Classifica: i lungometraggi di Martin Scorsese / 1

The_Wolf_of_Wall_Street0

Lo dico per chi ha la bontà di seguirmi regolarmente: prima di continuare con i Fili rossi, volevo stilare una lista delle migliori interpretazioni del grande attore Philip Seymour Hoffman, che ci ha lasciato troppo presto e molto recentemente, ma anche una lista dei migliori film dei fratelli Coen (in occasione del loro nuovo film A proposito di Davis) ed una con i migliori film di Martin Scorsese, uno dei massimi autori del Cinema americano e forse il maggior esponente della «New Hollywood», corrente cinematografica che ha cercato di ricreare e rinnovare la pellicola hollywoodiana negli anni ’70, secondo molti a partire dall’ispirazione derivata da film come quel capolavoro assoluto di Il conformista (1970) di Bernardo Bertolucci, in onore dell’ultima pellicola che ha prodotto: The Wolf of Wall Street, presente in classifica.
Ho deciso di fare l’ultima di queste cose per prima semplicemente perché The Wolf of Wall Street è uscito nelle sale italiane prima sia della morte dell’attore sia dell’uscita di A proposito di Davis. Aggiungo che nella lista non ci sono né il meraviglioso episodio pilota di Boardwalk Empire (2010), che sarebbe ipoteticamente al sesto posto, né i cortometraggi per motivi spiegati praticamente dal titolo stesso. Immaginate però che The Big Shave sia in una posizione abbastanza alta. Il discorso dei Fili rossi tuttavia è tutt’altro che interrotto, solo sospeso. E ora iniziamo.
(Cliccare sulle linguette per proseguire nella lettura)

23-19

 

kundun23. Kundun (1997)
Non ho alcun dubbio su questa posizione: Kundun è, in assoluto, il peggior film di Scorsese oltre che l’unico suo lavoro che definirei ‘brutto’ senza alcuna riserva, eccetto un’ottima fotografia. È il suo film più buonista ed hollywoodiano, e quello in cui il tema religioso è più preponderante (e trattato male, forse perché la religione non è quella cristiana, che l’autore, pur essendo credente, sa sempre come trattare) — è il suo film più noioso e prolisso, il peggio recitato, il (giustamente) più dimenticato.

22. Hugo Cabret (2011)
Film sulla nascita del Cinema fatto apposta per i bambini: questo gioiello in 3D, con un meraviglioso 3D, appartiene allo Scorsese più «cult» quanto Dune appartiene a David Lynch, ovvero pochissimo. È più un film spielberghiano giunto nelle mani di un grande ed inguaribile cinefilo che ha cercato di tirarne fuori il meglio. Era difficile che potesse fare di più, partendo dai presupposti poco decenti, e ha dimostrato di poter ricavare una pellicola non male, ma la marea di sopravvalutazione che l’ha inondato sin dall’uscita, Oscar e definizione di «instant-cult» tra i giovanotti che prima non sapevano chi fosse Méliès compresi, non ha fatto altro che renderlo insopportabile. Bellissimo il piano sequenza finale ed altre, brevi sequenze.

21. Al di là della vita (1999)
La cosa che fa arrabbiare di questo film è l’immensità delle potenzialità che aveva, di certo più di Hugo Cabret o Kundun ma anche più di altri film del regista ma superiori a tutti i film nominati fino ad ora: Al di là della vita pecca in tutto. Piatto nella regia, sconclusionato della sceneggiatura, con una recitazione che gira a vuoto, è nonostante tutto un film lontano dall’essere imperdonabile a causa dell’approccio e dal marchio riconoscibilissimi per tutta la durata del film. Protagonista Nicolas Cage: non che ciò voglia dire poi così tanto, ma questa è una delle sue migliori interpretazioni.

20. Il promontorio della paura (1991)
Rifacimento del capolavoro del 1962 con Gregory Peck, è un film volontariamente ridicolo, spesso addirittura esilarante, ma mai senza riflettere o dilatare scene con la tensione dell’originale, con Robert De Niro in formissima. Lontanissimo dall’essere un capolavoro, è un buon film d’intrattenimento che a volte fa sbadigliare ma non smette mai di far ricordare chi è il nome che si trova dietro la macchina da presa.

