Eminem attraverso The Marshall Mathers LP 2

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Sono sempre stato un grande fan di Marshall Mathers, più noto con il nome d’arte Eminem, che sin dalla fine degli anni ’90 è stato il rapper bianco più famoso del mondo ed è ormai diventato il musicista hip hop più celebre e popolare di sempre ed il musicista di sesso maschile con più mi piace su Facebook. E sono anche un grande fan delle uscite musicali rap nel 2013: tra l’ultimo album sperimentale e tamarro di Kanye West (Yeezus) e l’esageratissima «elettronicizzazione» delle sonorità dei Death grips (Government Plates), abbiamo avuto un anno pieno di piacevolissime sorprese.
Da poco ho potuto comprare l’ultimo disco di Eminem, The Marshall Mathers LP 2, in versione deluxe, uscito appunto nel 2013, e me lo sono (ri)ascoltato con gioia constatando che è uno degli album migliori del rapper di Detroit.
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Eminem

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Parto dall’informazione importante che io mi addentro nel rap come fan distaccato più che come cultore, considerando che è un genere che ho (ri)scoperto da poco e la cui ampiezza e profondità per me era solo vagamente sospettabile. Però Eminem è uno dei pochi musicisti nel genere di cui ho sentito la discografia nella sua completezza, dal primo demo Infinite all’ultimo album passando per le canzoni inserite in compilation come Curtain Call.
Il primo album in studio del rapper di Detroit -dopo The Slim Shady EP, EP che ebbe la sorte di essere ascoltato per caso dal beatmaker di Compton noto come Dr. Dre, il quale decise di diventare mentore di Mathers- è The Slim Shady LP, album di midwest rap controverso e cattivo.
Prodotto quasi completamente dal summenzionato Dr. Dre, fece subito scalpore per la sua violenza, che Eminem ha più volte detto che non andava presa sul serio, nonostante (o proprio perché) la prima canzone, My name is, registri come verso iniziale la sardonica domanda «Hey kids, do you like violence?» («Ehi ragazzi, vi piace la violenza?»); e a ciò si  aggiunga l’indubbio eccesso di eccessi, tra riferimenti al sesso, all’uso di droga o all’omicidio. Veri? Artefatti? Eminem ha appositamente voluto creare attorno all’album una sorta di aura di maledettismo cupo, lo stesso che caratterizza il suo Slim Shady, l’alter-ego mostruoso, impulsivo e violento di Marshall che «firma» per lui quasi tutte le canzoni del disco.
Slim Shady non va preso sul serio nelle offese a raffica: prende in giro tutti a partire da sé stesso, con i suoi deliri quasi mistici (su tutti quello di As the world turns, personalmente la canzone che preferisco del disco) ed i vari altri personaggi fittizi interpretati vocalmente da Eminem, come l’omosessuale stereotipato Ken Kaniff; gli impulsi più impliciti di Marshall, quelli più umani e disperati sono già più vicini ad una qualche verità, ad una qualche vera poesia d’autore, e mi riferisco soprattutto a canzoni come la bellissima Rock bottom. Senza dubbio, The Slim Shady LP è un grandissimo album, ma ancora abbastanza embrionale, rabbioso e troppo privo di autocontrollo per essere un vero capolavoro – e soggettivamente non sono ancora riuscito ad affezionarmici, se non a brani singoli, in particolare ai tre che ho già citato insieme a Guilty conscience e alla glaciale 97 Bonnie & Clyde.
A The Marshall Mathers LP, album del 2000, mi riferirò a modo nel paragrafo successivo: per ora basti dire che è l’apice della discografia di Eminem, il suo disco più maturo e completo, perfettamente a metà tra la rabbia del primo album e l’evoluzione compositiva degli album successivi, tra i quali regna il successivo The Eminem show del 2002, l’album di maggior successo commerciale del rapper di Detroit, con un numero di vendite pari ai 20 milioni di copie. L’album, noto soprattutto per il divertentissimo e perfetto singolo Without me, uno dei cavalli da battaglia di Eminem, è in generale un grande passo avanti per lo sviluppo artistico del rapper in quanto è quasi completamente prodotto da egli stesso senza quel supporto costante di Dr. Dre che aveva caratterizzato i due album precedenti.
