Diffidare dalle imitazioni

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Da queste parti abbiamo molti amici e uno dei compagni più sodali è senz’altro il blog daParte (dove oltretutto questa rubrica viene ripubblicata, qualche settimana dopo la pubblicazione qui). Proprio da quelle latitudini giungono aiuti e riferimenti e tra questi l’ispirazione per il «Coselli» di questa settimana: The fantastic flying books of Mr. Morris Lessmore, un corto animato del 2012 di William Joyce e Brandon Oldenburg, che proprio in quell’anno ha vinto l’Oscar. Il titolo è traducibile come: «I fantastici libri volanti del signor Morris Menopiù» e la trama segue le vicende di Morris Menopiù (d’ora in poi solo M.M.), un pacifico uomo che intorno agli anni Venti (non c’è alcuna data precisata, ma tutto fa pensare agli anni Venti), sta scrivendo sulla veranda di un Hotel.
Arriva con le avvisaglie di un foglio scosso per aria, poi qualche detrito del quale non resta che una particella visiva nella coda dell’occhio, ma è sempre più crescente e violento e inarrestabile. In pochi istanti la sedia di M.M. si sposta, il cielo s’oscura, un tizio in bicicletta vola e viene spazzato via dalla furia incosciente di un tornado, uno di quegli uragani che di tanto in tanto colpiscono qualche zona degli Stati Uniti e rimettono al loro posto le cose. Dal momento che fin dalla prima inquadratura è chiaro che siamo in un contesto Sud-jazzy-Stati Uniti-Louisiana-parisienne, è chiaro che questo uragano è uno spiccato riferimento a Katrina, ultima incorporea manifestazione del potere devastante della Natura, soprattutto quand’è aiutata da povertà, speculazione, immobilismo e perfino razzismo.

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Insomma, M.M. vola via, risucchiato nell’occhio del ciclone. Quando la tempesta è passata il mondo che ne rimane è un deserto in bianco e nero e M.M. si aggira nella desolazione. L’arrivo di una fata, trainata in cielo da uno stormo di libri volanti, cambia tutto. M.M. è condotto in una dimora in mezzo alla campagna, dove lo accolgono i libri volanti del titolo. Gli danno una specie di tutor che lo accompagnerà nelle scelte più difficili. E così il tempo passa.

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Ad una lettura del contenuto è subito evidente la dichiarazione d’amore per i libri e per chi ne ha cura. Anzi, a ben vedere, questo The fantastic flying books… è un vero omaggio ai bibliotecari. Non è tanto il potere salvifico-proustiano della lettura a emergere, anche se il potere di questi volumi nell’immensa nuova casa di M.M. non si limita a volare, ma l’amore che M.M. immette nella sua vita da custode. Un vero amante del libro in quanto oggetto non può non esaltarsi a vedere tutti questi libri insieme. È proprio sulla piacere epidermico che fa leva questo cortometraggio. Nessuno è esente e difatti anche noi ridiamo, godiamo, ci commuoviamo a vedere le avventure di M.M., ma soprattutto a vedere tutto questo accumulo di libri in così pochi fotogrammi.

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Del resto l’epidermide non è stata nominata a caso. Umberto Eco, a proposito di Casablanca, disse che era un’orgia di archetipi. E vorremmo dire che anche questo Flying books è un’orgia di citazioni. La prima inquadratura è la stessa con la quale si apre Moulin Rouge, a sua volta un frullatore di stili e moduli formali; il paese in bianco e nero, privo di felicità, è lo stesso di quel delizioso filmetto che è Pleasentville. M.M., stanco e perduto nella terra depressa, si aggira per valloncelli come Henry Fonda in Furore di John Ford. La fatina e il tornado sono del Mago di Oz. Lo stesso M.M. ha il viso di Buster Keaton e il passo di Chaplin. E questi libri come ultimi custodi della civiltà e della speranza sono dannatamente simili agli uomini-libro di Bradbury-Truffaut e del sempiterno Fahrenheit 451. Questo cortometraggio si nutre di altre visioni e come un collage tappezza la sua superficie di fotogrammi contrabbandati da altri film.

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Nessuno si scandalizza più (né, però, si meraviglia). Sono decenni e decenni che questa pratica in letteratura e arte è abusata e ormai anche al cinema il gioco è scoperto. Il film di Joyce e Ondeburg non si discosta molto. Quello che mi sembra sia diverso è il programma che c’è dietro. C’è così tanto accelerante hipster dietro a questo omaggio poetico che alla fine il fastidio non è smorzato dalla dolcezza del messaggio. Anche la stessa ostentazione poetica del personaggio è vicariata dall’ormai abusatissimo stile-Chaplin, ovunque segno condiviso di «poesia». E gli autori del corto, per non sbagliare, hanno utilizzato anche la declinazione «poesia-stralunata», inserendo nel personaggio il viso di Keaton. M.M. è così una specie di creatura di Frankenstein, archetipo della accoppiamento ben poco giudizioso di corpi e menti. Non so, può darsi che di fronte a questo esperimento di laboratorio si debba reagire con nonchalance e pensare che, a conti fatti, tutto intorno è così, eppure non riesco a farmi andar giù l’insopportabile patina wesandersoniana stracitata anche nel titolo, così simile a quel Fantastic Mr. Fox di Wes Anderson, per l’appunto un film d’animazione anch’esso.

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Insomma, gli americani ancora una volta ci stanno manipolando: in gioco c’è la capacità di provare meraviglia e stupore di fronte a una sincera poesia dell’esistenza. E lo stanno facendo con la loro immagine desalinizzata di poesia, con le loro palette cromatiche pastello e tenui, con le loro musiche orchestrali che non disdegnano incursioni jazz, purché sia jazz della Louisiana e filtrato attraverso un disturbo grammofonato, con il ricorso imprescindibile ad altre immagini che evocano poesia-stupore-bellezza, perché altrimenti non avrebbero mezzi per crearne di inedite.

Filippo Polenchi
Visita il sito dell’autore e quello di Barta edizioni

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