Doctor Who: stagione 8 e Dottor Dodici

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È necessario a volte ricordarsi che, tra le serie televisive, c’è anche Doctor Who, il più duraturo e complesso esempio di epica della fantascienza nella televisione, un prodotto longevo (nato nel 1963 e ancora in corso, con nel mezzo una pausa di poco più di una decade e mezza). Ho già scritto abbastanza riguardanti le stagioni della serie nuova, ovvero del ri-inizio della serie dal 2005 in poi, prima con il nono Dottore Christopher Eccleston (stagione 1), poi con il decimo David Tennant (stagioni 2-4 e speciali successivi) e l’undicesimo Matt Smith (stagioni 5-7). Ma, durante quest’autunno, un nuovo Dottore è entrato nella serie e ha avuto una stagione, l’ottava, di ottima fattura. Questo dodicesimo (tredicesimo?) è Peter Capaldi, molto più anziano dei suoi tre predecessori, ma che è riuscito comunque abbondantemente bene nell’impresa di entrare nei costumi del personaggio.

DOCTOR WHO EP3

La trama è ben nota, ma prima di entrare nel merito della stagione penso sia necessario raccontarne gli assunti: il Dottore è un anziano alieno dalle fattezze umane appartenente alla razza dei Signori del Tempo, provenienti da Gallifrey, e quando muore si rigenera cambiando volto, fattezze, a volte anche età, e personalità (e a volte perdendo anche parzialmente la memoria), ed è capace di viaggiare nel tempo nel suo Tardis, una macchina del tempo esteriormente simile ad una cabina telefonica ma più grande (molto più grande) all’interno. Si è ripromesso di salvare la razza umana dalle situazioni di pericolo in molteplici e diversi periodi temporali, facendosi accompagnare dagli esseri umani stessi di qua e di là, con esiti più o meno comici e drammatici. Dodici sono gli attori principali ad aver assunto le sue fattezze: William Hartnell, Patrick Troughton, Jon Pertwee, Tom Baker, Peter Davison, Colin Baker e Sylvester McCoy sono stati i primi sette nella serie prima dell’interruzione, mentre Paul McGunn ha interpretato il Dottore nel film anni ’90 a lui dedicato, fino a quando lo sceneggiatore Russell T Davies ha ripreso le redini della serie appunto nel 2005. Eccleston ha interpretato un ottimo Dottore cupo ma eccentrico, purtroppo gli hanno dato episodi troppo patetici per essere all’altezza del compito; Tennant, che magari aveva un’impostazione meno originale e più hipster, è stato più fortunato per gli episodi singoli, in particolare nelle stagioni 3 (che annovera la bellissima puntata Blink) e 4 (che contiene Midnight), ma la sua seconda stagione è forse la più brutta di tutta la nuova serie; Smith, le cui stagioni sono state curate da Steven Moffat (Coupling, Sherlock) ha un approccio più folle e infantile, ma spesso esilarante, anche quando le sottotrame generali delle sue stagioni mostrano falle narrative da tutte le parti, e sono perdonabilissime. Capaldi invece?
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Speciali

