Elogio a Wes Anderson: l’impossibilità della classifica

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Wes Anderson è un regista americano che non mi dovrebbe piacere ma che adoro alla follia. Mi spiego: il suo utilizzo ossessivo di forme registiche e scenografiche ripetitive, la sua fotografia zuccherosa ed ammiccante, la sua ricerca musicale, culturale e cromatica «hipster» e soprattutto il suo infantilismo illimitato non vanno proprio d’accordo con la mia idea di grande Cinema, quell’idea intrisa di triste postmodernismo e catastrofica nostalgia — però di fronte alla delicatezza di (quasi) tutti i film di questo regista texano mi sciolgo sempre. E avrei voluto dedicargli, per l’occasione dell’uscita del suo ultimo gioiello, The Grand Budapest Hotel, una classifica, come ho già fatto con Scorsese, i Coen, Nicolas Winding Refn e altri.
Ma per me è impossibile: tutti i film di Wes Anderson (eccetto l’embrionale Bottle Rocket che nonostante sia assolutamente piacevole è troppo poco maturo per essere messo davvero al livello degli altri in classifica) sono, sotto un certo punto di vista, il miglior film di Wes Anderson. Perciò mi limiterò a parlare di ognuno di essi in ordine cronologico, escludendo giust’appunto solo il primo Bottle Rocket, spiegando in ogni caso cos’hanno di più e cos’hanno di meno rispetto a tutti gli altri.
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1998-2001

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Rushmore (id., 1998).
Esordio attoriale del mitico Jason Schwartzman nel ruolo più eclatante ed esilarante forse di tutta la sua carriera, è tra le commedie più divertenti che si ricordino. Intriso di un intimismo unico e di un umorismo etereo ed intangibile, è il film di Anderson che gioca di più con l’adolescenza ed è anche il suo film più «diverso» da un punto di vista cromatico: pur con le sue vette di genio, non ha un pigmento fisso, un luogo comune, ed è perciò più appetibile a chi non è abituato al nome di Wes e alle caratteristiche del suo stile. È il più bel film di Wes Anderson nel senso che è il più compatto, il più regolare nell’essere irregolare e quello con meno personaggi, più approfonditi (in maniera molto relativa) rispetto agli altri protagonisti dei lavori del regista.
Non diventa mai morale nonostante lo rischi sempre e ha quel pizzico di ridicolo volontario sempre dietro l’angolo che non fa mai male in una commedia realistica e vagamente demenziale. Più che altro, purtroppo, è carente di quella scena madre tipica che c’è sempre nei film del regista, quei pochi minuti che rimangono nel cuore alla fine per commozione o divertimento. Forse meglio così: rimane in testa tutto il film.

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I Tenenbaum (The Royal Tenenbaums, 2001).
Forse il film più famoso di Wes Anderson semplicemente perché è quello che caratterizza meglio il suo stile ed il suo umorismo sussurrato, il suo pittoresco senso della realtà irreale ed anche la sua esuberanza umile. Nel raccontare le vicende della grottesca famiglia Tenenbaum, vengono caratterizzati nel singolo tutti i personaggi individualmente con un frullato perfetto di carenza di profondità e grande immedesimazione: meravigliosa la descrizione, soprattutto, dei personaggi appartenenti al melanconico e allo stesso tempo esilarante trittico amoroso (in senso veramente lato) composto da Luke Wilson, Gwyneth Paltrow e Bill Murray, ma l’attore più forte di tutto il complesso è Gene Hackman.
I montaggi musicali, dai Ramones a Elliott Smith fino ai rifacimenti orchestrali dei Beatles, sono spesso di una potenza inammissibile per un film di questo basso ma schietto calibro stilistico. È il miglior film di Wes Anderson perché è quello che coniuga meglio serietà e goliardia ma anche perché è perfetto per entrare nel suo mondo, ancora più di Rushmore che è comunque più distaccato dalle caratteristiche tipiche del suo Cinema.
Il montaggio con Needle in the Hay di Elliott Smith in sottofondo è semplicemente ed assolutamente la scena più bella che il regista abbia mai girato, perché nega i suoi caratteristici giochi di simmetrie con un’asimmetria geniale e da brividi creando un effetto profondamente suggestivo ed alienante. Si può individuare, cercando il pelo nell’uovo, un difetto nell’utilizzo del personaggio di Ben Stiller, meno divertente e stereotipato in maniera più irritante degli altri semplicemente perché Ben Stiller è più antipatico – però le varie gag su di lui, sui suoi figli e sulle loro tute sono perfette.
(continua)

