Classifica: i migliori 10 dischi del 2014

dischi2014

Ciancio alle bande! E quasi subito ecco la seconda classifica-sondaggio del 2014: dopo quella dedicata al cinema (qui e qui), ecco i migliori 10 dischi dell’anno appena chiuso. Una lista difficile da fare per un periodo che, in quanto a gioielli, ha ben superato l’anno precedente, contenendo alcuni tra gli album migliori di molteplici ottimi musicisti e portando a compimento discorsi estetici e stilistici di vari generi.
Descriverò i dischi genericamente puntando soprattutto sul conflitto tra generi e sulle innovazioni sperimentali, mentre mi occuperò analiticamente, traccia per traccia, solo dei dischi sul podio. Molti sono i tristi esclusi: innanzitutto il Manipulator di Ty Segall, tra i suoi migliori LP, ma anche il disturbante e potentissimo disco collaborativo tra i Sunn O))) e Scott Walker, Soused, l’ultimo disco non metal degli Opeth, Pale communion (che innova poco ma fa comunque il suo figurone), il buon ritorno di Aphex twin, Syro, il Piñata di puro hip-hop con la voce di Freddie Gibbs e i beat di Madlib, il metal strascicato, disturbante e potente degli Electric wizard con Time to die, il dream pop di Ariel Pink con Pom Pom, D’Angelo & The vanguard con Black messiah, una grande modernizzazione del funk e dell’R&B dalle molteplici influenze, i Sólfatir con il post-rock estremo di Ótta e il metal, ispirato ai Tool, che esce dalle note di Tellurian dei Soen.
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10
FKA_TWIGS

LP1 – di FKA Twigs – genere: art pop
La ballerina afroamericana FKA Twigs decide di darsi alla musica e compone il disco pop dell’anno. Il pop di FKA Twigs è un pop particolare e contaminato: la sua voce in falsetto dai ritmi R&B si sposa con basi elettroniche dalle influenze varie, dall’ambient dei Boards of Canada al trip hop dei migliori Massive Attack. Il disco funziona sia quando si presenta come un semplicissimo disco pop (il singolo Two Weeks ne è l’esempio principale) sia quando va più sul minimalista. È sintetico, è hip hop, è pieno d’anima e di voglia di sperimentare, pur rimanendo pop fino al midollo. Magari è discontinuo, ma è un esordio originale e memorabile. FKA Twigs si è poi recentemente fidanzata con Robert Pattinson, consacrandolo definitivamente da vampiro luccicoso a hipster del decennio, dopo averlo sentito suonare la chitarra in Birds dei Death Grips e averlo visto negli ultimi due capolavori di David Cronenberg.

9
Benji – di Sun Kil Moon – genere: folk
BenjiMark Kozelek ha un approccio lento, riflessivo e intimo con la musica e l’ha ben dimostrato in quello che è probabilmente il miglior disco della carriera del suo progetto folk Sun Kil Moon dai tempi dell’illuminante esordio Ghosts of the great highway (2003). Anacronistico ma anche senza tempo, Benji è un disco ripetitivo, un flusso di coscienza acustico e melanconico adatto per consolare gli spiriti e fare compagnia in momenti di tristezza con la sua terrificante, angosciante, opprimente lunghezza – e questo non certo perché sia cacofonico o antimelodico, bensì perché mette a dura prova l’ascoltatore con commoventi e strazianti aneddoti famigliari e tristi elucubrazioni sulla difficoltà del «continuare a vivere». I ritmi monotoni tuttavia non annoiano in quanto fanno parte dello stesso processo contenutistico del disco. Un lavoro empatico ed essenziale per il mondo del folk contemporaneo.

8
The satanist – dei Behemoth – genere: death metal
Behemoth-The-SatanistIl disco metal dell’anno invece proviene dai polacchi Behemoth, un gruppo di metal estremo interessante per la fusione di death e black metal proseguita attraverso gli anni (precedente apice: The apostasy nel 2007) ma che solo con The satanist ha ufficialmente raggiunto un livello di maturità assoluta, con un vero e proprio piccolo capolavoro del genere. È il loro disco più intimo e accessibile, nonostante le forti influenze black metal soprattutto nei testi, intenso, maturo, arrabbiato, ma non privo di passaggi atmosferici e riflessivi, che affrontano epica e oscurità creando un manifesto di un genere (o di una nuova lettura che il gruppo dà a tale genere), una colonna sonora per la guerra interiore di Nergal, salvato miracolosamente da una gravissima leucemia pochi mesi prima di entrare nello studio di registrazione. Il satanismo potrebbe essere gratuito, la violenza eccessiva, ma il timbro prepotente di questo nuovo sforzo musicale è necessario per definire dove può andare e cosa può fare il metal estremo in un decennio in cui, con poche eccezioni (aggiungo Passion, 2011, degli Anaal Nathrakh), sembra aver raggiunto l’inutilità.

