Classifica: i lungometraggi di Christopher Nolan

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Christopher Nolan, che piaccia o no, è il regista di nome più noto tra quelli delle grandi produzioni americane degli ultimi anni, insieme a Quentin Tarantino. Londinese di classe ’70, autore a tutto tondo e spesso sceneggiatore col fratello Jonathan, il suo stile è controverso, ma i suoi film sono sempre successi al botteghino. Infatti, Nolan è riuscito a creare un miscuglio di Cinema d’autore narrativamente complicato e intrattenimento «basso» capace di portare gli spettatori a ragionamenti più o meno astrusi ma sempre complessi per capire cos’è, davvero, la realtà (dei fatti o dei concetti, da un punto di vista più morale) nelle proprie opere. Ha fatto film originali e film tratti da romanzi o racconti, e i suoi maggiori successi sono probabilmente le opere tratte dai fumetti di Batman.
E’ un genio del Cinema moderno o un furbo mestierante sopravvalutato? Per me, nessuno dei due, come si capirà dalla seguente classifica, (mia) visione più o meno dettagliata di ogni suo film, in occasione dell’uscita della sua ultima opera, Interstellar (2014).
(Cliccare sulle linguette per proseguire nella lettura)

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9. Il cavaliere oscuro – il ritorno (2012)
L’ultimo capitolo della trilogia di Nolan su Batman è un film supereroistico che pretende di essere politicizzato, con l’eroe creato da Bob Kane che si scontra con il filosofeggiante Bane, una sorta di Robespierre muscoloso. È un gran peccato che una figura potenzialmente carismatica come il «cattivo» di Tom Hardy venga oscurata da una trama piena di buchi (soprattutto nel terribile finale), una caratterizzazione del protagonista dai toni inutilmente cristologici, un montaggio confuso e ridondante e scene d’azione che sono solo e soltanto pure americanate.
Impossibile giustificare la marea di difetti in funzione di un «disegno più grande», in realtà incoerente quando non stolto, considerato come viene preso sul serio, in maniera anche involontariamente parodistica, il personaggio stesso di Batman. Esilarante la scena di combattimento tra Bruce Wayne e Catwoman da una parte e gli scagnozzi di Bane dall’altra: uno di questi ultimi sta combattendo da solo nell’aria, per un’inquadratura di pochi secondi. Il montatore ed il direttore delle controfigure hanno un ottimo senso dell’umorismo.
(Di questo film ho parlato più nel dettaglio qui).

 

Insomnia

8. Insomnia (2002)
Rifacimento del film omonimo (1997) del norvegese Erik Skjoldbærg, Insomnia è un thriller relativamente minimalista con Al Pacino protagonista e Robin Williams antagonista. Dove Pacino dimostra di essere uno dei grandi attori della sua generazione in una delle sue ultime interpretazioni veramente memorabili, Williams riesce a creare un antagonista glaciale e terrificante facendo dimenticare completamente come il suo volto sia, nella mentalità collettiva, legato ad un tipo di Cinema più caloroso e spielberghiano. Detto ciò, il film è confuso ed abbastanza inutile: non è brutto di per sé ma gira a vuoto per due ore scarse, fino a dare la convinzione di non avere niente da dire.

 

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7. Batman begins (2005)
Il primo capitolo della trilogia su Batman è un film muscolare ma suggestivo, e dimostra in sé stesso tutta la contraddizione del Cinema di Nolan: dove finisce la serietà e comincia l’intrattenimento (o viceversa)? In ciò, Batman begins è esemplare per come non risponde a queste domande e rimane, senza sé e senza ma, solo e soltanto un film supereroistico, a differenza dei due, più ambiziosi, seguiti. Tra ninja, cattivoni caricatissimi, analessi traumatiche, muscoli e Liam Neeson, il film in effetti ha molti motivi per non prendersi sul serio e spesso sbaglia direzione; tuttavia, è un’ottima galleria di effetti speciali e meccanismi narrativi originali per un film del genere.
Nonostante ciò, Nolan non ha quella verve presente nell’estetica parodistica di Tim Burton e non può replicare la qualità dei due Batman (1989-1992) del collega statunistense, che nella loro semplicità grottesca riuscivano ad essere più coerenti, divertenti e probabilmente anche completi.
(continua)

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Following

6. Following (1998)
Il film d’esordio di Nolan è un thriller a basso costo in bianco e nero pregno dei leitmotiv del suo Cinema: struttura narrativa tesa, una serie di finali a sorpresa (qui più prevedibili che nei film successivi) ed una messa in scena impeccabile. In più, qui, abbiamo un’estetica noir che il regista non ha più affrontato (tranne, in minima parte, in Memento) ed un’ironia che, invece, è praticamente assente in ogni suo altro film se non per piccole gag che, alla fine, vengono sempre dimenticate. Il protagonista, poi, è il prototipo del «personaggio nolaniano»: a metà tra l’eroe e l’antieroe, vive nell’illusione, non apprezza la realtà e finisce per ingannare sé stesso fino all’esasperazione. È un neo-noir criminologico che non ha niente del Cinema «ricco» dei suoi più celebri film successivi – nel bene e nel male.