2004-2007

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Le avventure acquatiche di Steve Zissou
(The life aquatic with Steve Zissou, 2004).
Il film più demenziale e fuori di testa del regista, che dimentica i limiti autoimposti di Rushmore che si erano allargati nei Tenenbaum e sfocia nella più totale follia, guidando i suoi personaggi come pupazzetti di un teatrino magico: Bill Murray, che cammina al rallentatore sulle note di Life on Mars? di David Bowie; Willem Dafoe, che appare per dieci minuti in totale nel film tentando in continuazione di diventare un personaggio importante ma senza riuscirci mai; l’ilarissimo Jeff Goldblum ed il quasi altrettanto ridicolo Owen Wilson; più altre comparsate.
Non mancano anche qui le uscite e le sfociate nella serietà, con scene a volte improvvise ed inaspettate per violenza, caos, drammaticità. È il miglior film di Wes Anderson perché è il più anarchico e folle, il più casinista, pur sempre senza dimenticarsi della simmetria tipica del suo stile, cosa affatto scontata. Comunque però tocca tematiche più leggere e meno interessanti di quelle sfiorate (o approfondite) in film precedenti o successivi, proprio a causa di questa sua illimitatezza registica che però evidentemente ha dei limiti contenutistici. Gloriosamente inguardabile lo squalo in CGI nel finale.

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Hotel Chevalier (id., 2007) + Il treno per il Darjeeling (The Darjeeling Limited, 2007). Hotel Chevalier è un cortometraggio dal romanticismo minimalista ed implicitamente tragico che Wes Anderson ha diretto perché fosse visto prima del Treno per il Darjeeling, che da moltissimi punti di vista è più vicino alle corde emotive e stilistiche degli altri suoi film. Perché? Hotel Chevalier è difficile che strappi una risata, non è per niente simmetrico, è melanconico e cupo nei suoi dialoghi misteriosi e vaghi, che ricordano forse addirittura quelli dei cortometraggi di David Lynch (ricordo il prologo di Industrial Symphony No.1), e perciò profondamente suggestivi. Servono quasi per completare l’apparente assenza di profondità di Il treno per il Darjeeling, film sul viaggio fisico e spirituale di tre fratelli (Adrien Brody, Jason Schwartzman – protagonista con Natalie Portman di Hotel Chevalier –, Owen Wilson) attraverso l’India, per ritrovare se stessi ed una relazione stabile tra di loro che era venuta a mancare anni prima dopo la morte del padre. I colori dell’India, la sua musica e le sue architetture sono i mezzi che Anderson utilizza per prima suggerire e poi costruire il rapporto tra i tre fratelli, che diventa sempre più particolare, bello, intenso. È il miglior film di Wes Anderson in quanto è il più maturo, quello in cui le tematiche trattate (in maniera sottocutanea e non sempre visibile) ed il loro sviluppo vanno meglio d’accordo con il compartimento stilistico abituale del regista. Ma il discorso di fondo è troppo attutito da scene comiche divertenti ma fuori luogo o da scene drammatiche girate bene ma fuori contesto: il tutto perde particolarmente fascino, senza vedere prima quel gioiellino di Hotel Chevalier.
(continua)

