Classifica cinematografica per l’anno 2014 / 2. Il Bene (e il Mah)

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(Seconda e ultima parte di una classifica cominciata qui.
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Interessanti

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5. Due giorni, una notte (2014) di Jean-Pierre e Luc Dardenne
Prepotente ma umano, realistico, costante, empatico, emozionale: l’ultimo film dei Dardenne è un francesissimo canto del cigno dello spirito d’aiuto del proletariato, un’opera d’intrattenimento drammatico sinistrorso che va da una parte e dall’altra inculcando nello spettatore, più che una storia, un ritratto di un animo che va a mancare nella società, una società mostrata non nel particolare ma che, pur con stereotipi, fornisce una galleria di personaggi che regalano ognuno una vignetta di notevole impatto emotivo, personaggi veri, normali e difficili. Un piccolo gioiello, che non innova nulla ma che mostra quel che mostra con semplicità, in una scena cinematografica come quella francese che, ancor più di quella italiana, è sempre più stantìa.

 

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4. Interstellar (2015) di Christopher Nolan
Il più empatico e ambizioso dei film del più astruso autore di blockbuster in lingua inglese, Christopher Nolan. Interstellar è l’Armageddon per astrofisici, per gli appassionati di Spielberg che non sono andati oltre 2001: Odissea nello spazio (1968) nel campo delle innovazione nella fantascienza d’autore, per chi ha amato Inception (2010) ma vuole qualcosa di più. Moltissimi sono i pregi contenutistici e tecnici, moltissimi anche i difetti, i buchi di sceneggiatura, le ingenuità, i patetismi lagnosi, le imposizioni emotive sullo spettatore, i doppi finali fuori luogo, i crescendo sonori insensati. Mai eccessivamente federalista o noioso, nella sua suddivisione in parti (che comincia spielberghiana, diventa nolaniana e poi punta a diventare kubrickiana ma si perde per strada e rimane alla fase precedente), ma è tra le pellicole più sopravvalutate dell’anno.

 

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3. I guardiani della galassia (2014) di James Gunn
La Marvel potrebbe finalmente aver capito con che spirito dirigere i propri film: pura goliardia, meno cartoonesca ma anche meno seria, con un versante trash ed un’estetica dell’epica e dell’autoironia che prende molto dal passato ma è puntata verso il futuro. Molto migliore di The Avengers, più divertente ed esplicitamente stolto, è pieno di gag dal tempismo riuscito, verbalmente più vicine ad un episodio di Lupin III che ad un film di Iron Man, e di scene d’azione forse eccessivamente lunghe ma ben costruite, e più simili visivamente al migliore capitolo di Star Wars piuttosto che ad un qualsiasi film con Capitan America protagonista. Qualche ralenti di troppo, ma è un guilty pleasure tutto da godere.

 

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2. The Grand Budapest Hotel (2014) di Wes Anderson
Forse è il vero miglior film di Wes Anderson, il più colorato, il più avventuroso, il più slapstick senza essere troppo derivativo (ma con citazioni cinephile tra le più disparate, che vanno da Chaplin a 007), il più drammatico, il più letterario, storico, enfatico, zuccheroso, ingenuo ma pieno d’animo. Il cast è variegatissimo e ben bilanciato, mentre la regia di Anderson osa giocare anche sul cambio di formato, sulla narrazione nella narrazione, sul divertissement cromatico all’ennesima potenza, sull’intimismo.

 

