Dica 36

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L’università di Stantufford ha analizzato un campione di gente-che-conosco con lavori di tipologia poco soddisfacente per caratteristiche contrattuali ad alta volatilità e/o impegno temporale paragonabile alle fabbriche di palloni del Rajasthan.
I risultati mostrano:
– un 8% che se ne sbatte a frullino, vuoi perché nella vita magari ha passato di peggio, vuoi perché dove la metti sta, ma tende a non esternare insofferenza anche davanti ad amputazione di arti (incidentalmente, massimo rispetto);
– un 15% che accusa un certo peso e che auspicherebbe (o s’impegna direttamente per) miglioramenti o incrementate tutele lavorative per la loro posizione;
– un restante 77% che abbraccia la propria condizione come forma di sofferenza endemica del genere umano e che interpreta ogni tutela contrattuale superiore alla loro come privilegio anacronistico da abbattere a legnate.
Il campione non è statisticamente rappresentativo, ma quel 77% lì è una torta cucinata di governo in governo alla quale Renzi sta mettendo la ciliegina, e credo sia il risultato più agghiacciante in termini di politiche sul lavoro.
Di fatto accettare la definizione stessa di «contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti» (che è un contratto a tempo indeterminato temporaneamente privo di tutele, ma così si vende peggio) è l’ultimo chiodo sul coperchio di una bara, più ideologica che normativa, nella quale il diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa non è una roba scritta nell’articolo 36 della costituzione ma un capriccio radical-chic.
Tanto per stare sullo stesso articolo, l’unica riforma renziana degna di nota è stata lo svecchiare «Il lavoratore ha diritto al risposo settimanale e ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi» aggiungendo «oppure può rinunziarvi e darle al collega malato se ci ritroviamo con un welfare da piccyoni».

 Autolesionistra
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