Esperienza: festival di Venezia 2013

Mostra-del-Cinema-di-Venezia-2013

Eh, sì, quest’anno per la prima volta finalmente mi sono recato al (giustamente) celeberrimo festival del cinema di Venezia 2013, per godermi i nuovi lavori di vari grandi registi, compresi Hayao Miyazaki e Terry Gilliam. Non ho visto quanto avrei voluto -mi sono perso, infatti, l’ultimo (capo)lavoro di Sion Sono, il genio che ha scritto e diretto quei capolavori assoluti che erano Cold Fish e soprattutto Love Exposure- ma del resto ho avuto solo tre giorni a mia disposizione e comunque mi sono ritrovato davanti a notevoli sorprese, notevoli delusioni, e a due film magnifici.
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Giorno Uno

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Giungo in quel del Lido con un caldo insopportabile e mi vengono dati al primo giorno l’accredito rosso stampa da mettere al collo con una mia foto in bianco e nero di tre anni fa in cui avevo i capelli lunghi. So che non v’interessa ma l’ho trovato parecchio irritante, anche se la colpa non è di nessuno. Volevo vedermi Trap Street, il film a sorpresa, ma giunto quasi in un’ora di ritardo, decido di prendere un gelato al bar e di lasciar stare, guardando il primo giorno solo un film: Kaze Tachinu, ultimo lavoro di Hayao Miyazaki, in Sala Grande, alle 19:30.
Nel frattempo devo fare qualcosa, quindi m’incontro con diversi amici di vari forum e discussioni e gruppi di cinema su facebook e compagnia bella: prima mi ritrovo con Malikontas (questo il nome del suo account su Rateyourmusic.com e la maniera in cui lo chiamo nella vita reale) che mi orbita attorno prendendomi per i fondelli perché a me è piaciuto non poco La grande bellezza mentre lui per motivi che ancora non ho capito lo considera il male assoluto. Lui, i cui film preferiti sono Gomorra, Toy Story 3 e Spring Breakers. Vabbè, l’incontro con lui è stato un’esperienza mistica, accompagnata dalla visione di sfuggita del sorriso da ritardato di Daniel Radcliffe dal sedile di dietro di una Maserati nera che veniva inseguita da un gruppetto di adolescenti urlettanti con in mano taccuini e pennarelli per autografi. E ad un certo punto, mi volto e c’è Gianni Canova. Malikontas a questo punto deve andare alla Pala Biennale a vedersi il nuovo lavoro di James Franco regista, Child of God, che sfortunatamente mi sono perso e che secondo molteplici pareri è un gran bel film. In fila incontro altri due amici, che chiamerò amichevolmente Ganz e Dubi. Mentre pure Ganz è in fila per il film di Franco e quindi non posso che salutarlo velocemente, con Dubi vado un attimo al bar a prendere un caffè e a parlare di cinema. Di Dubi mi fido e ho un brivido sulla schiena quando mi dice che Kaze Tachinu non gli è piaciuto. «Mi piace il Miyazaki barocco che riempie lo schermo», dice «questo film, senza il suo tocco e in live action, sarebbe proprio mediocre». Non mi faccio condizionare troppo e, qualche ora dopo, tra una cena ed un incontro ravvicinato del terzo tipo con Walter Veltroni, sono in sala, in galleria, due file dietro a quella in cui si siederebbe Miyazaki se fosse entrato in sala. In compenso ci sono la doppiatrice di Naoko, la protagonista femminile del film, ovvero la deliziosa Miori Takimoto, anche ex-membro del gruppo J-pop SweetS, e il presidente dello Studio Ghibli, Koji Hoshino.
Sul meraviglioso film di Miyazaki non spenderò troppe parole perché, come ho fatto con Refn, Malick e la Pixar, aspetto di fare una lista dei migliori film del grande regista d’animazione giapponese per poter scrivere più accuratamente di questo film e per poterlo mettere nel contesto della lista in una posizione adeguata. Dico solo che è uno dei suoi film migliori: concretissimo, tristissimo (in sala avevano tutti gli occhi luccicanti, compresa Miori Takimoto che a fine proiezione si è fatta fotografare con il trucco rovinato dalle lacrime), più vicino forse a Takahata che a Miyazaki ma comunque notevolissimo, intensissimo, intelligentissimo. A fine visione, anch’io mi ritrovo notevolmente commosso, e nell’aspettare davanti al bagno mi passa davanti Koji Hoshino insieme ad altri uomini in frac e smoking, che ridacchiano e parlicchiano in giapponese. Il mio nipponico è abbastanza vago, però ho riconosciuto nelle parole di un uomo accanto ad Hoshino: «sugoi desu», che significa «è incredibile». Ed è verissimo. Kaze Tachinu «sugoi desu».
(continua)