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1. The wolf of Wall Street (2013) di Martin Scorsese
Scorsese si dà alla critica sociale applicando lo stile pseudo-documentaristico ma ironico, ben assodato con Quei bravi ragazzi (1990) e Casinò (1995), alla biografia di Jordan Belfort, magnate di Wall Street che vive nel peccato, nella droga e nel sesso e si diverte da matti. Non è un’apologia quanto un requiem esilarante e già cult di una concezione sociologica nuova, quella dello Spring Breakers (2012) di Harmony Korine dove il divertimento stesso e la sua messinscena sono squallidi a prescindere dal come sono vissuti oltre la macchina da presa in quanto sono vissuti dallo spettatore attraverso l’inquadratura, come visione esterna, come giudizi. Se il film di Korine è però deprimente e grottesco nelle sue luci al neon, il film di Scorsese è in effetti divertente e, quando è triste, lo è tra le righe, non esplicitamente, nel far immaginare gli esseri umani che sono fuori dall’inquadratura. Già Taxi Driver dimostrava come il cinema di Scorsese si concentrasse anche su ciò che non si vede, ma qua più che mai i personaggi che non fanno parte della storia (il proletariato) sono protagonisti dell’anticaricaturale fuori dalla vignetta, dalla storia, dalla vita di Belfort. Qualche ingenuità stilistica nella prima parte, condita di gigioneggianti egocentrismi di Di Caprio, non affonda comunque un film esilarante dalla regia lucida e dalla sceneggiatura (di Terence Winter) perfetta.

(continua)

Grandi Film

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5. Magic in the moonlight (2014) di Woody Allen
Woody Allen fa ormai da quasi sempre un film all’anno e dopo Match Point (2005) raramente aveva lasciato tutti soddisfatti. Midnight in Paris (2011) ha avuto consensi più dal pubblico (e dall’Academy) che dalla critica, To Rome with love (2012) è stato un flop al botteghino eccetto che in Italia ma soprattutto è stato demolito da tutti e Blue Jasmine (2013), pur innovando qualcosa nel cinema di Allen portando una nuova maniera per mostrare drammi famigliare come quelli di Interiors (1978), ha lasciato dubbi in molti, compreso il sottoscritto: non sono rimasto particolarmente affascinato dal personaggio nevrotico di Jasmine, resa drammatica e al femminile del solito protagonista alleniano, bloccata in un dramma banale trattato registicamente con un brio fuori luogo. Anche Magic in the moonlight è stato ampiamente bocciato, però è probabilmente il film di Allen più curato a livello fotografico in assoluto, con la sua eleganza viscontiana ed i suoi cambi cromatici immediati che non hanno niente di cartolinesco a differenza dei film più recenti. Il brio non forzato di questa commedia romantica è simile a quello di Basta che funzioni, meno divertente ma più geniale: la morale alla fine è sempre la stessa, e infine anche il personaggio protagonista è sempre l’ennesima versione di Allen stesso, ma l’autocoscienza cresce, il gigionismo diminuisce, l’analisi delle debolezze e la resa sentimentale e divertente del conflitto tra il desiderio di fuga dalla realtà e l’attaccamento ad essa, tra l’irrazionalità e la razionalità, tra la perfezione forzata e l’imperfezione filosoficamente preferibile.

 

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4. Ida (2014) di Pawel Pawlikowski
È quasi sicuro l’Oscar al miglior film straniero per questo film polacco in bianco e nero che narra la storia di una giovane ebrea che sta per diventare suora, conosce la zia alcolista, con la quale va alla ricerca dei cadaveri dei genitori morti durante l’Olocausto, e s’invaghisce di un jazzista. Pawlikowski non innova niente ma narra una storia drammatica con uno stile in cui la profondità di campo non viene resa nella terza dimensione quanto nelle prime due, semplicemente ampliando gli spazi vuoti e facendo vagare i personaggi attorno ad essi con pochissimi primi piani, creando effetti suggestivi con una potente fotografia. Tristissima e geniale l’ultima inquadratura che riprende l’estetica della carrellata della bambina in Satantango (1994) di Béla Tarr.

 

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3. A proposito di Davies (2013) di Joel e Ethan Coen
Nessuno ha dipinto gli anni ’60 come i Coen nel loro ultimo lungometraggio. La fotografia gelida di Bruno Delbonnel, il triste volto (già cult) di Oscar Isaac, i ritmi disperati ma minimalisti che danno poco spazio all’immaginazione ma vagano tra l’ironia e il visionario con un senso del grottesco particolare e l’umorismo triste e violento tipico dei due registi sono tra i tanti motivi per cui A proposito di Davies è tra i migliori film del duo. Un po’ manierista forse, molto fuori dal tempo, con ritmi perfetti anche quando dilatati, fa appassionare al folk come se fosse una lentissima gara sportiva in cui non c’è alcun vincitore, tranne magari l’ombra di un Bob Dylan che si scorge nel finale e apre una tendina per il futuro.

