Classifica: i lungometraggi di David Cronenberg / 2

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Continua la classifica dedicata al regista canadese (qui sopra in un fotogramma da Cabal, in cui compare come attore). La prima puntata la trovate qui. La terza parte domenica.
(Cliccare sulle linguette per proseguire nella lettura)

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15. Rabid (1977)
Un horror «tradizionale» ma cronenberghiano fino all’osso, al punto che reinterpreta gli stereotipi del B-Movie con genio, quadratezza, delirio e volgare violenza allo stesso tempo. Sembra quasi un’operazione à la John Carpenter prima che questi cominciasse la sua Trilogia dell’Apocalisse. Nei contenuti è quasi profetico, toccando l’AIDS prima che diventasse una questione di portata internazionale (1981). È chiaro che Cronenberg sarebbe evoluto ma questo è un esempio di potenza visiva ottima, soprattutto nel riprendere il tema degli zombie in maniera interessante senza copiare ed incollare la concezione di essi che aveva Romero.

 

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14. Scanners (1981)
Il primo passo verso il grande Cronenberg degli anni successivi è l’evoluzione dell’estetica di Rabid e The brood applicata ai concetti di Stereo. Film esplosivo (la freddura, per chi il film l’avesse visto e l’avesse colta, è voluta) dalla distopia suggestiva, Scanners è uno dei film più rappresentativi dell’horror e della fantascienza anni ’80: criptico ed ossessivo nei contenuti ma brutale e crudo in una splendida regia capace di rendere vicino al noir quello che altrimenti sarebbe un film di fantascienza purissimo, legato alla logica del film trash anni ’50, più o meno come quando Carpenter rese il politicissimo Essi vivono (1988) un film d’azione appartenente al decennio precendente. Scanners contiene molte sequenze memorabili e di culto, dallo «scontro» pacato con tanto di conclusione inaspettata al finale misterioso ed inquietante.

 

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13. La mosca (1985)
Uno dei film più famosi di Cronenberg (e l’unico ad aver vinto un Oscar, meritatissimo: per il trucco), sarebbe un horror fantascientifico, ma io l’ho sempre visto come una drammaticissima storia d’amore. Visivamente è quanto di più vicino al termine «disgustoso»: la metamorfosi psicosomatica lenta e ripugnante del protagonista tocca certi apici di schifo veramente paradossali, insieme alla scena onirica del parto. Ma le relazioni interpersonali, i dialoghi, lo rendono più vicino a Casablanca (1941) che non a Scanners, con quel triangolo amoroso che è inizialmente goliardico e poi mano a mano diventa sempre più tragico. A fine visione fa venire il magone. È per Cronenberg quello che è stato The Elephant Man (1980) per David Lynch: una pellicola appartenente ad una produzione e ad un circolo di distribuzione più regolare e mainstream ma talmente legato all’estetica controversa e violenta del proprio regista da essere atipico in tutto, anche nel successo. Ed entrambi, forse non a caso, hanno protagonisti intensissimi, nel contempo umani e deformi – o mostruosi. Con una fine in comune.

 

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12. Il demone sotto la pelle (1976)
Più bello il titolo originale: Shivers, Brividi. Pura anarchia. Viene mischiato l’horror/B-movie con una purissima assenza di regole: sia cinematografiche sia in generale artistiche, fotografiche, sessuali (carnali!), fisiche e «sanguinose». Il sesso diventa il motore di tutto, ma è un sesso respingente, delirante, irrealistico ed iperrealistico allo stesso tempo nella sua materializzazione sudaticcia. Shivers è un film imperfettissimo ma così completamente fuori dal mondo da essere già, molto seminalmente, vicino al territorio del capolavoro.

 

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11. eXistenZ (1999)
Il Matrix (1999) di Cronenberg, in cui la logica cyberpunk gnostica viene sostituita con un macchinosissimo gioco metacinematografico e metaludico che reinterpreta la fantascienza, il videogioco e la concezione umana della realtà in quanto distorta dalla tecnologia. Vicino ad altri film del regista ma comunque indipendente, eXistenZ acquista funzionalità con l’eccesso anti-logico del finale, ma anche con l’assenza di esistenzialismo nel continuo mettere in dubbio realtà e finzione. Dubbio, questo, che si manifesta drammaticamente anti-realista fino all’inevitabile conclusione con sguardo in macchina: che senso ha sapere qual è la realtà e qual è la finzione all’interno del film se lo spettatore che guarda il film sa che tale film è finzione in quanto è un film? Logica, questa, sulla scia della Montagna sacra (1973) di Alejandro Jodorowsky. Da approfondire.
(continua)

