Classifica: i 10 migliori dischi del 2013

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Non mi sento ancora pronto per fare una classifica dei miei 10 film preferiti dell’anno scorso, ma ci posso provare invece in ambito musicale, avendo già ascoltato praticamente ogni disco che mi interessava del 2013. Escludendo dalla classifica The Marshall Mathers LP 2 di Eminem di cui avevo già parlato abbastanza qui e che sarebbe ipoteticamente alla seconda posizione ex aequo con l’album che troverete leggendo, questa è la mia definitiva, discutibile, variegata, caotica lista, classifica, top 10 dei dischi che ho sentito nel 2013.
Questa classifica include tutti i generi che amo, dal rock al metallico allo sperimentale, dal rap al pop (normale, barocco, indi), con progressivo, elettronica, post-rock e shoegaze di mezzo.
Il grande escluso è Tomorrow’s harvest, l’ultimo album dei Boards of Canada, un meraviglioso riassunto della loro carriera ma non bello come i loro album migliore e perciò non meritevole di una posizione, anche se è interscambiabile con la decima. E un altro disco che ho adorato, che nonostante sia lontano da Tomorrow’s Harvest è comunque stato ascoltato dal sottoscritto più di una volta, è Random access memories dei Daft Punk, di cui la migliore traccia è di gran lunga Giorgio by Moroder.
Il peggior album dell’anno è l’album omonimo dei Dream Theater, gruppo di cui sono fan da anni e che sono in continuo calo dal 2009, fino a raggiungere il punto più basso del pozzo proprio con quest’ultimo disco, più una registrazione di cori clericali che progressive metal o rock che dir si voglia.
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10. The golden age di Woodkid
Woodkid è il nome d’arte di Yoann Lemoiner, compositore francese poco più che trentenne che prima dell’inizio del progetto musicale dietro quest’album (2011) aveva solo lavorato come regista di videoclip (di Katy Perry, Taylor Swift, Lana Del Rey) e collaboratore filmico con Sofia Coppola e Luc Besson. The Golden Age è il primo album, quindi, di Woodkid, preceduto da tre E.P. intitolati come tre canzoni poi presenti nel disco, serviti quindi come singoli anticipatori, usciti ognuno un anno dopo l’altro dal 2011 al 2013: la bellissima Iron (il cui videoclip è tra i migliori degli ultimi anni), Run boy run e I love you.
L’album è un concentrato di pop e derivati mai veramente banale nell’alternare influenze barocche a parti indi o folk. L’intero disco ha una cadenza parzialmente melanconica e parzialmente epicheggiante, e le due cose si sposano alla perfezione con un suono commerciale accattivante e mai noioso. La canzone titolare è perfetta anche come brano di apertura del disco: enuncia a suo modo l’intera cadenza dell’album, il cui apice è nelle ultime due tracce, in particolare nel succitato singolo Iron il cui «ritornello» non cantato è di una potenza inesauribile e funerea.
(continua)

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9. …Like Clockwork dei Queens of the Stone Age
La migliore band hard rock dell’ultima decade, capitanata dal sempre grande Josh Homme, aveva deluso molti fan con il proprio ultimo album, Era Vulgaris (2007), a discapito dei loro album migliori, su cui regna senza dubbio Songs for the Deaf (2002), un capolavoro assoluto del genere. Nonostante io consideri Era Vulgaris un album decisamente valido, …Like clockwork lo supera in tutto: è puro rock ‘n roll, ben ritmato e scherzoso ma non privo di spunti di riflessione e di personalismi riferibili allo stile di Homme. Perfettamente equilibrato, raggiunge il proprio apice con I appear missing, sul podio delle migliori canzoni del gruppo. Non è proprio un calcio nei denti come altri dischi del gruppo ma è perfetto nella sua semplicità.
(continua)

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8. Vertikal dei Cult of Luna
I Cult of Luna hanno tirato fuori l’album esplicitamente metal più originale dell’anno, denso ed intenso, pregno di uno sludge metal rarefatto e influenzato da molteplici generi: post-rock, elettronica, death metal, ambient. Mantenendo una certa astrazione adattissima al suo genere, Vertikal viaggia solitario in un ambiente vario e misterioso, estremo e compatto ma concreto come un quadro di Dalì: l’apice dell’album, la lunghissima (19 minuti!) Vicarious redemption, è un vero e proprio «viaggio», molto ripetitivo ed ossessivo come il genere richiede, ma anche etereo, mostruoso, con pennellate di musica elettronica inaspettate e decisamente gradite.
Alla fine il disco, con i doverosi difetti che può avere un progetto così inaspettato (e poco omogeneo), finisce per passare via come un’esperienza diversa da quella di un semplice album. Da sentire e risentire, omologare, comprendere, discutere.
(continua)

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7. Acid rap di Chance the Rapper
Disco esilarante e potentissimo appartenente a quella fetta di rap basato più sulla creatività della produzione che sulla profondità o sulla cadenza dei testi, Acid rap è un mixtape (cioè un «album non ufficiale, contenente materiale inedito e prodotto dagli artisti per incrementare l’attesa di un nuovo album»: questo vuol dire in ambito hip-hop, e non compilazione o, o tempora, cassetta mista come comunemente significa) di Chance the Rapper che mischia meravigliosamente R&B e rap con folle goliardia e allucinato divertimento.
È una psichedelica esperienza di anarchia musicale (a partire dalla copertina «arcobalenosa» con l’espressione di meraviglioso disagio che Chance ha già usato come marchio di fabbrica) che rende il suo autore, nonostante la voce di dubbia qualità, tra i rapper più talentuosi ed interessanti del momento. Figlio artistico dei Deltron 3030 e di Kendrick Lamar, quello di Chance è un nome unico, da seguire, libero e fuori dagli schemi. La seconda traccia, Pusha man, è un instant-classic dell’hip hop odierno e già un cult per gli amanti della fetta del rap meno seria e più tossicodipendente.
(continua)

6

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6. Kveikur dei Sigur Rós
Amo i Sigur Rós ma, nell’ambito musicale a cui appartengono, quello del post-rock, pieno di nomi anche più interessanti del loro, si sentono nominare troppo spesso. Per quanto mi riguardava, prima di sentire Kveikur, erano gli autori di due capolavori del genere (Ágætis byrjun e Takk…) e di qualche altro album di buona fattura -su tutti ( )– ma che avevano già abbastanza detto la loro. Kveikur, tuttavia, è nel podio dei loro album migliori, inaspettatamente, grazie alla sua vena industriale, frullata con una lontana ma piacevole influenza dream pop. La band islandese si mette in discussione parzialmente commercializzando il proprio stile e facendo discutere un po’ tutti con le differenze di batteria e voce rispetto ai dischi precedenti. Che stiano per fare il salto per sorprendere tutti, rivoluzionandosi, in futuro, e distinguendosi dalla massa dei loro emuli?
(continua)

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5. The raven that refused to sing (and other stories) di Steven Wilson
Steven Wilson è il frontman dei Porcupine tree e nel proprio recente album solista ha solidificato la propria indipendenza dal gruppo come artista singolo, separandosi dalle sonorità tipiche dalla sua grande banda, cosa che aveva già provato a fare nel (bello ma non eclatante) Insurgentes. Questo disco è sicuramente superiore nei risultati: più psichedelico e metafisico, vago, astratto, sottile, anche se comincia con un brano come Luminol che nei suoi momenti più violenti può addirittura ricordare i Dream theater.
Wilson solista è più pacato dei suoi Porcupine tree, ma anche più vario e addirittura più inaspettato. Il risultato è un disco suggestivo adatto agli amanti di progressive rock e derivati, con tante piccole caramelle per i fan di Wilson e del genere per la capacità del musicista di recepire e reinterpretare le influenze dei migliori gruppi inglesi degli anni ’70.
È inoltre di gran lunga migliore di Storm corrosion (2012), disco del supergruppo omonimo, composto da Wilson e da Mikael Åkerfeldt degli Opeth che ha tentato di mischiare progressive rock, folk, psichedelia ed esoterismo con un risultato un po’ spento considerandone gli autori – e considerato che si dovrebbe ispirare allo stile dei Comus. Lo dico perché Storm corrosion completerebbe una trilogia con Grace for drowning (2011), il peggior album di Wilson, e con Heritage (2011), uno degli album meno eclatanti ed interessanti degli Opeth, e la «separazione» dei musicisti ha fatto bene a Wilson che ha fatto un disco davvero migliore del precedente; speriamo faccia bene anche al collega scandinavo.
(continua)

