Cosa c’è che non va con il moderno thriller in lingua inglese?

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Twist: abbreviazione di twist ending, ovvero finale giravolta. Un finale a sorpresa che ti fa rivalutare tutto quello che hai visto. Le giravolte più celebri? L’impero colpisce ancora, Psycho, Quarto potere e Il sesto senso probabilmente, ma ce ne sono tanti, belli e brutti. Il problema è quando l’idea di stupire, di colpire, fotte (scusatemi il francesismo) il film dall’inizio alla fine. Prenderò quindi come esempio tre thriller in lingua inglese che rappresentano in sé stessi il male del loro genere, in ordine qualitativo, dal più brutto al meno. L’odio io però non lo provo per la lingua inglese, ovviamente, ma per come sia difficile che in Inghilterra o in America, che da sempre sono i paesi che sfornano i film di maggior successo commerciale e di maggior fama, esca oggi giorno qualcosa di veramente decente, soprattutto nel campo del mondo dell’intrattenimento più terra terra, che come ci hanno insegnato alcuni nomi (Tarantino, Mann) può essere incredibilmente meno terra terra di come può sembrare su carta, come concetto o come plot. Ma giungiamo ai fatti, ovvero ai film, a queste perle di enorme disgusto.

  Effetti collaterali

 Sono molto affezionato all’attrice Rooney Mara, che con la sua interpretazione nel magnetico remake americano di Uomini che odiano le donne ha dimostrato che, ben diretta, ha le potenzialità di una delle migliori attrici della propria generazione, e quindi ammetto di essere stato in lunga e febbricitante attesa per il suo primo ruolo di rilievo dopo la nomination all’Oscar del succitato ultimo lavoro di David Fincher. Ed è così, dopo mesi, che me la ritrovo al cinema nel ruolo della protagonista, insieme a Jude Law, di questo thriller psicologico diretto da Steven Soderbergh, regista specializzato in sfornare una decina di film all’anno che, per motivi ovvi, sono di qualità altalenante e molto diversa.
Qui però saltiamo al problema di Soderbergh, ovvero che già di per sé i suoi film degni di nota sono pochi: mi vengono in mente, ora, giusto Traffic, Bubble e Kafka. Un po’ rappresenta, insieme agli ultimi lavori di Stone, il didascalismo vago che è un difetto che dilaga in tutta la costruzione del cinema americano più recente, eccetto le solite tre o quattro eccezioni annuali. Soderbergh sta al suo paese come Takashi Miike, altro regista che lavora a molti film contemporaneamente durante i singoli anni (ha cominciato la propria carriera negli anni ’90 e ha alle spalle una settantina di pellicole che vanno dal capolavoro – Gozu – allo squallido – Silver) sta al Giappone; il che un po’ spiega la superiorità odierna del cinema giapponese.
Comunque, passiamo a Effetti collaterali, e più precisamente alla sua trama: Rooney Mara interpreta una giovane depressa, sposata con un ex-carcerato che porta il volto ed i muscolacci di Channing Tatum, che accusato di insider trading se l’è cavata con soli tre anni di detenzione (e la cosa inquietante è che non è la cosa più inverosimile dell’intera storia). Tenta più volte il suicidio, e lo psicologo Jude Law le dà degli psicofarmaci, facendogli consigliare una marca particolare dall’ex-psicologa della protagonista, interpretata da Catherine Zeta-Jones. Tra gli effetti collaterali dei farmaci vi è il sonnambulismo, in cui il personaggio della Mara cade e, in un episodio particolarmente grave di tale stato, pugnala ed uccide il maritino. Comincia un lungo processo in cui è importante l’ambiguità della posizione di Jude Law verso l’importanza morale del farmaco ed i suoi effetti collaterali. L’idea di base è in effetti interessante: non si vedono tutti i giorni storie di tensione con una tale importanza del dilemma legalità-moralità, e in particolare non se ne vedono tante che coinvolgano il mondo della medicina. Soderbergh s’è ritrovato insomma davanti una sceneggiatura basata perlomeno su un’idea di base tutt’altro che convenzionale, ben sviluppabile. Eppure questo film è un fallimento su tutta la linea; e, a leggerne le critiche, a volte mi sento l’unico ad essermene reso conto (o perlomeno, a pensarla così).
Com’è possibile? Innanzitutto, la pretenziosità e la ricerca di realismo a tutti i costi creano un ammasso di ridicolaggini e momenti trash involontari che creano spavento per la loro serietà, come quando Jude Law per spiegare a Rooney Mara il perché degli effetti collaterali del farmaco dice «Sei stata vittima delle circostanze e della biologia», una frase che crolla sotto ogni punto di vista solo se si conosce un pizzico indispensabile di psicologia e che gronda illogica da tutti i pori.
Con personaggi protagonisti dalla caratterizzazione immonda che calano sotto tutti i punti di vista scena dopo scena, una plastificata ricostruzione degli eventi e soprattutto una regia assolutamente anonima che cerca di aumentare di fascino con un montaggio che va da tutte le parti senza criterio, il risultato conclusivo ci regala un thriller pacchiano, mal girato, mal scritto, mal interpretato, privo di un pregio oltre all’idea di base, poco emozionante e anzi noioso, distrutto ulteriormente da un twist insensato e gratuito che, con due scene sfocate e veloci che coinvolgono la Mara in azione lesbo (che sarebbe un bel vedere ma il film fa così schifo che non lo è — rendetevi conto del dramma), cerca disperatamente di fare in modo che i critici scrivano, tra gli aggettivi sulla copertina dell’edizione dvd, la parola «sensuale», per il puro gusto di attirare tredicenni in crisi ormonale. Viscido e inutile; e in America c’è chi dice che è il thriller americano più profondo e compatto dai tempi della morte di Hitchcock. A costoro vorrei dire: l’Inferno, sempre che esista, penso sia stato creato per gente come voi.

