Cinema: provocare ieri e provocare oggi

provocazione

La provocazione

Provocare al cinema. Un concetto difficile da esprimere. Le prime provocazioni della storia del cinema si possono trovare sin dalle sue origini: la nascita di una nuova arte era un tale evento che bisognava sin da subito trovare una maniera per metterla vicino a tutte le altre, per tematiche e contenuto.
Tra le prime pellicole «scioccanti», mi vengono in mente Le spectre rouge di Segundo de Chomon, cortometraggio muto in filtro rosso girato nel 1907 in cui Satana fa dei trucchetti esoterici e bizzarri davanti allo spettatore, Menilmontant di Dimitri Kirsanoff, mediometraggio del 1926 con scene di omicidio montate in maniera rivoluzionaria, e Freaks, classico dell’orrore firmato da Tod Browning nel 1932 con un cast composto principalmente da attori non professionisti con grandi malformazioni fisiche. Eppure, scioccare col tempo è diventato sempre più difficile. Più il regista osa, pisciando fuori dal vaso del corretto, più col tempo l’audience si rende conto che la provocazione sta diventando un concetto inutile. Pasolini, dopo aver fatto vedere per la prima volta un pene sullo schermo di un film italiano in I racconti di Canterbury, ha avuto l’ottima scelta di fare Salò e le 120 giornate di Sodoma, un film che personalmente apprezzo ma che si può considerare al minimo discutibile per il suo contenuto visivo, nonostante non sia solo «scioccante» ma anche intricato e soprattutto sensato. E con l’aumento dell’esplicitazione della violenza e del sesso nel cinema mainstream, è sempre più difficile mostrare di tutto: la violenza di un Django unchained o la scena di M. Merde di Holy motors non riescono a far inferocire le folle come scene meno forti, come quella dello stupro di Velluto blu, negli anni ’80.
Perciò, ho deciso di trattare il mondo della provocazione nel mondo del cinema nel passare dei decenni con un paragone tra un film del 1981 di Andrzej Żuławski, Possession, ed uno del 2012 di Harmony Korine, Spring breakers.

Possession, ieri

Possession è una pietra miliare della storia dell’horror. Poco conosciuto dai mainstreamers che venerano Carpenter, è invece importantissimo per i fan di registi più grotteschi come David Lynch o David Cronenberg, molto influenzati dall’opera di Żuławski (Lynch considera il film infatti uno dei più completi che ha mai visto). La cosa curiosa è che tale film è uscito nel 1981, quando Lynch aveva fatto solo Eraserhead e The elephant man, sì bizzarri , soprattutto il primo, ma anche lontani dal tipo di stile suo che potrebbe influenzare il regista polacco, ex-allievo di Andrzej Wajda; alla stessa maniera, David Cronenberg aveva fatto molti horror di nicchia, più visivi che concettuali, e solo due anni dopo avrebbe cominciato ad entrare nella scia stilistica che l’ha reso il regista amato dalla critica che è al giorno d’oggi, con Videodrome con James Woods, nonostante nel film si possano trovare riferimenti (vaghi) a Brood, film del regista canadese uscito due anni prima.
In Possession, ambientato nella Germania Ovest ai tempi del Muro, un giovanissimo Sam Neill (star di Jurassic Park, Caccia a Ottobre rosso e Il seme della follia), tornato da un lungo viaggio di lavoro, prova a restaurare i contatti con la moglie, interpretata in maniera impressionante dalla bellissima e delirante Isabelle Adjani, premiata per quest’interpretazione al festival di Cannes, ma appena la vede comincia ad avere il sospetto che durante la sua assenza lei abbia cominciato a frequentare un amante. Dopo aver rintracciato e riconosciuto in Henrich (Heinz Bennett), un tossicodipendente snobboso con la passione per Dio e la meditazione, che si veste vistosamente di bianco e gira in motocicletta, l’affascinante fiamma della moglie, comincia a sospettare che ci sia qualcos’altro dietro. Così chiede ad un investigatore privato di seguirla, scoprendo che dietro tutto ciò c’è qualcosa di a dir poco bizzarro oltre che insospettabile, che, senza ulteriori specificazioni (che possono rovinare la visione), concerne anche il lavoro di un famoso effettista speciale, Carlo Rambaldi, scomparso l’anno scorso, creatore di E.T., dei vermoni di Dune e degli xenomorfi di Alien insieme a Hans Ruedi Giger.
La qualità di Possession è decisamente alta: è un film rozzo, ma di classe; potente, ma asettico; molto bergmaniano (si notano le influenze di Scene da un matrimonio), ma anche buñueliano (Un chien andalou), polanskiano (parti demoniaci stile Rosemary’s Baby) o kubrickiano (Shining) e carico di tensione.
In un finale praticamente incomprensibile ma stilisticamente affascinante, che rasenta l’apocalittico, si ha l’apoteosi di un grande film, che provoca visivamente ma anche concettualmente, ma in generale sbatte tale provocazione sulla retina dello spettatore in maniera abbastanza evidente. Provocare negli anni ’80 significava mostrare in senso classico qualcosa di difficile e discutibile, e possibilmente dargli un senso: la critica religiosa di Possession e la sua manifestazione tentacolare sono concettualmente potenti prima che scioccanti. Ed in parte le due cose sono legate. Alcune sequenze (su tutte quella del parto) sono state citate successivamente in film come Irreversible di Gaspar Noé.

