Festival del Cinema ritrovato 2014

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Sono appena tornato dal meraviglioso festival del Cinema ritrovato organizzato dalla Cineteca Lumière a Bologna, durato dal 28 giugno al 5 luglio di quest’anno e a cui ho partecipato in tutti i giorni di luglio.
E’ stato un festival veramente sorprendente ed inaspettato per potenza: un sacco di grandi film dei quali, nessuno veramente insoddisfacente (nonostante alcune pellicole vagamente inferiori); aggiungete alla scoperta/riscoperta di grandi capolavori e alla visione comunque sempre gradevole il divertimento provato con i miei amici emiliani e altre persone conosciute sul luogo e avrete un’idea di come sia stato esserci. Così scorrerà la cronaca di queste giornate, tra notazioni sulle pellicole viste e brandelli di diario personale. E via, si comincia.
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1 luglio

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Il primo film che ho visto è stato Dragon inn (1967) di King Hu al Cinema Arlecchino. Mi è stato detto che questo regista ha fatto anche film particolarmente poetici come reinterpretazione delle arti marziali, ma Dragon inn è l’esatto opposto: un film goliardico che gioca molto su coreografie sgargianti, atmosfere western o proto-western, autoironia e meravigliose ridicolaggini, il tutto mescolato in un insieme godibilissimo, umoristicamente e artistiamente. Può sembrare datato, ma forse è gusto così.

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Più tardi, la sera, ho visto Il papavero (1935), un film di Kenji Mizoguchi che neanche sapevo esistesse. Il film, pre-seconda guerra mondiale, è una rarità che presenta relazioni interpersonali molto formali, com’è giusto che sia per il tipo di Giappone mostrato, ma lo stile del regista, che deve ancora maturare, ha comunque guizzi di genio assoluto, tra il finale «schiumoso» ed una scena centrale in mezzo al film, una delle sequenze più belle che io abbia visto nella carriera dell’autore nipponico (possiede un meraviglioso montaggio schizzato à la Ejzenstejn), una scena fluida e (appunto) schizofrenica il cui caos evidenzia quel lato più «marcio» dei personaggi che è presente ma che dai dialoghi non emerge granché.
(continua)

2 luglio

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Il giorno seguente è cominciato alle 9 con tre cortometraggi del 1915 di Charlie Chaplin, ovviamente tutti e tre meravigliosi. Se però il primo, In the park, era semplicemente molto divertente ed il secondo, A Jitney elopement, andava un po’ per le lunghe, a conquistarmi è stato il terzo, By the sea, in cui il regista e attore britannico crea gag slapstick favolose a partire da trucchi quasi metacinematografici, basati sulla consapevolezza della finzione: i cappelli di Charlot e di un altro barbone volano via a causa dell’impeto del vento ma non volano troppo lontano perché attaccati a spaghi (che servirebbero per girare questa scena in un film normale) ma poi gli spaghi stessi diventano parte delle gag, come entità che non servono per creare la scena ma che servono narrativamente nella scena stessa. Insomma, puro genio: forse Chaplin è il più grande di tutti e noi siamo troppo snob per capirlo.

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Dopodiché mi sono sparato una serie di cortometraggi (1896-1914) appartenenti ad una retrospettiva chiamata «Vedute dall’Impero Ottomano»: questi corti in bianco e nero (o, principalmente, con viraggi) e muti erano emozionanti e intensi, con un occhio a metà tra il documentaristico e l’affascinato.
Non li ho potuti vedere tutti purtroppo, perché sennò mi sarei perso La passeggera (1963) di Andrzej Munk, il primo film che ho visto alla retrospettiva «La nouvelle vague polacca e il CinemaScope», preceduto da un corto in b/n di Jerzy Kucia, Odrpsyski (1984), abbastanza schizzato da poter essere attribuito allo Švankmajer di The Pit, the Pendulum and Hope (1984). La passeggera, invece, è il primo vero capolavoro che ho visto: tra la voce narrante «completiva» stile On the silver globe (1988), le sequenze fotografiche à La Jetée (1962) ed il senso di reminiscenza di Hiroshima mon amour (1958), il film di Munk, incompleto a causa della morte del regista, mostra un confronto tra due personaggi femminili, un’ufficiale nazista ad Auschwitz ed una prigioniera nel campo di concentramento, dal punto di vista dell’ufficiale nazista che si ricorda gli eventi mentre è una passeggera in una nave dove le sembra di vedere la povera prigioniera che tormentava durante la Guerra. C’è anche un trucco narrativo un po’ alla Rashomon (1950) in quanto la storia viene mostrata con due punti di vista diversi, ma è originalissima in quanto non sono i punti di vista della prigioniera e dell’ufficiale bensì entrambi sono i punti di vista dell’ufficiale: solo che uno dei due è demolito dai sensi di colpa e l’altro è semplicemente consapevole della propria brutalità. Il porre domande senza rispondere rende le meravigliose scene, di realismo onirico e violento, di una bellezza sconquassante, senza mai scadere nella retorica della critica alla guerra – e la parola «ebreo» viene detta una sola volta…