In trance

Il regista di Trance, titolo cambiato in italiano in In trance (le traduzioni nostrane mi stupiscono per originalità e criterio),è Danny Boyle, celebre autore britannico dietro a film cult come Trainspotting, Piccoli omicidi tra amici e Sunshine, vincitore dell’Oscar per la regia di Slumdog millionaire e noto di recente anche per 127 Ore. Un regista con molti difetti, ma che tutto sommato non è malaccio. Sì, ricicla gli stessi trucchi grafici, sì, sfrutta l’estetica videoclippara furbetta, e sì, si serve di sceneggiature parecchio convenzionali. Però non si può dire che sia a tutti gli effetti un pessimo regista. Non sempre, almeno. Qui, maledizione, sì. Parto con la premessa che ho visto Trance, che in Italia non è ancora uscito, sull’aereo di ritorno da Los Angeles, e ciò è solo per dire che mi è piaciuto più di Effetti collaterali solo  perché non ho dovuto pagare il biglietto. E dire che il promo sembrava carino.
Comunque, il nostro eroe è James MacAvoy, protagonista di Espiazione (che non era per niente un brutto film) e, in un futuro prossimo, di un film intitolato Filth (basato sull’omonimo romanzo di Irvin Welsh, scrittore scozzese da cui tra l’altro è stato basato il succitato Trainspotting di Boyle), un attore che fisicamente è a metà tra Ewan MacGregor e Zach Braff ma è intensamente convinto di essere Russell Crowe, nel ruolo di un uomo che lavora alle aste di quadri con un ruolo imprecisato. Un giorno, viene contattato da Vincent Cassel, più brutto che mai (ma come al solito chiunque se lo vuole portare a letto). Vincent lo vuole convincere a essere suo complice nel furto di un quadro di Goya, e James accetta visto che ha bisogno di soldi per saldare i suoi debiti in gioco d’azzardo. Però nel processo sbatte la testa (letteralmente) e si dimentica dove l’ha messo. Dopo la tortura più ridicola della storia del cinema dai tempi della tortura delle api di Nicolas Cage in The wicker man (il remake), giungiamo al fulcro della trama: trovare il quadro. Come fare se non scavando nella mente del protagonista? E come scavare? Il titolo dice tutto.
Vincent Cassel porta James da una ipnotista interpretata dal Rosario Dawson, uno dei tanti sex symbol che non capirò mai. E dire che fino a qui il film era guardabile, ma è proprio l’inserimento del personaggio di Rosario che porta il tutto allo scatafascio. L’estetica da videoclip prima sopportabile diventa eccessiva anche quando la musica tamarra ci può in fondo stare, le scene sono noiose e più si creano spiegazioni ridondanti ed inutili ed incongruenze, meno (ovviamente) la struttura narrativa diventa interessante. Non che lo sia mai veramente stata. Alcune scelte stilistiche carine ci sono, forse, però qui è il film che è sbagliato, spesso anche sull’onda del ridicolo, tra la scena in cui viene detto che l’unica maniera per ritrovare le memorie di James è facendolo coddare con Rosario (che dice «Se è l’unica maniera per aiutarlo, lo farò»; alla faccia della professionalità) e quella in cui quest’ultima per accontentarlo se la depila per assomigliare alla Maya Desnuda di Goya. Cioè, va (relativamente) bene, la cosa ridicola è come la cosa vorrebbe essere seria: io scene del genere le vedrei più facilmente in un film sulla scia di Superbad o Youth in Revolt più che in un thriller psicologico d’alte ambizioni proveniente dal regista del più celebre droga-movie di tutti i tempi. E poi la colonna sonora è insopportabile: tra i momenti tamarri o i viaggioni (es: Cassel «morto» che si alza da dietro il tavolo con la faccia distrutta a metà e parla, unico effettaccio in effetti un minimo suggestivo di tutto il film) in cui il montaggio svelto è, in effetti, non troppo vicino all’essere un difetto, all’enfasi pomposa delle sviolinate che permeano le scene di sesso, depilazione (l’hanno insistita fino al socialmente inaccettabile), rivelazioni di twist, analessi, momenti commoventi (lo spettatore è pregato di ridere). Con alcune tra le giravolte peggiori che la storia del cinema ricordi e con le peggiori interpretazioni di MacAvoy, Cassel e soprattutto della Dawson (non c’è due senza tre), questo imponente e squallido thriller è un pretenzioso cumulo di nulla impacchettato per sembrare il tipico film in cui la trama non importa in confronto allo stile. Ma non è così che funziona; se lo stile importa di più, il nostro britannico amico lo deve rendere effettivamente bello. E c’è chi l’ha confrontato con Stay di Forster, regista a mio parere più debole ma che con il succitato film, pur con un’estetica simile, ha chiaramente dimostrato di essere capace di avere qualcosa di più da dire sfoderando gli stessi concetti visuali e le stesse tematiche. Boyle, riferendosi al proprio utilizzo creativo della macchina da presa, dovrebbe dire qualcosa che direbbe un personaggio dei romanzi di Michael Ende, uomo le cui citazioni andrebbero imparate a memoria come sport olimpico, in La storia infinita, «il Nulla me l’ha portata via».

Now you see me

Con Effetti collaterali e con In trance mi sono dilungato anche troppo perché sono dei film fetenti, e quando un film mi fa arrabbiare tendo ad esagerare con l’odio. Now you see me, invece, insieme al suo sottotitolo italico I maghi del crimine (sappiamo sempre come rovinare tutto), nonostante non sia un bel film, non mi ha innervosito in alcun modo, mi ha anzi intrattenuto, quindi cercherò di essere più breve. Questo è stato l’ultimo film che ho visto in un cinema losangelino a giugno e l’unico che non ho visto in 3D, ed è nato da un soggetto di tali Boaz Yakin (scrittore del film di Prince of Persia) e Edward Ricourt, soggetto dato al regista francese Louis Leterrier, non estraneo alle produzioni americane, che fece L’incredibile Hulk con Edward Norton e Scontro tra Titani. Due marchette. Now you see me, però, con il suo cast stellare (Mark Ruffalo, Jesse Eisenberg, Woody Harrelson, Dave Franco, Morgan Freeman, Michael Caine, Isla Fisher e, soprattutto, Melanie Laurent), le sue scenografie colorate ed eccessive, la sua regia videoclippara ed il suo script furbetto, è un film d’intrattenimento non troppo spiacevole ma comunque brutto, che riesce nell’intento di far passare due ore spensierate ma non in quello di dare la sensazione di qualcosa di riuscito. Un po’ a metà tra The prestige e Ocean’s Eleven, questo leggero esperimento ha i suoi momenti divertenti ma dall’inizio alla fine prende in giro lo spettatore con trucchetti visivi a volte riusciti, a volte pacchiani, a volte stupidi. Di minuto in minuto, di eccesso in eccesso, l’efficienza dello scherzo cala e la fatuità del prodotto si fa più sentire. E anche qui, negli ultimi dieci minuti, un twist idiota. E anche più idiota degli altri due, ma più facilmente sopportabile perché il film è assolutamente privo di pretese di alcun tipo, è un film di risate e non di tensione. E per questo forse non è considerabile un thriller e quindi non ha motivo di essere in questo pezzo. Il che conferma la mia genialità (sì, certo).