7

Flying_Lotus_-Youre_DeadYou’re dead! – di Flying Lotus – genere: elettronica
Steve Ellison, in arte Flying Lotus o FlyLo (o Captain Murphy quando rappa), pronipote di Alice e John Coltrane, è un musicista afroamericano che ha creato un proprio, personalissimo, prepotente e innovativo stile di musica elettronica, personalmente legato tranquillamente tanto all’IDM (la «musica danzerina intelligente») quanto all’hip hop e soprattutto ad una notevole e geniale vena jazz/fusion presa evidentemente dai prozii. Già Cosmogramma (2010) era un gioiello, ma pure You’re dead! non scherza, anche per le peculiari partecipazioni hip-hop, tra Kendrick Lamar nella meravigliosa Never catch me e Snoop Dogg nella buffa e grottesca Dead man’s Tetris. I brani sono molti, quasi tutti corti, ma mai noiosi. È anzi forse il suo disco più vicino al free jazz di Ornette Coleman, folle e horrorifico sin dal titolo. Da non perdere il cupo e splatter videoclip di Ready err not diretto dal grande David Firth.

6
Bestial burden – di Pharmakon – genere: noise

bestialburdenGrezzissimo, spaventoso, angosciante, repellente: tutti aggettivi adatti per descrivere il secondo disturbante disco di Pharmakon, dolce donzella che con Abandon aveva composto uno dei più interessanti dischi sperimentali del 2013 ma che con Bestial burden mette a puntino un disco che mischia il death metal alla musica industriale, il noise all’elettronica. È viscerale, primitivo, con più passaggi difficili per l’orecchio. È un disco animalesco, posseduto, satanico, misterioso e inintelligibile, distruttivo, fuori di testa. Si può continuare la lista degli aggettivi all’infinito, oppure ci si può solo dedicare all’ascolto – se si è nell’umore giusto.

5
CLPNNG – dei clipping. – genere: rap

clppngI clipping. (rigorosamente con la lettera minuscola e il punto alla fine) sono un trio di rap industriale e questo è il loro secondo disco dopo il simpatico mixtape Midcity. Considerati un po’ i Death grips dei poveri in quanto più vicini al rap classico e meno sperimentali, hanno comunque sfornato un discone di minimalismo crudo, cacofonie stridenti e vere e proprie elucubrazioni industriali. I culmini sono parecchi: la Intro è tra le cose più estreme che il rap abbia proposto negli ultimi anni (niente batteria, solo stridio auricolare e parlato a flusso forsennato sopra di esso), Body & blood è una definizione a tutto tondo delle potenzialità grezze del genere, Taking off ne è la resa minimalista, Get up un’ottima sperimentazione anche se più convenzionale da un punto di vista lirico e formale e Dominoes ha il ritornello più bello e vario dell’anno. Alcune piccole cadute stilistiche qua e là, la più eclatante è il terrificante ritornello di Tonight.

4
Ujubasajuba – dei Kairon; IRSE! – genere: post-rock

diavolobluruttoÈ difficile definire il genere del secondo album in studio dei finlandesi Kairon; IRSE!, che viaggiano tra il post-rock, lo shoegaze e il neoprogressive. Però il disco è davvero sensazionale, energico ma empatico, e il suo contenere influenze da ogni dove (My bloody valentine, Mogwai,  Talk talk) lo rende preziosissimo, ottima reinterpretazione postmoderna ma originale di un altro genere molto discusso ma poco affrontato e rinnovato. Una sorpresa gratificante, che usa svariate tecniche vocali (falsetto, sussurro, urla), molteplici strumenti (anche il sassofono!), pezzi strumentali e vocali alternati. È un vulcano di melodie progressionali, un gioiello da non dimenticare.