19. Il colore dei soldi (1986)
Sequito di Lo spaccone (1961), un meraviglioso film di Robert Rossen, Il colore dei soldi sarebbe un gran bel film se non fosse che il paragone con l’originale non regge — e ciò fa tristezza considerando che Rossen, in linea di massima, non è nessuno in confronto a Scorsese. A (tentare di) rubare la scena a Paul Newman c’è Tom Cruise, raramente più bravo ma comunque, come sempre, inutile.
(continua)

18-14

ultimatentazionedicristo18. L’ultima tentazione di Cristo (1988)
Spesso annoverato tra i capolavori dell’autore, io l’ho sempre trovato un film minore, forse semplicemente perché mi è indigesto l’apparato religioso, nonostante la sua freddezza, che in questo film (sempre meno che in Kundun) raggiunge una qualche sorta di apice. Rimane comunque un bel film che io probabilmente non capisco abbastanza. È sicuramente il film di Scorsese più controverso ed ambizioso, ed anche uno di quelli in cui il cast è meglio giocato: Willem Dafoe, tra i migliori attori americani della sua generazione, si ritrova a dare un’interpretazione cristologica — in più sensi.

17. The Aviator (2004)
Leonardo Di Caprio regge sulle sue spalle un film incredibilmente prolisso in cui Scorsese crea un ritratto emozionale ed emozionato sulla vera biografia di un pilota, Howard Hughes, e delle sue relazioni interpersonali. Quanto punta sul suo viaggio psicologico, il film è ben riuscito; quando punta sulla storia della sua vita, la ricerca di coerenza narrativa fa crollare la struttura patinata del complesso. È senza dubbio un film piacevole, ma non è ancora il vero Scorsese. Cate Blanchett ruba a più riprese la scena – e l’Oscar – al buon Leo.

16. Gangs of New York (2002)
L’inizio è strepitoso, degno dei più grandi capolavori dell’autore, e Daniel Day-Lewis, ogni volta che appare, la folgorante fotografia di Michael Ballhaus e l’esuberante scenografia di Dante Ferretti sono ventate di aria fresca che danno alla pellicola un ritmo inesaustibile. È, in effetti, un film quasi grande: l’insieme delle parti non porta necessariamente ad un gran bene. Sembra quasi che Scorsese voglia imitare Scorsese, trasportando il ritmo grottesco-documentaristico che l’ha reso famoso da sempre in un contesto dove non riesce a gestirlo, anche grazie ad un cast che, Daniel Day-Lewis a parte, non sembra dargli molto. Leonardo Di Caprio dona, in effetti, la peggiore interpretazione di quelle che ha dato insieme al regista, e la presenza di Cameron Diaz è costantemente inutile. Sono molti i grandi momenti, ma, per un film che poteva essere il migliore di un regista in continuo rinnovamento, permane la delusione. Non totale.

15. Chi sta bussando alla mia porta? (1967)
Il film d’esordio di Scorsese, già pieno dei temi che hanno caratterizzato la sua opera omnia, e anche di alcune scelte stilistiche, con un uso fantastico della musica rock: nella colonna sonora è presente pure The end dei Doors, da molti ricordata per il suo fantastico uso in Apocalypse now (1979) di Francis Ford Coppola. Harvey Keitel in stato di grazia è protagonista di una storia di senso della colpa cattolico, gangster, scelte registiche derivative, ossessioni scorsesiane, atmosfere anni ’60. Ancora troppo puerile, nonostante le meravigliose atmosfere Nouvelle Vague che traspaiono a momenti, ma è il primo bel film in senso pieno di questa classifica.

14. Shutter Island (2010)
Nel 2010 Leonardo Di Caprio ha recitato in due film che la critica americana ha definito m’: ovvero «piega-mente». Uno è Shutter Island, l’altro è Inception di Christopher Nolan. Nonostante il successo e la fama di Inception siano ben superiori rispetto alla notorietà di Shutter Island, quest’ultimo è superiore in tutto e per tutto e probabilmente è anche stato più difficile da girare per Di Caprio, che ha dovuto recitare da solo in mezzo ad una mandria di topi inferociti. Horror cinefilo onirico ma mai pacchiano e spesso spaventoso, è un film di atmosfere che si ama durante la visione e dopo di essa lascia perplessi: è davvero bello come sembrava? Il suo effetto lo fa, nonostante i possibili dubbi.
(continua)

13-10

wolfostradamuro

13. Re per una notte (1983)
Commedia satirica drammaticissima sul mondo dello spettacolo. Robert De Niro grotteschizza la propria esuberanza attoriale con l’ennesimo personaggio disadattato, questa volta recitando con un distacco maggiore rispetto a quello dei suoi altri ruoli psicologicamente confusi presenti nelle precedenti o successive collaborazioni con il regista italoamericano. È un quasi capolavoro di grande potenza tragica ma dai risvolti esilaranti, con tipici grandi piani sequenza ed un Jerry Lewis come (co-?)protagonista perfetto. Bellissima fotografia di Fred Schuler. Si entra nel campo del magnifico.