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4. Reflektor degli Arcade fire
Per me è impossibile fare una classifica dei migliori dischi degli Arcade fire: sono tutti veramente meravigliosi. Reflektor rientra nella categoria: il gruppo canadese porta ad un livello superiore il loro indie rock sinfonico (che era diventato più umano e intimo nel precedente The suburbs, 2010) aggiungendoci quel tocco «dance» che lo rende più vicino ai Talking heads, ma senza eliminare le loro vene personalistiche new wave e art rock, o art pop che dir si voglia, tra strumenti apparentemente fuori luogo, cori di voci diverse (di sesso, di età, anche di lingua) che si sposano perfettamente insieme.
Ci sono molte influenze elettroniche e si sente come un lento cambiamento nella direzione che lo stile del gruppo vuole prendere, una direzione che diventa più universale ma nonostante ciò a suo modo originale. Il disco ha fatto discutere molto i fan, soprattutto quelli più legati a Funeral (2004) ma anche quelli che hanno conosciuto il gruppo più tardi con The suburbs — io appartengo però a quest’ultima categoria e l’ho adorato forse anche più dell’album precedente. I brani migliori sono la canzone titolare, We exist e la doppietta di Awful sound e It’s never over (meravigliosi giri di basso!) dedicata a Euridice e Orfeo.
(continua)

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3. m b v dei My bloody Valentine
Loveless (1991) è uno degli album pop più belli della storia, e io lo darei quasi per scontato se non fosse per la discutibilità dell’appartenenza al genere: c’è chi parla di shoegaze, chi di noise o dream pop, io preferisco vedere i My bloody Valentine come un gruppo appartenente a più generi e a nessuno allo stesso tempo (insomma: pop). Partendo da questo presupposto, la prospettiva di un ritorno sulle scene della banda (che non aveva registrato un disco da allora!) nel 2013 mi aveva lasciato profondamente in ansia: ansia scomparsa tutta in un colpo appena ho sentito il disco.
Ovviamente Loveless è irraggiungibile, ma la neopsichedelia di m b v è ipnotizzante e bellissima, ossessivamente onirica nelle proprie sonorità astratte, forse melanconiche. L’album inizia con il pezzo più pesante mai registrato dal gruppo, She found now, una canzone distruttiva che fa capire agli appassionati del gruppo che sono davvero tornati e che questi 22 anni di vuoto non sono stati attesa futile, come anche la successiva, solida Only tomorrow e la roboante Who sees you. Is this and yes è elettronica e «diversa» per il gruppo e proprio per questo forse una delle canzoni migliori del disco, ma anche If I am sembra davvero fuori dal mondo, un tornado sensuale che ricorda più i Massive attack che i My bloody Valentine. Segue New You, una canzone leggera e post-rock.
Le ultime tre tracce sono in crescendo qualitativo, tra i 5 minuti di In another way, le sonorità stile Swans di Nothing is e l’addio (speriamo momentaneo, altri 22 anni sarebbero difficili da reggere!) di Wonder 2. Un vero capolavoro, e mi sento un po’ in colpa a metterlo al terzo posto, ma la seconda posizione è un guilty pleasure davvero unico, un piacere che mi fa sentire in colpa a partire dalla posizione in cui l’ho collocato.
(continua)