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Dopo pranzo mi sono beccato subito il secondo capolavoro, The epic of Everest, documentario del 1924 (muto ed in b/n con viraggi, i cui colori sono stati scelti in base alla temperatura dei luoghi a cui appartenevano le inquadrature) del montanaro John B.L. Noel, che con la macchina da presa catture scenografie naturali mozzafiato e si pone domande retoriche proto-herzoghiane, concettualmente vicine a Fitzcarraldo ed esteticamente a Encounters at the end of the world… ma decadi prima.
A rendere ancora più epocale la visione c’è stato quel geniaccio di Stephen Horne, un musicista che, accanto al lato sinistro dello schermo, accompagnava musicalmente la pellicola suonando anche due strumenti alla volta, tra pianoforti, flauti traversi, pifferi, sintetizzatori ed una fisarmonica. E proprio la fisarmonica mi ha donato il momento più emozionante della visione: nel film gli esploratori più coraggiosi andavano verso la propria morte in cima all’Everest, e Horne ha simulato il respiro umano suonando la fisarmonica «a vuoto» (creando aria senza suonare note) e -nell’esatto momento in cui il film notificava allo spettatore che gli esploratori sarebbero successivamente morti- si è interrotto all’improvviso, facendo piombare il silenzio assoluto nella sala.

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È seguita la proiezione del Focolare domestico accanto a Il piccolo cerinaio, due cortometraggi muti italiani del 1914 («Cento anni fa» il titolo della retrospettiva), rispettivamente di Nino Oxilia e Augusto Genina: al primo ammetto di aver dormicchiato, preso dalla stanchezza, ma il secondo me lo sono goduto, nel suo ingenuo umorismo, anche per prepararmi successivamente ad Addio giovinezza (1918) dello stesso Genina (e basato su un soggetto teatrale di Oxilia), un film muto introvabile veramente geniale, soprattutto considerata la data d’uscita. Pura nouvelle vague, con quarant’anni d’anticipo, con umorismo teatrale ed anarchia visiva nella costruzione psicologica dei personaggi! Assurdo, soprattutto considerato che la pellicola meno rovinata di questo film è stata trovata dove? A Tokyo, per motivi apparentemente sconosciuti.
L’ultima proiezione è stata poi particolarmente emozionante più per come è stata eseguita che per il film che ho visto: La principessa Mandane (1928) di Germaine Dulac, film muto molto interessante per come traspone l’onirico attraverso l’idea di passione per il Cinema. Il film di Dulac ha assunto particolare valore più rispetto al festival e rispetto alla proiezione che non rispetto al Cinema stesso: per me è un capolavoro semplicemente perché l’ho visto in Piazzetta Pier Paolo Pasolini ad una proiezione con lanterna a carbone, con tanto di manovella. Pura emozione. Anche troppa, per certi miei amici che, invece di guardare il film stavano in lacrime accanto al proiettore, commossi, abbracciandosi e urlando quando si bruciavano dei fotogrammi.
(continua)

3 luglio

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Il giorno è cominciato con Samson (1961) di Andrzej Wajda, un film che esplora il senso fotografico espressionista giocando registicamente sulla separazione tra mondi (religiosi o politici) con grande maestria nell’uso del bianco e del nero, della luce e del buio. La regia, ispirata molto dai disegni di Gustave Doré, rende quasi invisibile la storia, che è comunque un’interessante introspezione nella mente di un ebreo polacco che vorrebbe sostituire i suoi eccessi di sensibilità con eccessi di forza, proprio come il personaggio biblico di Sansone.

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È seguito un altro cortometraggio legato alla nouvelle vague polacca, In the grips of sex (elegante e schizzata satira del 1969 sugli stereotipi dei rapporti relazionali uomo-donna) seguito dal musical Adventure with a song (1968) di Stanislaw Bareja, un film autenticamente geniale nella sua forzata e consapevole ingenuità che sfida la censura utilizzando sottilissima satira per prendere in giro, beh, un po’ di tutto, a partire dalla retorica del Cinema americano (chiare prese per i fondelli di Cantando sotto la pioggia ed altri) ed in generale della società. Indimenticabile la canzone del cappello e con essa tutte le varie battute basate sullo stereotipo della donna che non riesce a vivere senza sottostare all’uomo.

