Fear of a Blank Planet – Porcupine Tree

Dal genio di Steven Wilson, polistrumentista che, per dedicarsi alla musica, ha praticamente eliminato ogni sorta di vita sociale dai suoi progetti, è nato il gruppo dei Porcupine Tree, genere: rock sperimentale sempre tendente al progressivo.
Negli anni, i Porcupine Tree hanno racimolato un consistente numero di fan fedeli che apprezzano le loro decisioni musicali, le svolte della loro carriera, il cambiamento stilistico della loro discografia, anche se non tutti sono riusciti ad apprezzare il loro ultimo disco, The Incident, forse perché troppo spesso tendente al metal (ma chi scrive comunque lo apprezza, in particolare per brani come la titletrack, Drawing the Line e Bonnie the Cat). Un altro paio di maniche è però il loro penultimo disco: Fear of a Blank Planet, del 2007.
Oltre a trattarsi di uno dei 5 migliori dischi prog del decennio, è un vero e proprio piccolo grande disco, straripante di sfumature e particolarità che lo rendono probabilmente il miglior disco del succitato complesso, un’opera ricca di testi critici sullo stile di vita conformista, sulla sessualità e sulle varie MTV che influenzano le persone. Si parte con l’opulenta titletrack, una Fear of a Blank Planet contenente sia riferimenti completamente progressivi che riff aggressivi e sferzate nell’hard rock, con un testo splendido ed un ottimo ritornello. My Ashes parte con sintetizzatore malinconico e chitarra acustica e progredisce triste ma non priva di ritmo, fino al ritornello quasi disperato. Scatta   poi la canzone più lunga del disco, l’unica che supera i 10 minuti (e raggiunge i 17!), Anesthetize, indubbiamente uno dei brani più riusciti dei Porcupine Tree: con una struttura molto complessa, che parte altrock e calma, divampa in rabbia prog-metal e sfuma con un triste assolo di chitarra elettrica accompagnato da un coro ripetitivo, è il brano del disco che più assomiglia al clima di The Incident. Sentimental è il brano più classico del disco, che comincia con un semplice motivo pianistico per poi crescere (ma non troppo) grazie ‘alle telephone voices’ vibranti di Wilson, che solo nel nostalgico ritornello svaniscono. Se poi Way out of here è un capitolo meno interessante, forse a causa di non troppe melodie che non rimangono impresse, Sleep Togheter è la vera sorpresa grazie ad un cambio enorme di stili all’interno di essa, la quale comincia con un motivo che potrebbe benissimo essere partorito dalla mente di Trent Reznor dei Nine Inch Nails, continua con linee vocali che ricordano quasi gli Opeth più progressivi, alla Heritage (disco che non era ancora uscito, però; sottolineo che Wilson e Mikael Åkerfeldt sono molto amici e segnalo che recentemente hanno pubblicato un album insieme dal titolo Storm Corrosion, completamente acustico, dateci un ascolto perché è molto interessante – e tracce come Drag Ropes sono memorabili) e nel ritornello strizza l’occhio al grunge più raffinato e aggressivo. Un disco il cui ascolto è essenziale.
Voto: 8,5/10

7isLS

VIDEO: MY ASHES

VIDEO: SLEEP TOGETHER

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *