Classifica: i lungometraggi dei fratelli Coen / 2

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Prosegue e termina la mia personale classifica dei film dei fratelli Coen: siate o non siate d’accordo con me, un’occasione per riflettere sull’operato dei due registi e magari rivedersi qualche pellicola (o recuperarne qualcuna sfuggita), fosse anche solo per dire: ah no, non son d’accordo. Non è un buon motivo per leggere?
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8. Fargo (1996)
Come non amare Fargo? Sotto certi punti di vista è la summa assoluta dei Coen e della loro autorialità, della deforme costruzione dei loro personaggi, delle loro atmosfere. Gli umori gelidi ed i ritmi sospesi forniscono una chirurgica atmosfera di malessere esistenziale a questo thriller tesissimo che finisce per avere, per la maggior parte della sua durata, dei risvolti da commedia grottesca, anche nei momenti più brutali. Emotivamente, è anche un film che basa molta della sua tensione sulla reazione dello spettatore e sulla sua indecisione: verso la fine, nella famosa scena del tritacarne, tutt’ora personalmente non ricordo se mi viene più da ridere o da avere i brividi. Una cosa è sicura: cromaticamente e non solo è uno degli apici assoluti del cinema degli anni ’90, con una fotografia ed un utilizzo del(lo schermo) bianco senza pari per un film a colori.

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7. Crocevia della morte (1990)
Per setting e cromatismo, precede Fratello, dove sei? (e lo supera); per cattiveria, violenza e sporcizia invece condivide qualcosa con Fargo; con Non è un paese per vecchi invece condivide la concettualizzazione del senso dell’umorismo grottesco, e sono i loro due film meno divertenti; ma cos’ha di unico, rispetto all’intera filmografia dei Coen? Semplice: è il più melodrammatico. È quello in cui il personaggio principale (Gabriel Byrne, che recita come un attore di 60 anni prima) finisce per essere più profondo, è quello in cui più si tratta di un processo antieroico da noir vecchio stampo, è un film che punta parzialmente anche sul senso di colpa e che reinventa le atmosfere anni ’40 partendo da ritmi da tragedia gangster che cita sin dalle prime sequenze le atmosfere del Padrino (e… lo dico? le supera). L’impostazione e la messinscena portano ad un vero e proprio incubo di inquietante realismo, in cui c’è l’uso più geniale delle auto-citazioni dopo quelle di Kubrick in Eyes Wide Shut e quelle di Lynch in INLAND EMPIRE, con il grassone che urla come John Goodman in Arizona Junior creando un effetto opposto: se Goodman doveva essere esilarante (e ci riusciva), il personaggio interpretato da Mario Todisco crea un’atmosfera da vero e proprio incubo assordante, di insopportabile drammaticità e disturbante crudezza. È come se i Coen citassero il loro lato umoristico per creare quella che è una delle loro migliori scene non-umoristiche in assoluto: è una maniera per suggerire che dietro la risata c’è sempre altro?

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6. Il grande Lebowski (1998)

Un cult assoluto degli anni ’90 e della storia del cinema comico, ma anche proprio della storia del cinema: non è innovativo, non è troppo originale (ma ovviamente neanche troppo stereotipato), non reinventa in maniera particolare l’autorialità dei Coen o la loro poetica, però… è un capolavoro. In una maniera molto relativa e probabilmente discutibile, ma è un capolavoro. Il protagonista, il «Dude», la sua politica di vita che è diventata (veramente!) una religione, la maniera vaga con cui viene trattato l’universo, l’umorismo scoppiettante senza troppi dialoghi, il combattimento di stereotipi, l’ennesima galleria di personaggi esilaranti e folli che scorrono di fronte ad un protagonista il cui menefreghismo hippy rende ancora più evidenti le assurdità di chi lo circonda… tutto al fine di una delle commedie più grandi di tutti i tempi. Non c’è neanche un vero motivo per cui è un capolavoro, lo è e basta.