Molte le note gaudenti, a partire da Without me ma anche dalla rabbia di Til I collapse, e poi White America, Square dance, Soldier e Sing for the moment: si può dire che è davvero un grande album. Poche le note dolenti, ma importanti: il videoclip improponibilmente squallido di Superman, che comunque era tra le canzoni peggiori del disco, ma soprattutto la stupida Drips e Cleanin out my closet, che nonostante la melodia accattivante e l’importanza nella discografia del signor Mathers, rimane un brano inutilmente cattivo (nei confronti della madre, che lo denunciò), noioso nel testo tranne nei pochissimi momenti in cui la rabbia sembra in effetti schietta — Eminem stesso, comunque, si è pentito di averlo scritto.
L’evoluzione (involuzione?) di The Eminem show è il mediocre Encore (2005), un album non veramente brutto ma semplicemente sbagliato: doveva essere tanto diverso. Seguito dell’album precedente sotto molti punti di vista (TES era puramente Eminem, Encore è di nuovo molto Dr. Dre; le copertine sono molto simili), Encore era partito dal supposto di essere l’ultimo, definitivo album del musicista di Detroit — alla fine del disco Eminem spara al pubblico e si suicida! Ed un album che comincia con brani come Evil deeds, Yellow brick road (che nella sua struttura cadenzata è la migliore canzone del disco) e Like toy soldiers (il miglior singolo dell’album) non poteva che promettere molto. Però da Mosh in poi c’è una lenta caduta nello squallore, con come punti più bassi Puke e My 1st single, per un album che si riprende dopo dieci tracce scadenti con Mockingbird e le canzoni successive, in particolare Encore. Molte di queste canzoni sono state composte, tra l’altro, per sostituire altre che erano state distribuite su Internet prima dell’uscita del disco; insomma, sarebbe stata un’uscita di scena fuori luogo, priva di stile, troppo minore rispetto ad ogni altro disco del rapper. Ed è perciò, forse, che ha deciso di tornare. Con un album peggiore.
Non ci si può girare troppo attorno, Relapse (2009) è l’album meno interessante della discografia di Eminem ed è la rovina di Dr. Dre come produttore: oltre ai tre singoli (ovvero We made you, 3 a.m. e Beautiful, senza dubbio le canzoni migliori dell’album) poco si salva davvero – forse solo Bagpipes from Baghdad e Elevator, singolo presente in Relapse: Refill, la «seconda versione» di Relapse. L’album si presenta come un concept album vagamente horrorcore sulla metamorfosi di Slim Shady in serial killer. L’idea funziona poco. Così poco che l’album uscito l’anno successivo, Recovery, senza dubbio l’album più pop e commerciale di Eminem, è superiore, a partire dalla prima traccia, Cold wind blows, una delle canzoni più belle di Marshall. Le altre sono tutte molto inferiori, ma spesso superiori alla media dell’album precedenti — ma stendo un velo pietoso su I love the way you lie, la canzone che Eminem ha scritto con Rihanna ed il suo brano con più visualizzazioni su YouTube, e No love con Lil Wayne.
Ma torniamo a The Marshall Mathers LP,che essendo il miglior album di Eminem va analizzato più nel profondo, soprattutto considerando che questa è una specie di recensione di The Marshall Mathers LP 2 e tra i due ci sono vari collegamenti.