 

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5. Inception (2010)
Dopo Il cavaliere oscuro il nome di Nolan è stato sulle bocche di tutti per motivi che approfondirò dopo, ma è stato con Inception che hanno cominciato a cristallizzarsi sempre di più anche le opinioni negative, fino a rendere il regista uno dei personaggi più controversi della videocultura pop degli ultimi anni.
Inception è un instant-cult amatissimo per molteplici motivi ragionevoli: intraprende un viaggio attraverso il mondo dei sogni esteticamente originale e narrativamente complicato fino ad essere paradossale, creando un puzzle che ogni spettatore può decidere di provare a risolvere per conto suo, ha un ritmo più da film di spionaggio che da film di fantascienza (nonostante i notevoli effetti speciali), una serie di personaggi macchiettistici memorabili, scene d’azione ben coreografate ed un protagonista che, con i suoi fantasmi ed enigmi, è l’(anti)eroe nolaniano per eccellenza – e le espressioni corucciate di Di Caprio sono perfette per interpretarlo.
I contro sono comunque vari: il totale funziona peggio delle scene singole, con un montaggio confuso che connette spesso male le colonne sonore ed una narrazione talmente frammentaria da costringere alla seconda visione, e il senso dell’onirico e del sogno è banalizzato in un mondo in cui tutto sommato di onirico non c’è quasi niente, mentre l’immaginario mentale è banalizzato ad un setting (ben scenografato e fotografato) più vicino ad un videogioco che ad un sogno.
Sarebbe da «ricostruire», non per renderlo più comprensibile (l’enigma è comunque affascinante ed è bello pensare a come Di Caprio può finire per essere o il più eroico o il più antieroico dei personaggi nolaniani, senza vie di mezzo) ma per renderlo più compatto e potente, visivamente e concettualmente.
(Di questo film, ho parlato più diffusamente, e parzialmente con idee diverse, qui).

 

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4. Il cavaliere oscuro (2008)
Raramente su questo sito ho espresso le mie opinioni nei riguardi dei cosiddetti cinefumetti, tranne quando ho ammesso di non aver apprezzato The avengers. Il cavaliere oscuro, secondo film della nolaniana trilogia su Batman, è considerato universalmente il miglior cinefumetto di tutti i tempi.
Escludendo film come Ichi the killer (2001) di Takashi Miike o Oldboy (2003) di Park Chan-wook, in quanto così prepotenti ed unici da trascendere le opere originali (comunque prive dell’elemento che considero «da fumetto» per eccellenza, ovvero il lato supereroistico), considero che il cinefumetto sia raramente da prendere sul serio, e debba spesso anzi esser vissuto come esperienza autoironica, con una sua concretezza ed una sua epicità. Per questo sopporto poco la maggior parte dei grandi sbancabotteghino supereroistici, compresi quelli della Marvel. Il cavaliere oscuro per me è l’unico esponente di film supereroistico apprezzabile nonostante si prenda sul serio, e questo perché per certi versi non è un film supereroistico: è un film d’azione/gangsteristico malsano con un’estetica industriale e noir, con una cifra stilistica inusuale per la sua categoria. La sequenza d’apertura, per dire, è una memorabile scena di rapina sulla scia del Cinema d’azione di Michael Mann.
Poi, è vero, è difficile prendere sul serio un film in cui le leggi della fisica non sono rispettate, il protagonista è un uomo vestito da pipistrello e una delle più importanti metropoli americane (Gotham City è sempre più una New York «dei cattivi») è completamente a rischio a causa di un pagliaccio che improvvisa in continuazione; tuttavia la resa ritmica e fotografica dello scontro tra bene e male, in cui non esistono davvero né bene né male, rende la sua considerazione «da primato» nella mentalità collettiva perlomeno comprensibile. Ogni lode al Joker di Heath Ledger è sprecata perché dovuta: non ha il fascino grottesco di quello di Jack Nicholson nel Batman (1989) di Burton, ma è di una genuina follia (fraintesa ovviamente dalla folla) in grado di rubare la scena a tutti in continuazione.
(continua)