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2. Yeezus di Kanye West
È tornato sulle scene quel pallone gonfiato di Kanye West e non c’ha alle costole il suo mentore Jay-Z con cui due anni prima registrò il sopravvalutatissimo Watch the throne, ed è tornato con uno stile molto diverso sia dall’R&B di The college dropout (2004), sia dalla maturità semi-soul di Late registration (2005), sia dall’evoluzione commerciale e parzialmente elettronica di Graduation (2007), sia dal passaggio al pop più becero di 808s & heartbreak (2008), sia, infine, dal capolavoro assoluto con cui ci aveva lasciato nel 2010, My beautiful dark twisted fantasy, uno dei migliori album rap di sempre.
Yeezus, infatti, con un’umiltà e quasi una paura inusuale per lo spropositato ego dell’ignorantissimo rapper di Chicago, è un album di rap sperimentale ed elettronico pesantissimo che rinnega il passato e lo mischia al futuro, coniugando il rap tipico di Kanye West, non completamente commerciale ma comunque apprezzato in genere da tutti, con sonorità più minimaliste e grezze, vicine a quelle dei Death grips, facendosi aiutare nelle produzioni da… un sacco di gente.
Ne è uscito fuori un disco «dark», magari troppo pretenzioso o tamarro, ma a suo modo perfetto e misteriosamente a suo modo narrativo nel suo non raccontare una storia se non con collage di aneddoti e divagazioni mentali fuori luogo. Un disco senza copertina, quindi, per come il suo autore si mette «a nudo» rivelando un suo lato che conoscevamo meno, un suo lato eticamente discutibile ma musicalmente ottimo, componendo il suo album migliore dopo My beautiful dark twisted fantasy.
Il disco comincia con l’acceleratore: On sight è la canzone meno commerciale della carriera di Kanye West, con il suo piglio esclusivamente discotecaro ma in profondità quasi cacofonico, ed è adatta ad introdurre Black skinhead, la seguente canzone, singolo del disco, in cui la brutale produzione si sposa benissimo con la profonda rabbia del testo – che come al solito ha da dire poco o niente, in quanto West fa parte anch’egli di quei rapper di cui i testi importano poco e la produzione importa tanto.
La terza traccia è I am a God, delirio mistico che spero vivamente sia autoironico (e una parte di me ne è convinta, ma i dubbi rimangono), che comunque dal punto di vista musicale è quasi inattaccabile, con la produzione dei Daft punk a mischiare una grezza enfasi elettronica con campioni di brani reggae jamaicani, cori clericali o frasi fuori contesto cantate da Justin Vernon, ormai collaboratore abituale di Kanye. New slaves è un altro singolo quasi geniale nel suo essere un «normale» brano rap tamarrissimo che nell’ultimo minuto esplode misteriosamente in un campione direi preso a caso da una canzone del gruppo progressive rock ungherese Omega… e non ci sta male.
Hold my liquor è quasi una ballata triste, che mischia toni e risulta suggestiva, soprattutto in quanto leggera dopo quattro brani decisamente esplosivi, e dopo di essa il disco ritorna su una pista di sperimentazione grezza e cattiva (che parla di vita di eccessi e mima atti sessuali e orgasmi) con I’m in it, di cui va notato l’enfatico ritornello cantato da Assassin. La successiva Blood on the leaves è sotto certi punti di vista la migliore canzone dell’album: reinterpretazione di una campionazione di un brano classico cantato da Nina Simone con sopra Kanye West che canta in auto-tune su di una base praticamente hardcore-electro, e, come al solito per mistero, funziona. Arrivano poi Guilt trip, canzone apparentemente seria che nasconde la sua natura di brano più minimalista del disco, e Send it up, il brano che ricorda di più i Death grips nel suo essere sempre: sulla stessa linea, elettronico e in sordina, dai toni bassi, con un campionamento finale completamente a caso – che, ancora, funziona per mistero. Il disco si conclude con Bound 2, un brano che contraddice l’oscurità del resto dell’album con un tocco soul che fa molto The college dropout — ma va evitato il videoclip veramente trash, o, meglio, va visto dopo aver sentito per intero il disco (per non rovinarsi la canzone) e insieme alla meravigliosa parodia fatta da James Franco e Seth Rogen, su YouTube.
Con l’appoggio dei Daft Punk, di Skrillex (dicono, ma non ci sono «prove»), Chief Keef e altri rapper e soprattutto Rick Rubin, Kanye confeziona un album rap già storico e già controverso, discusso, molto poco apprezzato da molti fan di vecchia data in quanto fuori dagli schemi stabiliti dallo stesso West con i primi tre dischi. Per me, è a suo modo una meraviglia, e non è da tutti riuscire a reinterpretare e mischiare così bene i propri stilemi (già ben conosciuti e amati da un’enorme fetta di fan) con sonorità difficili come quelle dei Death grips. Al cui proposito…
(continua)