3
Run the jewels 2 – dei Run the jewels – genere: rap

RunTheJewelsRTJ2Al terzo posto del podio, il miglior disco rap dell’anno, una vera meraviglia del genere, probabilmente già superiore a tutti i dischi del 2013. El-P (dei Company flow) è uno dei più grandi produttori hip hop della storia e un ottimo MC mentre Killer Mike, allievo di Big Boi degli OutKast, è tra i più interessanti nomi nella scena rap odierna. Il duo da loro composto ha creato un disco omonimo molto potente nel 2013, ma nel 2014, con il suo seguito, l’ha superato in tutto: prepotenza dei «beat», raffinatezza e brutalità delle basi strumentali, alchimia tra Killer Mike ed El-P, efficacia delle collaborazioni. I Run the jewels si riconfermano i migliori nel campo di un rap lento ma ben ritmato la cui produzione è variegata e astratta, prendendo tanto dall’elettronica più hardcore quanto da un rock più melodico e raffinato («Run the jewels is murder, mayhem, melodic music» dice Killer Mike in Blockbuster night, pt.1).
Il disco inizia con Jeopardy, il brano più lento, dunque adatto per introdurre con un annichilente crescendo i toni del disco, nonostante un testo un po’ troppo tradizionale per il genere (in cui semplicemente Killer Mike ed El-P dicono di essere i migliori nel mestiere – circa). La seguente traccia, il singolo Oh my darling don’t cry, mostra nuovamente come l’hip hop stia notando sempre di più le influenze dei Death grips anche in ambito pop-commerciale, come aveva già dimostrato ampliamente Kanye West con Yeezus (2013). Blockbuster night, pt.1 è il brano da macchina del disco, un vero spaccatutto adatto per chi ama l’idea di morire in autostrada, e così vale per Close your eyes (and count to fuck) in cui la collaborazione di Zack De La Rocha dei Rage against the machine è usata in maniera originalissima: non solo canta il ritornello e un’intera strofa, ma la sua voce è integrata nello stesso beat. All my life è il brano meno bello del disco ma ha comunque un beat memorabile, e Lie, cheat, steal (come molte tracce prima ma anche più di esse) mostra una melodia elettronica che viene dissezionata e ripetuta fino alla nausea ma da tipi di tastiera diversi fino a dare più volte la stessa idea e lo stesso ritmo con più timbri, più sensazioni, più grezzaggini – il tutto per fluire in Early, che ha il testo più narrativo, interessante e anarchico del disco (una denuncia commovente e straziante agli atti di violenza commessi dalla polizia a New York), condito da un beat intenso e da un emozionante ritornello, cantato da un certo sconosciuto BOOTS. La seguente All due respect contiene un ottimo uso della batteria da parte di Travis Baker dei Blink 182 e fluisce perfettamente in Love again, destrutturazione della «solita canzone volgare hip hop» sulle ragazze dal sedere grosso nel ghetto afroamericano, ponendo una narrazione in cui Killer Mike dedica un verso sessista ad una donna, El-P pure e la cattivissima Gangsta Boo contrattacca con i denti cambiando tutto e imponendosi sui due rapper. Crown è il brano più commovente e umano del disco, e Angel duster la sua perfetta conclusione, forse il brano migliore in assoluto, una canzone che riassume tutti i pregi dei Run the jewels e martella con ritmi e testi intensi una base potentissima.

