Classifica: i film di Terrence Malick

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Terrence Malick è, tra i registi americani viventi, non solo uno dei più dotati, ma anche uno dei più innovativi, uno dei più autoriali, uno dei più interessanti e quasi senza dubbio il più umano, emozionale, sincero. Eremita solitario (solo cinque le sue foto – fatte di nascosto – dagli anni ’70 fino ad ora), religioso ma non invadente, dotato di uno stile unico.
Ha cominciato la sua carriera nel lontano 1972 con un esordio folgorante intitolato La rabbia giovane, tornando poi sul grande schermo con I giorni del cielo, film americano più apprezzato dalla critica nell’anno 1978 insieme al pluripremiato e celeberrimo Il cacciatore di Michael Cimino, per poi prendersi una pausa sabbatica di quasi vent’anni, in cui ha cercato ispirazioni varie in un lunghissimo viaggio attraverso il globo, trovando finalmente la forza di tornare con uno dei più atipici film di guerra che la storia del cinema ricordi: La sottile linea rossa. Fu un grande successo, stranamente non solo di critica ma anche di pubblico, che lo portarono alla scelta di fare presto un film nuovo: The New World, nel 2005, e qualche anno dopo, nel 2011, il già storico The tree of life. Il successo madornale di critica di questa sua recente opera universale gli hanno dato la spinta per smuovere e velocizzare le sue nuove produzioni: è infatti già uscito da poche settimane nei cinema italiani (ed un anno fa era al festival di Venezia) il suo ultimo film To the wonder, e pare che abbia in programmazione — ovvero stia girando e ultimando — altri tre progetti: due drammi pseudo-autobiografici, uno con Christian Bale e l’altro con Ryan Gosling (insieme a Rooney Mara), ed un lunghissimo documentario sull’universo con la voce narrante di Brad Pitt.
Proprio per celebrare l’uscita di To the wonder, come feci già con la Pixar e con Nicolas Winding Refn, anche se non sono riuscito a vedere tale film (purtroppo) nella sala cinematografica, creo quindi questa classifica dei pochi (ma preziosi) lungometraggi dell’autore. Con, ovviamente, To the wonder incorporato.
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6. The New World (2005)
Anche chi ha apprezzato To the wonder, senza dubbio sino ad ora il Malick meno amato dalla critica, lo mette in fondo alla lista. Io no. Nonostante i notevoli problemi dell’ultimo lavoro del regista (che analizzerò più tardi), personalmente ho sempre trovato The New World, nonostante sia comunque un bel film, un po’ più deboluccio, un po’ più bruttino, un po’ più noioso. Una sorta di amplificazione, fotografica e filosofica, delle tematiche di La sottile linea rossa. Ma se fotograficamente non si può negare al geniale Emmanuel Luzbeki di aver creato meravigliose immagini ed atmosfere con i colori, i riflessi e le luci, filosoficamente ci ritroviamo davanti ad una sequela di concetti interessanti ma ripetitivi. Se i film di Malick usciti fino ad ora si possono selezionare a coppie, per temi e per qualità, The New World, che cerca di essere un nuovo La sottile linea rossa, finisce per essere un’anticipazione di To the wonder per la sensazione di vuoto (non necessariamente qualitativo) che dà quest’astratto approfondimento della natura umana, qui più convenzionale nel solito sia nella costruzione formale che nel dialogo e nel contenuto. Malick è sempre Malick, ed i suoi facilmente riconoscibili stilemi grafici e concettuali rimangono per non rendere il film mediocre, bensì carino. Ma per un autore del calibro del nostro amico texano, «carino» non basta, neanche per la storia (potenzialmente interessantissima) della scoperta del Nuovo Mondo attraverso gli occhi di un marinaio ribelle inglese agli inizi del 1600 che si innamora di un’indigena, sulla scia di Pocahontas. Tra le cose migliori del film il cast, con nel ruolo dell’indigena la bravissima Q’Orianka Kilcher e bravi in altri ruoli (dal più importante al meno importante) Colin Farrell, Christian Bale, Christopher Plummer, David Thewlis e Jonathan Pryce.