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10. Spider (2002)
Il film più atipico ed irregolare del regista. C’è meno carne, c’è più mente; c’è più silenzio, e c’è meno dialogo (tra le poche frasi pronunciate una in particolare, detta da un pazzo, lascia il segno «Gli abiti fanno l’uomo. Meno c’è l’uomo più si sente il bisogno dell’abito»), oltre appunto a certe piccole perle di saggezza, un paio di dialoghi superficiali (e superflui!) ma intimisti e al continuo, imperterrito inquietante monologo interiore del protagonista. Si sente quasi il bisogno di una destrutturazione delle teorie freudiane. Dopo quasi due ore di una lentezza meravigliosamente irrespirabile, c’è un finale pessimista e cupissimo. Il film contiene l’interpretazione più interessante di tutta la carriera di Ralph Fiennes ed una regia inquietante ma perfetta, imparagonabile a quella degli altri film di Cronenberg. Quasi una rivoluzione nella sua visione, una rivoluzione che non ha avuto seguito.

 

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9. A history of violence (2005)
Sono rimasto molto stupito quando ho letto sul dizionario Morandini, il mio dizionario cinematografico italiano preferito nonostante molte perplessità, che A history of violence è il capolavoro assoluto del regista canadese: è l’unico film a cui vengono conferite le sacre 5 stelle. Considerando che, nella mia generosità (?), io tali 5 stelle le darei alle prime quattro posizioni in classifica, A history of violence è una meraviglia principalmente perché è un film con temi forti in cui la bellezza sta nel particolare, nella metafora della scena singola, nei primi piani delle espressioni facciali di Viggo Mortensen ricoperte di sangue. È geniale il fatto contrastante che sia un film che, se nasconde il genio nel piccolo di fronte al grande, lo compia facendo sì che quel piccolo mostri qualcosa di più universale del grande: Nei particolari, nelle battute veloci, nei giochi di fotografia (penso al breve ma intenso piano sequenza iniziale, soprattutto) viene implicato, difatti, che il personaggio di Viggo Mortensen potrebbe rappresentare gli Usa. Ed il genere del thriller viene reinterpretato in maniera (fisicamente?) mostruosa, rendendo intensamente oniriche e rarefatte anche le scene più concrete ma senza eliminare una violenza brutale (e realistica!) che ricollega lo spettatore alla realtà. Una realtà allegorica, ovviamente.
A history of violence è il fulminante e allo stesso tempo minimale risultato di un regista che dimostra di sapersi rinnovare anche tramite una raffinata critica sociale – verso la borghesia occidentale e la logica della cittadina americana criticata spesso anche da Lynch – con un rigore da thriller americano quasi contraddittorio. Molteplici scene d’antologia: sia l’inizio che la fine geniale e deprimente, entrambe le scene di amplesso tra il personaggio di Mortensen e quello di Maria Bello (in particolare la seconda, tra le scene più dolorose dell’intera filmografia del canadese), le molteplici sequenze di sparatoria e/o violenza, il dialogo tra Mortensen e suo fratello interpretato da William Hurt (nomination all’Oscar), Mortensen che fa il bagno nel lago. Con non a caso il crocifisso al collo. A history of violence ha una delle migliori sceneggiature del suo decennio.

 

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8. M. Butterfly (1993)
Mi piacerebbe poter scrivere una recensione obiettiva di M. Butterfly  lunga abbastanza da analizzare ogni suo singolo aspetto senza rivelare il finale, ma mi è impossibile. Perciò scrivo solo pochissime righe, restando fedele al segreto ma tradendo quindi la maestosità irracontabile: è la più schietta e raffinata storia d’amore del Cinema degli anni ’90. I costumi sono bellissimi, la fotografia a metà tra l’Orientale e l’Occidentale è perfettamente equilibrata, Jeremy Irons è bravissimo. Le ultime inquadrature sono strappalacrime. Un aggettivo poco rivelatorio: corporeo (nel senso più terreno, umano e melodrammatico).

 

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7. Crash (1996)
Il film più opprimente e moderno degli anni ’90 è, in realtà, in tutto e per tutto, un film del XXI secolo. Ha le scene di sesso più ripugnanti mai girate, la relazioni interpersonali più deprimenti e passive mai scritte, ed una delle fotografie più gelide di sempre. L’occhio di Cronenberg più che mai si lega all’occhio della macchina da presa nell’osservare questi individui vuoti, tristi, inseparabilmente legati a riti sessuali (che possono sembrare gratuiti, ma devono parerlo) e ad un senso viscerale e spiritualmente incoerente della violenza. Il regista, e con lui lo spettatore, sono costretti a giudicare e a guardare con disprezzo odiosi esseri umani riflesso, alla fin fine, delle ossessioni corporee di tutti noi: il feticismo della macchina e della tecnologia ma anche della ferita, del rischio. È un film semplicissimo e quasi autoesplicativo, una pura tragedia che parla del genere umano tramite una mezza metafora e dicendo così più di quello che un qualsiasi mestierante hollywoodiano potrebbe comunicare. È, forse, il più disturbante e pesante tra i film del regista canadese.

A domenica per l’ultima parte.

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