Classifica: i lungometraggi di Nicolas Winding Refn

drive

Nicolas Winding Refn è il regista-promessa del decennio. Pur avendo iniziato a lavorare negli anni ’90, è stato negli scorsi 4-5 anni che ha cominciato a diventare noto e famoso in tutto il mondo per le sue geniali doti registiche. Premio della regia al festival di Cannes 2011, è un regista che, come dice John Turturro, che ha lavorato insieme a lui per Fear X, «sembra essere un cineasta a cui piace buttare via la sceneggiatura». È ideale come frase per rappresentare la ricerca estetica dell’autore, come introduzione a questa classifica che cercherà di mettere in lista, dal meno al più interessante, i film dell’artista danese, escludendo giusto Nemesis, l’episodio della serie TV Miss Marple che diresse nel 2007, prima dei titoli che lo hanno portato alla fama mondiale.
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9-8

9. Fear X (2003)
Primo film di Refn fuori dalla propria patria, è stato girato in America con un cast composto da John Turturro, James Remar (il padre di Dexter in Dexter) e Deborah Kara Unger. Racconta la storia di un poliziotto ossessionato dalla morte della moglie, alla ricerca paranoica dell’omicida, che ad un certo punto si trova vicino alla scoperta dell’assassino.
È un film noiosissimo e debolissimo, con una notevole ricerca stilistica ed un cast inquietantemente fuori contesto ma che regala comunque interpretazioni ben riuscite (soprattutto quella di Remar), ma nonostante questi pregi tecnici, l’assenza d’anima del risultato finale si fa sentire, creando il film peggiore di Refn, una scopiazzatura anti-cinematografica dello stile del Lynch di Strade perdute, un film brutto e noioso oltre che inconcludente, da vedere solo per completezza. Ottima fotografia di Larry Smith (ex-collaboratore di Kubrick in Eyes wide shut, che fotograficamente è il film più ricercato del magnifico regista inglese dopo 2001 e Shining) soprattutto nelle sequenze al chiuso, ma detto questo è un film da dimenticare.

 

8. Bleeder (1999)
Secondo film danese di Refn, con protagonisti Kim Bodnia e Mads Mikkelsen, già protagonisti del precedente Pusher. Sono due attori molto bravi, e con gli altri due membri maschili del cast, Zlatko Burić (anch’egli presente in Pusher) e Levino Jensen, creano un «simpatico quartetto» un po’ grottesco; quartetto che, insieme alla tipica ricerca stilistica di Refn (che gioca sul rosso e sulla discordanza immagini-musica) e alla sua cinefilia citazionista emergente un dialogo sì e un dialogo no, è l’unico pregio di un film puerile, pedante, noiosetto e inconsistente. Superiore a Fear X perlomeno per intenti, ha una costruzione caratteriale banalissima (eccetto il personaggio di Mikkelsen) e solo nella regia delle sequenze «clou» si separa dallo stereotipo del film gangster-underground. Ottima fotografia e ottimo comparto tecnico, in particolare grazie alla scelta stilistica bergmaniana delle dissolvenze in rosso, ma è il film che manca.
La trama racconta della doppia storia di Leo (Bodnia), fidanzato con Louise, una ragazza incinta il cui desiderio di tenere il bambino rende Leo ogni giorno più violento e anche ogni giorno più vicino alle minacce di morte del fratello di lei (Jensen), e allo stesso tempo la storia dell’amico di Leo, Lenny (Mikkelsen), commesso di un videonoleggio con piccoli problemi mentali ed una grandissima cultura cinematografica, mentre per la prima volta nella sua vita comincia a tentare di avere una relazione sentimentale.
Si può definire bonariamente la versione Refn di Clerks.
(continua)

7-5 (trilogia Pusher)

7. Pusher (1996)
Pusher, oltre ad essere il film d’esordio di Refn, è anche il primo film di una trilogia concettuale/narrativa basata su di un covo di gangster di rango abbastanza basso in una Copenhagen sporca che il regista mostra di conoscere benissimo. Protagonisti di questo primo capitolo sono Kim Bodnia e Mads Mikkelsen al suo esordio cinematografico, e nel cast è presente anche Thomas Bo Larsen, attore-feticcio di Vinterberg (regista di Festen e Il sospetto), in un piccolo ruolo. Il film, che segue la meschina epopea del piccolo spacciatore Frank, tra piccoli traumi, perdite di amici ed una fine sospesa sul filo del rasoio, è interessantissimo per il suo stile documentaristico, che nei primi venti minuti può sembrare noioso ma lentamente diventa sempre più teso, più potente, più innovativo.  Lo stesso può dirsi della trama, all’inizio inconsistente  (pare), poi piena di suspence. Il problema è infatti proprio di equilibrio: gli ultimi venti minuti sono tanto potenti quanto sono, in media, deboli i settanta minuti prima, eccetto poche sequenze (come quella con Thomas Bo Larsen). È un film riuscito a metà, e, stranamente, essendone il capostipite, il peggiore della trilogia a cui appartiene.