Giorno Due

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Sono presto in piedi davanti al Pala Biennale ad attendere il turno del primo film della giornata, il greco Miss Violence del sobrio Alexandros Avranas, film presentatomi come «violentissimo e scioccante» quando invece è descrivibile come una macchietta di psicologie familiari che si rifà al connazionale Lanthimos di Kynodontas e a Haneke, fallendo miseramente nella pallida imitazione di entrambi. La prima scena, bisogna dire, è ben fatta: una famiglia felice festeggia l’undicesimo compleanno della piccola Aggeliki. Mentre tutti festeggiano e ballano, Aggeliki si suicida buttandosi dal balcone. Il susseguirsi è un pesantissimo insieme di puro vuoto, con una regia buona ma non sempre (come m’ha fatto giustamente notare Ganz il giorno dopo, nel piano sequenza con gli assistenti sociali che indagano nella casa dei protagonisti c’è un mix di oggettive e soggettive che confonde parecchio e non dice niente), oltre che un contenuto quasi inesistente, o meglio inconsistente. C’è anche un notevole primato per la scena inutile del secolo: la ragazzina più piccola della famiglia si alza e si mette davanti alla macchina da presa per ballare una brutta canzoncina disco greca. Detto ciò, questa critica alla società patriarcale e alla vita odierna in Grecia non è un bruttissimo film, però poteva essere fatto molto meglio; e poteva essere accorciato di non poco.
Esco, pranzo, e vado in Sala Darsena: è il turno di White Shadow di Noaz Deshe, estetizzante film sulla ricerca di sé stessi fatto da un regista di cui ancora non ho capito per niente la nazionalità, devo dire. Co-prodotto da Germania, Italia e Tanzania, il film racconta la storia di Alias, africano albino il cui padre viene ucciso e sventrato davanti ai suoi occhi da brutali commercianti, convinti del celebre mito che gli organi degli africani albini portino fortuna. Traumatizzato, tra la madre che gli dice che deve crescere e lo zio cattolico che ha con lui un rapporto conflittuale, il ragazzino si fa una nuova vita. Si può dire molto di questo film: che la trama sia banale, che alcuni dialoghi siano prevedibili, che il contenuto sia più basso di quello che crede di essere. Ma bisogna riconoscere con il cuore in mano al signor Deshe che ha un enorme talento visionario: cosa non da niente per un tipetto che usa la camera a mano. Uscito dalla sala, Malikontas mi incontra e mi dice che non gli è piaciuto, «troppi neri che fanno gli idioti». Poi mi rivela che ha dormito tutto il tempo, «un sonno patologico». Nonostante la sua amichevole idiozia, per qualcosa lo devo ringraziare visto che post-visione mi ha portato al MovieVillage dove ho speso 20€ in un preziosissimo cofanetto di film di Greenaway (Il bambino di Macon, Giochi nell’acqua, The pillow book) con in omaggio un divx di La cagna di Ferreri. Il giorno dopo ho pure preso The killing of a Chinese bookie di Cassavetes. Dopo il turno di Malikontas che poi corre a vedere nonricordocosa, vado a dare un saluto veloce a Dubi che mi dà un breve resoconto di The Zero Theorem di Terry Gilliam, visto da lui la mattina stessa. Ne parla bene, «se ti piace Brazil ti piacerà pure The Zero Theorem». L’ho detto a lui e lo dico a voi, Brazil è uno dei pochi (47, li conto ora) film a cui personalmente metto 5 stelle su 5, quindi sono stato abbastanza sicuro che The Zero Theorem l’avrei adorato.
