Classifica: i lungometraggi di David Lynch / 2

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Per la prima parte, cliccate qui.

Posizioni 5-4

5. Velluto blu (1986)
Da molti detrattori del regista (ne esistono tanti) è considerato tra i suoi unici film sopportabili. Mi è difficile capirli – non nel senso che mi è difficile non capire chi non apprezza i film di Lynch, che nella loro complessità sono così difficili e discutibili in tutto che anche solo sopportarli è un grande passo per chi non ha mai letto mezzo trattato di cinema in vita sua; bensì nel senso che Velluto blu è tra i suoi film più sperimentali e brutali, e nonostante lo celi dietro una certa maschera, se uno bada a certi particolari, neanche troppi, lo può ben capire.
Protagonista il solito Kyle MacLachlan al secondo lavoro con il regista: Jeffrey Beaumont, in un prato vicino all’ospedale dove si trova il padre, trova un orecchio. Si innamora del mistero che gira attorno ad esso; lo consegna alla polizia, ma fa indagini da sè. Si apre davanti a lui una porta che sarebbe dovuta rimanere chiusa, e si trascina in un universo di sesso, violenza e perversione che gli corrompe l’animo e lo trasforma. Ogni inquadratura è un quadro, ogni nota di colonna sonora un mini-verso di una poesia, ogni frase una potenziale citazione. Visivamente affascinante, separa e unisce in continuazione la semplicità utopica di un certo tipo di fare cinema drammatico in America e il sadismo incontrollato e surreale della concettualizzazione visiva di leitmotiv psicologici come la figura del padre osceno e i difetti dell’amore, dell’amicizia e dei bei sentimenti. Delirante, commovente, spaventoso, ha il lieto fine più mieloso immaginabile, reso piacevole da una vena di terrorizzante pessimismo che dà al tutto un tono deliziosamente ambiguo.

4. Fuoco cammina con me (1992)
Anche di questo film ho parlato abbastanza qui, ma mi ripeterò un po’ spiegando com’è maturata la mia opinione riguardo a questo film, che finalmente si avvicina al trittico di capolavori del regista del Montana.
Prequel di Twin Peaks, che racconta l’ultima settimana di vita di Laura Palmer e le prime indagini sull’omicidio di Teresa Banks compiuto dallo stesso assassino, comincia con venti minuti abbastanza noiosi (quelli dedicati a Teresa Banks), divertenti in maniera grottesca ma troppo simili a vari episodi della serie che meritano più attenzione. È dopo che comincia la parte interessante: registicamente, la confusione programmatica del Lynch grottesco di Twin Peaks e in generale degli anni ’90 non è mai stata così compatta, geniale, potente. L’utilizzo della musica, dei colori (prevalenti rosso e blu), del sound design creano un inquietantissimo collage di indizi in cui le domande fatte sorpassano di gran lunga le risposte fornite. Di solito considerato ingiustamente dai fan della serie un pattume noioso e insensato, è invece studiatissimo come esercizio di regia e di stile: stile di una finezza spaventosa, che negli ultimi venti minuti raggiunge un apice forse mai toccato da Lynch, quando propone una scena di omicidio (quella di Laura Palmer) tra le più intense della storia del cinema. Anche la maniera con cui è trattato l’erotismo, a metà fra il deprimente/malinconico e lo sporco delirio del ritratto di un’infanzia perduta, è una caratteristica che va a favore di questo progetto sperimentale. Oltretutto e insomma, Fuoco cammina con me costituisce il miglior lavoro del regista, lungo o corto, tra le ultime due decadi del XX secolo.

Posizioni 3-2

3. Eraserhead (1977)
Film preferito di Stanley Kubrick, che lo trasmetteva a getto continuo al cast di Shining (1980) per causare inquietudine, la cui influenza sulla storia del cinema underground e sulla rinascita del grottesco è incalcolabile.
Eraserhead è un caso unico di film in bianco e nero che alla perfezione, tramite una regia controllata ed un sound design geniale, costruisce un film drammatico, senza seguire necessariamente un filo logico -come è solito nei film di Lynch- ma trasmettendo solo emozioni. Si può anche vivere come un’esperienza artistica «guardandolo» a occhi chiusi in alcune scene, oppure vivere le prime o le ultime caotiche sequenze come metafore di vario tipo, ma ciò non leva che un’interpretazione dell’insieme nei minimi particolari sia pressoché impossibile. Poco si può dire sulla costruzione di questo film rivoluzionario, che ha come protagonista Jack Nance nel ruolo di Henry Spencer, un uomo un po’ allucinato che deve vivere con le conseguenze di quello che ha fatto, avendo ingravidato la sua Mary (riferimento biblico?) e avendo come figlio un enorme girino.

2. Mulholland drive (2001)
Con Mulholland drive, Lynch raggiunge per la prima volta nella storia della sua carriera vette di un’invidiabile potenza. Già più volte precedentemente aveva dimostrato una forza emotiva che pochi suoi colleghi in America erano riusciti a mostrare, soprattutto con Eraserhead, Velluto blu e alcune sequenze centrali di Twin Peaks e Fuoco cammina con me, ma in Mulholland drive supera sé stesso: anche perché questa è la trama più drammatica con cui si sia mai messo a confronto, più ambivalente di Velluto blu, più tragica di Twin Peaks, più umiliante di Strade perdute.
Si entra nella testa di Betty Elms (Naomi Watts), giovane attrice che vuole diventare  hollywoodiana e che, giunta a Los Angeles, incontra Rita (Laura Harring), una donna che ha perso la memoria dopo un incidente d’auto e che vuole scoprire chi è. Nel frattempo si seguono varie sottotrame alternative: un regista (Justin Theroux) che passa molte disavventure a causa della malavita o della moglie che lo tradisce; un uomo che segue i propri incubi e ha sorprese inquietanti; un killer sbadato che ne fa di tutti i colori mentre è alla ricerca di Rita. Dura due ore e mezza ma scorre via che è una bellezza, nonostante la pesantezza dei temi trattati. È il seguito ideale di Strade perdute, le cui imperfezioni vengono superate e sostituite da guizzi di genialità nel rendimento di una trama inizialmente lineare che si trasforma in una sorta di incubo maniacale.
Paranoia, suicidio, desiderio di utopia, sono solo pochi degli infiniti temi trattati da Mulholland drive, che si può riassumere, secondo una certa lettura (non narrativa), come un film sul rimorso. Io, personalmente, l’ho visto venti volte e c’ho capito anche meno che nel decisamente più ingarbugliato Strade perdute, secondo la lettura classica invece più lineare. Naomi Watts regala un’interpretazione meravigliosa ad un film meraviglioso, questo sì un capolavoro, per scene dalla regia e dal sound design incredibili, con inquadrature claustrofobiche alternate a siparietti comico-grotteschi, con personaggi di contorno dall’inquietante originalità (penso soprattutto al «cowboy» e al manager del club Silencio, in cui si svolge la scena girata meglio della filmografia di Lynch insieme a quella del Nano in Twin Peaks). Da vedere, rivedere, non capire e riscoprire nella sua metacinematografica creatività innovativa.
Nota bene: è stato subito dopo Mulholland drive che è cominciato il boom dei film psicologici in America.

Posizione 1

1. INLAND EMPIRE – L’impero della mente (2006)
Terzo capitolo della trilogia sui sogni del regista, cominciata con Strade perdute e continuata con Mulholland drive, nonostante Eraserhead si possa considerare un prologo che renderebbe la trilogia una tetralogia. Mi si può notevolmente odiare per aver collocato al primo posto questo controverso, e generalmente mica troppo apprezzato, film di tre ore, da molti (anche fan del regista) considerato un polpettone, una serie di immagini sconnesse, una enorme patata bollita dipinta qua e là in modo che sembri avere senso. Ma ho le mie motivazioni.
Cosa rende Lynch un regista così importante e bravo? Beh, la sua caratteristica portante è l’utilizzo di una regia suggestiva e onirica, resa tale anche da un sound design inquietante e da un utilizzo di immagini e colori ben studiati, spesso accompagnati da una colonna sonora ammiccante e jazz di Badalamenti; altra sua caratteristica è un certo umorismo grottesco che assomiglia un po’ a quello dei Coen, ma molto meno presente; più che altro è importante notare come cozzino fra di loro con violenza in continuazione temi di psicologia e filosofia, spesso applicati al cinema e a come bisogna fare cinema, per fare un discorso su realtà, finzione, sogno, film.
In INLAND EMPIRE (il regista dice che va scritto tutto maiuscolo) si ha un’apoteosi di tutte queste cose. Basti pensare che è un progetto che Lynch ha fatto sperimentando sotto tutti i punti di vista, sia con la sceneggiatura (scrivendo una scena alla volta senza un soggetto o un piano preciso in testa, magari venendo fuori all’ultimo minuto di riprese con la scelta di inserire a metà film una sequenza «esplicatoria»), sia con la regia, utilizzando per la prima volta minuscole telecamere digitali. Le scene di regia suggestiva e onirica sono innumerabili, infinite, suggestive e sadiche, costruendo una regia di primi piano e obiettivi deformati che ricreano un ambiente malato e riassuntivo per il cinema del regista. Il sound design è il più inquietante dai tempi di Eraserhead, che a volte supera per potenza. I colori? Prevalenti blu e verde, ma anche in minor parte rosso, colori cupi e forti. La colonna sonora non è stata composta da Badalamenti ma da Lynch stesso, che sotto certi punti di vista, per suggestione immagini-musica, è agli stessi livelli del collega; il suo umorismo grottesco invece si perde un po’ ma, quando lo si ritrova, è riconoscibilissimo. Altro superlativo per l’utilizzo delle metafore sul cinema, notevolissimo: infatti, a differenza di Mulholland drive che è un film che va sentito, immersi nella voluta indecifrabilità di quel che accade e di quel che significa, l’intricatissimo mosaico di INLAND EMPIRE è un film che va capito, non narrativamente che è impossibile, ma concettualmente.
L’opera è tutta una metafora sul cinema, a partire dalle prime sequenze fino alle ultime, passando tra conigli antropomorfi, bruciature di sigaretta (il cui significato dovrebbe essere chiaro), Polonia, stupri, omicidi, una metafora così imponente e geniale da renderlo uno dei tre film più completi ad essere usciti dopo il 2000 (a mio parere gli altri due sono Love exposure e The tree of life, di cui ho scritto ai relativi collegamenti). Impossibile spiegare la trama: si vedono solo varie scene drammatiche, tra la Hollywood del presente e la Polonia di inizio ‘900, molte di esse con protagonista Laura Dern che interpreta personaggi vari: un’attrice, il personaggio che interpreta et similia.
E’ l’opus magnum del regista, un testamento, un riassunto, uno spaccato di vita e di concetti che si apre al millennio che inizia e a quelle che diventeranno le sue prossime opere (ha annunciato che è possibile che torni a lavorare al cinema tra quest’anno e il prossimo — si era preso un periodo sabbatico per lavorare a cortometraggi, musica, architettura, pittura).

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