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Prima di Capaldi e dell’ottava stagione, ci sono stati due episodi speciali post-settima stagione dedicati ancora all’undicesimo Dottore interpretato da Matt Smith: The time of the Doctor e The day of the Doctor. Il primo di questi è uno speciale per i 50 anni dalla prima visione del primo episodio della serie nel 1963, il secondo invece è uno dei soliti speciali di Natale e presenta la rigenerazione dell’undicesimo nel dodicesimo Dottore. Partendo dal presupposto che Doctor who è una serie che NON va presa sul serio, che punta la maggior parte del proprio intrattenimento sulla risata o sull’ammirazione della follia (o dell’idea fantascientifica geniale usata male in quanto, beh, usata in un episodio di Doctor who appunto invece che in un film o in un romanzo di spessore differente) o sull’empatia che viene a crearsi nei riguardi dei personaggi fino a che non spunta a sorpresa un effetto drammatico, a volte riuscendo nell’impresa di renderlo davvero drammatico, ed in cui l’unica cosa in effetti interessante può essere la resa delle sfaccettature del Dottore in quanto personaggio cristologico ma alieno, eccentrico ma umano, divino ma pietoso e ridicolo nella sua cattiveria e nel suo umanismo, bisogna dire che The time of the Doctor fa spaccare dalle risate e quindi è automaticamente un episodio riuscito. Considerando che, poi, dà anche un’analisi dello sviluppo del personaggio del Dottore, ponendo a confronto in dialogo tre Dottori (oltre a Smith anche il decimo Tennant e John Hurt, nel ruolo di un “War Doctor”, compreso tra l’ottava e la nona generazione ed esistente solo in funzione della “Guerra del tempo” successa tra la serie vecchia e la nuova, in cui i Signori del Tempo hanno combattuto contro i Dalek e il Dottore è rimasto l’unico sopravvissuto) e quindi tre personalità di diversa umanità e con un rapporto diverso con la bontà e con se stessi. Ammetto comunque che, narrativamente, non c’ho capito quasi niente e continuo a credere che Moffat si sia dimenticato di alcuni eventi in The end of time prima di scrivere la sceneggiatura dell’episodio. Sono presenti due divertenti cameo, uno di Capaldi e l’altro di Tom Baker, il quarto Dottore, nel ruolo di un Curatore che non si è ancora ben capito cosa possa essere. Comunque, il divertimento generale è anche poco ben distribuito, lasciando nel dramma (o nella commedia non riuscita?) molte sottotrame, e dando un ruolo a Billie Piper (l’ex-Rose Tyler delle prime stagioni della nuova serie, compagna del Dottore amata da tutti i fan – tranne me, pare) che sembra abbastanza fine a sé stesso.

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Lo speciale The day of the Doctor, essendo l’ultimo episodio con l’undicesima generazione, ha dovuto mostrare, riuscendo nell’impresa, tutti e due i lati del personaggio e dell’incarnazione così perfettamente interpretata da Smith, attore teatrale che, a livello anche solo recitativo, è probabilmente il migliore ad aver preso il ruolo del Dottore dal 2005 in poi, e questi due lati sono, necessariamente, quello folle e demenziale e quello enfaticamente drammatico. La trama vede il Dottore prima in un’interazione divertente con la compagna Clara (la simpatica e brava Jenna-Louise Coleman) e poi nella missione di salvare dai Dalekuna città aliena chiamata Christmas, e tra centinaia di anni di solitudine nella cittadina si ritrova solo nella missione di proteggerla dal male, invecchia e diventa sempre più debole e triste, anche consapevole che dovrebbe essere la sua ultima rigenerazione (n.b.: ogni Signore del Tempo dovrebbe avere 13 rigenerazioni disponibili, il Dottore, oltre alle undici canoniche, ha anche il “War Doctor” nominato precedentemente ed uno sforzo compiuto dal Decimo Dottore per mantenere il suo aspetto ancora un po’ verso la fine della quarta stagione). In una maniera o nell’altra, riesce a sconfiggere i Dalek e a guadagnare energia rigenerativa, ma ci rimette la vita, e si dà ad un ultimo monologo triste e melanconico che fa subito piombare gli ultimi momenti di Smith sopra agli ultimi momenti di Tennant, che erano sì tristi a livello verbale ma anche eccessivamente enfatici e pomposi nella decina di minuti precedenti. La rigenerazione stessa è questione di attimi e non esagerata come quella da Tennant a Smith. Entra in scena Capaldi, fa una faccia stupida e dice di essersi dimenticato come si guida il Tardis. Si entra dunque in uno scenario diverso e nel mondo di una nuova stagione.

(continua)

Inizio

 

