Cosa ci attende nel 2012 (con uno sguardo al 2011)

Iniziato il 2012, già si parla di film attesi in tutto il mondo: “The Master”, il ritorno alla regia di Paul Thomas Anderson, a cui si devono opere come “Boogie Nights – L’altra Hollywood” e “Il Petroliere”; “Django Unchained”, ritorno in grande stile di Quentin Tarantino con un cast stellare, nel quale spiccano i premi Oscar Jamie Foxx e Christoph Waltz, ma anche Leonardo Di Caprio, Samuel L. Jackson, Joseph Gordon Levitt, Sacha Baron Cohen, Don Johnson e Kurt Russell; “Lo Hobbit”, tratto dall’omonimo romanzo di Tolkien e diretto da Peter Jackson, già regista premio Oscar per la trilogia di “Il Signore degli Anelli”; “Il Ritorno del Cavaliere Oscuro”, ultimo film di un’altra trilogia, quella di Christopher Nolan su Batman, con Christian Bale; il musical su “I miserabili” diretto da Tom Hooper, vincitore dell’Oscar per “Il discorso del re”; il film di Spielberg su Lincoln con Daniel Day-Lewis; un nuovo film di vampiri di Tim Burton con (ma va?) Johnny Depp e, in un ruolo meno importante, la moglie Helena Bonham Carter, “Dark Shadows”; “The Surrogate”, un film indipendente in cui John Hawkes, attore più che cinquantenne scoperto da poco con “Un gelido inverno”, decide di perdere la verginità da dentro un polmone meccanico; un nuovo adattamento di “Il Grande Gatsby” in cui Leonardo Di Caprio avrà come controparte Carey Mulligan; un film su Anna Karenina con Keira Kneightley; un nuovo film di Terrence Malick per ora senza titolo (l’ambizioso regista ha all’attivo vari progetti tra i quali spicca “Lawless”, in cui i protagonisti saranno Ryan Gosling e Rooney Mara); non per ultimo, ad autunno dovrebbero cominciare le riprese del secondo capitolo della Millennium Trilogy, “La ragazza che giocava con il fuoco”, con Rooney Mara e Daniel Craig come nel primo capitolo, e, speriamo, la regia di David Fincher (aveva minacciato di girare il secondo capitolo solo se il primo avesse fatto registrare 35 milioni di spettatori).
E se avessero ragione i maya e il mondo finisse nel 2012? A parte che dei maya finisce solo il conteggio di un calendario (un po’ come se, buttato via il calendario 2011 con Scarlett Johansson, temessi che il mondo finisce perché devo incignare quello con Rooney Mara), e a parte che casomai finirebbe a dicembre e probabilmente avremmo ugualmente il tempo di vedere tutte queste popo’ di pellicole, nell’attesa potremmo lustrarci gli occhi con (fanfare) le uscite più importanti avvenute nel 2011, un anno che ha visto la ricomparsa in sala di molti registi assenti da molto (troppo) tempo.
Tra tutti spicca Terrence Malick, che con la maestosità di “The Tree of Life”, ambiziosa e genialoide esperienza filmica che ha emozionato a Cannes aggiudicandosi la Palma d’Oro. Giudicato aria fritta da alcuni, alla sua imponenza e maestria registica si possono, volendo, perdonare le mire contenutistiche fuori bersaglio, bollandolo come un film valido. Ad affascinare il festival ha pensato anche la regia del neo-noir di “Drive”, creazione di Nicolas Winding Refn: tramite un personaggio dall’originalità inquietante, questa nuova promessa (che ha già dimostrato il suo talento con “Bronson” e il visionario “Valhalla Rising”) ha ammaliato mezzo mondo di cinefili e ha già creato un cult, anche grazie alla convincente e monolitica interpretazione di Ryan Gosling (che però ha dato il suo meglio in “The Believer” del 2001). Si può dire lo stesso, però, dei due attori che hanno vinto i premi principali sempre allo stesso festival, ovvero il francesissimo Jean Dujardin per la commedia muta “The Artist” (poi ha incassato anche l’Oscar) e Kirsten Dunst per il suo difficile personaggio nell’ostico “Melancholia” del sempre discusso Lars Von Trier. Ma altri registi importanti sono tornati sullo schermo: Roman Polanski alle prese con un dramma comico (una commedia drammatica?) spietata e antiborghese, lo straordinario “Carnage”; Wim Wenders, con il suo documentario “Pina 3D”, su Pina Bausch; David Cronenberg, con “A Dangerous Method”, ottimo soggetto sviluppato in maniera discutibile; Aleksandr Sokurov, con il bellissimo “Faust”; e infine Gus Van Sant, con “L’amore che resta”. Altri ‘ritorni’ importanti? Sì, ma deludenti, trattandosi di mostri sacri come Spielberg con il noioso e commerciale “War Horse” o soprattutto come Scorsese con “Hugo Cabret”, passaggio al 3D tecnicamente ineccepibile e sicuramente non privo d’anima, ma scritto male e banalizzato. Si può forse quasi dire che ha fatto di meglio Tomas Alfredson, alla sua prima regia internazionale con “La Talpa”, dopo il successone di critica di “Lasciami entrare”. Il miglior blockbuster dell’anno è stato indubbiamente “L’alba del pianeta delle scimmie”, che sfigura rendendo interessante il tema del pianeta dominato dalle scimmie (ricollegandosi però purtroppo più al film di Tim Burton che all’originale sicuramente migliore), ma i maggiori successi commerciali sono stati il terzo capitolo dell’orrenda saga di “Transformers” di Michael Bay, l’ultimo capitolo della piacevole saga di “Harry Potter”, finito però nel baratro totale per colpa di una pessima sceneggiatura, di una pessima regia, di un pessimo acting (eccetto Alan Rickman e qualche comprimario), di un pessimo montaggio e di una spettacolarità eccessiva e spesso nonsense, l’ultimo deludente film di “Pirati dei Caraibi” e l’orripilante penultimo capitolo di “Twilight”. In patria, abbiamo assistito a pellicole sgradevoli, irritanti, ributtanti come “Com’è bello far l’amore”, “I soliti idioti” o “Matrimonio a Parigi”, ma anche i divertenti “Habemus Papam” e “Qualunquemente”, e non per ultimo il bellissimo “This Must be the Place” del grande Sorrentino (non ancora uscito in America, quindi potrebbe concorrere agli Oscar). Ma anche in America producono film incredibilmente commerciali e orrendi, come “Capodanno a New York” o “Beastly”: meno male che è una tendenza che può essere resa almeno divertente da Woody Allen con “Midnight in Paris”, un film decisamente imperfetto (Gianni Canova l’ha definito giustamente un cinepanettone radical chic) ma che fa sicuramente sorridere. Made in America anche degli horror, come l’ultra-osannato (da Stephen King!) “Blood Story”, remake del già citato “Lasciami entrare” di Alfredson ma molto meno valido, e “The Ward – Il reparto”, thriller psicologico ambientato in un manicomio diretto da un sempre valido John Carpenter.
Insomma, rispetto ad altri anni è stato un anno variegato con punte notevoli (ricordo, per esempio, un pessimo 2008, in cui oltre a “Gran Torino”, “In Bruges” e “Il cavaliere oscuro” non vi era praticamente nulla), in cui si ha assistito a sorprese, delusioni e scoperte, si è visto il futuro, il presente e il passato, e ci si è emozionati in maniere differenti. Speriamo che, come un buon vino, la produzione cinematografica di quest’anno 2012 invecchi bene.

7isLS

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *