Classifica: i lungometraggi di David Lynch / 1

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Le liste vanno forte. Le liste fanno discutere, le liste divertono, le liste sono sempre state particolari come mezzo di recensione o di discussione, o di valutazione. Dopo i vari pezzi in cui ho preso un regista e ho messo a paragone due suoi film opposti o incredibilmente simili, ho deciso di scrivere alcuni pezzi in cui stilo liste delle opere di un regista, dalla meno bella alla più bella, ma solo con autori di cui ho visto ogni film. Ho deciso di iniziare con David Lynch, uno dei miei registi preferiti, e ho deciso di fare due pezzi su di lui: uno con i lungometraggi cinematografici, uno con i cortometraggi (saltando quindi progetti a metà come film-concerti o episodi di serie TV – Twin Peaks), e comincio con i lungometraggi, 11, nonostante per ora i suoi film usciti al cinema siano 10, a causa dell’inserimento di un suo lungometraggio televisivo che è stato anche trasmesso in alcune (poche) sale.

Posizioni 11-10

11. Dune (1984)
L’adattamento del romanzo di fantascienza di culto omonimo di Frank Herbert scritto e diretto da Lynch tra il 1980 e il 1984 per la casa di produzione di De Laurentiis è un film meno brutto di quello che viene spesso considerato, ma nonostante ciò è comunque il peggiore del regista. Con una trama incredibilmente strutturata e complicata, costituita da epiteti in lingue aliene e deliranti battaglie i cui scopi sono metafore della società e del mondo bellico e mercantile attraverso la storia dell’uomo, il romanzo è un capolavoro del suo genere, e la trattazione della sua versione cinematografica sarebbe dovuta finire nelle mani del visionario regista cileno Alejandro Jodorowsky, suggestivo nome dietro a film come Fando y lis, El Topo, La montagna sacra e Santa Sangre.
Jodorowsky aveva progettato una autorializzazione del progetto, inserendo e caratterizzato al meglio le tematiche spirituali e religiose a lui sempre tanto care, sulle quali ha scritto anche dei libri, facendo disegnare l’universo in cui la storia si svolge da Hans Ruedi Giger, scenografo di Alien e autore di vari quadri dotati di un particolare suggestivo stile basato sulla bionicizzazione degli organi umani (specialmente quelli sessuali), e facendo comporre le musiche originali ai Pink Floyd (nel film di Lynch sono state composte invece dai Toto e da Brian Eno); questo quasi dieci anni prima. De Laurentiis e compagnia però hanno scelto di affidare ufficialmente il progetto a Lynch, che aveva dimostrato di essere visionario nei suoi precedenti lungometraggi in bianco e nero, Eraserhead e The elephant man.
Il problema di base del film è doppio: da una parte all’autore è stato chiesto di scrivere una sceneggiatura breve, adatta ad un film di due ore, compressa il più possibile, restringendo i dialoghi, le caratterizzazioni (riguardo a ciò, Lynch aveva scritto e diretto un film di quattro ore, tagliando poi qua e là scene varie in fase di montaggio, e l’effetto si sente molto); dall’altra parte, era vicino temporalmente il successo di Guerre stellari e De Laurentiis voleva doppiare il risultato con un qualcosa di simile impatto, rendendo pomposa la ricostruzione delle scene d’azione e del dramma in generale. Con questa presunzione, aggiunta all’effetto generalmente squallido fornito dagli effetti speciali, il film fu un flop pazzesco, che fece fallire la casa di produzione e a lungo il nome del suo regista. Nonostante ciò, intrattiene, anche più del dovuto, diverte, confonde un po’ nel suo eccesso di epiteti, ma ha buone sequenze ed un cast stellare, composto da Kyle MacLachlan (attore-feticcio del regista, qui alla loro prima collaborazione) nel ruolo principale, ma anche Francesca Annis, Brad Dourif, Freddie Jones, José Ferrer, Richard Jordan, Everett McGill, Max Von Sydow, Jack Nance, Kenneth McMillan, Siån Phillips, Jürgen Prochnow, Patrick Stewart (Jean-Luc Picard in Star Trek), Dean Stockwell e soprattutto il celebre cantante Sting, leader dei Police, nel ruolo più ambiguo e trash di tutta la trama.

 

10. Cuore selvaggio (1990)
Non si può dire che Lynch non sia un regista che ha affrontato l’assurdo: però si può discutere di come l’ha trattato e come lo tratta. Di solito Lynch nelle sue opere convive con l’assurdo surrealizzandolo, trasformandolo in una dimensione tutta sua in cui lavorare con metafore, simbolismo, oniricismi visivi. In Cuore selvaggio usa l’assurdo invece sfruttando il grottesco, un grottesco pacchiano che di solito nelle sue opere rimane un sottofondo, un vago, sfumato colorito di base utile solo ad aggiungere e non a definire una trama o un concetto, e che qui invece è una cosa centrale: umorismo portato all’estremo per un film che ha come protagonisti l’attore più ridicolo di Hollywood, Nicolas Cage, e Laura Dern; un film divertente e violento, portato all’estremo di ogni conseguenza, sceneggiato senza criterio, divertente, scellerato, pieno di battute di culto, una fiera dell’eccesso, stilisticamente parlando, premiata con la Palma d’oro al festival di Cannes 1990 dal Presidente della Giuria all’epoca, Bernardo Bertolucci.
Un film però anche pieno di difetti, compiaciuto, ridicolo (volontariamente, ma a tutto ci dovrebbe essere un limite comunque), anche nella ricostruzione delle tematiche più serie come la caratterizzazione della figura del padre osceno (Willem Dafoe), ricorrente nel cinema di Lynch. È un film inusuale, anche per un regista così: evoluzione (o involuzione) di La rabbia giovane di Terrence Malick e proto-versione di Assassini nati di Oliver Stone. È un film da vedere volentieri nella sua programmatica e a volte irritante perversione imperfetta, magari facendo finta di non sapere il nome del regista.

Posizioni 9-8

9. Una storia vera (1999)
Storia vera e commovente di Alvin Straight, interpretato da Richard Farnsworth, anziano senza patente che anni dopo un litigio con suo fratello gravemente malato  ha deciso di andarlo a trovare per consolarlo… cavalcando un tosaerba. Lento, lineare, concreto. Considerato dal dizionario del cinema Morandini il capolavoro assoluto di Lynch, è un bel film, sostanzialmente privo di difetti, ma che perde qualità a causa del fattore del rapporto tra la qualità effettiva ed il nome del regista: il film ha una bella regia, una bella sceneggiatura, una meravigliosa fotografia, una colonna sonora da brividi (del genio Angelo Badalamenti), dei grandi attori, ma non è geniale, innovativo o potente come, sostanzialmente, ogni altro lungometraggio del regista.

 

8. The elephant man (1980)
Probabilmente è il film più famoso di Lynch, questo drammone in bianco e nero con protagonisti John Hurt e Anthony Hopkins alle prese con le terrificanti scelte di un’umanità rappresentata con un cinismo spaventoso, nascosto da un’apparente dose di hollywoodiano buonismo. Protagonista è Joseph Merrick, uomo realmente vissuto durante l’età vittoriana, che divenne famoso nella società britannica a causa dell’apparenza ributtante delle sue deformazioni, causate da uno stato incredibilmente avanzato di morbo di von Recklinghausen.
Soprannominato «Elephant man» soprattutto a causa della sua fronte, è stato prima un fenomeno da baraccone, poi un oggetto di studio e lentamente si integrò nella società a causa di una insospettata capacità intellettuale, fino all’apparentemente accidentale soffocamento durante il sonno, che secondo il finale del film di Lynch sarebbe stato un suicidio causato dal desiderio di Merrick di sentirsi umano. Visivamente potente, è un film a metà tra le convenzioni drammatiche hollywoodiane e le divagazioni stilistiche-oniriche tipiche del primo cinema di Lynch, in particolare di quello dei suoi cortometraggi. Commovente, disperato, bellissimo. Da non dimenticare, tra le varie sequenze clou, l’introduzione e la conclusione, gioielli del visionario.

Posizioni 7-6

7. Strade perdute (1997)

Tra il proprio esordio cinematografico, Eraserhead, e Strade perdute, sono passati venti anni per David Lynch. Venti lunghi anni possono significare sia una maturazione dei mezzi linguistici sia una decadenza dell’originalità. Ma il nostro amato regista è così anticonvenzionale che sia matura che decade, in questo mini-gioiello dell’assurdo, confuso e poco compatto, esageratamente anni ’90 nella ricostruzione soprattutto musicale dalle atmosfere industriali, tra Nine Inch Nails, Rammstein e Smashing Pumpkins.
Protagonisti del film sono, alla stessa maniera, Bill Pullman e Balthazar Getty, nel ruolo della stessa persona in due condizioni diverse: probabilmente una è una condizione onirica, e l’altra no. Oppure è tutta fantascienza. Un sassofonista scopre che la moglie (Patricia Arquette) lo tradisce, vive con lei la paranoia di vari esseri misteriosi che li spiano e li filmano, poi ha un attacco di rabbia che conduce a un uxoricidio ed infine a una trasformazione, vive un’avventura con una bionda delle stesse fattezze della moglie dopo aver assunto una personalità ed una forma fisica più giovane, e poi di nuovo trasformazione nel vero sé, però spietato, e infine morte.
Confuso? Caotico? Senza dubbio; geniale, a tratti, stilisticamente a volte perfetto, stilisticamente a volte pacchiano come la peggiore sequenza camp di Cuore selvaggio. Imperdibile nonostante la marea di difetti, molti dei quali voluti. Simpatico cammeo (molto kitsch) di Marilyn Manson nel ruolo di un pornattore in una delle ultime sequenze, in cui il protagonista e l’inquietantissimo Mystery Man picchiano il personaggio di Robert Loggia a ritmo di Rammstein. Il più grande pregio? La fotografia di Deming: probabilmente tra i migliori lavori sul luci e ombre in un film degli anni ’90. Fu il flop più clamoroso della storia di Lynch dopo quello di Dune.

 

6. Twin Peaks — il pilota europeo con il finale alternativo (1990)
Della meravigliosa serie tv di Twin Peaks ho già scritto abbastanza (anche troppo) qui, ma troppo forse non è mai abbastanza. Nella serie tv, divisa in due stagioni andate in onda tra il 1990 e il 1991 e ambientate nel 1989, si investiga l’omicidio della giovane Laura Palmer, nata e morta a Twin Peaks nello stato di Washington al confine con il Canada. Protagonista Dale Cooper, l’attore-feticcio del regista Kyle MacLachlan, investigatore anticonvenzionale ma geniale per l’originalità della propria tecnica d’indagine. Quando ancora Lynch non sapeva se il suo film di un’ora e mezza, che ritraeva il primo giorno di indagini, con il tema ricorrente del pianto per il lutto, sarebbe diventato o no l’episodio pilota di una serie tv, gli fu offerto di girare un finale alternativo in cui si scopriva l’assassino, creando quindi un film autoconcluso che sarebbe giunto sugli schermi televisivi sotto forma di film non cinematografico. Lynch lo fece: aggiunse al pilota una sequenza di quattro-cinque scene apparentemente sconnesse al resto.
La serie però fu accettata, ma lui decise di non buttare via il materiale, e anzi di montare gran parte di quelle quattro-cinque scene aggiuntive all’interno della serie, e di pubblicare in Europa il pilota con il finale alternativo in versione intera. L’episodio pilota di per sé, scene finali incluse o escluse, è un capolavoro assoluto, uno dei migliori episodi che la storia della televisione ricordi, per regia, tematiche, e potenza visiva – le scene aggiuntive, come sono state usate per la serie (la maggior parte di esse sono state utilizzate per il montaggio di una scena onirica alla fine del terzo episodio della serie, uno dei migliori), sono geniali, ma aggiunte come finale alternativo ad un’ora e mezza pressoché perfetta, con inoltre un intermezzo grottesco-comico abbastanza inconsistente, può dare un’ottima sensazione da un punto di vista registico, ma da un punto di vista narrativo, nel valutare questa versione del pilota come un film autoconcluso (poi uscito anche in alcune sale), la discordanza dei toni e la confusione della storia sono un difetto.

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(continua…)

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