Classifica: i lungometraggi di Hayao Miyazaki

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Non è la prima volta che faccio una classifica riferita ad un regista apposta per la sua ultima opera, e in questo caso non solo nel senso di «più recente» ma anche nel senso di «non ve ne saranno altre»; al che potrebbe scendere una lacrimuccia, o anche svariati lacrimoni. E so che alcuni (grazie!) avrebbero atteso questa dopo aver letto tante lodi a Kaze Tachinu (titolo italiano: Si alza il vento) dal mio ritorno dal festival del cinema di Venezia. E quindi, ecco a voi la classifica del più famoso direttore d’animazione del Giappone e forse di tutto il mondo, Hayao Miyazaki, Re assoluto dello Studio Ghibli ed uno dei migliori autori cinematografici viventi.
Innanzitutto, visto che ripetere le stesse parole in ogni descrizione o mini-recensione può diventare una discreta rottura sia per lo scrittore che per il lettore, elenco già da qui i temi principali dei film del regista, così da poterli introdurre verbalmente solo quando ce n’è un grande bisogno: l’infanzia (e con essa la crescita), la natura e la sua tutela (sia flora sia fauna), il volo, l’anarchia e l’antimilitarismo, la cattiveria dell’uomo ed il suo egoismo. Sempre assente nei suoi film una vera figura antagonistica, anche se ci sono sempre personaggi moralmente discutibili.
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11. Ponyo sulla scogliera (2008)
Scrivo una breve premessa: di Miyazaki ho visto ogni lungometraggio e non ce ne sia uno che non mi piaccia da impazzire. Penso che il regista giapponese abbia dato il suo peggio nel corto/videoclip On your Mark, comunque interessante da un punto di vista visivo, ma che al cinema non abbia mai sbagliato un colpo, né quando riempie lo schermo con barocchismi grotteschi né quando scrive storie quasi realistiche e solo semi magiche. Però, se fra i suoi filmoni ce ne sono un paio che considero (non di troppo) inferiori ai suoi soliti, sono Ponyo sulla scogliera e Il mio vicino Totoro, più o meno pari merito, e in questa classifica metto Ponyo sotto solo perché ho rivisto più di recente Totoro e sono ancora catturato dalla sua magia.
Ponyo è comunque un film meraviglioso: la storia visivamente fantastica racconta di un bambino di nome Sosuke che nell’attesa del ritorno del padre marinaio si reca sulla spiaggia per vedere se riesce ad avvistare una qualche barca. Non vede niente, ma raccoglie un pesce dal volto quasi umanoide. Questo pesce è la piccola Ponyo, che sta scappando da suo padre che la vuole vicina quando lei preferisce ormai restare con Sosuke. Ponyo, stando vicina al bambino, assume praticamente sembianze umane. Mentre i due diventano amicissimi e quasi innamorati, la madre di Sosuke si perde nel cercare le proprie amiche dopo un temporale catastrofico che ha inondato vari edifici, anche se la madre di Ponyo, un’entità magica e umanoide che vive nelle superfici acquatiche, ha salvato tutti gli esseri umani in pericolo. Ponyo e Sosuke si recano quindi nella natura attraverso varie acque per ritrovare le rispettive madri (e i rispettivi padri!). La trama buffa e carinissima ma anche abbastanza sempliciotta e mai troppo soddisfacente non è che un contorno per un film visualmente meraviglioso, con atmosfere subacquee suggestive come mai nella storia dell’animazione, escluso forse solo Alla ricerca di Nemo della Pixar. È tra i minori se non il minore di Miyazaki solo e unicamente per la semplicità (a volte solo apparente) di base, che a volte oscura la complessità visiva. È comunque magnetico, potentissimo e difficilmente dimenticabile, come tutti i film del regista.

10. Il mio vicino Totoro (1988)
Totoro è la mascotte ufficiale di Miyazaki e soprattutto dello Studio Ghibli se non dell’intera storia dell’animazione giapponese! Un personaggio meraviglioso e carinissimo, ma anche potentissimo ed incredibilmente suggestivo nel contesto in cui viene posto all’interno di questo lungometraggio magico incentrato su due bambine che, per crescere, lo immaginano e grazie a lui riescono a trovare le forze per correre dalla madre costantemente malata.
Le scene con Totoro o con il Gattobus sono tra le cose più magiche e sorprendenti mai uscite dalla matita dell’autore, che, con uno degli amici immaginari più belli della storia del cinema se non il più bello, crea una storia di infanzia che diventa età adulta, un rito di passaggio e di età non banale e rappresentato visivamente in maniera magnifica. Il problema è che le scene con Totoro sono veramente poche, e viene dato molto più spazio alle due bambine che, per quanto possano essere personaggi interessanti nella loro consapevole banalità, non rendono abbastanza soddisfacente lo spazio di film dedicato alla magica creatura e ai suoi deliziosi amici.
Da vedere, ovviamente: troppo spesso la figura di Totoro è data per scontata senza ricordarne il film di provenienza, e soprattutto è il film più ottimista e meno agrodolce di Miyazaki.