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1. Government plates dei Death Grips
Il capolavoro assoluto dell’anno: il ritorno del trio più disagiato e fuori dal comune della scena musicale odierna è Government plates, un album ancora non prodotto in versione non digitale (e quindi non acquistabile) e che è il più delirante e strano della loro carriera. E, conoscendoli, è veramente un primato. Non so neanche più se considerarli un gruppo rap a dire il vero, anche se ho sempre avuto i miei dubbi nell’utilizzare quest’etichetta, in quanto stanno portanto l’hip hop ai suoi limiti estremi, cercando di esagerare, esagerare, esagerare e riuscendoci alla perfezione con la creazione di sonorità completamente fuori dal mondo: un frullato di cacofonia elettronica, glitch, deliri quasi jazzistici, ritmi avanguardistici e industrial progressivo con brutalissimo rap urlato che sembra quasi un sottofondo. Che diamine stanno facendo?
NO LOVE DEEP WEB (2012) nei suoi deliri mistici sembrava (???) più compatto del precedente The money store (2012), ma la violenza di questo disco, il migliore dei Death grips fino ad ora, completamente anarchica e irregolare, sembra quasi servire come monito al pubblico -soprattutto internauti tra il liceo e i trent’anni- del cantante MC Ride e dei suoi folli colleghi, per affermare la propria imprevedibilità; ed in effetti nessuno sembra più sapere cosa stiano davvero facendo ora né cosa sembrano poter sfornare in futuro.
Il fatto che stiano già registrando un nuovo album e che il batterista, che solitamente suona math rock e alternative metal (suonava con gli Scars on Broadway, la band di Daron Malakian dei System of a down), stia preparando un film che avrà nella colonna sonora canzoni originali e non del suo gruppo, non penso che possa dare un’idea neanche vaga di cosa hanno in serbo.
Ed è incredibile che siano riusciti ad iniziare un album con una traccia esplosiva come You might think he loves you for your money but I know what he really loves you for it’s your brand new leopard skin pillbox hat che, nonostante il titolo eterno (che cita Bob Dylan, a caso), è anche uscito come singolo con videoclip incorporato – un videoclip in cui MC Ride osserva la macchina da presa con sorriso maniacale e occhi strabuzzati deformati dall’obbiettivo. È una canzone che comincia con vetri rotti e urla sconnesse e poi prosegue con un motivo di tastiera pesantissimo, quasi un mix tra un videogioco rotto ed un brano punk metal suonato con lo strumento sbagliato.
Anne Bonny non è assolutamente sulla stessa linea, in quanto rallenta (di poco) i tempi nonostante le melodie distorte e la batteria sincopata, ed è sicuramente una canzone più calma della successiva Two Heavens, a suo modo più legata a The money store di altre tracce del disco ma comunque disturbante, caotica, collassante. This is violence now è invece la canzone senza chitarra elettrica più metal mai composta, in ogni sua accezione: ritmo, grezzaggine, «melodia», follia, cattiveria. Per MC Ride l’album sembra essere pura guerra, e This is violence now è una canzone mortifera e cruenta, in mezzo alle trincee – e ad essa segue il profondo disagio disturbantemente lento di Birds, una delle canzoni più sofferenti e meravigliosamente cacofoniche mai composte. This is violence now era l’uccisione e Birds sembra il suo corrispondente-funerale, deprimente e perforante per orecchi vergini.
Feels like a wheel assomiglia già di più a This is violence now e ha sonorità più vicine all’elettronica classica, ma non esagero con i paragoni, in quanto lo stile del trio si riconosce comunque in tutte le sue accezioni, ed è a suo modo un urlo d’aiuto: la vita sembra una ruota, un ciclo, un Eterno Ritorno dell’Uguale, e i Death grips vogliono vivere la propria esistenza senza essere disturbati.
Disturbati dai fan o dai giornalisti come è consueto a volte nell’ambiente dei testi rap tradizionali o disturbati da una società moderna e fondamentalista che non permette loro di essere puramente anarchici come dimostrano ogni volta che possono? I’m overflow non risponde alla domanda e mischia le sonorità glitch hop del disco con una parte un po’ più rap (in maniera comunque originalissima) per parlare di vita di eccessi, come è consueto per i testi di MC Ride. Big house invece comincia con una melodia elettronica che sembra quasi una cavalcata dance di altri tempi, ma presto si addentra nella grezzaggine delle linee vocali sottotono e grevi di The money store: perfette per una canzone che parla di prigionia. Segue, legata perfettamente alla traccia precedente, la traccia titolare, incommentabile: rappresenta il disco in tutte le sue accezioni, e penso ciò possa bastare. Bootleg è una traccia che se non fosse dei Death grips inizialmente sembrerebbe una canzone normale; ma uno si ricorda che loro sono loro e ciò porta presto ad essere sorpresi per le urla di aiuto di MC Ride, con la sua voce strizzata fino al delirio, le basi elettroniche «anti-ritmiche» ed eccessive. Il disco si conclude con Whatever I want, una traccia tanto lunga quanto meravigliosa che sembra proseguire il discorso del primo pezzo, in cui un demone rubava il corpo a MC Ride: in questa conclusione, infatti, tutto sembra detto da un’entità esterna, misteriosa. La canzone è malsana, lenta, pesantissima, ricorda un po’ la lentezza trascinante dello stoner rock; il suo testo è nichilista, politicamente pessimista e apocalittico, i suoi cambi di ritmo e di melodia deliranti. È perfetta per concludere un disco meraviglioso di un gruppo che, personalmente, mi spaventa.
Ed è un disco di musica appartenente al futuro; questi qui faranno scuola, e hanno reso il 2013 decisamente memorabile.

7isLS

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