Classifica: i lungometraggi di David Cronenberg / 1

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David Cronenberg è un regista canadese più che settant’enne che ha cominciato la sua carriera negli anni ’60 e al giorno d’oggi si è evoluto in uno dei più grandi registi viventi.
Il suo stile parzialmente allucinato ma soprattutto equilibrato e quadrato spesso va in disaccordo con i contenuti dei suoi film: alienanti, corporali, dolorosi. Si può dire che, insieme a Bergman (anche se in maniera molto diversa), è il regista che ha più espresso il concetto di dolore, soprattutto nell’aver inventato un genere, il «body horror» (= orrore corporale), che tra l’altro probabilmente ha sviluppato bene solo lui, basato su di una reinterpretazione del genere orrorifico (e del genere fantascientifico) atta a mischiarne gli stereotipi con un’introspezione psicologica direttamente collegata al dolore fisico, al martoriarsi della carne, all’aprirsi delle ferite. L’horror si è poi trasformato in dramma e ha subito varie mutazioni col passare degli anni, ma il marchio di fabbrica qualitativo e contenutistico di Cronenberg è rimasto ben alto. È uscito da pochissimo in Italia il suo ultimo lavoro, Maps to the Stars, che ha vinto al festival di Cannes il premio per la migliore attrice, Julianne Moore.
Per l’occasione, come ho fatto precedentemente, ecco a voi una classifica dei film del grandissimo autore (cosa che avrei voluto fare anche con Jim Jarmusch in occasione del suo ultimo Solo gli amanti sopravvivono, ma non ci sono riuscito semplicemente perché purtroppo non ho ancora visto tutti i film del regista — e tra questi, neanche quest’ultimo che tutti dicono essere tra i suoi migliori).
(Cliccare sulle linguette per proseguire nella lettura)

21-19

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21. Fast company (1979)
Un film che non so perché esiste. Forse un trampolino di lancio? Pseudodramma d’azione sportiva appartenente ad un genere dal nome impronunciabile (Carsploitation, informatevi) uscito dalla mente di un regista che precedentemente aveva già affermato (e come!) il proprio genio, Fast company potrebbe essere la versione B-movie (datata anche quando uscì!) di Crash (1996), successivo capolavoro dell’autore. La versione, cioè, con quelle marce in meno (usando la metafora dell’automobile che non ci sta mai male) rinvenibili in un film d’intrattenimento considerabile d’autore solo conoscendo per vie pregresse il nome che c’è dietro.

 

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20. Crimes of the future (1970)
Noiosetto. Un’operazione sperimentale ed anti-commerciale vicina all’esordio Stereo ma privo di originalità. Non, comunque, di interesse, nonostante riesca ad essere prolisso pur durando poco più di un’ora: in questo delirio dalla narrazione confusa che potrebbe benissimo essere un film di fantascienza trash anni ’40, si riconosce, almeno da lontano, quella ricerca carnale (sessuale) che nel mondo di David Cronenberg ha sempre avuto il suo notevole spazio.

 

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19. A dangerous method (2011)
Un drammone prepotentemente convenzionale che costituisce un episodio atipico nella filmografia di Cronenberg, almeno in apparenza: biografia tripla (Freud, Jung, Sabina Spielrein) in costume, con un trio di attori famosi che alternano in maniera più o meno efficace recitazione sottotono ed eccessi gigioneggianti (inguardabile la Knightley che finge una schizofrenia enfatica ed irrealistica), questo film di interni – o di esterni soleggiati – ha dalla propria una fotografia che non sbaglia mai, dialoghi interessanti anche quando giocosi ed un attaccamento alla violenza fisica e sessuale che dà un senso cupo a quello che potrebbe sembrare un semplice film drammatico commerciale come molti altri.
È forse un perno per capire la logica del Cronenberg moderno rispetto ai propri personaggi (e rispetto al mondo di Jung e Freud, rappresentati in modo che vengano anche giudicati e criticati, il primo come umano ed irrazionale ed il secondo come pomposamente malsano), ma non si può non notare l’estetica più da film minore di Joe Wright che da un veramente, propriamente cupo body horror. Da vedere a più riprese, comunque, evitando il Prendimi l’anima (2002) di Roberto Faenza che tratta la stessa storia in termini dal risultato televisivo e catastrofico.
(continua)

18-16

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18. The brood (1979)
È un horror solido e crudele che assorbe lo spettatore in un mondo malsano abitato da personaggi profondamente umani ai quali quasi ci si affeziona. Il «quasi» è importante: di fronte a certi orrori, violenti, sessuali e corporei, non ci si può veramente commuovere. È forse un po’ noiosetto nell’essere a volte veramente eccessivo, rasentando il delirante, seppure non in maniera liberatoria e anarchica come in altri film del regista canadese.

 

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17. La zona morta (1983)
Tratto dal romanzo di culto omonimo di Stephen King, La zona morta (e si vede da miglia di distanza) è un film su commissione. Ciò che Cronenberg mostra contiene ottimo intrattenimento, ottima recitazione, una regia quadratissima, una sceneggiatura compatta e spesso ironica, un paio di scene da brividi, un finale geniale. Ma rimane, forse, il film del regista meno legato alla carne e quindi automaticamente sembra legnoso e fuori luogo. È un (non troppo) raro caso di film che aumenterebbe di qualità se non fosse stato di un grande regista.

 

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16. Stereo (1967)
L’esperimento degli esperimenti: l’esordio di Cronenberg è in bianco e nero, privo di dialogo (tutti gli eventi sono narrati da una voce di sottofondo), e dura poco più di un’ora. È un’opera meditativa che costituisce un’analisi quasi inquietante – e lontana dal documentarismo… – del mondo della «telepatia». È un precedente di Scanners e del collegamento carne-mente che è tra i leitmotiv più significativi della corrente cinematografica seguita dal regista, che dovrà maturare ma mostra già in profondità i segni di una mente che sa adoperare il mezzo della macchina da presa ai propri scopi.

La seconda parte di questa classifica giovedì.

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