6. Pusher III (2005)
Difficile raccontare la trama di Pusher III saltando Pusher II, il migliore della trilogia, ma non essendoci comunque una grande continuità (oltre ai personaggi e al setting, poco accomuna le tre pellicole) ci proverò. Protagonista è Milo, personaggio presente in tutti e tre i film e sempre magnificamente interpretato da Zlato Burić (attore che interpreta un personaggio secondario di Bleeder), un sadico e potentissimo capo della criminalità organizzata serba di Copenhagen, un uomo temuto e un po’ perverso ma dotato di un misteriosamente contorto ma coerente senso dell’onore e del disonore, un angelo della morte, come recita il sottotitolo del film. La sua storia, la più compressa dei tre Pusher (i due precedenti P. in un’ora e mezza condensano storie di varie settimane), copre giusto un giorno ed una notte, in cui Milo allo stesso tempo prepara i festeggiamenti per il party del compleanno della figlia, va a sedute per i tossicodipendenti anonimi e «mette a posto» un violento affare tra gangster finito male a causa di un ridicolo malinteso.
La cosa particolare di questo terzo capitolo, oltre alla violenza che rende pregna di crudeltà gli ultimi venti minuti di film, rendendo il capitolo non solo il più violento della trilogia ma probabilmente anche il film più disturbante di Refn in assoluto, è che, a differenza degli altri due, oltre ad avere uno stile interessante, ha anche una trama interessante, soprattutto perché si discosta da quelle degli altri due: se Pusher e Pusher II erano apologi dello squallore del «loser», del perdente nato, Pusher III nel finale si risolve con una terrificante prevalenza di un «winner», un vincitore assoluto. Insomma, è la versione refniana dell’apologo dell’usignolo e dello sparviero di anticamente grecia memoria (Esiodo).
Nonostante sia sostanzialmente privo di difetti, si avverte durante tutto il film (escludendo il finale) una sorta di sensazione di incompleto, come se la psiche di Milo fosse un mondo forse delineato in maniera troppo chiara, lasciando le sue ambiguità eccessivamente sullo sfondo rispetto al suo desiderio di azione. Solo per questo non è superiore al secondo capitolo della trilogia.

5. Pusher II (2004)
Girato otto anni dopo il primo capitolo della trilogia praticamente solo perché Refn era quasi al verde dopo il flop catastrofico di Fear X e aveva bisogno di rifarsi cercando di duplicare il successo del suo folgorante esordio, Sangue sulle mani (questo è il sottotitolo del film) è il raro esempio di un sequel non programmato che riesce ad essere superiore all’originale. La cosa bella è come ci riesce: ricrea e modifica le atmosfere di Pusher aggiungendoci un gusto estetico raffinato tra il noir, il punk ed il camp, pieno di cattivo gusto, con quella fotografia ricercata, quegli schizzi di sangue fuori contesto, quelle sequenze anche lunghissime che sfiorano il pornografico, quel Mads Mikkelsen nel ruolo di Tonni, sporco idiota sempre sull’orlo della disperazione, dell’autolesionismo, del desiderio di buttare via tutto e andarsene via.
I temi sono gli stessi del primo Pusher, lo stile è quasi opposto, gli attori sono bravi il doppio e Refn il triplo, sia come regista che come sceneggiatore, nonostante qui anche più che nel primo i dialoghi e le situazioni siano molto meno importanti del comparto visivo. La solitudine non è mai stata più solitaria, il neo-noir europeo mai così angosciantemente e realisticamente povero da un punto di vista morale. Non è un film perfetto, ma è stilisticamente di una compattezza che per forza di cose la maggior parte dei registi odierni si possono sognare. Finale agonizzante sospeso a metà, come nel primo capitolo.(continua)