 

5. To the wonder (2012)
Malick una volta si è professato grande fan del cinema italiano — affermazione che può voler dire tutto e niente, visto che se lo dice Tarantino si pensa a Corbucci, Leone o Fulci, se lo dice Greenaway si pensa a Ferreri, e se lo dice Lynch o il Landis più horrorifico il nome di punta è Mario Bava. Ma Malick si riferisce chiaramente a Fellini e Antonioni.
In alcuni film si nota un po’ di influenza di Fellini, e in To the wonder tutte le inquadrature urlano Antonioni. Perché Malick è un regista che nel suo universo autoriale lavora sempre su un mondo «pieno»: emozioni, dialoghi (ma più spesso monologhi), colori. Il suo mondo è strutturato e costruito in base ad un’enorme insieme di caratteristiche. Tuttavia in To the wonder non regna il «pieno» ma il «vuoto», incredibilmente antonioniano, della ricerca dell’incomunicabilità. Nonostante questo vuoto a volte si rifletta nella qualità del film (non pochi i passaggi incerti o compiaciuti, su tutti quello sulla fila del rasoio del termine «vomitevole» in cui l’italiana Romina Mondello si esibisce in tutta la sua nazionalità con frasette irritanti sulle quali capeggia l’inconsistenza di «sono l’esperimento di me stessa e voglio qualcuno che mi sorprenda»), le sue ambizioni sono innegabili e le sue novità rispetto anche ai precedenti film di Malick pure: nonostante The tree of life, forse To the wonder è ancora più personale e sentito, commosso e soprattutto pessimista. La fotografia (come sempre) è da urlo in quest’odissea dei sensi in cui Malick trasporta il proprio ego nel protagonista Ben Affleck, qui inespressivo ma non insopportabile, diviso tra due donne che rappresentano, probabilmente, varie caratteristiche della vita di Malick stesso. Inoltre, l’autore è sempre stato molto pudico, e qui per la prima volta nella sua carriera mostra una scena di sesso. Pur innovativo nel suo universo, non si può definire un film riuscito a tutti gli effetti nei propri intenti. Però ci ha provato e ci è quasi riuscito. Sottovalutato dai critici medi e sopravvalutato dai più accaniti sostenitori del regista texano, è un gioiello visivo dalle mille imperfezioni, schietto, sincero e interessante senza essere bello in maniera tradizionale. Bravissima Olga Kurylenko.

 

4. La rabbia giovane (1972)
E dopo i due film obiettivamente meno riusciti dell’autore texano, giungiamo ai suoi primi due: sono gli anni ’70 e Malick era al proprio esordio, un piccolo grande lungometraggio di maturità, tra i film d’esordio più fulminanti della sua epica. Andando oltre il titolo maltradotto a livelli tragici (titolo originale: Badlands, alla lettera «terre cattive», ma luoghi geografici reale degli Usa cantati anche da Springsteen, corrispondenti più o meno ai calanchi italiani), il film è un road movie su due fidanzatini adolescenti in viaggio verso un ideale, utopico, misterioso paradiso naturale statunitense che possa far loro dimenticare la realtà da cui sono partiti. Gli attori sono i giovanissimi Martin Sheen (pre-Apocalypse Now) e Sissy Spacek (pre-Carrie), forse mai più brava, oltre che Warren Oates nel ruolo del padre di lei, ucciso da Martin Sheen in una delle ultime scene. Può darsi anche perché, nella loro follia inconsapevole, attraverso il loro viaggiano si lasciano dietro una lunghissima pista sanguinolenta, è considerato in un qualche modo un precursore di Cuore selvaggio e Assassini nati, in cui nonostante la trama sia simile il contenuto è diversissimo: se Cuore selvaggio è un dramma grottesco e Assassini nati è un surreale viaggio nella società americana, La rabbia giovane è un’accurata analisi dell’umanità e del suo rapporto con il mondo, con la natura; elemento tipico di ogni film di Malick ma qui più innovativo in quanto primo dei suoi film.
Forse dei suoi lavori è il più influente, il più importante, ma non necessariamente il più riuscito: non possiede forse l’intensità autoriale di alcuni dei suoi lavori successivi, e la linea ironica lasciata dalla stupidità deforme dei due protagonisti non sempre si fa prendere abbastanza sul serio. Splendido cammeo di Malick stesso, nel ruolo di un venditore porta a porta, prima che si ritirasse e decidesse di non farsi più fotografare o filmare in alcun modo; regola che è stata infranta quando una fonte anonima ha messo sue foto e suoi video tra Twitter e YouTube, scattati e girati sul set di uno dei suoi ultimi progetti, quello con Christian Bale.
(continua)

