Cosmopolis: tremenda asimmetria

Simmetrie

Il canadese David Cronenberg è uno dei registi cinematografici più importanti ed influenti degli ultimi cinquant’anni. Con la sua regia semplicemente raffinata e con le sue idee radicali, ha rivoluzionato e reso più interessante e complesso il genere horror (“Scanners”, “La Zona Morta”), la fantascienza (“Videodrome”, “eXistenZ”) e recentemente il thriller (“A History of Violence”, “La promessa dell’assassino”). Dopo aver deluso alcuni fan, tra i quali parzialmente chi scrive, con la bio-pic di Jung, Freud e Sabina Spielrein (“A Dangerous Method”, che comunque rimane un film interessante se si va oltre i fatti narrati), il canadese ha deciso di portare sullo schermo il più cerebrale e intenso romanzo di Don DeLillo: “Cosmopolis”, del 2003. Il romanzo, oltre a trattare di tematiche psicologiche e filosofiche, si basa soprattutto sul capitalismo, la cui critica è esplicitata tramite l’inserimento di folli manifestanti nella trama che si avventano contro il protagonista, il miliardario Eric Packer, in limousine, diretto dal parrucchiere. Romanzo tra l’altro profetico: i manifestanti sono più o meno come quelli di Occupy Wall Street, che si sarebbe svolta più o meno nel periodo in cui il film veniva girato. Nel film Eric Packer è interpretato dalla star di “Twilight”, Robert Pattinson, attore che ha dato varie prove attoriali monocordi (“Remember Me”), ma che qui è ben più che credibile, addirittura ottimo nell’alternare la monoespressività che si addice al personaggio agli sprazzi di follia che ne caratterizzano il mutamento interiore.
La trama è quella già detta, ma specifichiamo: una giornata nella vita del ricchissimo Erick Packer che, in limousine, va dal proprio ufficio al barbiere, e nel frattempo incontra moglie, amanti, amici, manifestanti (contro un problema finanziario che concerne lo yuan – nel romanzo era lo yen, importante modernizzazione dei fatti), colleghi e persone che lo minacciano di morte. Una giornata ordinaria si trasforma in un incubo.

Asimmetria

Da una storia relativamente semplice si possono tirare fuori centinaia di ragionamenti. Innanzitutto, la vita di Eric Packer, differenzialmente (o asimmetricamente…) rispetto alla filmografia intera di Cronenberg, è asimmetrica. Per capire meglio, se i film di Cronenberg sono spesso l’uno simmetrico all’altro (“A History of Violence”/”La Promessa dell’assassino”; “Crash”/”Spider”; “eXistenZ”/”Videodrome”; ecc.) e hanno come tema registico e contenutistico la simmetria, “Cosmopolis” è il contrario perché non ha nessun corrispondente (almeno per ora) nella filmografia del cineasta canadese ed inoltre ha come tema principale in maniera esplicita l’asimmetria dei concetti che compongono la vita delle persone. Packer ha una prostata asimmetrica, un taglio di capelli lasciato a metà, un vestito sbottonato da una parte, una mano bucata e l’altra no. Si pone ai limiti estremi della destrutturazione della propria persona e si mette faccia a faccia con il presente (che è a suo modo un futuro) ed in questo modo porta i propri desideri e la propria persona all’umiliazione, all’abbassamento a livello morale e fisico: perfino cambia posizione nella limousine, andando dalla poltrona centrale, progressivamente, fino allo scomodo posto accanto all’autista. Ma ciò non reprime le sue ingenuità un po’ alla “Giovane Holden”, e lui continua quindi a chiedersi dove vanno a finire le limousine la notte.
La storia di Packer è, in fondo, la storia di un inetto e di quelle che, volgarmente parlando, si possono definire le sue “masturbazioni mentali”, la sua Odissea attraverso il proprio pensiero (riferimenti all’”Ulisse” di Joyce, forse). Il degrado e la destrutturazione del suo Ego sono più protagoniste del personaggio stesso. È la storia di una trasformazione mentale ma anche a suo modo fisica: la carne (ed il suo rapporto con la mente) sono il centro dell’opera omnia di Cronenberg, e non è un caso quindi che questi abbia deciso di mettersi dietro la cinepresa di questo gioiello, sottovalutatissimo dalla critica mondiale (e dal pubblico, tant’è che m’è scesa una lacrimuccia quando ho sentito una ragazza in sala con la maglietta di “Twilight” dire alle proprie amiche ‘questo è il terzo film brutto che ho visto con Pattinson’).
È di film come “Cosmopolis” che ha bisogno la società per continuare a vivere. Se il cinema è ultra-visione, “Cosmopolis” è intra-visione in quanto chiede allo spettatore non di comprendere ciò che è dietro le immagini, ma di comprendere come sarebbe il film privato di esse: sarebbe un libro, un saggio narrato, una narrazione saggistica, il romanzo di DeLillo, in pratica, ma forse qualcosa di più, in quanto l’immagine è ciò che necessita di una seconda visione. Per comprendere il radicalismo cerebrale dell’opera di Cronenberg bisogna prima osservare, poi comprendere, poi ri-osservare ed in conclusione analizzare pezzo per pezzo. Un film assolutamente da guardare, un ‘must’ che descrive perfettamente l’umore dell’inizio di un millennio utilizzando la freddezza asettica di un regista ormai arrivato al culmine artistico della sua feroce e forsennata critica sociale psico-carnale grazie alla cronaca di una battaglia angosciosa tra classi e idee all’insegna del pessimismo mediatico: un film troppo moderno per le nuove generazioni, ma così verboso nella forma e così geniale nella (de)struttura da essere un instant-cult, oltre che uno dei migliori film di Cronenberg di sempre.
Come disse il saggio: «A volte la modernità è il passato altrui».

7isLS

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