 

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2. Il sale della terra (2014) di Wim Wenders
Sebastião Salgado è tra le figure artistiche più imponenti del presente. Le sue fotografie sono dotate di uno sguardo umano e portentoso, che ha dell’umile ma che comunque impressiona per solennità, sincerità, prepotenza. Costruire un documentario tutto su proiezioni di foto è arduo, ma Wenders riesce perfettamente nell’impresa facendo un film su cui in realtà c’è pochissimo da dire: Salgado regge tutto su sé stesso e sulla propria famiglia come se fossero personaggi fittizi in funzione di sé stessi, e di Wenders o di un’eventuale rivoluzione di linguaggio non c’è traccia, il fotografo fa da sé e quel che fa lo fa benissimo. Verrebbe da chiedersi se, con un regista diverso e un approccio diverso, non sarebbe potuto venirne fuori un vero capolavoro – il primo nome che viene in mente è Herzog, empiricamente vicino a Salgado, ma probabilmente i due avrebbero finito per litigare su chi ha “visto di più”.

 

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1. Gone girl (2014) di David Fincher
È inutile dire che David Fincher si è riconfermato il miglior regista americano di thriller su commissione del momento, o, per meglio dire, della modernità. I concetti di Gone Girl sono semplici e affrontati in maniera letteraria e non troppo innovativa (il bisogno dell’amore come illusione, la destrutturazione delle convenzioni matrimoniali, la critica mediatica, l’egoismo, il misantropismo), ma le varie finezze sono principalmente tecniche: la sempre perfetta e alienante colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross, non gelida come quella di Millennium – Uomini che odiano le donne (2011) ma quasi altrettanto calcolata; la fotografia fredda, verdognola e passiva di Jeff Cronenweth; il montaggio veloce e mai difettoso di Kirk Baxter, che incolla con precisione chirurgica scene ripugnanti dopo scene passionali con contrasti potenti; persino la recitazione minimalista di un irriconoscibile Ben Affleck, la cui mezza monoespressività bressoniana è ottima per inquadrare l’ambiguità di cui è pregno il suo personaggio, un protagonista ignavo ma positivo, più vittima che carnefice, tremendamente pop nella maniera di pensare e intriso nelle bugie fino al midollo. Ottima pure la sua controparte, la neo-femme fatale Rosamund Pike. Il finale, per un film hollywoodiano, è crudelissimo e senza speranza.

(continua)

I capolavori

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5. Maps to the stars (2014) di David Cronenberg
L’ultimo film di Cronenberg dimostra che l’autore canadese ha trovato un’estetica in cui si trova a suo agio che gioca proprio sul fatto che non è l’estetica che ci si aspetterebbe da lui. Il kitsch splatter di Videodrome (1983) è stato sostituito da geometrie hitchcockiane, illusioni misteriose, critiche sociali che però puntano sul fisico, sul corporeo, sul ripugnante in maniera sottocutanea e misteriosa, con personaggi e situazioni immersi in giochi artificiosi che giocano ironicamente e tristemente, con una cadenza funerea, con il loro stesso essere artificiosi. Mia Wasikowska e Julianne Moore brillano in un cast pieno di nomi prepotenti, e si impongono la prima per la propria innocenza misteriosa e cupa e la seconda per il proprio essere costruita, chirurgica, ripugnante, artificiale nella stessa resa fisica prima ancora che nell’interpretazione.

 

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4. Only lovers left alive – Solo gli amanti sopravvivono (2013) di Jim Jarmusch
L’ultimo film di Jarmusch è tra le sue opere più alte e memorabili, un film di vampiri senza tempo fatto tutto di atmosfere, arabeschi, senso del vuoto, colori spenti o al neon, futili riflessioni sull’inesistente futuro dell’uomo, snobismi pop, dialoghi ironici ma spinti da una verve letteraria nobile, regia tranquilla e pura, fotografia perfetta. Un film sull’inattualità che è completamente inattuale ma non perciò non moderno nella sua spaesante concezione di intrattenimento caratteriale, misterioso, evocativo, forse privo di significato ma mai inutile, poetico, esistenzialista, evanescente e ipnotico nei ritmi, mai banale. Tom Hiddleston abbandona i panni di Loki per un’interpretazione affascinante e fondamentale, ma Mia Wasikowska, di nuovo e più che mai, ruba la scena a tutti.

