Classifica cinematografica per l’anno 2014 / 1. Il Male (e il Beh)

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Con la fine di un anno giunge il tempo di sondaggi: in questo caso, ovviamente, in campo di cinema. Sfortunatamente, non andando a quasi nessuno dei grandi festival del cinema, ho perso grandissimi film, e le opere viste in sala in Italia dal 1° gennaio al 31 dicembre 2014 ammontano ad una venticinquina abbondante che verrà tutta inserita nella seguente classifica. Da questa lista escluderò ovviamente i molti film non visti (carenze più gravi: The look of silence di Joshua Oppenheimer, Sils Maria di Oliver Assayas, Mommy di Xavier Dolan, Jersey Boys di Clint Eastwood, Winter Sleep di Nuri Bilge Ceylan, Pasolini di Abel Ferrara) ma anche i capolavori dell’anno che sono riuscito a recuperare ma che non sono usciti in sala in Italia, su tutti Jauja di Lisandro Alonso e Journey to the West di Tsai Ming-Liang.
Dunque, suddividerò i film visti in cinque categorie, in ognuna delle quale entreranno cinque film: il Male (i film ingiustificabili, le visioni difficili), l’Ambiguità sospesa (i film a metà, con tanto difetti quanti pregi), gli Interessanti (opere originali ma difficili per approccio, oppure semplicemente molto carenti, o, meglio, guilty pleasures inconfessabili), i Grandi (le opere importanti, essenziali, i film di culto dell’anno) e i Capolavori.
Tra queste categorie, il Male ha la peculiarità che invece di andare dal minore dei tre al maggiore, andrà in direzione opposta, culminando in prima posizione con il peggior film dell’anno. I grandissimi fuori classifica sono Si alza il vento di Hayao Miyazaki, squalificato perché visto nel 2013 a Venezia ma anche perché inclassificabile, per la propria bellezza e importanza forse superiore a quella di ogni film uscito in sala quest’anno (eccetto, magari, proprio la primissima posizione), e C’era una volta a New York di James Gray, bellissimo film d’impostazione classica basato su di un triangolo amoroso à la Strada (Fellini) in quanto il cinema di Gray è, più che mai, senza tempo, anacronistico, quindi separato dal contesto della classifica.
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Il Male

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5. Lo Hobbit: La battaglia delle cinque armate (2014) di Peter Jackson
Peter Jackson ha fatto un errore madornale con la trilogia dello Hobbit nell’impostarla come una trilogia, per di più aspirante a un’epica paragonabile a quella del terzetto del Signore degli anelli. Il primo capitolo (uscito nel 2012) aveva l’ottima caratteristica di non prendersi sul serio, quasi un cartone animato dai ritmi lenti, un po’ inutile ma innocuo, tranquillo, con molte atmosfere in cui perdersi, per un’epica mischiata all’intimismo campagnolo che caratterizza la Contea/Nuova Zelanda tolkieniana di Jackson. Dal secondo capitolo, con l’aggiunta dell’insopportabile elfa Tauriel (Evangeline Lilly), l’epica si è fatta più enfatica, la spettacolarità più cartonata. E nel terzo?
Nella Battaglia delle cinque armate vi sono un prologo pomposo, dialoghi privi di profondità (soprattutto quelli legati a Tauriel, appunto), scene di battaglia inconcludenti, e tanta insoddisfazione. In vari momenti si va oltre la barriera del ridicolo involontario, in particolare nelle scene con Legolas. Notevoli tuttavia sono le caratterizzazioni dei nuovi orchi e nemici vari nella battaglia principale, creativi e cupi come ci si aspetterebbe dai migliori film di Del Toro (che ha collaborato alla sceneggiatura di tutta la trilogia e che avrebbe dovuto dirigerla).

 

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4. Boyhood (2014) di Richard Linklater
Richard Linklater, allievo di James Benning, avrebbe pensato un esperimento geniale e innovativo con Boyhood, film narrativo che segue quasi 12 anni nella vita di Mason Evans (Ellan Coltrane), per la precisione dal 2002 al 2013, e lo fa seguendo davvero la crescita fisica di Coltrane con un’analisi che punta alla descrizione di che cos’è la vita.
Peccato che la vita di Boyhood escluda la quotidianità e si concentri su una serie di eventi importanti (ma neanche poi così tanto) nella vita del personaggio, costruiti narrativamente a puntino in modo da avvicinarsi ad una soap opera o comunque ad una serie drammatica (non particolarmente riuscita).
È difficile simpatizzare per un protagonista di cui vediamo 12 anni di vita ma della cui psicologia è avvertibile poco o niente, e si finisce per concludere la la visione con una maggiore consapevolezza dell’interiorità dei genitori, tra un padre (Ethan Hawke) filo-obamiano fino al midollo, come anche il film stesso, ed una madre (Patricia Arquette) oca che, dopo il padre di Mason, si risposa due volte e sempre con ubriaconi misogini dalla manata facile. La visione d’insieme include anche un’evoluzione mediatica degli Usa da Bignami musicale  – come s’è passati da Britney Spears a Lady Gaga passando per Soulja Boy e concludendo tutto con gli Arcade fire ed il loro discone The suburbs,del quale ben due canzoni sono incluse nell’opera, una delle quali nei titoli di coda.
Chissà, forse pure Linklater ha capito che l’atmosfera intimista del passare del tempo provinciale americano è stata trasposta meglio in suono dalla banda (canadese, tra l’altro) di Win Butler che da lui stesso. Ma la gente urla comunque al capolavoro e all’Oscar…