Ed infatti l’ho adorato. In Sala Grande la più grande emozione è stata fotografare Terry Gilliam e averlo a letteralmente due metri di distanza da me. Accanto a lui vari produttori e due attori del cast del film: David Thewlis (che molti conosceranno per il suo ruolo come Lupin nei film di Harry Potter) e Melanie Thierry. Tra gli altri attori del film, metto in risalto, in ruoli minuscoli, Peter Stormare e Ben Whishaw, ed in ruoli più grandi Matt Damon, stranamente bravo, Tilda Swinton, esilarante, e Lucas Hedges. E non dimentichiamoci del memorabilissimo protagonista: Christoph Waltz nel ruolo di Qohen Leth, il calvo personaggio principale che parla di sé stesso in persona plurale, per poter racchiudere tutti i propri sè. La bella colonna sonora del film viene affidata a George Fenton, collaboratore usuale di Ken Loach. La trama? Qohen Leth vive in un Regno Unito da futuro distopico, ed è un hacker che lavora per un’associazione che crea entità. Il suo capo (David Thewlis) lo considera un amico ma non gli dà mai quello che vorrebbe, che in questo caso sarebbe la possibilità di lavorare a casa, ed il misterioso e nascosto rispetto che il capo della società, Management (Matt Damon), prova verso di lui, lo angoscia quasi quanto il rumore e lo sporco delle strade che deve vedere ogni volta che esce dalla sua casa barocca, abitacolo di topi e colombe, contornata di immagini religiose e telecamere e fornita di un pavimento a scacchiera. La verità è che Qohen vuole restare a casa per poter attendere una telefonata che continui una precedente telefonata ricevuta da una fonte anonima, forse inesistente ed inventata da Qohen stesso, o, meglio, dal suo subconscio; una telefonata di una voce che gli stava per dire il senso della vita. Qohen, spaventato, riattaccò. Ottenuto il permesso, ed insieme ad esso un programma per computer con psichiatra incorporata (Tilda Swinton), a Qohen viene dato da svolgere a casa un lavoro particolarmente stancante che diventa la sua ossessione: risolvere il teorema zero. Se ci riuscisse, avrebbe fra le mani la prova che non esiste un vero senso della vita e l’universo ad un certo punto morirà completamente senza lasciare nulla dietro. In tale lavoro lo aiutano un giovanissimo e simpaticissimo programmatore (Lucas Hedges) e una squillo volgarotta ma intelligente (Melanie Thierry), che lo aiuta a capire sé stesso e a calmarsi tra una sessione computeristica e l’altra, con la quale viene instaurato un rapporto quasi di amore molto simile a quello presente in Brazil. È un film magnifico, un oceano di immagini, un turbine di concetti e di metafore sorprendente. Molti l’hanno paragonato agli ultimi film meno convincenti di Gilliam, tra Tideland e Parnassus di cui in effetti c’è parzialmente l’estetica, ma è molto più vicino a Brazil di cui è una rilettura più esistenziale, modernizzata e forse più pessimista, il che è tutto un dire. Fotografia e attori da paura per una pellicola potentissima, imperfetta ma tra i due migliori film visti al festival insieme a Kaze Tachinu.
(continua)