 

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3. Belluscone – Una storia siciliana (2014) di Franco Maresco
Il ritorno di Franco Maresco al cinema, senza portarsi con sé Daniele Ciprì, è il più fondamentale, importante e bel film italiano almeno dell’ultima decade, anche più di Le quattro volte (2010) di Michelangelo Frammartino. Infatti, Belluscone non è un documentario su Berlusconi quanto un agghiacciante ritratto di un conflitto (politico!) di autocoscienze (meta)cinematografiche, documentario sulla disillusione sprezzante dell’italiano nei confronti dello Stato, grottesca illustrazione di uno schifo globale che ha del divertente e dell’agghiacciante. Maresco esplode in un urlo disperato e poco liberatorio, grida per mostrare il proprio disagio nella forma del (relativo) documentario, propone un fantasma in bianco e nero, il meraviglioso personaggio (già cult) di Ciccio Mira, e lo pone come protagonista surreale di una storia intricata, misteriosa, non propriamente narrativa, elucubrazione mentale sul tema dell’illegalità, della resistenza, della mal sopportazione, dell’influenza cupa tra mondo dello spettacolo e politica, sempre dietro l’ombra dell’assenza di spirito. Inevitabile.

 

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2. La leggenda della principessa splendente (2013) di Isao Takahata
L’opera ultima di Takahata è ovviamente uno dei più grandi film d’animazione di tutti i tempi, in quanto opera conclusiva e summa massima dell’autore d’animazione nipponica più autorevole dopo il più celebre compagno Miyazaki che con Si alza il vento (2013) ha raggiunto un risultato altrettanto se non più alto. Come mai? La leggenda della principessa splendente è una fiaba (tratta da una storia orientale popolare quanto, da noi, Cappuccetto Rosso) che prende uno stile umile ma visionario e riesce nell’impressionante e meravigliosa impresa di mischiare l’estetica dei film di Akira Kurosawa, Kenji Mizoguchi e Yasujiro Ozu alle follie cromatiche di Kandinskij o anche ai mondi di Chagall. Se non fosse abbastanza, il film affronta con infantilismo magico il rapporto tra l’uomo-natura, rappresenta l’onirico con una leggerezza melanconica unica, la famiglia come mini-nucleo e maxi-nucleo, l’anarchico desiderio anti-borghese di liberarsi dai limiti reimpostati per adattarsi ai propri desideri primordiali, infantili. È un’ode al bello della vita che, più di ogni altro film dello Studio Ghibli (eccetto forse proprio Si alza il vento), riesce anche a trovare tempo per concentrarsi e riflettere sul realismo tragico, drammatico e cattivo dell’umanità come gruppo invece che come insieme di individualità. Unico, imprescindibile, necessario.

 

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1. Addio al linguaggio (2014) di Jean-Luc Godard
Mi sono già dilungato abbastanza sul capolavoro assoluto di Godard di quest’anno nell’ultimo Fili rossi, ma è necessario ricordare che Addio al linguaggio è un montaggio evocativo in cui “non c’è niente da capire” ma c’è solo da ammirare la caotica ma armonica prepotenza visiva di un’opera che è l’unica ad essere capace di mostrare le potenzialità massime del digitale e del 3D, proponendo dunque una vera e propria affermazione delle rivoluzioni tecniche nel cinema recente. Visionario, spesso incomprensibile, ironico, difficile, stordente, epocale. Da un punto di vista emotivo non è tra i più coinvolgenti di Godard, ma è necessario che un film così importante da un punto di vista tecnico provenga da lui ed è necessario che lo si guardi, nel futuro, come uno dei baluardi del genio visivo del passato.

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