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3. Colpa delle stelle (2014) di Josh Boone
Imperdonabile vaccata preadolescenziale che commercializza la sofferenza umana, banalizza il fatalismo, crea ironia su di una storia d’amore sterile che non ha molto più da offrire rispetto ad un film di Federico Moccia eccetto un «dolore vero» che di vero non ha niente. Noiosissimo nell’ultima mezz’ora, ha il pregio involontario di essere divertente per le frasi fuori contesto e noiose nel mezzo di scene che, invece, dovrebbero scatenare ilarità o commozione per motivi diversi.
È difficile giudicare intellettualmente meritevoli gli individui – generalmente di sesso femminile e di età inferiore ai 16 anni – che tirano fuori i fazzoletti in sala sul finale, ma ogni età ha le sue perversioni.

il-raga-invisibile

2. Il ragazzo invisibile (2014) di Gabriele Salvatores
L’Alex l’ariete dei giorni nostri è il “primo cinecomic italiano” diretto dal regista di culto Salvatores in un momento di particolare crisi creativa. Dialoghi implausibili, scene d’azione prevalentemente trash, una serie di personaggi abbastanza ingiustificabile, una regia ed un montaggio fuori controllo con più scavalcamenti di campo che controcampi non sono niente di fronte al tremendo occhio pedofilo che Salvatores riserva per il sottogonna della co-protagonista minorenne e per la scena imbarazzante dello spogliatoio in cui il protagonista si nasconde, invisibile, a spiare le compagne di classe che si spogliano al rallentatore con una fotografia da soft porn, sculettando di qua e di là. Il fatto principale non è che l’Italia non sia pronta a produrre i propri film supereroistici, il problema è che in Italia non ci sono fumettisti né sceneggiatori capaci di ideare una storia adatta o originale al commercio cinematografico supereroistico del nostro paese. Tuttavia, è uno di quegli (s)cult che rimarranno ricordati negli anni, da quasi tutti come un fallimento.

lucy

1. Lucy (2014) di Luc Besson  
Lucy
non è il peggior film dell’anno. Lucy è addirittura un film talmente brutto da essere trascendentale, da essere forse tra le più essenziali ed importanti visioni del 2014. La definizione che gli ho dato è quella de “il 2001: Odissea nello spazio dei film di merda, anche contenutisticamente”, e questo è semplicemente perché: Lucy crede di avere la profondità di un novello The tree of life (2011, di Terrence Malick) ma perde ogni possibile opportunità sfruttando, nella regia, un’estetica da film d’azione dei peggiori, e, nella sceneggiatura, un didascalismo completamente ignorante; Scarlett Johansson, Morgan Freeman e Choi Min-sik portano a compimento le peggiori interpretazioni della loro carriera; gli effetti speciali sembrano curati da un dodicenne nerd alle prese con Windows Movie Maker; i dialoghi sono improponibili, soprattutto grazie alle frasi a effetto che non fanno effetto alcuno (penso alla scena della macchina o al cin cin in aereo) se non scatenare ilarità; il finale osa troppo e si conclude con un pastiche di pretenziosità dilagante ma anche completamente vacua, deleteria, intellettualmente ignobile, con riferimenti artistici, cristologici e scientifici tra i più disparati, improbabili o semplicemente ignoranti. Insomma, meravigliosamente catastrofico, orrendo fino all’esilarante.

(continua)

Ambiguità sospesa

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5. Godzilla (2014) di Gareth Edwards
Innocentissimo blockbuster che prende la storica figura del lucertolone giapponese, che nell’immaginario collettivo è ormai più legato al film omonimo (1998) di Roland Emmerich invece che ai classici kaiju-movies nipponici, e la ricollega alla tradizione in cui Godzilla non è il nemico dell’umanità ma anzi una forza della natura, un’allegoria della salvezza, un supereroe squamoso. La prima mezz’ora con protagonista Bryan Cranston è inutilmente strappalacrime, ma dopo un po’ il film si addentra nel territorio del cult, dell’esagerato, e pur non raggiungendo vette di spettacolarità come nel Pacific Rim (2013) di Guillermo Del Toro, riesce a fornire memorabili scontri goliardici tra lucertoloni spaccacittà con Godzilla eroico e i Muto, mostriciattoli colossali che amoreggiano come mantidi religiose, come antagonisti.