9. Kiki, consegne a domicilio (1989)
Kiki, consegne a domicilio è uscito in VHS e in DVD in Italia da tanto tempo, ma per vederlo al cinema la nazione tricolore ha dovuto aspettare quest’anno. Io non lo vedevo da veramente tanto tempo, ed è stata un’esperienza ovviamente deliziosa, dalle (ennesime) scene di volo, vera e propria ossessione del regista (Ghibli è infatti un vento, oltre che un modello di aereo), alla magia di un’altra storia di crescita e commozione, pallida nel suo finto realismo e nei suoi simbolismi a basso grado di fantastico.
Kiki è una streghetta anticonvenzionale e simpaticissima e il gatto che la accompagna nelle sue avventure è quasi altrettanto simpatico. La storia di base è il solito discorso sulla crescita del bambino, qui con uno sfondo particolarmente nostalgico e magico ma anche visivamente scarno dal punto di vista dei colori, e tuttavia pienissimo per le atmosfere. Anche questo da vedere, senza se e senza ma.

8. Lupin III: Il castello di Cagliostro (1979)
Miyazaki, ricordiamolo per chi non lo sa, ha esordito portando in avanti il mito di Arsenio Lupin III, nipote del celebre ladro fittizio Arsenio Lupin creato dalla penna del francese Maurice Leblanc e personaggio dello storico anime che porta il suo nome, creato nel 1969 sulla base dei fumetti di Monkey Punch (del 1967) e che vide Miyazaki tra i registi della prima e della seconda serie.  Nel Castello di Cagliostro ci sono tutti i personaggi usuali degli anime riferiti a Lupin, da Zenigata a  Jigen, da Goemon a Fujiko. Il film non sarà magico o significativo come i veri film d’autore di Miyazaki, ma è un susseguirsi di soluzioni visive mirabolanti e colorate con una trama avvincente che ispeziona il personaggio di culto e le sue avventure come nessun altra opera a lui dedicata.
Comincia con un inseguimento mirabolante e si conclude con Zenigata  (l’ispettore sua arcinemesi, vero nemicamico) che commosso e un po’ colpevole tesse le lodi del ladro che dovrebbe odiare, ma in fondo ammira. Trovate spericolate e fantasiose per un film imperdibile, per i fan del regista, dell’anime e dell’estetica steampunk, estetica che mischia il futuro post-apocalittico con la tecnologia e i costumi dell’età Vittoriana, tanto cara allo studio Ghibli ma anche ad altri grandi registi d’animazione giapponesi come Katsuhiro Otomo, che l’ha dimostrato in quel capolavoro che è Akira, ma anche nel bel Steamboy.

7. Laputa: il castello nel cielo (1986)
Laputa dei film di Miyazaki è quello che sperimenta più da vicino l’estetica steampunk, elemento presente in realtà in ben più di metà dei suoi film, ma qui più che mai onnipresente. È la sua favola più avventurosa, e dei suoi film barocchi e d’azione è il più infantile, il meno violento e duro, il più innocente. È un manifesto anarchico e antimilitarista che possiede una notevole dose di pessimismo e, nelle trovate visive più costruite, soprattutto verso il finale caotico, un pizzico di cattiveria. Molto Swift già dal titolo, molte emozioni già dalla prima scena, che vede la piccola protagonista Sheeta cadere lentamente dal cielo per salvarsi, con in sottofondo una colonna sonora di Joe Hisaishi incredibile che rimane incredibile fino all’ultimo minuto di film. È un film potentissimo sulla cattiveria dell’uomo e sul desiderio di volare, di crescere, di raggiungere uno scopo come un castello nel cielo che può sembrare il Paradiso Terrestre ma che ha molti segreti. Oscuro e solare allo stesso tempo, infantile e cattivo, potente e veloce.
In questa lista, Laputa è il primo film che potrei definire un capolavoro. Non è certo IL capolavoro dell’autore, ma un film immenso, visivamente e concettualmente, dubbioso e ambiguo attorno al solo concetto di Laputa, città nel cielo, che è sia l’Eden che l’Inferno. Cito la recensione di Emanuele Sacchi su MyMovies: «[Laputa è] il momento in cui Miyazaki ha dimostrato di saper padroneggiare una gamma più ampia del consueto di generi, anche contrastanti; per tutti indiscriminatamente, invece, un momento fondamentale per comprendere il senso dell’avventura nell’era del “già detto” e le potenzialità ad infinitum e ab infinito dello storytelling, attraverso il superamento di limiti comunemente autoimposti». Imperdibile.
(continua)