2009-2012

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Fantastic Mr. Fox (id., 2009).
Wes Anderson è famoso in Italia anche a causa della canzone che è stata dedicata a lui dal gruppo indie rock italiano dei Cani che cantano: «Vorrei vivere in un film di Wes Anderson […] le inquadrature simmetriche […] i finali agrodolci». La cosa bellissima di questo regista è che riesce a far valere questo teorema anche in un cartone animato in stop-motion che fa realizzare ai suoi fan e ai suoi spettatori come a dire il vero tutto il suo Cinema è un po’ un cartone animato, composto da personaggi che sono formule matematiche infantili in cui ogni fuoriuscita nell’esplicito, che sia una parolaccia o un vago riferimento sessuale, sembra come l’intrusione peccaminosa (ma eccitante!) del mondo adulto nella mente innocente di un bambino.
È il miglior film di Wes Anderson in quanto è il più esplicito nel coniugare il suo stile al suo mondo e a quello degli spettatori, che in questo caso dovrebbero essere bambini. Dovrebbero. Forse a volte è un po’ troppo ridicolo nell’esagerare l’infantilismo più tipico da cartone animato hollywoodiano, ma è anche comprensibile; meno comprensibile è perché gli esseri umani e la loro animazione siano tanto più scarsi rispetto all’animazione e alla costruzione degli animali.

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Moonrise Kingdom (id., 2012).
La scena di Needle in the Hay è la migliore che Anderson abbia mai girato, ma ogni volta che inizio Moonrise Kingdom comincio ad avanzare un sacco di dubbi. I suoi primi cinque minuti sono un montaggio metacinematografico e metamusicale (tributo al centenario del compositore britannico Benjamin Britten) di inaudità intensità e allo stesso tempo profondissima delicatezza. Entrambe queste caratteristiche rimangono per tutta la durata del film, che è un gioiello unico nella filmografia del regista: gli attori protagonisti, bambini, sono carinissimi e bravissimi, perfetti a costruire la delicata storia della loro caratterizzazione e dello sviluppo della loro storia d’amore, maturissima e allo stesso tempo perfettamente infantile. La commozione è istantanea, e lo stesso vale per il divertimento.
È il miglior film di Wes Anderson, questo, semplicemente perché lo è: non ho quasi alcun dubbio quando dico che Moonrise Kingdom è, per me, il film più unico e perfetto della sua filmografia, l’unico ad essere davvero un poco sopra tutti gli altri, quasi quanto Bottle Rocket è un poco sotto. Da vedere e rivedere venti volte.
(continua)

2014

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The Grand Budapest Hotel (id., 2014).
L’ultimo film dell’autore è il film più serio che lui abbia mai fatto. Un mio amico, uscito dalla sala insieme a me, ha detto che è il Bastardi senza gloria di Wes Anderson: non sono sicuro che sia una frase sensata ma qualcosa mi dice che è profondamente vera. Come il capolavoro di Tarantino, The Grand Budapest Hotel scherza con la storia, mischia piani narrativi e citazioni, blocca il divertissement con la tragedia e la violenza con lo slapstick, mischia cupo realismo e zuccherosi viaggi onirici, piani medi e primissimi piani che bucano lo schermo (su tutti quello di Saoirse Ronan in giostra), e utilizza alla perfezione il cast più pieno di star con cui abbia mai lavorato, lasciando solo un po’ troppo poco spazio a Edward Norton, Bill Murray e Owen Wilson, ma creando sia per Ralph Fiennes che, soprattutto, per Willem Dafoe dei personaggi straordinari e straordinariamente divertenti (in particolare quest’ultimo ha un’introduzione esilarante ed autoironica, da vero e proprio collasso in sala, che sembra richiamare con la cadenza di una presa per i fondelli Solo Dio perdona di Nicolas Winding Refn).
Il ritmo migliora di minuto in minuto ed il folle si sposa perfettamente con il pessimista, il commovente con l’orribile, il sociale con il magico. È il miglior film di Wes Anderson perché è il perfetto equilibrio delle sue più grandi qualità.

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