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3. Interstellar (2014)
Il piatto forte. L’ultimo film di Christopher Nolan è di gran lunga la sua opera più ambiziosa e complicata e tutt’ora sento la necessità (scontata) di una seconda visione, più che per capirlo di più, per riordinare i miei pensieri nei confronti del film. Se è sul podio, c’è un motivo: a livello emozionale, è il film più variegato, complesso ed intenso della filmografia del regista, ed è talmente spaccato in due contenutisticamente da aver creato in me una scissione d’opinione, e non posso che ammirare l’operazione.
Interstellar comincia caloroso come un film di Steven Spielberg, con una direzione fotografica più vicina all’ultimo Terrence Malick, procede fino a trasformarsi in un film con lo stile riconoscibile del regista (dal montaggio vicino a quello di Inception) per poi piombare in uno spazio vuoto e misterioso come quello di Gravity (2013) o misterioso ed angosciante come il pianeta di Prometheus (2012).
Paradossi temporali ed estetici portano poi su un pianeta glaciale e suggestivo, che con un montaggio alternato di discutibile efficacia si mischia alle vicende terrestri di Jessica Chastain nel ruolo di un personaggio «destinato a cambiare il mondo». Le gesta spaziali dei protagonisti poi vanno nella direzione di un viaggio cosmico che evita il rischio di ricalcare 2001: Odissea nello spazio (1968) – anche se ci va dannatamente vicino – per poi andare nella direzione della scena più ambiziosa della filmografia di Nolan e del Cinema di fantascienza hollywoodiano recente in toto: rappresentare un mondo costituito da cinque dimensioni in chiave tridimensionale, quasi una sorta di Infinito concretizzato. Esteticamente è eccellente, un flusso di coscienza labirintico costituito da librerie accatastate in spirali escheriane. Eticamente meno, per come glorifica un federalismo da famiglia americana, per poi anzi inneggiare all’amore come forza cosmica che supera la scienza, «scrivendo» una lettera d’amore ad un mondo e ad un’idea di progresso un po’ stantie. Un film che ha diviso così tanto, però (non solo me stesso: nel pubblico sono in nutritissima compagnia), va visto a prescindere e apprezzato anche solo per la complessità e le capacità controverse.

 

(L-R) Michael Caine, Scarlett Johansson, Hugh Jackman

2. The prestige (2006)
Film in costume su di una sfida tra due illusionisti. Si condividono donne, amicizie, alleanze, nemici. Uno (Christian Bale) fa un trucco inspiegabile da un punto di vista fisico, l’altro (Hugh Jackman), impressionato, per sconfiggerlo scomoda il grande Nikola Tesla (David Bowie) e crea una soluzione fantascientifica che per lui è un immane sacrificio. Per costruzione narrativa, è di una complicatezza estremamente fluida, ed il colpo di scena finale è perfetto ed inaspettabile – e nel suo essere abbastanza assurdo, spiega comunque tutto. Lo scontro tra i due personaggi funziona. Un film d’intrattenimento assolutamente perfetto, che tiene incollati allo schermo con i suoi meravigliosi giochi illusionistici. Del resto, anche il Cinema stesso di Nolan è un gioco d’illusione, per come distrae lo spettatore spostando la sua attenzione su determinati aspetti invece di altri, mentre cova da una parte le sue sottotrame, i suoi piani, la sua assurda narrazione – e tutto va in una direzione sola: il gioco visivo, anche banale, ma efficace. Se il Cinema di Nolan è puro intrattenimento, ma con l’illusionismo (del vedo-non vedo, sento-non sento, capisco-non capisco) come colonna vertebrale, allora The prestige è il suo apice.
(continua)

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1. Memento (2000)
Tuttavia Memento, il film che ha portato Nolan alla fama, è più… tutto. È più crudo, è più noir, è più complicato, è più affascinante. È un film del 2000 che riprende molte atmosfere dagli anni ’90, eppure riesce benissimo a calibrarle in funzione del gioco di montaggio molto difficile da seguire, che ripercorre alcuni eventi nella vita di un uomo che soffre di amnesia anterograda mostrandoli al contrario, ponendo quindi lo spettatore in una condizione in cui possa scoprire cose successe al protagonista in momenti precedenti ma che il protagonista, per un motivo o per l’altro, non ricorda più.
È un incubo misterioso e psicologico, e Guy Pearce, protagonista, interpreta alla perfezione un personaggio enigmatico che nel finale si trasforma in antieroe romantico dell’auto-inganno, creando insomma la parabola perfetta per il personaggio nolaniano. La morale è inesistente: l’uomo vive la propria stessa bugia in funzione di quello che vuole fare per saziare i propri impulsi primordiali. Questa visione pessimista non è stata ripresa in nessuno dei suoi film successivi, eccetto che, in maniera in realtà semplicistica e erroneamente politicizzata, nel Cavaliere oscuro e (pessimo) seguito. Memento è un puzzle unico che tratta la vendetta e la violenza con un tocco di sporca poesia e postmodernismo, sfoggiando una percezione a volte a braccetto col tragicomico. Uno spaesante caleidoscopio per un Cinema di mistero, un Cinema d’intrattenimento in cui tutto si può concretizzare solo e soltanto nello sguardo, nell’immedesimazione psicosomatica e nell’autoingannarsi dello spettatore stesso: cosa è Cinema e cosa no? L’autoinganno nolaniano, in questo quasi capolavoro più che mai, si stabilizza proprio sul crinale della domanda «Dov’è l’arte e dov’è l’intrattenimento?».
Dov’è che i due si possono incontrare?, vien da chiedersi. Ma è dolce autoingannarsi nella bellezza del non voler rispondere…

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