6-4

6. Nausicäa della Valle del Vento (1984)
Uscito due anni prima di Laputa, Nausicäa, basato su un precedente manga dello stesso Miyazaki, è una meravigliosa epopea ambientalista e post-apocalittica che deve molto a vari tipi di estetica, dal già citato steampunk, in maniera meno eccessiva ma più elaborata che in Laputa, a vaghi accenni di cyberpunk, fino a riferimenti ad una cultura shintoista spesso presente nei suoi film. Presentato dal WWF nel 1984, è tra i film più lenti del regista insieme a Totoro: diventa più avventuroso nella seconda parte, ma rimane un’opera prevalentemente minimale che fa dell’estetica e della musica il suo punto forte, nonostante anche la trama, ottimista (nel finalissimo) ma a tratti crudele come anche successivamente il comunque più luminoso (nelle atmosfere) Laputa.
Nausicäa, in un futuro distopico e post-apocalittico in cui gli esseri umani, dotati di tecnologia moderna, vivono in cittadine lontane e isolate, quasi medievali, mille anni dopo gli storici «Sette giorni del fuoco» in cui una guerra termonucleare pare aver avvelenato e disintegrato ogni forma naturale, è una ragazza della Valle del Vento, determinata e coraggiosa che, nonostante le molteplici minacce che spaventano la sua famiglia ed il suo popolo, parte in un’avventura mirabolante alla ricerca di prove che facciano capire all’umanità che la speranza non è perduta: i fiori possono ancora nascere sul nostro suolo, usando un’immagine presa anche come esempio nel finale poetico ed enfatico del film. Meraviglioso, ma si sente a volte la presenza di troppa trama .

5. Porco Rosso (1992)
Porco Rosso non avrà una trama o un impatto visivo notevole come quello della saga steampunk di Laputa e Nausicäa, non avrà colonne sonore altrettanto belle e non sarà altrettanto enfatico… ma è il film più politico e divertente di Miyazaki e soprattutto ha come protagonista il miglior personaggio che l’autore abbia mai creato, se non il miglior personaggio della storia dello Studio Ghibli se non uno dei migliori personaggi della storia del cinema, d’animazione e non, ovvero Marco Pagot, detto appunto «Porco Rosso», aviatore e cacciatore di taglie italiano sopravvissuto alla prima guerra mondiale, antifascista, trasformato in maiale antropomorfo da una maledizione che lo ha colpito durante una missione che l’ha quasi ucciso insieme a molti colleghi. Ha visto l’Aldilà ed è risceso sulla Terra. Ogni sua frase è una citazione meravigliosa, tra le quali spicca «Meglio essere un porco che essere un fascista». che è un sunto dell’umiltà epica che gira attorno ad un personaggio portentoso e umanissimo, libero ma non spensierato, vittima di un dilemma e di tanti dubbi che lo assillano e lo distruggono. Vola per dimenticare, ma non dimentica ciò che ha visto, né ciò che è. Tutti lo guardano come se fosse normale perché tutti sanno chi è: un eroe. Un eroe innamorato, un eroe giusto, un eroe umile, un eroe egocentrico, un grande eroe. Nausicäa e Laputa sono capolavori sul filo del rasoio, ma Porco Rosso è un capolavoro completo. Esilarante ed entusiasmante, tra i must assoluti e tra i film più sottovalutati e meno visti dell’autore.