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Dopo pranzo, per complicazioni tempistiche, solo cortometraggi: prima Oidhche Sheanchais (1935) di Robert Flaherty, venti meravigliosi minuti in gaelico che servono per completare con poetica metanarrativa L’uomo di Aran (1934), il capolavoro del documentarista, poi tre corti comici del 1957 con Peter Sellers, tutti e tre incentrati sul personaggio di Dimwittie (ovvero «Credulone»), un ingenuotto che combatte nel primo corto, Cold comfort, contro la propria incapacità di comportarsi di fronte al raffreddore, nel secondo, Death of a salesman, contro il destino e contro le proprie capacità come venditore ambulante, ed infine nel terzo, il migliore, Insomnia is good for you, contro l’insonnia e le proprie difficoltà ad addormentarsi ed i dilemmi contro cui combatte nel tentativo di assopirsi.

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Corso a cena a casa di amici per un po’ di risotto leggermente piccante, sono uscito presto, obiettivo: sedermi per terra in Piazza Maggiore per la mastodontica proiezione dell’ultimo restauro della Signora di Shanghai (1947) di Orson Welles, preceduto da un bellissimo (ovviamente) corto di Chaplin, Police (1916). Nel corto, il grande britannico mostra un disprezzo anarchico ed umoristico verso la polizia e la religione, e soprattutto si mostra sprizzante individualismo e desiderio di libertà; e c’è un’inquadratura verso il finale che ricorda l’ultimissima inquadratura del film di Welles che è seguito (nota personale: il primo dei due film che non ho visto al festival per la prima volta). Ma La signora di Shanghai così restaurato sul grande schermo fa un effetto incredibile e diverso, con quel montaggio e quella fotografia così rivoluzionari, quei dialoghi quasi filosofici sulla violenza animalesca tra gli esseri umani, quelle recitazioni così intense, quei colpi di scena così tragici e soprattutto quella meravigliosa regia che rende ogni singolo fotogramma un concentrato di pura ed estrema bellezza.

4 luglio

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Troppo sonno sia per i corti di Chaplin la mattina che per la retrospettiva «I 50 anni dell’Österreichisches Filmmuseum» (a cui avrei potuto assister al raro Anthem di Apichatpong Weerasethakul, il grande regista thailandese dietro Tropic Malady, 2004), ma in compenso alle 11 al Cinema Arlecchino ho visto l’ennesimo film polacco ed anche l’ennesima meraviglia: Lenin in Polonia (1965) di Sergei Jutkevic, preceduto da Magister Kizioff’s Additional Digestive Goitre (1983), corto di Julian Jozef Antonisz a metà tra la tecnica d’animazione di Stan Brakhage e la tecnica di disegno degli studi di Adult Swim, la versione postadolescenziale di Cartoon network. Ma Lenin in Polonia, pur magari eccessivamente morboso, è molto di più: è un un ritratto biografico profondamente umano, a volte filosofico, sempre distaccato, artisticamente compatto, geniale nella costruzione di un personaggio (l’attore è un sosia!) delle cui vicissitudini si può discutere a lungo.

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Il figlio unico (1936) di Yasujiro Ozu è stato il secondo film della giornata, il secondo film che ho visto stando seduto per terra ed il secondo film del festival che avevo già visto, ma il grande schermo dà comunque effetti diversi, e l’umanità di Ozu, «il regista giapponese che riprendeva sempre le cose dal basso (altezza-tatami)», è sfoderata con un senso dell’intimismo ed una leggerezza uniche. Il film è il primo sonoro della carriera del regista, che aveva già fatto i suoi capolavori (come Io sono nato, ma… nel 1932), ed è un’opera che delinea lo stile che ha reso celebre l’autore nipponico, poi portato all’assoluta perfezione nei territori di Viaggio a Tokyo (1953), con le rigorose e quasi pittoriche inquadrature fisse capaci di dilatare il tempo, la sfida tematica tra vari tipi di Giappone e vari tipi di psicologia di fronte ad un mondo in continuo cambiamento – essenziale in un rapporto generazionale difficile come può essere un rapporto madre-figlio. Il più semplice (o semplicistico) poeta del cinema mondiale crea una bellissima favola fatta di valori comprensibili a tutti, e la compone con una bellezza visiva unica.

