David Cronenberg doppiafaccia: leggere un film

Premessa

Chi scrive ha già fatto, per Stanley Kubrick e per John Carpenter, delle recensioni bicefale che ponevano in contrasto (o in linea retta) due opere dei suddetti registi. Ma se per Kubrick sono stati messi in confronto “Spartacus”, il suo film più commerciale, e “Shining”, il suo film più controcorrente, e se per Carpenter sono stati invece selezionati i suoi due film più complessi e simili, “Il signore del Male” e “Il seme della follia”, per il canadese David Cronenberg, uno dei registi più controversi ed influenti degli ultimi decenni, verranno messi in confronto il suo film più tradizionale, “A dangerous method”, ed il suo film più surreale, “Il pasto nudo”.

Il pasto nudo

Cominciamo, per ordine cronologico, con “Il pasto nudo”. Tratto dal romanzo ‘beat’ del 1958 “Pasto nudo” di William S. Burroughs, ma attinente anche ad altri romanzi e racconti dello scrittore ed alla sua biografia, il film pone molte domande e dà poche risposte. La storia narra di Bill, scrittore a riposo momentaneamente infestatore di insetti, sposato con una moglie infedele (e non fa nulla per nasconderlo), entrambi tossicodipendenti anche a causa di una polvere anti-scarafaggi. Dopo aver ucciso la moglie in un gioco alla Guglielmo Tell, Bill incontra in un bar un alieno che gli dice di visitare l’Interzona, un misterioso posto nel mezzo del Nordafrica in cui Bill incontrerà altri alieni, altri mostri deformi, una donna uguale a sua moglie con un marito bisessuale che legge nel pensiero, una serie di gigolò effeminati, droghe esotiche ed un mondo intero di fronte ai suoi occhi. Senza considerare la magnifica interpretazione di Peter Weller, completamente immedesimato nel ruolo (e si capisce nel celebre monologo del culo parlante che dice “Posso mangiare, pensare e cagare da solo”), il film ha la particolarità di frammentare l’Ego e l’Es di una persona senza nemmeno descriverla. Lo spettatore si pone insieme al regista in un punto di non ritorno: dove si ferma l’immagine e dove arriva l’illusione propria? Non si sa mai quand’è vero e quando no, bisogna solo immaginarlo, cercare di capire. A volte è semplice (la macchina da scrivere che si trasforma in uno scarafaggio gigante), a volte no (l’omicidio della moglie). Cronenberg prende alla lettera la lezione di Kubrick: “Tutto ciò che può essere pensato e scritto può essere filmato”. Infatti il regista canadese decide di mettere in immagini non solo i pensieri, ma proprio le masturbazioni mentali di un uomo deragliato, privo di vita interna. È una psicanalisi di William S. Burroughs ed una critica nei confronti di una società che accetta più volentieri chi commette violenze di chi è assuefatto dall’illusione che il mondo sia finto, romanzato e, come nel film, dotato di una vena ironicamente spionaggistica. Intervistato da David Letterman, Cronenberg ha detto: “Non si capisce forse subito, ma è un film che deve far ridere”. Inoltre per l’ennesima volta il regista analizza il tema della carne e la pone come immaginazione dell’anima invece che come fulcro (“Videodrome”) o specchio nervoso (“La mosca”).

A dangerous method

A dangerous method”, il suo secondo film più recente (l’altro è il magnifico “Cosmopolis”), è un altro paio di maniche. A parte l’ovvio: Cronenberg l’ha fatto come compitino per casa, come tesina sulle tensioni umane, più che su Sigmund Freud e Carl Jung, i celebri protagonisti della storia, interpretati da un bravissimo Viggo Mortensen e da un monocorde Michael Fassbender, insieme a Sabina Spielrein, interpretata da una Keira Knightley come sempre poco convincente, sia nei momenti altamente enfatici e drammatici (l’isteria molto fuori dalle righe), sia in quelli sottotono. Se la sceneggiatura, i costumi e la regia sono come al solito molto curati, si notano due cose che mancano: il tipico stile contenutistico cronenberghiano (storia – guardare dentro la storia – ricavarne un insegnamento che però è anche una trappola che contiene un altro insegnamento; in “A dangerous method” basta capire quello che vuole dire la storia e il mini-enigma è risolto) e la visionarietà. Visivamente banalissimo e privo di qualsiasi doppia profondità, bisogna riconoscere a Cronenberg il pregio di essere riuscito a cambiare di pochissimo un proprio leitmotiv: non più parlare della mente e dell’anima attraverso il martoriamento fisico della carne, bensì parlare dell’anima attraverso il martoriamento psicologico della mente e fisico, ma minimo, della carne – il masochismo perverso della Spielrein.
Detto ciò qual è la conclusione? David Cronenberg, oltre ad essere uno dei più grandi registi viventi, ha la capacità di alternare il proprio stile, sia per qualità che per genere, riuscendo a proporre toni e stili diversi con la giusta enfasi e con il giusto coinvolgimento artistico. È impossibile pensare ad un regista come lui tralasciando il suo lato ‘oscuro’ e violento, controverso, erotico (“Crash”), ma è facile riuscire a comprendere la versione bianca e stucchevole della realtà che lo circonda. Per raggiungere l’apoteosi del cinema sessuale e immaginatorio, bisogna ogni tanto scadere nell’asessualità o nella sciattezza grafica: “Spider” ne era un esempio. Pur bellissimo, visivamente era grezzo e ruvido, lento e deprimente stilisticamente, edipico nella forma solo in apparenza banale.
La vita dell’uomo è un rompicapo scenografico di cui il cinema è lo specchio maligno, e Cronenberg analizza i corpi guardando dietro lo specchio.

7isLS

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