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5. Non è un paese per vecchi (2007)
Non è un paese per vecchi è stato il successo definitivo dei fratelli Coen agli Oscar, più di dieci anni dopo la loro prima statuetta per la sceneggiatura di Fargo. Il film ha infatti vinto ben quattro Academy Awards, dei quali uno è andato all’attore non protagonista Javier Bardem e gli altri tre tutti ai fratelli: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale (il film è tratto infatti dal romanzo omonimo di Cormac McCarthy). Il film? Non è che un western pregno di malessere in cui si può trovare del malsano umorismo nella disincantata carenza di umorismo, che porta al titolo: gli Stati Uniti non sono un paese per vecchi perché il continuo e deprimente rinnovamento dell’America è brutale e troppo estremo per gli anziani che già sono troppo disincantati per andare avanti con la vita? Questo è ciò che sembra trasparire dal personaggio di Tommy Lee Jones, forse la chiave di tutta la pellicola, che si rivela essere più un film di sensazioni che di concetti, in cui l’idea di vuoto esistenziale che traspare (gelidissima anche in un film che vive di colori caldi) vale più di ogni colpo di scena, di ogni dialogo, di ogni personaggio, di ogni concetto. Tanti piccoli momenti di grande cinema, e fantastico l’uso della colonna sonora. Che è completamente assente.

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4. Barton Fink – È successo a Hollywood (1991)
Il film più metacinematografico dei fratelli Coen è, forse, per motivi puramente soggettivi, il loro film che mi sta più a cuore, ma ho cercato di essere più obiettivo e l’ho messo “«solo» al quarto posto – ovviamente ho fatto una stupidaggine, chi sono io per decidere obiettivamente qual è il miglior film dei Coen? Tornando a me e al mio rapporto con il film, ci sono due concetti di base che trovo irresistibili: l’hotel grottesco (il più inquietante dopo Shining) e lo sceneggiatore che diventa fuori di testa di fronte alla paranoia del mondo esterno, per rendere noi poveri scrittori filmici ancora più disadattati agli occhi del pubblico di tutto il mondo, evidentemente. Con un Turturro che sembra Henry di Eraserhead, un John Goodman probabilmente mai più bravo e geniale, una fotografia sudaticcia ed umida al fine di rendere più cupo, claustrofobico e allo stesso intimo sia l’albergo che il film stesso, ed infine una seconda parte del film («dall’omicidio in poi», potrei dire) da antologia della storia del Cinema, per come un evento chiave trasforma il tono dell’opera intera dalla commedia grottesca al dramma dai toni splatter, con virate nel surreale, nell’apocalittico, nell’esistenziale, con un pessimismo annichilente: fiamme, sangue, e musica. È sicuramente, di tutti i film dei Coen, il più cupo.

(continua)

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3. A proposito di Davis (2013)
La notizia migliore della stagione, per chi scrive, è che l’ultimo film dei Coen è così bello da meritarsi un posto in questo podio. Oscar Isaac interpreta il Llewyn Davis del titolo, apoteosi dello stereotipo dell’artista folk del Greenwich Village all’inizio degli anni ’60, cantante e chitarrista depresso alla ricerca della propria vocazione – ovvero alla ricerca di un produttore che lo possa rilanciare dopo la morte di Mike, l’amico con cui aveva registrato qualche album di duetti. Ma per lui la vita è destinata ad essere triste: è impossibile che non sia così, per un musicista folk prima della rivoluzione di Bob Dylan (che echeggia in un evocativo finale che utilizza il flashback per dare un’idea di cul-de-sac labirintico). L’apporto più importante, interessante ed originale del film è che prima d’ora nessuno aveva raccontato così gli anni ’60: si è sempre ricorsi ad un bianco e nero melanconico (che caratterizzava, per esempio, per non cambiare argomento, l’originalissimo biopico di Bob Dylan Io non sono qui di Todd Haynes, uscito nel 2007, anche se parzialmente) oppure alla narrazione colorata delle rivoluzioni sessantottine (penso ad Ang Lee e al suo Motel Woodstock). Dei colori così gelidi, un humour così nero, una derivazione così grottesca, un senso di esistenzialismo così sporco e dei personaggi così estremi, su tutti il grande John Goodman che funziona come metafora brutale della morte del jazz, non si erano visti sul grande schermo in questo contesto da un sacco di tempo. Come in molti altri film dei Coen, ma qui più che mai, ci sono inquadrature che singolarmente raccontano più di film interi: su tutte, quella della carta igienica, che per me è già storia del Cinema, ma anche quella del gatto che guarda dalla finestra (citazione di Colazione da Tiffany), e i dialoghi con Carey Mulligan, attrice spesso sopravvalutata sia per bravura che per bellezza fisica e qui al suo meglio in entrambe le categorie, sono tutti irresistibili.