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Peter Capaldi è l’attore più anziano a prendere il ruolo del Dottore dai tempi del primissimo William Hartnell, ma non è l’unico motivo per cui molti hanno pensato che non fosse l’attore ideale a riprendere il ruolo: infatti, nell’episodio della quarta stagione The fires of Pompeii, Capaldi interpretava il pater familias del nucleo famigliare pompeiano al centro dell’episodio. Perché riprendere una faccia già nota? Già nel primissimo episodio dell’ottava stagione, Deep Breath, viene data una mezza risposta, quando il Dottore guardandosi allo specchio si riconosce e fa un accenno vago al fatto che in realtà, forse, il Dottore, ogni volta che si rigenera, prende l’aspetto di persone che ha già incontrato. L’episodio in sé è tra i migliori della stagione, ma ci si poteva aspettare di più considerato che ad averlo diretto è Ben Wheatley, il migliore autore di horror inglesi degli ultimi anni, regista di Kill List(2011) e A Field in England (2013). Poche sono le sue cifre stilistiche: un breve piano sequenza, cupa tensione nei momenti di “confronto con l’antagonista”, una fotografia che verte sullo scuro rendendo inquietanti i momenti più incentrati sulla cattiveria del (piatto) antagonista. La sceneggiatura dell’episodio punta sull’introdurre il Dottore di Capaldi come un compromesso tra il Dottore di Smith, eccentrico e folle ma umano, e i Dottori della serie vecchia, dall’impostazione più cattiva ed eroica ma in senso più autorevole, e funziona alla perfezione. Lo scozzese Capaldi è un ottimo attore prima che un ottimo Dottore (come aveva dimostrato precedentemente nella serie The thick of it e nel suo film spin-off In the loop), e riesce a calibrare tutti i toni del suo personaggio bene, in particolare dirigendo la sua assenza di senso dell’umorismo in direzione di gag che funziona. A fine episodio viene introdotto il personaggio di Missy (Michelle Gomez), misterioso e inquietante antagonista femminile le cui apparizioni sporadiche riappaiono ogni tanto, lentamente, attraverso la stagione. La sua sottotrama sembra legata all’aldilà.

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L’episodio non è perfetto per iniziare, ma il seguente Into the Dalek, diretto sempre da Wheatley, è il primo gioiello vero della stagione. Psicologia Dalek, (il)logiche esistenziali, il Dottore mai più cattivo, gag creative; tutto funziona come dovrebbe, con intensità ma anche divertimento e con Capaldi che riesce sempre di più a trovare la propria direzione personale. E viene introdotto il personaggio di Danny Pink (Samuel Anderson), che diventa poi ragazzo di Clara, un personaggio senza caratteristiche particolari ma che non stona con il contesto e porta a risvolti divertenti. Il successivo The robots of Sherwood ha gli stessi difetti di The time of the Doctor: è divertentissimo quindi va bene, ma si può benissimo tralasciare. Il discorso prolisso e banale su quanto bisogna credere nei personaggi fittizi (in questo caso Robin Hood) come fonti d’ispirazione o coraggio non riesce a giustificarsi abbastanza nel contesto e non riesce neanche ad essere metatelevisivo come si dovrebbe prefissare. Però, appunto, fa ridere, quindi va bene. Circa.

(continua)

Listen (e poi…)

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Listen è l’inevitabile episodio capolavoro (termine da prendere con le pinze…) della stagione, come lo era il doppio episodio The empty child/The doctor dances per la prima stagione, The impossible planet/The Satan Pit per la seconda, Blink per la terza, Midnight per la quarta, Vincent and the Doctor per la quinta, The God Complex per la sesta e Journey at the center of the Tardis per la settima. Ma cos’hanno tutti questi episodi in comune? È semplice: riescono a farsi prendere sul serio. Non completamente (penso a molte stupide gag in The empty child, al prologo di Midnight e ad un paio di passaggi di Vincent and the Doctor), ma riescono comunque a prendere concetti e ad inculcarli nello spettatore tramite trame che riescono ad essere avvincenti e sensate, e allegoricamente funzionano come buone idee fantascientifiche. E Listen ce la fa benissimo, visto che è forse l’unico episodio diDoctor Who nella nuova serie a non avere un concreto antagonista e, nonostante ciò, funziona perfettamente come dramma sulla paura dell’ignoto, in cui i (soliti) paradossi temporali finiscono per avere senso e coerenza circolare, ed il Dottore esplora un’emozione che non sembra mostrare quasi mai: la paura. Una paura motivatissima, tra l’altro. Tuttavia, preferisco non dire altro: Listen è un episodio che dice moltissimo sul personaggio e spiegare cosa (a parole) significherebbe togliere fascino a quello che è, sì, tra i migliori episodi della serie di sempre e, come dice Radio Times, il suo episodio “più concettuale” – e dunque meno narrativo, nonostante i continui riferimenti ad eventi passati e futuri.