Spring breakers, oggi

Harmony Korine è un regista americano di origini ebraiche. Dopo aver debuttato come sceneggiatore con Kids, ha fatto il suo esordio come autore con Gummo, fortemente ispirato da Anche i nani hanno cominciato da piccoli di Werner Herzog e da altre sue pellicole. Con questo film, di scarso successo commerciale, ha attratto verso di sé critici e registi d’autore grazie al suo grottesco ed inquietante finto realismo, successivamente maturato in Julien donkey-boy, in cui Herzog appare anche come attore in un ruolo chiave. Ha continuato la sua carriera tra cortometraggi (i più importanti e interessanti Umshini Wam, creato in collaborazione con il gruppo hip-hop sudafricano Die Antwoord, e Blood of Havana) e lungometraggi (come Mister lonely e Trash humpers, non distribuiti in Italia), sempre sul filo del rasoio di uno stile incredibilmente rischioso ma anche dotato di un innegabile fascino.
Nel 2012, al festival di Venezia, presenta la sua ultima opera, Spring breakers, un apparente teen-movie con protagoniste, accanto a Rachel Korine, moglie del regista presente anche nel cast principale di Trash humpers, personaggi interpretati da Vanessa Hudgens, Ashley Benson e Selena Gomez, giovanissime attricette che provengono da ambienti cinetelevisivi buonisti come la Disney e compagnia bella.
La trama? La simpatica storia di quattro amiche liceali che decidono di fare una vacanza «da sballo», come viene definita dallo squallido sottotitolo italiano, chiamata appunto «spring break», ma non hanno i soldi per organizzarla. Tre di loro decidono di rapinare un bar per avere i soldi per andare in California per la loro personale Odissea di droga, alcol, hip hop, sesso e party, ma finiscono in prigione: un rapper soprannominato Alien (interpretato da James Franco, con i denti d’oro) paga le loro cauzioni e le trasporta, protette sotto la sua ala, in un violento mondo di commercio di cocaina.
In questo film Korine continua il suo progetto di finto realismo schiacciante, agghiacciante e provocante con un inno disperato mascherato da film «pop», in cui l’overdose di colori e riferimenti alla cultura popolare sono semplicemente sacrifici necessari per immettere alle masse in maniera esponenziale una nuova versione del discorso che generalmente inserisce in ogni suo film, per quanto riguarda l’evoluzione dell’idea di giovane nell’età moderna. Non c’è poi tanto sesso, né tanta violenza, rispetto a tanti altri film che escono ogni anno, eppure, anche a causa della sua qualità (altissima per un film di questo tipo), è un film estremamente provocante, ma non per quello che mostra: per come lo mostra.
Non è provocante raccontare di ragazze che si danno alla pazza gioia, è provocante farle interpretare da attrici Disney; non è provocante far vedere dei giovani che ballano ascoltando Skrillex (compositore della colonna sonora del film), è provocante rendere tale scena squallida nel senso più sporco del termine, e girarla con una moviola che rende il tutto inquietante, quasi horrorifico; non è provocante mostrare giovani che si drogano, se la maniera in cui lo fanno è quella mostrata anche in film come Trainspotting o Requiem for a dream. In questo senso, anche a causa della maggiore esperienza degli spettatori più giovani, il lavoro del provocatore si è trasformato in un microcosmo più sottile. È un film ironico sull’exploitation, imperdibile nella sua calcolata imperfezione.

Paragone

Nonostante l’incredibile differenza stilistica e concettuale, il salto di qualità tra Spring breakers e Possession è davvero minimo: entrambi, nella loro individualità e autonomia visionaria, sono interessantissimi film d’autore, con grandi pregi e difetti non tralasciabili, ma decisamente adatti per capire un’epoca e determinate situazioni politiche, ma anche metafilmiche, come appunto tale implicito discorso sull’evoluzione (o l’involuzione) della provocazione, dello shock.
È diventata più importante la sottigliezza dietro lo shock dello shock visivo di per sé, e questo non è per un aumento del quoziente intellettivo dello spettatore medio (anzi…), è per l’aumento della violenza, soprattutto fine a sé stessa, nel mondo dell’intrattenimento, in senso anche più generale. Di certo, non è un discorso così generale e semplice: anche Arancia meccanica (1971) era sì scioccante per la violenza e l’erotismo freddo, ma a fare scalpore fu più la nonchalance stilistica con cui Kubrick le mostrava; simmetricamente, di recente ci sono stati vari film ad essere incredibilmente violenti senza sottigliezze di alcun tipo, e per fare alcuni esempi posso tirare fuori la serie di Guinea pig, la trilogia di August underground o quella di Hostel e A Serbian film, di cui ho scritto qui. Ma tali ultimi film nominati sono riusciti in effetti sia a provocare che ad essere di buona qualità? No, decisamente no. La serie di Guinea pig ha un concetto di base debole, quella di August underground non ha alcun fascino (se non quello di poter dire dopo la visione «ehi, scommetto che non hai mai visto un film più violento di quello che ho appena visto io»), Hostel, nonostante sia diretto bene, è contenutisticamente nullo, et cetera. C’è sempre qualcuno con qualche idea illuminante, e penso al Miike di Ichi the killer o al Pascal Laugier di Martyrs, ma in generale questo breve discorso sui vari cambiamenti del rapporto videoarte-contenuto è un riassunto parziale di uno dei motivi per cui il cinema mainstream odierno si può definire una brutta copia di quello degli anni ’70 e ’80.

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