4. Il castello errante di Howl (2004)
Il castello errante di Howl non è sul podio, ma nonostante ciò oso un’affermazione quasi provocatoria: è da un punto di vista estetico e atmosferico il film più potente di Miyazaki, oltre che il più intrippante (nel senso di quello più acido, allucinogeno, visivamente violento, caotico). Anche concettualmente è potente, come analizzerò dopo aver detto la trama, ma visivamente tocca vette irraggiungibili: tra le danze di fantasmi e il fuoco parlante di Calcifer, tra le varie trasformazioni (Howl che diventa un uccello mostruoso, Sophie che alterna giovinezza e vecchiaia, la strega delle Lande che diventa più bassa e vecchia ed il bambino con la barba magica, lo spaventapasseri), il castello stesso che dà il titolo al film, bombe aerei, mostri, città, stanze, colline. È tutto un lavoro esageratissimo sotto molteplici punti di vista, e ciò nonostante il finale narrativamente molto inferiore e più banale rispetto a tutto il resto.
La trama racconta la storia di Sophie, una giovane parrucchiera la cui vita viene stravolta dall’incontro con il biondo Howl, un mago affascinante in quel momento inseguito dalle guardie  del corpo della malvagia strega delle Lande, delle creature di melma nera. Per trarsi d’impiccio e salvare contemporaneamente Sophie dalle importune provocazioni di alcuni soldati, Howl s’invola, portando con sé la giovane parrucchiera; dopodiché scompare, tornando al suo castello, un edificio tra il fantastico e lo steampunk che cammina (davvero!) rumorosamente tra le colline. La sera stessa, la strega delle Lande va da Sophie e la trasforma in una vecchia. Sophie, non accettata dalla sua famiglia, corre alla ricerca di aiuto e riparo: si aggiunge alla ciurma di Howl, che si rivela un bambino viziato con la mente distrutta dalla guerra e dalla corruzione del regno che serve.
Viaggio onirico attraverso un antimilitarismo poetico e sentimentale, reso ancora più crudo da una colonna sonora talmente nostalgica (forse la migliore della carriera di Hisaishi, che è uno dei più grandi compositori di colonne sonore di sempre) da creare un paradosso per quanto riguarda l’atmosfera che si respira, ha come poli da una parte la vecchiaia e dall’altra l’infanzia. Tutto dunque si concentra molto semplicemente sullo svolgersi della vita, quasi escludendo ciò che c’è nel mezzo, e infilzando tutto con una violenza magica e surreale, un grottesco sofferente ed un senso di pessimismo folle che dà al tutto un’onnipresente aura da opera di maturità. Una galleria di personaggi magnifici per uno dei capolavori del Maestro a cui sono più affezionato.
(continua)

3-2

3. Si alza il vento (2013)
Questa è la grande novità di questo pezzo, il nuovo film di Miyazaki. Spero che molti di quei pochi che si fidano seriamente delle mie opinioni gioiscano nel vedere che è sul mio personale podio, anche se alla posizione più bassa. Si alza il vento, di cui ho raccontato la trama da qualche parte qui, è l’opera ultima di Miyazaki. E si sente il respiro da opera ultima ad ogni inquadratura. È il film più triste e commovente di Miyazaki, il più tragico e realistico — ed il suo essere il più realistico lo renderebbe il più convenzionale per un regista qualsiasi, ma il più atipico per uno come lui.
Forse più vicino a Takahata (Una tomba per le lucciole) che a Miyazaki, Si alza il vento è quel testamento che ogni autore vorrebbe: poeticissimo ed indimenticabile. Magari fino agli ultimi dieci minuti è un film meraviglioso senza essere tra i migliori dell’autore, con scene fantastiche (il terremoto, i vari sogni del protagonista, la sua amicizia con il tedesco, il matrimonio), ma sono proprio gli ultimi dieci minuti, tra le cose migliori che Miyazaki abbia mai fatto (se non LA cosa migliore), che annichiliscono lo spettatore e lo portano ufficialmente davanti ad uno dei capolavori massimi.
La genialata di base? La guerra non viene mai mostrata, nonostante sia al centro dell’azione. Sì, abbiamo all’inizio una visione pessimista e semi-profetica di Hiroshima e Nagasaki; sì, abbiamo un terremoto violento e astratto fino al grottesco; sì, abbiamo sangue, malattia e violenza, abbiamo tedeschi e italiani contro o con giapponesi, e sì, abbiamo armi. Ma abbiamo anche le speranze di un fanciullo interiore che non sa cosa sta facendo, cosa sta creando. La morte è attorno a lui in tutti i sensi e lui non lo sa, e porta alla morte ciò che lo circonda. Se Una tomba per le lucciole è crudo nel suo essere deprimente fino all’estremo, Si alza il vento è quasi ironico nel suo deviare l’attenzione dalla violenza esteriore e dal dolore fisico verso il dilemma interiore di uno speranzoso sentimentale, un artista che si è dimenticato della violenza, il che che ha condotto ad una catastrofe. Una catastrofe di cui si è consapevoli negli ultimi dieci minuti, che giust’appunto sono di un meraviglioso indefinibile, dieci minuti che dovrebbero zittire in maniera assoluta quei cretini che hanno accusato il film di militarismo: avete guardato il film senza sottotitoli e senza una conoscenza accurata del giapponese? O vedete con  la benda sugli occhi?
Dei film antimilitaristi dell’autore è il più crudo e sadico, il meno umoristico e soprattutto il più triste. Una degnissima conclusione per una carriera che non verrà dimenticata.