12. L’età dell’innocenza (1993)
È un film esteticamente perfetto che gira attorno al tema della debolezza umana, trattata in un film romantico (con un grande Daniel Day-Lewis) da un autore mai più melanconico. È un ritratto irreale di una realtà di riti quasi tribali di vita «moderna» ottocentesca, pacchiana quanto necessaria per approfondire la psiche di un protagonista che non è romantico, tragico o innocente come può trasparire, assomiglia anzi più che altro ai conformisti instupiditi che rendono spesso più riusciti i film del regista.

11. Alice non abita più qui (1974)
Un film schietto sulla femminilità e sulla tragedia, intesa in senso anche comico e romantico, che sta a Scorsese come Interiors sta a Woody Allen: atipico, femminile, sottovalutato, meraviglioso. Sottovalutatissimo, commovente più di ogni altro film americano degli anni ’70 (eccetto forse gli esordi di Terrence Malick), Alice non abita più qui è un film da recuperare per tutti i fan del regista, per avere una visione più d’insieme riguardo alla sua autorialità stratificata.

10. The Wolf of Wall Street (2013)
Ecco il piatto forte: l’ultimo film di Scorsese, uscito in Italia da poco, che riesce ad entrare miracolosamente nella top 10. Scorsese si rinnova, riciclando alla perfezione lo stile della sua «tetralogia della mafia» (che tratterò a partire dalla prossima posizione, nella seconda parte di questa classifica) e applicandola al mondo di Wall Street, alla sua beata corruzione, al suo Caos delirante, al suo umorismo malato.
Divertentissimo dall’inizio alla fine, con un montaggio speditissimo, un ottimo uso della voce narrante e anche della rottura della quarta parete (ovvero con personaggi che parlano allo spettatore rivolgendo lo sguardo alla macchina da presa), per tutte le sue tre ore intrattiene, nonostante in effetti un paio di lungaggini potessero essere evitate, e nell’ultima mezz’ora riflette anche quella parte dell’America che per tutto il film è stata nascosta o vista in disparte: le vittime delle truffe, protagoniste di una brevissima ma molto significativa sequenza verso la fine, in metropolitana.
Come nello stesso anno avevano fatto anche Harmony Korine (Spring Breakers), Paolo Sorrentino (La grande bellezza) e Sofia Coppola (The Bling Rings), pure Martin Scorsese decide di fare una critica ad un mondo di lobotomizzati tragici puntando più alla descrizione grottesco-documentaristica del loro divertimento che al ragionamento, alla verbosità, alla masturbazione mentale. Pur riempiendo di dialoghi la sua pellicola molto più degli altri tre autori, con una verbosa e frenetica sceneggiatura di Terence Winter (scrittore delle migliori serie HBO I Soprano e Boardwalk Empire) che ha superato S.O.S.: Summer of Sam di Spike Lee nella lista dei film in cui viene pronunciata più volte la parola fuck, il film non risulta mai eccessivo, tranne quando lo deve essere.
Le sezioni d’antologia sono varie: tutta la parte con Matthew McCounaghey (attore sottovalutato a causa dei molteplici ruoli fuori luogo, ma che va approfondito a partire da gioielli sottostimati come Killer Joe di William Friedkin), la macrosequenza esilarante di venti minuti riguardante l’overdose di tranquillanti (scena lunghissima e divertentissima, vero cuore concettuale e narrativo del film intero, scena instant-cult dai toni slapstick e cartoon-eschi), tutte le scene con Jean Dujardin e la scena della nave con successivo salvataggio. Nel cast un autoironico ed istrioneggiante Leonardo Di Caprio a cui, a più riprese, viene rubata la scena: quando da Jonah Hill, quando da Margot Robbie, quando da Rob Reiner o dai succitati Jean Dujardin e Matthew McCounaghey. Difettoso nella lunghezza e nella spartizione dei toni, ma è già un cult di cinema estremamente vitale, divertente, divertito ma mai stupido.
Scorsese, a 71 anni, ha descritto la crisi deprimente del divertimento giovanile in maniera migliore dei ben più giovani Korine e S. Coppola. Vien da riflettere.
(continua domani, qui).

7isLS

 

Taggato . Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *