Cinesperimento: due film Grandi

grandebellezza
L’altro giorno ho fatto un esperimento, andando, nello stesso pomeriggio, a vedere due film al cinema: prima La Grande bellezza, ultima fatica di Sorrentino, e successivamente Il Grande Gatsby, ennesima interpretazione cinematografica del romanzo capolavoro di Fitzgerald, diretto da Baz Luhrmann ed interpretato da Leonardo Di Caprio. Due film diversissimi, con in comune solo la settimana di uscita e la parola «Grande» nel titolo. Un po’ per divertimento e un po’ per follia, ho deciso di recensirli insieme, senza fare particolari paragoni tra i due (che si sprecherebbero peggio di un Fernet Branca dopo l’uscita dell’ultimo Batman di Nolan).

La Grande bellezza

Quando si va a vedere un film di Sorrentino, un po’ l’idea di cosa si sta per vedere ce la si ha sempre. Riprese col dolly da mal di mare, simbolismi, colonne sonore pop, sceneggiature che narrativamente vanno da tutte le parti; in This must be the place, suo film con Sean Penn uscito due anni fa, tutto era esagerato: tra il dolly azzeccato probabilmente solo nella scena del concerto di David Byrne, i simbolismi che ricalcano il nazismo, la solitudine e la depressione compiaciute e noiose a livelli incompatibili con un road movie, le colonne sonore pop che devastano due ore di film trasformandolo quasi in un finto non-musical e la sceneggiatura che cerca di essere originale ma finisce solo per essere ammiccante, si ebbe un film non pienamente riuscito. Anzi, un film in cui, registicamente, il regista italiano ha «pisciato fuori dal vaso», andando oltre i limiti autoimposti dal proprio stile. In La Grande bellezza no.
Pur esagerato stilisticamente, non è un film esasperato, è un film anzi personale, particolare, sentito. In un certo modo è come se Sorrentino pensasse alla sua Dolce vita, mostrando il «mondo mondano» della Roma odierna e cercando di fare un paragone tra lo squallore del presente e la Roma felliniana, di certo non perfetta ma neanche così volgare.
Lasciando stare i paragoni con Fellini (se ne son sprecati troppi), la trama racconta la storia di Jep Gambardella, pigro ma affascinante giornalista e scrittore interpretato da Toni Servillo, che si autoproclama «il re dei mondani», ma all’interno della sua anima odia il mondo in cui abita, la società che lui stesso rappresenta, le feste del sabato sera che tiene in terrazza proprio accanto al Colosseo, con in sottofondo remix elettronici ignobili di canzoni di Raffaella Carrà, mentre tutti attorno a lui si ubriacano, si drogano, ballano, fumano. Co-protagonista è un fuori luogo Carlo Verdone, stranamente bravo nel contesto principalmente drammatico in cui viene collocato, insieme ad un altrettanto bravo Carlo Buccirosso, che aveva già lavorato per Sorrentino nel Divo. Spesso in romanesco stretto, ancor più spesso in italiano puro ma parlato frettolosamente, strascicatamente, i dialoghi della Grande bellezza mostrano un inquietante collage di personaggi-macchietta però funzionali alla storia e allo svilupparsi grottesco del mondo di Jep.
Tra prese per i fondelli di sinistra e destra, di Chiesa e ateismo, di presente, passato e futuro, di Italia e esteri, di intellettualità, stupidità e annesse vie di mezzo, con tanta ipocrisia, falsità, «fragilità e menzogne», Sorrentino costruisce il suo film per eccellenza, che non è un capolavoro, ma è un film-sveglia, funzionale alla propria uscita nel tempo, è il film di cui l’Italia ma soprattutto gli italiani hanno bisogno per svegliarsi dal loro stato di lobotomizzati da TV, radio, società, eventi. Disgustoso cammeo di Antonello Venditti verso metà film, come più tardi anche quello di Serena Grandi, ma attori tutto sommato bravi e scene (spesso molto corte) costruite benissimo, girate con riprese visionarie ma anche un po’ autoreferenziali, frasi potenti per una sceneggiatura folle e ottima.
Colpo di coda nei titoli di coda: leggere che il film è stato finanziato dalla Mediaset fa un po’ senso.

Il Grande Gatsby

Conosciamo tutti la trama del romanzo capolavoro di Fitzgerald da cui il film è stato tratto? Il Grande Jay Gatsby è un miliardario e megalomane incredibilmente solitario, uomo di grandi feste nella sua villona e di guadagni probabilmente illegali. La scoperta che il vicino, vero protagonista del romanzo oltre che unico vero amico di Gatsby, è cugino di Daisy, l’unica donna che Jay abbia mai amato, porta alla nascita di un legame tra i due, grazie al quale Gatsby dovrebbe: riavvicinarsi a Daisy, convincerla a divorziare e a sposarlo. Gatsby è interpretato da Leonardo Di Caprio, Daisy da Carey Mulligan e suo cugino dall’ex-Spiderman Tobey Maguire.
I primi venti/trenta minuti sono di un barocchismo folle, pieno di grotteschi party variegati e astratti, musicati con un apparentemente fuori contesto miscuglio di hip hop ed elettronica, funzionale alla modernizzazione del mito del romanzo (quest’uso della musica è praticamente un marchio di fabbrica del regista Luhrmann). Nonostante la sua pacchianeria e complessità, causate e causa di un lavoro scenografico spaventoso, la risultante di questo inizio è di una potenza stilistica devastante. Poi, dopo un po’, viene introdotto il protagonista (quello su carta, cioè Gatsby, e non quello di fatto — per minutaggio di apparizioni e tutto —, ovvero il Nick di Tobey Maguire), con il suo volto espressivo, un po’ plastificato e colorato, sulle meravigliose note della Rapsodia in blu di Gershwin che da sole sarebbero sufficienti a conferire epicità a qualsiasi momento, finendo per creare un simpatico quadretto (quello appunto di questa prima sezione) non ottimo ma a dir poco discreto, ritmato, interessantissimo.
Pur brav(issim)o Di Caprio, il resto del film è in enorme discesa, e dimostra innanzitutto che Baz Luhrmann  (regista anche di Romeo + Giulietta – sempre con Di Caprio – e Moulin Rouge!) non ha capito Il Grande Gatsby (il romanzo). Non ne ha capito la grandezza, la potenza, la poetica, il contenuto. E qua si potrebbe dire che ha cercato di rileggerla a modo suo, il che potrebbe (dovrebbe!) essere un bene in quanto crea indipendenza cinematografica rispetto al prodotto di partenza, ma ha sbagliato su tutta la linea, trasformando uno dei drammi umani più tragici della storia della letteratura degli ultimi secoli in una storia d’amore impasticciata, plastificata, anche a causa degli effetti speciali fintissimi che probabilmente in 3D rendono meglio (il film infatti esiste sia in 3D che in 2D, e io – purtroppo (?) – l’ho visto in 2D).
Il Gatsby di Luhrmann ha a questo punto come unici punti forti le scelte musicali/scenografiche, che però si indeboliscono di minuto in minuto ogni volta che ci si allontana dalle prime macrosequenze senza il personaggio di Gatsby, e le interpretazioni degli attori: tra un titanico Di Caprio che però, purtroppo, come al solito, ha un visetto ed un sorrisetto da diciottenne, un Tobey Maguire moscio ma immedesimato nel personaggio, una divina Carey Mulligan ed un collage di altri attorucoli che si trovano a loro agio nei costumi anni ’20 dei rispettivi personaggi-macchietta.
Un film da vedere, forse anche da vedere una seconda volta per una rivalutazione, ma talmente pieno di difetti da non poter essere considerato a tutti gli effetti un film riuscito.

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