2. Princess Mononoke (1997)
Strutturiamo meglio quello che avete letto fino ad ora: siamo passati dai film belli (Ponyo sulla scogliera, Il mio vicino Totoro, Kiki, consegne a domicilio, Lupin III: Il castello di Cagliostro) ai film bellissimi (Laputa: Il castello nel cielo e Nausicäa della Valle del Vento) fino ai capolavori (Porco Rosso, Il castello errante di Howl, Si alza il vento). Ma adesso entra l’armeria pesante. Perché sapete, io sono un perfezionista e soprattutto un enorme cretino. Per me c’è una discreta differenza tra capolavoro e capolavoro assoluto. Un capolavoro può anche essere un film meraviglioso capitato tra le mani di un autore da nulla, ma un capolavoro assoluto può e deve essere solo e soltanto una vetta assoluta di un autore divino. E Miyazaki è un autore divino, anzi divinissimo. E ai divinissimi non basta un capolavoro assoluto, per Miyazaki come per altri ce n’è bisogno di due. E di questi due, il secondo è Princess Mononoke — e l’hanno capito tutti che l’altro è La città incantata, non c’è molto da guastare svelando.
Princess Mononoke è un capolavoro potentissimo che analizza con una perfezione concettuale, visuale e narrativa unica la lotta uomo-natura prendendo le parti della natura. L’uomo è cattivo ed egoista e la natura è protetta da Dei-Animali (che più che veri Dei rappresentano la forma metafisica della natura stessa) che si difendono e combattono con la violenza la mano dell’essere umano codardo e menefreghista. Il principe Ashitaka è il protagonista: un giorno il suo villaggio diviene vittima della minaccia incombente di un demone che possiede un Dio cinghiale, trasformandolo in bestia assassina. Ashitaka lo uccide, ma non senza che il Dio prima di morire lo morda sul braccio lasciandogli una cicatrice che presto lo ucciderà. Il principe, con in mano un sasso trovato nel cadavere del Dio, parte per scoprire come può sopravvivere alla maledizione, e si insinua in un conflitto gigantesco in cui incontra una donna violenta ma bellissima di cui diventa alleato e amico: San, selvaggia cresciuta dai Dei-Lupi (che crede di essere un lupo) che combatte contro gli umani per poter salvare la foresta del Dio superiore, il Dio-Cervo, un essere metafisico dal volto umano che di notte si trasforma in un colosso ombroso che cammina attraverso la foresta su due zampe, il Nightwalker, il Nottambulo. Nella conclusione apparentemente ottimista si nasconde il segreto del film più spietato del regista: alla fine la natura non vince. Muore. Rinasce solo per morire. Oltre al sangue a più non posso e alle lacrime sulla colonna sonora di Hisaishi, Princess Mononoke prende i concetti di Nausicäa e li rende più brutali trasportandoli nel Medioevo giapponese e tagliando le lungaggini e gli eccessi dei particolari narrativi, dei nomi, dei concetti.
(continua)