(continua)

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L’inizio di The Marshall Mathers LP è molto simile a quello di The Slim Shady LP, ma ancora più ironico: dopo un «Public Service Announcement» fuori dal comune che prende in giro da subito l’ascoltatore, comincia Kill you, la My name is dell’inizio del nuovo millennio, meno incisiva ma migliore e comunque cattivissima, nel suo umorismo eccessivo à la Shady. Ma la goliardia viene subito interrotta dalla celeberrima Stan, una delle canzoni più amate di Eminem, in cui viene utilizzato benissimo un campione di una canzone di Dido (non del ritornello, però, al contrario di quel che credono molti. Che orecchio, il nostro). La canzone ha un testo profondamente narrativo, e la sua storia è una montagna russa di emozioni, che racconta la storia del fittizio Stan, il più grande fan di Eminem, con un fratellino piccolo ed una ragazza incinta, che disperato e depresso perché il rapper non risponde alle sue lettere maniacali si taglia i polsi e poi si suicida buttandosi da un ponte in macchina con la ragazza. È un vero e proprio viaggio, tragicissimo ed emozionale; non è la migliore canzone dell’album, ma non è strano che sia così popolare ed amata, anche da chi non apprezza in generale il disco o addirittura proprio Eminem. E dopo la fine del celebre brano parte l’ottima Who knew, che viene subito oscurata dalle quattro tracce successive: la cupa ed arrabbiata The way I am (il primo brano prodotto interamente da Eminem e quello che secondo il musicista è riuscita meglio a far esprimere le sue idee) è tra i brani migliori del disco, e la successiva goliardica The real Slim Shady è a livelli simili, ma non scherza neanche Remember me?, dalle cadenze quasi horrorcore e dal costante crescendo di rabbia, a cui segue I’m back, brano di Slim Shady dal battito ormai storico. La successiva Marshall Mathers è più umana e pacata, e tra essa e la canzone meno interessante del disco, Drug ballad, c’è il divertente Ken Kaniff (skit), siparietto comico in cui l’alterego omosessuale di Eminem ha un amplesso orale con i due MC degli Insane Clown Posse, il gruppo rap di Detroit che è stato per anni tra i più grandi rivali di Eminem e che tutt’ora, nonostante la fama molto inferiore, ha un’enorme mole di fan sfegatati e fuori di testa – consiglio di informarsi a riguardo sulla terminologia «juggalo», roba spaventosa. Segue la bellissima Amityville, che ha uno dei migliori ritornelli della carriera di Eminem e che è debole solo nella strofa cantata da Bizzarre, e dopo c’è Bitch please II, un vero gioiello in cui Eminem, Snoop Dogg, Nate Dogg, Xzibit e Dr. Dre si alternano per protagonismo. Kim poi è la canzone migliore di Eminem di sempre: è discutibile il suo contenuto, ma emozionalmente e compositivamente è a livelli eccezionali. La rabbia di Marshall Mathers verso la moglie Kim per l’ennesimo tradimento, espressa con un finto dialogo schizofrenico e delirante che finisce con l’uxoricidio, è schiettissima e brutale; crescendo emozionale che trasforma in rap, in musica/poesia, un vero e proprio dialogo. Un capolavoro, non troppo influenzato in negativo dalla divertente goliardia della successiva Under the influence, a cui segue l’ultima traccia del disco, la bellissima Criminal considerata da molti critici uno dei brani migliori di Eminem.
Ed ora siamo pronti per il secondo capitolo.
(continua)

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Il disco inizia con la carta vincente: infatti Bad guy, la prima traccia, è un vero capolavoro di intensità. Se non fosse per Cold wind blows, la perla unica ed isolata che capeggiava su Recovery 4 anni fa, direi che la prima traccia di The Marshall Mathers LP 2 è la migliore canzone registrata da Eminem negli ultimi 10 anni: costituita in due parti ben scisse l’una dall’altra, la canzone è un sequel di Stan in cui Matthew Mitchell, il fratello di Stan, colmo di rabbia e desideroso di vendetta dopo tanti anni, decide di rapire ed uccidere Eminem. Le prime due strofe sono pura introspezione di Matthew, mentre la terza è narrativa e ricorda la terza strofa di Stan con vari riferimenti espliciti, sia ritmici che nel testo, compreso il citare il cantante prima di morire (Stan citava My name is, Matthew cita Desperados) con anche rialzamenti del tono come aumenti del delirio. E alla fine di questa terza strofa, comincia la seconda parte, altra pura introspezione: ma di Eminem stesso che si spiega, si rivela e costituisce uno dei momenti più intensi della sua intera discografia in un crescendo totale in cui il mix di rabbia e commozione nella sua voce si sposa alla perfezione con la densità orchestrale del beat di sottofondo. Bad guy è un vero capolavoro di consapevolezza e completezza per un rapper che ha dimostrato sin da subito di non essere artisticamente morto come molti sospettavano.
Le seguenti Parking lot (skit) e Rhyme or reason sono essenzialmente un seguito di Criminal, ultima traccia di TMMLP. Rhyme or reason è una canzone compatta e coerente, divertente nei riferimenti (soprattutto quelli autoindulgenti), ma mai completamente comica, tra il ritornello ironico/dialogato ed il finale che si lega alla perfezione con la canzone successiva, So much better, che cita White America nel finale, come all’epoca 25 to life paragona la fama di rapper ad una delusione amorosa con una donna di facili costumi, con molte battute divertenti ed un ritornello accattivante per sviare un po’ l’ascoltatore verso terreni apparentemente solo comici e assolutamente non riflessivi che non verranno più visitati nel resto del disco. Segue Survival, secondo singolo del disco, una canzone ben costruita contaminata dal genere rap rock: il suo videoclip è servito come promo per l’ultimo videogioco di Call of Duty. Nonostante lo scopo principalmente commerciale, è un’ottima canzone, sicuramente superiore alla comunque notevole traccia seguente, Legacy, un altro brano più vicino al pop che al rap ma ben contaminato da vari generi e decisamente soddisfacente, anche nel ritornello sentimentalista, soprattutto per il buon sovrapporsi di stili strumentali. Segue l’ottima Asshole, dal beat ottimamente ritmato e dal testo spiritoso senza essere stupido, con la divertente partecipazione di Skylar Grey alla sua ennesima collaborazione col rapper. È una canzone piena di rabbia ed umorismo con un beat in continua evoluzione: senza dubbio una delle prove dell’ottima produzione dell’album ed una delle vette di questo da molti punti di vista.
Seguono i due singoli più amati dai fan di vecchia data di Eminem: Berzerk e Rap god. La prima è un piacevolissimo mix di vecchio e nuovo, una canzone priva d’impegno, con una produzione più alla Rick Rubin che alla Dr. Dre ed un ritmo sulla scia dei Beastie Boys, e la seconda è insieme a Bad guy il capolavoro dell’album: Eminem mai ha rappato più velocemente, con battute sempre efficaci, e mai su una base così tamarra e allo stesso tempo convincente: il riferimento interno inoltre a Remember me? è geniale, peccato che non venga rispettato (nella canzone di TMMLP infatti Marshall prometteva che non avrebbe detto «fuck» per 6 minuti dicendo «Slim Shady your 6 minutes are on», frase che viene ripetuta all’inizio di Rap God che dura 6 minuti ed è pieno di «fuck»). È già storico il momento della velocità supersonica in cui Eminem rappa 97 parole in 15 secondi. La seguente Brainless è un ottima canzone, abbastanza «nuova» ma legata all’Eminem di TMMLP, con un beat pianistico che cita Bach.