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Segue Fior di male (1914), di Carmine Gallone (autore di Don Camillo e l’Onorevole Peppone, del1955!) ma co-diretto da Nino Oxilia, dietro anche alla sceneggiatura, un melodrammone sulle relazioni familiari e sulle gerarchie sociali in cui le cose più interessanti erano la concezione frammentaria del tempo delle azioni rispetto ai tempi cinematografici ed i viraggi cromatici molto enfatici. Ammetto che, per la stanchezza, l’ho seguito meno di quello che avrei voluto. Al contrario, ho seguito più di quanto avrei voluto La sigaretta (1919) di Germaine Dulac, film leggero, tranquillo e poco interessante che qualitativamente aveva pochissimo da condividere sia con Fior di male che con il precedente film della Dulac visto in sala, La princesse Mandane.

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La giornata si è conclusa con enorme stanchezza con il meraviglioso Una donna piangente in primavera (1933) di Hiroshi Shimizu, film intensissimo sulla distinzione drastica tra la condizione degli uomini e quella delle donne nel Giappone degli anni ’30, a suo modo obsoleto ma comunque originalissimo in quanto è una concezione diversa rispetto a quella che si vede nei film di Ozu e Mizoguchi dell’epoca: gli uomini sono sporchi lavoratori (qui minatori) spesso immorali che litigano per le piccole cose e finiscono per morirci, le donne sono ben più umane, sono seduttrici ma dotate di cuore, e sono caste e pure dentro – anche se la maggior parte dei personaggi femminili del film sono prostitute. Drammaticissimo, elegantissimo. Purtroppo non riesco a dire altro, lo dovrei rivedere ma sono quasi sicuro che una seconda visione sia impossibile per motivi pratici: dove mai e quando mai potrei riuscire a recuperarlo?
(continua)

5 luglio

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Svegliato prestissimo per due corti di Chaplin, sono stato prima parzialmente deluso perché i due corti che hanno mostrato in cartellone non erano quelli segnati sull’opuscolo, ma, commedia!, poi il proiettore ha fatto confusione e sono partiti altri due corti che avevo già visto il secondo giorno, In the park e A jitney elopement. Ho preso l’occasione per farmi un sonnellino. Oltre a questo inizio drastico e un po’ sgradevole, la giornata è stata (o è restata) comunque anticonvenzionale, perché l’unico film che ho visto al festival è stato pochissimo dopo: Faraon (1965) di Jerzy Kawalerowicz, un riempicasse in costume della solita retrospettiva polacca, dedicato alla vita del personaggio fittizio Ramses XIII, faraone descritto nel romanzo di fine ‘800 Il faraone di Boeslaw Prus. Faraon ha un’imponenza scenografica e registica davvero originale, almeno per un film di questo tipo a prescindere dalla sua nazionalità, ed un ritmo in continuo cambiamento, mai troppo ripetitivo e sempre solenne, sia nei dialoghi politici sia in quelli pseudo-filosofici sia, ancora, nelle scene di «azione», combattimento o omicidio. Un film paragonabile per grandezza, e dell’operazione e della qualità, ai grandi classici di William Wyler, Cecil B. Demille e compagnia.

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Dopodichè, tornato a casa di un amico per un pranzo a base di penne con cipolle e salsiccia, avevo pianificato di uscire a breve per vedere Okoto e Sasuke (1935) di Yasujiro Shimazu, per poi spararmi nel pomeriggio più inoltrato quattro documentari lituani e concludere la giornata dopo cena con L’uomo che ho ucciso (1932) di Ernst Lubitsch, ma a casa dell’amico abbiamo notato di essere molto pigri e stanchi, ma nonostante ciò desiderosi di vedere film, o, per la precisione, un film. Allora abbiamo deciso di vedere, sì, un film, ma che potesse occupare un po’ tutto il pomeriggio – e anche oltre. Ed è così che alle 3 del pomeriggio abbiamo deciso fluidamente di dare inizio alla visione (travagliata) di Heremias (2006) del regista filippino Lav Diaz, un leggerissimo film di circa 9 ore riguardo al quale scriverò a tempo debito – ovvero dopo aver recuperato altre lunghe esperienze filmiche dall’autore asiatico. Ora come ora non posso che dire che è un film immenso, anche se forse lontano da Century of birthing(2011).

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Tra un acquisto dvd e l’altro, tra rarità di Mekas, film sconosciuti di Forman, esordi di Zulawsky e capolavori di Bresson che ammetto di non aver ancora visto, ho pure distrutto il mio portafoglio dalle parti della fornitissima biblioteca Renzo Renzi. E come conclusione non posso che scrivere che spero nella mia vita di vedere festival del Cinema organizzati meglio e più ricolmi di gioielli del Cinema ritrovato 2014, ma non credo possa succedere davvero: la vetta dell’Everest rimane lì, immobile.

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