4-2

4. Drive (2011)
Ai lettori è dato il permesso di impallinarmi per non aver fatto salire Drive sul podio, ma cercherò di spiegarmi a modo: Drive è un ottimo film. È una sequenza di inquadrature che paiono quadri, un film di toni bassi che trasforma una sceneggiatura di inquietante stupidità in un semi-capolavoro del proprio genere. Con un protagonista bravissimo nella sua mutezza come Ryan Gosling nel ruolo dell’anonimo Driver ed un insieme di comprimari bravissimi come Bryan Cranston, Carey Mulligan, Albert Brooks e Ron Perlman, una regia geniale e sotto tono, un utilizzo della musica pop e elettronica di invidiabile originalità. Premio per la regia a Cannes, è un instant cult del neo-noir, un film colorato ma anche buio, una rivisitazione di un genere ma anche una riflessione sulla bellezza del creare immagini, un film adatto per essere il manifesto di una generazione di cinefili. Ma non è un capolavoro.
Non è il miglior film di Refn. Non è il miglior film del 2011. Non è il miglior neo-noir dal 2000 in poi. Non è neanche la migliore interpretazione di Gosling. È solo un film dall’indubbio fascino che ha avuto un’inaspettata e piacevolissima fortuna in critica e successo al box office. È un film bello in senso puro ma in cui tutto va connesso, collegato, è privo di filamenti che possano creare giusti paragoni tra pregi e difetti, è tutto privo di tutto, e ad una prima visione poco accurata, se non se ne conosce il mito che dilaga tra i cinefili in tutto il mondo, non se ne può cogliere la potenza e si può anche rimanere annoiati. Solo la seconda visione può dimostrarne la parziale grandezza, ma nonostante ciò i difetti rimangono lì.

 

3. Valhalla Rising (2009)
Ultima delle quattro collaborazioni tra Refn e Mikkelsen, è un film visionario, un silenziosissimo mix tra Herzog e Malick con una violenza da fumetto e con uno stile visivo potentissimo. Il vuoto è dietro l’angolo, ma la potenza visiva delle immagini, della fotografia, delle inquadrature è in campo aperto: una potenza anche musicale, che rafforza e amplia i limiti raggiungibili dallo stile refniano e dalla sua creatività stilistica. È difficile parlare più di tanto del film, dato che già ne ho scritto abbastanza qui. Ma è un film da vedere assolutamente.

 

2. Solo Dio perdona (2013)
A Cannes quest’anno l’hanno fischiato tantissimo. Anche dopo la sua uscita nei cinema italiani e in tutto il mondo e anche tra i fan di Refn, di detrattori del suo ultimo film minimalista ce ne sono ovunque. Una mia conoscenza, appartenente all’enorme categoria di persone che dicono che Drive è un capolavoro ed è il miglior film di Refn, mi ha addirittura detto che secondo lui Solo Dio perdona è il lungometraggio peggiore del regista, privo di vero cinema, segno di un regista che «sa filmare, ma non sa cosa filmare». Vero? Anche se fosse, bisognerebbe ricordare che Refn, pur essendo molto più dotato come regista che come sceneggiatore, ha messo mano come scrittore in tutte le sceneggiature a cui ha lavorato, eccetto quella di Drive, e detto questo pochi suoi soggetti su carta erano davvero qualcosa di interessante: lui li ha trasformati in tali con la macchina da presa. D’altro canto, chi scrive è uscito dalla sala con un sorrisone a trentadue denti e la convinzione (permanente) che la nuova opera del regista danese sia il suo secondo film migliore — quindi superiore a Drive. E, anche qui, i lettori facciano di me cosa vogliono.
Sì, è vero, Solo Dio perdona è il film di Refn che assomiglia di più a Fear X (che secondo quasi tutti, me compreso, è il suo film peggiore), e non è un caso che il direttore della fotografia sia lo stesso, nonostante qui dimostri le sue doti in maniera incredibilmente più convincente, ma è anche quello che assomiglia di più a Valhalla rising: non per niente Chang, uno dei personaggi principali, interpretato dal thailandese Vithaya Pansringarm, è stato definito da Refn stesso in un’intervista «una rigenerazione di One-Eye» (protagonista del succitato film del 2009). Di Drive non ha quasi nulla, oltre all’attore protagonista (Gosling qui più bravo che nel film del 2011), al regista e al compositore della colonna sonora, Cliff Martinez, che per Drive compose una ventina di brani tutti uguali mentre per Solo Dio perdona è stato più originale.
Come in quasi tutti i film di Refn, la trama è insignificante e qui più che mai: per renderla ancora meno importante, sono stati tagliati quasi completamente i dialoghi, senza lasciare nemmeno quei vaghi momenti parlati qua e là caratteristici sia di Drive sia di Valhalla rising. In compenso, la ricerca registica, stilistica e visuale è a livelli massimi, e grazie ai molteplici simbolismi che vanno dalla castrazione al complesso di Edipo al desiderio innato dell’uomo di sconfiggere Dio, l’orribile trama e gli squallidi dialoghi sembrano quasi avere un senso. Tra l’insopportabile personaggio di Kristin Scott Thomas e l’inutile ma suggestiva scelta dell’ambientare la storia in Thailandia, si ha un film sì incompiuto ma anche per questo motivo riuscito. E, personalmente, capirei molto di più il mito di Solo Dio perdona di quello di Drive. Brava e bella anche Yaya Ying, pop-star Thai, nel ruolo della prostituta Mai di cui il personaggio di Gosling sembra essersi innamorato, anche se ciò è discutibile – un personaggio ambiguo più importante di quello che sembra. Minimalista, silenzioso, drone.
Un altro film che non si può non vedere, un incubo in rosso, una continuazione del discorso di Refn di ambientare trame insignificanti in posti infernali per raccontare più di vere emozioni che di fatti, emozioni qui più brutali e pessimiste che mai. Anzi, questo è forse l’unico film del regista in cui il finale è puramente negativo, senza neanche una possibilità di fuga. Meravigliosa la scena del duello a pugni tra Chang e Julien.
(continua)