1

1.    La città incantata (2001)
Se Princess Mononoke è perfetto, La città incantata è mezza spanna sopra il perfetto, il che pare incredibile. Questo film del 2001, che è secondo la mia modesta opinione il miglior film d’animazione che io abbia mai visto, è (e non scherzo) tra i film più belli della storia del cinema (è stato il primo film d’animazione a vincere l’Orso d’Oro al festival di Berlino). La protagonista Chihiro, bambina svogliata e triste durante il trasloco con i suoi genitori, viene trasportata da questi, inconsapevoli di quello che fanno, nelle rovine di un luna park ove trovano un ristorante pieno di succulente delizie di cui si abbuffano. La bambina, un po’ disprezzandoli, visita il posto e oltre un ponte vede un enorme edificio termale. Prova ad attraversare il ponte, ma un suo coetaneo la scaccia e le dice di tornare dai suoi genitori, dicendole che la deve difendere. Correndo in una città – incantata – improvvisamente diventata buia e piena di demoni neri che svaniscono nell’aria, Chihiro ritrova i propri genitori trasformati in giganteschi maiali, cosa che qui ha un’accezione tutt’altro che quasi positiva come in Porco Rosso. La bambina corre in lungo e in largo, prova a tornare alla macchina ma è spuntato un enorme fiume. Inoltre, si guarda le mani e il suo corpo sembra svanire. Giungono barche da cui escono demoni shintoisti che cantano gioiosamente. Torna il coetaneo di Chihiro, di nome Haku, e la salva dalla smaterializzazione del suo corpo, per portarla all’edificio termale, riempito di demoni e creature varie, dove potrà trovare un lavoro: ma nessuno deve sapere che c’è un umano, nessuno in tutto l’edificio. La bambina trova nemici ed amici e si confronta faccia a faccia con un demone Senza Volto che si innamora della sua schiettezza e della sua generosità. I suoi obiettivi? Riappacificare la direttrice delle terme, la strega Yubaba, con la sua sorella gemella, salvare Haku dal proprio dilemma interiore (non si ricorda chi è), ritrovare sé stessa, far trovare la catarsi a Senza Volto e soprattutto ritrovare i propri genitori e la strada verso casa. Nella sua avventura, più interiore che esteriore, a metà tra il magico e l’immaginario, più che crescere, cambia. Si ritrova ad essere un’eroina umile suo malgrado, e si ritrova a scoprire e a combattere, quasi sempre non fisicamente, quelle che secondo una mia lettura sono le manifestazioni dei sette peccati capitali: l’Accidia rappresentata dal figlio di Yubaba, l’Avarizia rappresentata da tutti i lavoratori delle terme che adorano il Senza Volto per i soldi che dona, la Gola dei genitori di Chihiro, l’Invidia rappresentata dal rapporto tra sorelle di Yubaba e Zeniba, l’Ira di Haku quando diventa un drago e non riesce a controllare la propria violenza, la Superbia dello stesso Senza Volto che nella sua ambiguità non completamente malvagia o insalvabile ha solamente peccato nell’avere una visione moralmente troppo alta di sé stesso (cosa che ha portato ad una violenza comunque difficilmente evitabile, e spesso non causata direttamente dalle sue azioni) e infine la Lussuria dei clienti delle terme che cercano il relax nel caldo e nella pulizia e, come si evince da una breve scena offuscata, anche nel piacere sessuale.
Molte sono le scene memorabili: dall’intero prologo alla prima visita di Chihiro alle terme dal piano terra all’ufficio di Yubaba, dalle varie interazioni della bambina con il Senza Volto all’inclusione dell’ultimo come elemento centrale all’interno della società termale, da Haku drago sanguinante che viene inseguito dagli omini di carta di Zeniba alla trasformazione del figlio di Yubaba in topo, dalla forma finale e malefica del Senza Volto alla scena deliziosa e affettuosa in cui Chihiro va con il Senza Volto a casa di Zeniba in treno, fino al commovente doppio, triplo finale con in successione: Chihiro che si ricorda chi è Haku, Chihiro che saluta tutte le persone conosciute alle terme compreso Haku di cui è innamorata e Chihiro che finalmente torna a casa, probabilmente dimenticando la propria esperienza (ma secondo una profezia di Haku se ne ricorderà, prima o poi).
È stato tutto un sogno ad occhi aperti? Ci sono indizi di sì e indizi di no. Ma la scena migliore di tutte è quando il demone del cattivo odore entra alle terme per farsi un bagno. Chihiro bravissima lo aiuta in tutto e per tutto e lui lascia una ricchissima mancia in oro puro, insieme ad un avvertimento per lo spettatore come essere umano: infatti il demone di fango e terriccio era un Dio di un fiume, reso sporco dall’inquinamento umano (dopo la coltre di fango nel suo corpo si trovavano biciclette e altri oggetti di manufattura umana), e solo eliminando tale coltre Chihiro si riscatta e il demone la può ringraziare, dandole anche un aiuto ulteriore con una sorta di indizio per scoprire l’identità di Haku.
La città incantata è un film che può capitare una volta sola nella carriera di un autore: è così ricco di particolari e scelte e scene indiscutibilmente meravigliose che se ne può tessere le lodi per ore, e se ne può discutere i simbolismi per altrettanto tempo. Commovente e, come sempre, accompagnato da una colonna sonora di Hisaishi di bellezza indiscutibile.

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