Giorno Tre

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Mi sveglio, corro ed è il turno di Moebius, il nuovo lavoro del regista coreano Kim Ki-duk, tra i migliori autori del suo paese (probabilmente il più famoso, ma gli preferisco sia Park Chan-wook che Bong Joon-ho che Kim Jee-woon!), che l’anno scorso al Lido vinse il Leone d’Oro per il mediocrissimo Pietà. E bisogna dire che anni dopo filmoni come il sottovalutato L’isola ed il celebre Ferro-3, Kim si è superato! Nel senso che ha fatto quello che, tra i pochi film suoi che ho visto (lo so, devo recuperare), considero il suo film peggiore. Ma di gran lunga. Kim Ki-duk è un autore serio, e io devo entrare in sala a vedere un suo film che dovrei prendere sul serio e beccarmi una scena in cui un pene in mezzo alla strada viene investito da un camion? Qualche trovata, più estetica che concettuale, c’è, ma non salva un film talmente estremo ed estremamente noioso da essere ridicolo.
Appesantito da una visione che avrebbe dovuto distruggermi ma invece non ha fatto altro che farmi spanciare dalle risate, mi sono incontrato con Dubi, il suo amico Elio e Samuele, che scrive delle recensioni a dir poco meravigliose, oltre che intense, sul suo sito, ovvero Schermo bianco e dopo sono andato a rilassarmi con la visione del tamarrissimo film d’animazione giapponese 3D Harlock, ispirato ai celebri anime e manga degli anni ’70. Un film d’intrattenimento puro senza alcuna pretesa, con una trama semplice e convenzionale ed una grafica spaventosa sotto tutti i punti di vista. Harlock: Space Pirate 3D è stato preceduto da un corto su Topolino a Venezia abbastanza inutile.
Dopo un leggero pranzo, ho avuto un simpatico e prolungato incontro con Ganz e due suoi amici occhialuti con cui ho passato un po’ di tempo tra un film e l’altro: e mentre loro andavano a vedere La recostruccion, sempre con Dubi mezz’ora dopo mi sono visto Locke. Un film ben confenzionato, da molti considerato vuoto o freddo, ma non è solo ben fatto a mio parere, riesce anche ad essere a suo modo emozionale, nonostante le premesse. Il grandissimo regista Robert Bresson diceva che lo spettatore dovrebbe sentire il film prima di capirlo, perché il cuore viene prima della mente, ed è quello che è capitato a me (e pure a Dubi) con il film di Steven Knight, già sceneggiatore di La promessa dell’assassino, uno dei migliori film del regista canadese David Cronenberg. Locke si basa letteralmente per un’ora e mezza (girata in tempo reale) della sola storia di Ivan Locke, capo reparto di un gruppo di muratori che lavorano con il calcestruzzo per costruire le fondamenta di un grattacielo, interpretato da Tom Hardy, che alcuni di voi conosceranno per essere il protagonista di Bronson, capolavoro di Nicolas Winding Refn, e altri conosceranno per essere Eames in Inception e Bane in Il cavaliere oscuro – Il ritorno. Locke sta viaggiando in macchina da casa sua verso l’ospedale di Londra per dare il benvenuto al mondo al suo figlio indesiderato da un’avventura veloce con Bethan, donna più grande di lui con cui ha fatto l’amore per pietà, e nel frattempo il mondo gli crolla addosso a causa di questo evento: viene licenziato, sfrattato, presumibilmente la moglie chiederà il divorzio. Ma lui cerca di mettere a posto la propria vita e decide che suo figlio sarà la svolta, che farà in modo che lui non sarà come suo padre, che si comportò più o meno allo stesso modo con lui e non si comportò bene come padre. Ivan vuole fare la differenza. Alcune banalità di percorso come la presenza del fantasma paterno, ma è un film che regge per un’ora e mezza con giochi stilistici di luci e dissolvenze notevolissimi, senza mai uscire dalla macchina di Locke se non per inquadrare le luci delle strade. Tra le voci con cui Ivan parla al telefono c’è quella di Andrew Scott (Moriarty nella serie BBC Sherlock) nel ruolo del suo collega Donal. Non un film perfetto ma un’ottima conclusione per un’esperienza che spero di ripetere.

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