1

1.    Bronson (2008)
Credetemi quando dico che questo è l’unico capolavoro che ha girato Refn, oltre ad essere il suo film migliore. Racconta, infatti, la storia di Michael, un giovane inglese che, dagli anni ’70 ad ora, è rimasto quasi sempre in prigione, nonostante avesse compiuto solo una piccola rapina da quattro soldi, a causa del suo essere fra le sbarre un uomo violentissimo ed insostenibile. Michael, diventato poi noto sotto il soprannome di Charles Bronson, come dice il titolo, come tributo al famoso attore, è interpretato in maniera perfetta da Tom Hardy, attore molto bravo noto ormai al grande pubblico soprattutto come il Bane dell’ultimo film di Batman di Nolan, Il cavaliere oscuro — il ritorno. Bronson è una fiera dell’eccesso, del grottesco, dell’andare sopra le righe, pisciare fuori dal vaso, esagerare in tutto.
Con una colorata rappresentazione della violenza che a volte rasenta il ridicolo, piegata da un trash pacchiano di un antididascalismo estremo, alternando musica pop ed elettronica degli anni in cui è ambientato con brani di musica classica, è uno dei ritratti più sconcertanti e disturbanti della razza umana e del suo lato selvaggio e primordiale della storia del cinema. Una sceneggiatura potente (stranamente) al servizio di una regia anche superiore, che aiuta a caratterizzare al meglio un personaggio tragico, una vittima di sé stesso che vive di violenza e soffre di violenza. E poi, il metacinema: numerosi intermezzi surreali, citazionisti, comici, in cui Bronson si trova su un palco, mascherato, con un enorme sorriso sotto l’enorme baffo, mentre parla ad un pubblico di borghesi muti ed indifferenti. Qua si tratta veramente di un’Arancia Meccanica 2, di un film che riassume, copia e riforma gli stilemi di quel tipo di critica sociale grottesca. Nella sua allucinante (anche nel senso di allucinogena) potenza, è tra i film più interessanti del suo decennio e quasi senza dubbio l’opera più convincente del regista danese.
Difetti? L’antididascalismo presente nella trama, che muta fatti veri in fatti grotteschi, fatti di cronaca in visioni e allucinazioni, viene rotto da una fastidiosa didascalia finale che ricorda, purtroppo, quanto quello che si è visto sia basato su una storia vera, pur rimanendo finzione (cosa che, per esempio, il Gus Van Sant di Elephant, che raccontava gli atti del massacro di Columbine senza studiare alcun particolare e anzi quasi reinventando l’evento, ma senza inserire niente di grottesco, non avrebbe mai fatto); d’altra parte, l’essere il miglior film di Refn potrebbe forse avere a che fare anche con il fatto che è un Refn non refniano al 100%: il cineasta danese lavora su soggetti e sceneggiature insignificanti e le trasforma in grandi film con la regia, di solito, ma qui di Bronson anche la sceneggiatura (dello stesso Refn ma con Brock Norman Brock) era un pregio.
Del resto, molti registi han saputo dare il loro meglio (o, perlomeno, un loro meglio) cambiando le proprie abitudini di genere: Cronenberg eliminando l’horror c’ha regalato, tra il 2005 e il 2007, due tra i più grandi gangster-film degli ultimi anni (A History of violence e il superiore La promessa dell’assassino, rispettivamente), e Woody Allen a volte dà il suo meglio nei drammi (Crimini e misfatti ma soprattutto Match point) nonostante non sia il tipo di film cui verrebbe naturale associarlo.
Forse è proprio questo innesto cinematografico -dell’orrorifico Cronenberg nel gangsteristico, del comico Allen nel drammatico- a far sì che Bronson rappresenti un modo innovativo e personale di fare film, di creare video arte, trasformando il reale/biografico in qualcosa di leggibile solo attraverso il surreale/neo-noir. E se così è, allora ne consegue che le nostre biografie, le nostre realtà cosa sono? Neo-noir. Surreali.
Nicolas Winding Refn potrebbe essere davvero il regista del decennio.

7isLS

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