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2. A serious man (2009)
È stato accolto freddamente all’uscita. O meglio, ha diviso in due le opinioni dei critici: tra chi pensava fosse una maniera fredda e poco interessante con cui i Coen hanno riaffermato i concetti a loro cari in maniera spenta e chi invece l’ha trovato uno dei loro massimi capolavori proprio in quanto atipico, strano, diverso, spento. Spento non in senso negativo, è un film che non funzionerebbe se fosse vitale: come potrebbe? È una storia di vita di routine che, in maniera assolutamente enigmatica (esilarante e tragica allo stesso tempo), passando dalle antiche leggende yddish alle divagazioni oniriche, diventa allegoria dell’Apocalisse e delle guerre esistenziali nell’uomo medio, un uomo medio interpretato da Michael Stuhlbarg, attore ebreo precedentemente poco noto in ambito cinematografico e televisivo ma che, dopo la nomination all’Oscar per l’interpretazione in questo meraviglioso film, ha già avuto tempo di lavorare con autori come Woody Allen, Martin Scorsese e Martin McDonagh e di apparire in un ruolo principale nella meravigliosa serie tv di produzione HBO Boardwalk Empire. Non è il loro film più cupo (Barton Fink) né il meno ironico (Non è un paese per vecchi oppure Crocevia della morte), ma è il loro film più pessimista, disperato, senza via di fuga. È vero, senza dubbio, che i loro film raramente hanno un finale che dia l’idea di qualcosa di concluso, e Non è un paese per vecchi ne è la maggior prova, ma il (non?)-finale di A serious man nella sua enfatica (de)costruzione grafica è quanto di più catastrofico si potessero immaginare i due fratelli nel mondo fintamente sorridente che hanno costruito. Questo è un film sottocutaneo, spirituale, che invoca un malessere interiore di inesprimibile profondità con l’uso di immagini difficili da spiegare, con una quadratezza pulitissima ed una pulizia inquietantemente sporca. Il suo essere una tragicommedia esplicitamente biblica priva di violenza e cattiveria di alcun modo lo rende, se possibile, massimamente disturbante per un film del genere.

(continua)

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1. L’uomo che non c’era (2001)
Non smetterò mai di dire che il 2001 è uno dei migliori anni della storia del Cinema: ci ha regalato tre capolavori assoluti, tutti e tre sotto certi punti di vista apici di tre grandissimi autori, tra La città incantata di Miyazaki, Mulholland Dr. di Lynch e ovviamente L’uomo che non c’era dei fratelli Coen, che insieme al succitato film di Lynch ha vinto il premio alla miglior regia al festival di Cannes. Un’annata così epocale è quasi irripetibile, anche se pure la tripletta del 2011 (con i migliori film di Sokurov, Malick e Tarr) è stata una sorpresa di inquietante potenza. Ma tornando a questo capolavoro definitivo dei Coen, che possiede una delle sceneggiature migliori del cinema americano, L’uomo che non c’era a partire dall’evocativo titolo è un film di suggestioni noir dal profondo impatto esistenziale, che parte con un’affettuosa presa in giro dell’eroe à la Humphrey Bogart, trasformato in un barbiere provinciale perdente che si comporta come l’attore di Casablanca ma apparentemente non ha la stoffa per essere suo eguale. La disperazione antieroica di questo protagonista interpretato da Billy Bob Thornton lo porta attraverso un’avventura quasi visionaria, che sfocia nel paradossale, nel grottesco e anche nell’onirico, è la destrutturazione assoluta del noir in ogni sua sfaccettatura: il bianco e nero del grande Roger Deakins dà all’opera un tocco fatale ed etereo, e anche la colonna sonora che accosta Chopin ad una musica originale di rara bellezza contribuisce alla composizione di questo tetrissimo apologo dell’uomo moderno, del suo senso di colpa, della sua mancanza di consapevolezza. E le ultimissime scene, surreali ed estetizzanti dopo quasi due ore di realismo allegorico, sono la cosa migliore mai composta dai registi per soluzione estetica e concezione grafica. Le lodi non sono abbastanza per una pellicola revisionista di un genere spesso troppo dimenticato, che ricrea le sue atmosfere superandone in forza i concetti e buttandosi in un esistenzialismo pieno di interrogativi e spesso privo di risposte, una forza astratta che Joel e Ethan Coen riescono ad affrontare in una maniera diversa e migliore rispetto a quella di molti altri.

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