Riassunto (Wrong)

Riassumo quello che ho detto qui in tante righe: il bel thriller in lingua inglese, ovvero il thriller di tutti, è una razza in via d’estinzione. Per trovarne un esemplare nel proprio ambiente naturale bisogna purtroppo rifarsi ai classici del passato, oppure ai rari buoni esempi del presente, che sempre e sottolineo SEMPRE non sono thriller puri ma incroci con altri generi. Anche il succitato mediocre Now you see me, per esempio, è un incrocio con la commedia e con il film d’azione. Perché creare un thriller oggigiorno in America ed in Inghilterra significa innanzitutto creare una storia di tensione, e -con la pretesa che la psicologia aumenti il fascino di una trama di tensione- la maggior parte degli autori si ritrova faccia a faccia con il tristissimo obbligo di approfondire personaggi piatti e nulli con un alternativismo squallido ed una fatuità di fondo debolissima.
Ed è così che giungo a Wrong, un thriller comico che dei quattro film che ho trattato è senza dubbio il migliore, anche perché è quello meno thriller, forse. È un film di tale Quentin Dupieux, musicista e produttore cinematografico francese che di recente si è dato alla regia con due lungometraggi:  Rubber (2009), una commedia horror-trash su una ruota di una macchina che uccide persone, e giust’appunto Wrong, film del 2012 che cerca disperatamente di imitare lo stile registico e narrativo dei fratelli Coen, riuscendoci a metà, ma senza fallire miseramente. Protagonista è Dolph, interpretato da Jack Plotnick, che ha la faccia più assurda d’America, un uomo disoccupato che continua ad andare a lavoro perché non accetta il suo essere stato licenziato. Ha perso il cane, unico motivo per cui apprezzava la propria vita, rapito da una qualche entità misteriosa; un solenne e folle guru ne sa qualcosa e lo vuole aiutare, ma solo sfidando spiritualmente sia lui che il suo giardiniere immigrato. La trama è tra le più stupide di tutti i tempi, ma il film è divertente ed è teso, perché è personale, perché non ha intenzioni serie ma allo stesso tempo non vuole essere anche una cretinata, e infatti non lo è e riesce a dire qualcosa: esprime alla perfezione il sentirsi estraneo ad un mondo folle preso dal punto di vista di un uomo normale in una situazione psicologica instabile.
Esilarante, in maniera anche stupida, la prima surreale scena in cui, per farci capire in che mondo stiamo per approdare, la sveglia di Dolph, fissata per le 8 del mattino, parte quando la sua sveglia digitale segna le 7 e 60, ed in sottofondo c’è un inquietante sottofondo sonoro degno di Eraserhead; o ancora quando Dolph va in ufficio dai propri colleghi a far finta di lavorare ed in tutto l’ufficio è come se piovesse e nessuno se ne rendesse conto. Certo, in teoria è meglio che in pratica, però è, nella sua autoironia e anche nella sua follia, sia come film che come thriller, superiore alla media del cinema americano. Ed è questo il motivo principale per cui ho una paura incredibile di cosa ci riservi il futuro.
Parliamo di mancanza di creatività? Non faccio in tempo a finir di scrivere che apro la home di Facebook e qualcuno ha postato il promo del rifacimento di Oldboy fatto da Spike Lee con Josh Brolin e mi vengono angoscianti crampi allo scroto.

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