2
The powers that B, pt.1: niggas on the moon – dei Death Grips – genere: ???

deathgripsI Death Grips sono una band di cui non si può parlare senza fare un breve riassunto della loro folle, movimentata storia: hanno cominciato la discografia nel 2011 mettendo su internet il mixtape Exmilitary, un disco di hip hop non convenzionale, punk e anarchico nello spirito, con campionamenti tra i più disparati (Jane’s Addiction, Pink Floyd, monologhi di Charles Manson) e con un cantante animalesco che scrive testi ostici e crudi, Stefan Burnett aka MC Ride; nel 2012 hanno fatto uscire due album, prima, sotto la Epic Records, il mastodontico, arrabbiatissimo e folle The money store, tra i dischi più influenti della prima metà di questa decade, e poi, online con come copertina il pene del batterista Zach Hill per mandare a quel paese il contratto con la Epic Records, NO LOVE DEEP WEB che riprende l’uso estremo delle basi elettroniche del disco precedente ma le rende ancora più cupo e viscerale; il 2013 ha visto l’uscita (sempre online) di Government Plates, un disco più elettronico, sperimentale e strascicato, con un utilizzo meno esteso della voce di MC Ride. Tutto sommato hanno creato uno stile incredibile che passa dal cacofonico al ritmato, dal (punk) rock al rap, dal noise al metal, dall’industrial all’elettronica discotecara, sprigionando una forza sperimentale e primitiva originalissima la cui brutalità e la cui vena estetica hanno già cominciato, in maniera minimale, a produrre adepti, da Kanye West ai Run the Jewels, da Bug a Billy Woods. E la prima parte di The powers that B (la seconda, Jenny Death, dovrebbe uscire il 10 febbraio), con la quale avevano detto su face book di aver concluso la propria carriera anche se probabilmente ci stanno prendendo in giro come hanno già fatto molte volte, è il loro disco migliore: il più estremo, il più folle, il più colmo di disagio e carica sperimentale, il più uniforme e ripetitivo nel contempo. E il colpo di scena è che in tutte e 8 le canzoni del disco è presente un campionamento vocale di Björk ripetuto fino alla nausea.
Il disco comincia con Up my sleeves, una canzone space rock dai toni psichedelici in cui l’intrinsecarsi delle linee vocali di MC Ride e di Björk è fuso talmente bene da dare un’idea intermedia tra quella di una canzone degli Hawkwind e quella di una canzone dei Big Black, anche se con quella base elettronica stridente e distruttiva che scozza con il rock dei due gruppi citati. Billy not really è una tradizionale canzone dei Death Grips di The Money Store, per ritmo e rime, ma riprende il tipo di produzione della traccia precedente e ne esaspera le distorsioni e gli intermezzi, oltre che i cambi strumentali schizzati. Black Quaterback è il pugno nello stomaco del disco (non la canzone più pesante, solo quella più immediata) e comincia subito urlata e cacofonica come ci si aspetterebbe da un pezzo da NO LOVE DEEP WEB, con un testo misterioso che forse è una critica all’uso delle basi elettroniche in Yeezus di Kanye West, che potrebbe aver “copiato” e/o “commercializzato” le sonorità del gruppo, in particolare nel singolo Black Skinhead (somiglianze nel titolo…). Say Hey Kid forse è l’apice del disco (e quindi di una discografia), con quella batteria tremenda e schizofrenica, quegli sperimentalismi vocali minimalisti che vanno dal sussurrato all’urlato e quei momenti in cui lo strascicarsi delle basi elettroniche è talmente estremo da ricordare, ancora e sempre, il noise e i riff distorti dei Big Black. Have a sad cum baby, con il suo titolo provocatorio, è il brano “più Government Plates” del disco, un continuo campionamento della voce di MC Ride, il cui timbro viene alzato o abbassato fino all’inverosimile a più riprese, creando effettacci cacofonici e subliminalismi estremi che scozzano in maniera paradossale e assurda con un ritornello melodico ma anche con i campionamenti di Björk. Fuck me out ha un ritornello tremendo e distruttivo e vari intermezzi strumentali dalla cattiveria ripetitiva impareggiabile, come pure Voila che però è più matura, soddisfacente, horrorifica, nobile, innovativa, crudele. Il disco si conclude con Big Dipper, che un mio amico definirebbe “la Sister Ray dei Death Grips”, che comincia con il ripetersi ossessivo dello stesso giro di note elettroniche in crescendo, per poi darsi negli ultimi due minuti ad un delirio paranoico e malato che supera anche le due tracce precedenti, per la resa cacofonica e oscura dell’uso della voce di Björk. Insomma, siamo nel territorio del capolavoro assoluto – e non si può non attendere col cuore in mano Jenny Death, sperando che la traccia lasciata dal singolo Inanimate Sensation (che è sensazionale) non sia un fantasma irraggiungibile.