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4. We are the best! (2013) di Lukas Moodysson
Commedia drammatica intimista e anarchica che punta a parlare di rivoluzione senza rivoluzionare niente. Lukas Moodysson dirige e scrive un film sul desiderio di superare le barriere della convenzione, desiderio infantile ma puro, sincero, con cui il regista svedese costruisce un mondo naturale, realistico, ma non tranquillo, turbato e lontano dalle insincerità borghesi di cui si macchia spesso il cinema europeo. Non c’è niente di particolarmente originale, esclusa una sprezzante ma schietta voglia di ribellarsi a qualcosa di forse inesistente, giusto per il gusto di essere diversi, giusto per il gusto di essere il gioiellino d’autore in sala in mezzo ai blockbuster. Piccole soddisfazioni, non grandi opere di bene.

leopardi

3. Il giovane favoloso (2014) di Mario Martone
Il principale difetto del film biografico di Martone su Giacomo Leopardi è la discontinuità qualitativa. Il film è diviso in quattro parti, distinguibili per la propria collocazione geografica: Recanati, Firenze, Roma, Napoli. La parte dedicata a Recanati mostra Elio Germano prendere il ruolo di Leopardi nelle proprie mani e soprattutto nel proprio corpo, nel processo della mutazione corporea, e nonostante qualche ingenuità (l’uso ostentato di musiche moderne che innalzino Leopardi al livello di un personaggio pop o l’enfasi pacchiana del porre il poeta in scene che lo vedono leggere l’Infinito di fronte al niente per il puro gusto del poetare), è una parentesi che funziona e rappresenta bene la psiche del personaggio; Firenze è un mélo didascalico, mentre Roma è soltanto uno spezzone inutile (e fortunatamente brevissimo); a Napoli è dedicata una frazione narrativa di un periodo breve che però ricopre svariati minuti di elucubrazioni psicologiche a vuoto sull’esplicitarsi dell’Ego di Leopardi, in particolare nel riferirsi al suo rapporto con la morte, e il film culmina sul finale visionario, che esclude la morte ma la implica nella poesia dedicata al Vesuvio, letta da Germano mentre scorrono immagini del vulcano, dello spazio e del poeta stesso. Altalenante, ma potente da un punto di vista puramente letterario.

bucaneve

2. Snowpiercer (2013) di Bong Joon-ho

Cinefumetto che parte da una presa per i fondelli del complottismo delle scie chimiche per poi diventare un apocalittico e anarchico viaggio sporco e prepotente attraverso un’allegoria del totalitarismo lucida, che si fa prendere sul serio ma che non perde la fotografia né lo smalto di quello che è: un cinefumetto. Molte sequenze memorabili e grottesche, tanta autoironia, ma soprattutto una regia talmente fluida da dare l’illusione di un piano sequenza, soprattutto nel crescendo scenografico prima del gran finale che tanto grande non è, e risulta in una serie di rivelazioni scialbe, colpi di scena stolti e ridondanti e, dopo la tragedia, in un lieto fine fuori luogo che molti hanno considerato ambiguo o ironico ma che, tra una fotografia soffusa da spot pubblicitario e una colonna sonora spielberghiana, sembra trovare più conforto nel buonismo che nel cattivismo, eliminando tutte le notevoli ed evidenti originalità precedenti in favore degli americanismi in cui il sudcoreano e talentuosissimo Bong Joon-ho non sarebbe dovuto mai incappare.

ninfomania

1. Nymphomaniac (2013-2014) di Lars Von Trier
Film in due capitoli di differente matrice e qualità, l’ultima opera di Lars Von Trier è tra i suoi film più personali, che usa la ninfomania come mezzo per affrontare le proprie paranoie e paure, le proprie ossessioni, ma anche i propri problemi con l’essere provocatorio, con la propria identità, con il proprio rapporto nei confronti del sesso opposto, e con sé stesso (molteplici le autocitazioni, su tutte quella di Antichrist nel secondo volume). Il primo capitolo è prepotentemente autoironico, eccessivo nel didascalicismo e perciò a tratti esilarante, con passaggi che ricordano i suoi film migliori per dramma e sincerità ma anche per estetica, risultando cupo senza essere deprimente, a tratti ripugnante ma più spesso caloroso, in senso umano, pur con eccessi a volte gratuiti. Il secondo capitolo tenta maggiormente la provocazione, e osa sempre di più, in maniera crescente, con scene erotiche che non puntano più al ridicolo ma hanno l’ambizione sia di far schifo che di far riflettere. In più punti, nessuno dei due obiettivi riesce. Pochi sono i momenti visionari (la scena dell’albero in particolare), perché Lars Von Trier preferisce prendersi quasi completamente sul serio e non gli riesce troppo bene, bloccato da un antivirtuosismo sessuale poco minimale e spesso pacchiano, se i due capitoli si devono proprio paragonare.

(Continua e finisce qui).

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