Come il boa guarda il coniglio

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Lettore, leggi il testo sotto. Poi tocca a te. Sei invitato ad andare oltre il testo leggendolo come un’allegoria. Non c’e’ un’unica soluzione. Vanno bene tutte le chiavi, pur che aprano verso significati nuovi. Inviami la tua risposta entro lunedi’ prossimo. Le letture piu’ belle saranno pubblicate nella vetrina. Alla fine dell’anno 2013 si vincono altri tre libri, assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito (i primi tre sono in viaggio).

Nella lingua russa l’espressione nota a tutti, smotret’ kak udav na krolika, «guardare come il boa guarda il coniglio», descrive lo sguardo ostile del predatore sulla preda, una preda che non ha via di scampo e fissa ipnotizzata gli occhi di chi la mangerà. L’immagine si presta ad essere usata come allegoria, cosa che è stata fatta da più di uno scrittore (ad esempio, Fazil Iskander). La cultura russa tuttavia conosce il boa solo per sentito dire, dato che l’habitat del boa è nelle Americhe, centrale e meridionale, e l’espressione è basata in realtà su informazioni errate. Ecco quelle giuste.
Il boa constrictor, grosso serpente che può arrivare a un peso di 27 chili e una lunghezza di 5,5 metri, è un animale solitario che interagisce con i suoi simili solo nella stagione dell’accoppiamento. Esso si nutre predando animali adeguati alla sua stazza, di solito uccelli e piccoli mammiferi. Per catturarli si apposta la notte (è infatti un animale notturno) aspettando la preda. Nel buio della foresta pluviale non può certo ammaliarla con il suo sguardo, anzi, percepisce la sua presenza grazie a sensori posti nelle cellule delle labbra, che sentono il calore. Per localizzare esattamente la possibile vittima, il boa usa anche gli occhi, capaci di visione infrarossa. Là dove l’occhio umano vedrebbe solo buio pesto, il boa scorge, non visto, il futuro pasto. Poniamo, un coniglio. Con scatto improvviso gli si scaglia contro addentandolo, poi si avvolge con le sue spire attorno al corpo della preda. Là dove sente l’ansimare del respiro della vittima stringe la morsa, finché il malcapitato non sia morto per soffocamento. Allora scioglie le spire e ingerisce la vittima intera, spingendola giù con i denti. La digestione può richiedere dai 4 ai 6 giorni, dopo di che il boa rimane sazio per giorni o addirittura settimane. Solo quando gli ritorna l’appetito si apposta per un’altra battuta di caccia.

Carla Muschio
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