(continua)

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Stronger then I was arriva a questo punto come un’anti-sassata: dopo un sacco di brani potentissimi, un potenziale singolo commovente e drammatico e quasi non rap come questa canzone, soprannominata da un critico detrattore «una canzone di Taylor Swift capitata nell’album sbagliato», sembra fuori posto. Ma del resto è voluto, visto che questa canzone è un’antitesi di Kim, basata sulla storia d’amore e odio tra Marshall e l’ex-moglie, qua dal punto di vista vittimistico di Kim, e se Kim arrivava dopo brani sulla scia dell’horrorcore come Amityville ed era quindi relativamente prevedibile, Stronger than I was funziona perfettamente come brano pop e pecora nera dell’album, anche se rimane una delle sue canzoni meno belle. Segue un altro singolo pop, The monster, ennesima collaborazione tra Eminem e Rihanna, profondamente migliore di tutte le altre semplicemente perché è «più Eminem» e più coerente con la fluidità del disco. Ma segue So far…, una delle canzoni migliori del disco, un brano con qualcosa di southern rock, ilare, delirante e classica ma lontana rispetto alla maggior parte delle canzoni di Eminem sia classiche che moderne. Insomma, qualcosa di nuovo. La canzone di Eminem più vicina a So far… è la seguente traccia, Love Game con Kendrick Lamar (quello di Bitch, don’t kill my vibe), una delle tracce verso cui avevo più speranze, ma che è finita per essere la traccia che amo di meno del disco. Segue Headlights, canzone che Eminem usa per far capire al mondo che si è pentito di tutte le esagerate manifestazioni d’odio verso la madre degli anni passati, e se musicalmente è meno bella di tutte le canzoni all’insegna dell’odio, sono abbastanza felice, nonostante l’alto tasso di saccarosio presente, che sia riuscito a capire che aveva veramente esagerato. Il disco si conclude con Evil twin, una delle canzoni più belle del disco, perfetta controparte dell’ultima strofa di Bad guy, in cui, come in Criminal, Eminem separa Marshall Mathers da Slim Shady per poi negarsi e contraddirsi fino alla conclusione in cui dice che in realtà Marshall e Slim sono la stessa persona: così si assume la responsabilità di ogni vaccata detta come Slim Shady nella sua carriera, ma non necessariamente si scusa. È una canzone di cui si sente parlare poco, un vero gioiello sottovalutato considerato che sotto certi punti di vista è la canzone più importante del disco: si chiama o no The Marshall Mathers LP 2? Come può esserci una canzone più importante di Evil twin, che nega (e allo stesso tempo sottolinea) le differenze tra Marshall Mathers e Slim Shady e allo stesso tempo nega l’esistenza di entrambi? La schizofrenia rabbiosa di Eminem si esprime con un intrecciarsi continuo di linee musicali e dialogate con una base elettronica veramente grezza. Perfetta conclusione.
E poi c’è il bonus disc, che considero un disco separato e che comincia veramente male: Baby è esattamente tutto ciò che Brainless era riuscito a non essere, ovvero un brano «vecchio» che tenta così tanto di essere nuovo da essere inutile, stupido, quasi cacofonico. Non si sente il bisogno di Baby né del suo ritornello che fa molto inizio anni ’90. Desperation rimette questo disco bonus su una pista migliore per poi rialzare completamente la qualità di esso con Groundhog day, una traccia «da incubo» non molto arrabbiata ma perfettamente in linea con l’horrorcore dei brani più cupi di TMMLP. La successiva Beautiful pain è quasi all’altezza e ha un bellissimo apporto vocale della cantante bassofedele Sia (quella di Breathe me). Il disco «in più» si conclude con Wicked ways, una canzone ottima con in sottofondo sensazioni e voci che evocano le atmosfere degli Imagine Dragons — e alla fine di Wicked ways si sente la voce di Ken Kaniff che canta tra sé e sé Berzerk con la tipica voce cacofonica che conosciamo sin da The Slim Shady LP.
Insomma, The Marshall Mathers LP 2 è un grandissimo album, personalmente sul mio podio di Eminem (insieme a The Eminem Show e dopo The Marshall Mathers LP — pur riconoscendo l’altissima qualità di The Slim Shady, per un limite mio non riesco a metterlo al livello degli altri), frullato ben condito e ben equilibrato di «vecchio» e «nuovo», di rap e pop con riferimenti rock, con molteplici piccoli gioielli e anche grandi capolavori del genere. E la potenza di Evil twin dà speranze per il futuro: sparsi per il disco ci sono indizi che questo sia l’ultimo album di Eminem, ma non mi stupirei se decidesse di uscire fuori con un The Slim Shady LP 2

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