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Time Heist è il naturale, scontato episodio riempitivo con l’avventura inutile e i colpi di scena insensati, il tipico episodio che diverte, intrattiene e potrebbe benissimo non esistere. Qua, come pregi, abbiamo un ritmo accattivante e dei dialoghi divertenti, e, come difetti, dei comprimari inconsistenti ed un finale incoerente. The Caretaker non risolleva troppo il livello: pur mandando avanti la trama generale, ponendo un primo (divertente) confronto tra Danny e il Dottore, è un episodio evitabile, contenutisticamente più vuoto del solito e abbastanza prolisso. A differenza di Kill the moon, il migliore tra gli episodi non scritti da Moffat, in cui un’atmosfera “lunare” angosciante ed un dilemma filosofico reale (che NON è l’aborto, a differenza di quel che dicono certi critici) si sovrappongono ad una crescente tensione tra Clara ed il Dottore, una tensione più etica che altro che alla fine è come se fosse una tensione caratteriale e televisiva tra il lato più gentile della serie e quello più spietato, sia per umorismo che per narrazione. L’uso, per una volta, sapiente e non eccessivo degli effetti speciali si sposa benissimo con una trama che lo richiederebbe, ma che viene trattata con un approccio più minimale e silenzioso, quasi da horror, come successe nella seconda stagione in The impossible planet / The Satan Pit. Mummy on the Orient Express invece è esattamente quello che può sembrare dal titolo, ovvero un episodio tamarrissimo che serve principalmente per far rinascere quella chimica e quel ritmo che si erano persi per ragioni stilistiche minimali nell’episodio precedente, e la trama stoltissima è una di quelle che ci si aspetterebbe con gloria dall’era di Russell T Davies, quindi va benissimo. Flatline, a livello di effetti speciali, è il miglior episodio della stagione, ed è estremamente creativo ed intrattenente, e non si può veramente dire molto di più; funziona, diverte, intrattiene, tra i migliori episodi della stagione per compattezza e semplicità. In the forest of the night è poi un episodio bambino ed infantile e, come tale, con la cadenza di una favola per bambini dai toni vagamente cupi in alcuni tratti, funziona, compresa la parabola ecologica conclusiva.

(continua)

Finali

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Ovviamente, c’è un glorioso doppio finale, e si chiama Dark Water / Death in Heaven, e, a differenza della maggior parte dei doppi finali, la prima parte è migliore della seconda. Dark Water contiene una cupa versione fantascientifica dell’Aldilà descritta da Moffat, scenograficamente, con i giusti effetti e una paranoica resa dell’emozione dei protagonisti. Tensione e umorismo convivono alla perfezione in un cinico crescendo estremamente ambizioso e quasi spiritualista. Appena rivelato il colpo di scena (o, meglio, appena iniziano i sospetti) un po’ tutto cala, ma il gioco regge comunque, anche con un certo impatto drammatico (simile a quello di tutti i finali di stagione), questo soprattutto nella seconda parte, più farsesca, narrativa, epicheggiante. E meno bella, nonostante un finale amaro che è sempre apprezzabile, soprattutto per serie che di solito preferiscono volare su altri livelli.

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Tutto sommato, la stagione è tra le migliori dal 2005 in poi, per me la migliore dopo la sesta. Questo come mai? Capaldi è innanzitutto perfetto nel ruolo, e la sua impostazione anziana, saggia e teatrale non fa che giovare ad un lato del personaggio che non era stato abbastanza approfondito proprio dai tempi della serie vecchia. Questo Dodicesimo Dottore è particolarmente legato ad una mentalità infantile, confusa e distratta, colorata con sfumature che sono molto più oscure di quelle di ogni altro Dottore precedente, eccetto forse giusto il Nono (Eccleston), che comunque nascondeva la sua coscienza sporca con un umorismo più regolare, cadenzato e demenziale (più «alla Davies», insomma). Clara è una compagna innocua, con un senso dell’umorismo tranquillo e regolare: non è un personaggio originale come Donna né forte come Amy, ma ha più verve e «spirito di partecipazione» rispetto a Rose e Martha – e qui aspetto il plotone d’esecuzione sotto casa. Tutto sommato gli episodi, nonostante alti e bassi, sono tutti decenti, e in particolare Listen (e poi: Dark Water, Into the Dalek e Kill the moon) mostra come Doctor Who possa essere intrattenimento stupido ma con contenuto, umorismo così concettuale che a volte diventa concetto umorale. E Moffat riesce benissimo nell’impresa.

7isLS
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