1
To be kind – degli Swans – genere: rock

swansSe c’è una banda che potrebbe levare ai Death grips il titolo di miglior gruppo rock in attività sono gli Swans. Meno uniformi (hanno fatto uscire dieci dischi di qualità variabile tra il 1983 e il 1996, tornando nel 2010 con il loro disco peggiore, My father will guide me up a rope to the sky, e poi sfornando nel 2012 il meraviglioso The seer, senza dubbio tra i loro dischi più complicati, e raddoppiando il successo appunto con To be kind che è proprio il loro apice), meno innovativi, meno sperimentali, ma altrettanto potenti, quando ne hanno le forze. Citando i loro dischi migliori, si può pensare alla cattiveria post-punk di Filth (1983), ai goticismi industriali di Children of God (1987) e al rock atmosferico vicino all’ambient di Soundtracks for the blind (1996), tutti e tre dischi dalle sonorità molto diverse ma comunque accomunati dalla mente e dalla capacità compositiva e lirica del grande Michael Gira, che ci mette del suo riuscendo a uniformare sotto lo stesso nome, lo stesso marchio e lo stesso mondo tutto l’insieme. The seer era innovativo perché era più progressivo, le ripetizioni più che cacofoniche erano riflessioni ossessive, le melodie non mancavano, l’intensità era più epica che cruda, il minimalismo astratto non mancava ma lasciava comunque tante porte aperte, tante domande senza risposta, come anche i testi, portando lo stile del gruppo ad un livello ancora superiore. To be kind è sulla stessa scia, ma ha qualcosa di più.
Il disco comincia con Screen shot, un brano che ripete una melodia ipnotica ed enigmatica con vari strumenti e una struttura progressionale che fa crescere sempre più d’enfasi timbrica l’espressività delle note e del testo, minimale e semplice, testo ossessionato sulla ripetizione di nomi e aggettivi legati all’ansia e alla violenza ma anche ai bisogni viscerali degli uomini, scoppiando alla fine in un urlo che invoca l’amore, uno dei temi sostanziali del disco. Just a little boy, canzone dedicata al musicista blues afroamericano Chester Burnett noto in arte come Howlin’ Wolf, è un brano atmosferico, lungo senza essere prolisso, una riflessione misteriosa e allucinogena, lenta. A little God in my hands è tra i brani più riusciti in assoluto del disco e della carriera degli Swans, un concentrato di blues onirico, da incubo, in cui Michael Gira canta con una voce da antagonista dei Looney Toons mentre le trombe danno al tutto un’enfasi cupissima e suggestiva. Segue la suite composta da Bring the Sun Toussaint l’ouverture, un brano estremo, della durata di mezz’ora, il cui testo è composto essenzialmente solo dai titoli delle due parti della suite, con in aggiunta LibertéEgalité, Fraternité e alcune parole in spagnolo che si riferiscono alla sfera semantica della religione. Il brano comincia con la ripetizione ostentata dello stesso accordo di chitarra per tre minuti scarsi per poi diventare sempre più ipnotico, psichedelico, estremo. Some things we do, con i suoi 5 minuti, è il brano più corto del disco e ha la funzione di intermezzo minimale e sottotono tra le due sezioni esplosive di To be kind: la canzone mantiene i toni e i timbri sempre più bassi, come una novella Set the controls for the heart of the Sun, e come in Screen shot ripete sempre le stesse parole, in questo caso verbi sulle azioni della vita quotidiana preceduti da una prima persona plurale. Il disco riparte forte con She loves us e i suoi deliri religiosi, le sue ripetizioni, componendo una traccia di 20 minuti in cui strumenti a fiato ed elettrizzanti effetti ambient crescono sempre di più, insieme alla voce di Gira, in maniera sempre progressionale, psichedelica, evocativa. Kirsten Supine, dedicata a Kirsten Dunst e in particolare al suo ruolo in Melancholia (2011) di Lars Von Trier, ha un testo molto ostico e deprimente e risulta il brano più gotico del disco, quello più vicino ai tempi di Children of GodOxygen sarebbe il singolo di punta del disco ma ovviamente non è un brano commerciale, è anzi un ansiogeno, ossessivo e paranoico ripetersi dello stesso riff per 8 minuti, in continuo crescendo d’angoscia, che dà l’idea proprio dell’assenza di ossigeno, dell’impossibilità di respirare, dell’attacco d’asma, del nevrotismo caratteristico del kingcrimsoniano «uomo schizofrenico del XXI secolo». È il brano più metal e cacofonico del disco, ma ha comunque un fascino sperimentale che lo rende più orecchiabile di quasi tutte le altre canzoni. Nathalie Neal è un’altra progressiva variazione sul tema, che lavora metanarrativamente («Love is strong, hate is gone, live forever in this song, Natalie», quasi come una canzone romantica sull’idea stessa di fare canzoni romantiche) e spiritualmente sulle stesse atmosfere di Just a little boy ma con qualche cupezza drastica di più. Il disco si conclude con la traccia titolare To be kind, il brano più melodico e accessibile del disco, anch’esso dal testo ostico, dalle atmosfere lente e spaziali ma dalla conclusione roboante, caotica, imponente, in crescendo.
To be kind è il miglior disco dell’anno e degli Swans e di tante altre categorie principalmente perché afferma, conferma, definisce un nuovo tipo di rock sperimentale che, come quello dei Death Grips, è tanti anni nel futuro, pur ripescando dal passato: To be kind è la risposta del 2014 alle psichedelie dei Pink Floyd della seconda metà degli anni ’60. Ed è una risposta monolitica destinata a rimanere.

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