapevamo. Ma c’è un indiscutibile fascino in queste fotografie, un prodigio quasi infernale. Un irresistibile magnetismo della retina che esercita il suo principio di piacere con una determinazione tattile.
Gli scatti di Ourit ti fanno vedere quando non puoi vederti. E quando sei impegnato a leggere non riesci a vederti. Mai. È come sbirciare dentro la serratura, intrappolare il tempo e costringerlo a tornare indietro; è la stessa bellezza arcaica del cinema delle origini, quando le persone se la squagliarono un istante prima che il treno dei fratelli Lumiere li travolgesse. Immagino che effetto faccia sui protagonisti quando si riguardano, quando scoprono che hanno tutti la stessa espressione. Prima o poi dovrà svilupparsi una specie di fisiognomica dei lettori: una cartografia dei visi, uno studio attento di ogni ruga che si dispiega sul viso di chi è impegnato nell’atto di leggere, così che forse un giorno verrà spiegata la sublime e dolce malattia che affligge anche noi: l’impossibilità di staccarci da un libro in qualunque situazione.

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E se chi si riguarda non si piace, tanto da evocare lo spettro censorio del diritto alla riservatezza? Ourit risponde in due modi, uno francamente indifendibile, dicendo più o meno che non è illegale scattare foto ai passanti. La seconda risposta, però, è interessante, perché dice:

Ci sono limiti legali con quello che faccio con le foto. Eticamente è una zona grigia. L’etica della «fotografia di strada» è un argomento ambiguo. Io scatto foto rispettando la volontà dei soggetti. La fotografia di strada è un’arte complessa, con un proprio, sottile linguaggio comunicativo.

Ecco, credo che possiamo chiamarla anche street photography, ma i limiti legali degli scatti a sconosciuti esistono eccome. Semmai mi colpisce quel riferimento alla «volontà dei soggetti», perché Ourit fa riferimento a una specie di maieutica dei desideri, come se lei fosse la rabdomante che capta l’inesauribile voglia delle persone di vedersi rappresentate.
E allora, se siamo d’accordo con lei, non possiamo parlare tanto di esercizio narcisistico, seppur involontario e di fatto non richiesto, dei passeggeri della metro di NY, quanto di necessità di essere riconosciuti (in questo caso dall’occhio della fotografa) per non scomparire. È l’essenza delle reti sociali: dare a tutti una bacheca dove incidere le proprie iniziali perché almeno quelle tracce di sé non scompaiano nel nulla. Legarsi al libro che si stava leggendo quella volta che aspettavamo alla fermata di Brighton Beach. Non a caso la sezione domenicale fa riferimento ai testi sacri che rabbini, pastori, predicatori, preti cattolici, evangelisti, mormoni, amish e tutto il parterre delle religioni chiamato sul palcoscenico della UNYPL stanno leggendo. Ci si appella a una richiesta di sopravvivenza ultratemporale che passa per i libri e per la lettura. L’atto di leggere che si fa atto di scrittura, con una bella capriola logica e tanti saluti ai paladini della consequenzialità.

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Un grazie particolare va a La Libreria Immaginaria che ci ha fatto scoprire le foto di Ourit.

Filippo Polenchi
Visita il sito dell’autore e quello di Barta edizioni

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