3-2

3. I giorni del cielo (1978)
Oltre a regalarci la miglior intepretazione di Richard Gere, questo seguito ideale dell’universo concettuale di La rabbia giovane è tra i  migliori film degli anni ’70 e superiore al precedente film soprattutto per il comparto fotografico sorprendentemente compatto e affascinante. La storia non è poi dissimile a quella del film precedente: i protagonisti sono solo un po’ più grandi e l’intera storia è trasportata all’inizio del ‘900, di preciso in un 1916 precisamente nel mezzo della Prima Guerra Mondiale, che però non si sente se non in sottofondo. L’impatto sociale ed il comparto sociologico danno forma e qualità ad un’altra odissea umana sul conflitto tra gli uomini e tra l’uomo e la natura. Vi sono ottime interpretazioni anche di Brooke Adams e di un poetico, solitario, complesso, piccolo Sam Shepherd. Non è che un proseguimento di una poetica, non è niente di veramente nuovo, ma è ricolmo di maturazione stilistica e scenografica. Rispetto al film precedente c’è meno violenza esplicita e più apocalisse concettuale, biblica.

 

2. La sottile linea rossa (1998)
Di Terrence Malick si può dire tutto, anche che La sottile linea rossa sia una delle sue opere minori. Cosa che assolutamente non è: è difficile guardare questo film una volta sola ed essere convinti che sia un bel film; bisogna avere il coraggio di visionare il film una seconda volta per comprenderne meglio la complessità. Alla prima visione, l’ho trovato noioso e retorico, a suo modo bello, ma inferiore ad ogni altro film suo che avevo visto, e To the wonder non era ancora uscito, ma a parte ciò li avevo visti tutti. L’ho dovuto rivedere e rivalutare, e con il senno di poi della seconda visione mi sono reso conto che era meno furbetto, meno The New World, più The tree of life. Comincia nel Paradiso, passa all’Inferno e si conclude tragicamente nel Limbo: una Divina commedia atipica che riassume il genere del film di guerra e lo amplia.
Cito parola per parola senza vergogna il dizionario del cinema di Morando Morandini: «Malick ha scelto la guerra come la porta attraverso la quale passare per dire qualcosa di radicale (di indicibile?) sull’estensione dello spettro morale di cui è capace l’uomo e porre alcune domande: perché la guerra? che posto ha l’uomo sulla Terra? che cosa lo spinge alla violenza, a perdere il senso della natura, della pietà, della bellezza? Questo film panteista è una preghiera di fine millennio, una invocazione d’aiuto», dice. Ha ragione su tutto ma tralascia che, nonostante l’onnipresenza di Dio, sia lontano da essere un film religioso. Forse non è un capolavoro, anche a causa della sua estrema lunghezza, della sua ricchezza di sottotrame di cui non sempre si sente il bisogno, ma l’immensità delle sue ambizioni è innegabile. Contiene una tra le macrosequenze di guerra più lunghe e più potenti della storia del cinema (inaugurata dal primo sparo che si sente nel film, dopo tre quarti d’ora di «pace»), con un cast che non sbaglia un colpo ed una fotografia suggestiva. E non si può negare che Malick non sappia concludere i propri film: l’ultima inquadratura è tra le cose più belle che l’autore texano abbia mai filmato.
(continua)

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1.    The tree of life (2011)
Di The tree of life ho parlato troppo. Ne parlai prima in una classifica ideale di 20 film tra i più belli di sempre, classifica di qui parzialmente mi pento (più per le descrizioni che per la lista stessa) e che si trova qui, e poi feci un pezzo dedicato esclusivamente al film e all’immensità di Malick come autore, qui. Ma le merita tutte queste parole, perché è un capolavoro; è il Capolavoro di Malick, anzi. È personale ma universale, religioso ma dubbioso, lungo ma mai noioso, ambizioso ma non pretenzioso, intenso e sincero, pieno. Ho già scritto abbastanza a riguardo e per questo taglio corto, ma la penultima (per ora) opera dell’autore è un film importantissimo, riassuntivo dei pregi e difetti dell’arte cinematografica e perfetto nella sua imperfezione. Tra i miei sogni proibiti c’è il desiderio di vedere il director’s cut di sei ore, che approfondisce e allunga le sequenze con Sean Penn protagonista. Aggiungo in conclusione che l’ultima scena sulla spiaggia è tra le cose più magiche e potenti che la storia del cinema ricordi, e la ricollego al cinema italiano che ho citato prima recensendo To the wonder: concettualmente più che atmosfericamente, non siamo nello stesso mondo di , capolavoro senza tempo di Federico Fellini?

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