Chiara Frugoni / Perfino le stelle devono separarsi

ilcacodisoltocollina_perfinolestelle Sono uno dei gestori del sito, e lo dico subito: è il libro di una parente stretta assaj. Ciò non toglie che sia bellissimo, e non lo dico solo io: leggete.
Nell’immagine sopra, il «leggendario» albero che troneggia nello spazio antistante la casa di Solto Collina (foto di Alemi Sala) e la copertina del libro; poco più oltre la bella locandina di una presentazione del volume avvenuta a Stezzano, opera della libreria Le due torri, e che bello vedere le persone che amano il proprio lavoro in questo modo.

Perfino le stelle devono separarsi è un libro di memorie familiari, e non solo, che Chiara Frugoni ha scritto in seguito a una specie di committenza intima.
Come spiega in un breve prologo, a un certo punto della sua vita: «giunta sulla soglia» scrive, ha sentito, da parte dei familiari delle ultime generazioni che l’hanno preceduta, la richiesta non udibile «di vivere» – dice testualmente. Sollecitazione che poteva essere esaudita nell’unico modo loro concesso, cioè di essere raccontati attraverso i ricordi che lei ne ha conservato.
Nella preghiera che i vivi non dimentichino i morti, ma anche nel desiderio inappagabile che i morti pensino a noi, sentiamo affiorare l’eco di  voci dantesche.
Così l’autrice si è disposta a raccontare – tra messe a fuoco e sfocature nel «silenzioso allontanarsi del ricordo»- queste storie affinché del tempo iscritto tra due date, non rimanessero solo quelle date, una targa al cimitero e qualche foto scolorita.
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Studiosa

Nella sua professione di insigne studiosa di storia medievale e di storia dell’arte, Chiara Frugoni ha incrociato nelle sue ricerche fonti scritte e iconografiche, aprendo filoni di ricerca innovatori e fecondi e approdando a sorprendenti interpretazioni che hanno modificato la prospettiva dalla quale erano state fino allora studiate: pensiamo alla diversa interpretazione dell’episodio delle stimmate di Francesco, che ha offerto non solo un’inedita lettura della vita del santo, ma ha anche recuperato un  nuovo aspetto di storia religiosa, culturale e artistica.
E’ internazionalmente riconosciuta tra i massimi conoscitori di Francesco, il santo di Assisi, cui ha dedicato molti volumi e ricevuto numerosi riconoscimenti; per l’Italia basti ricordare il premio Viareggio nel 1984.
Biografa e restauratrice di vite lontane da noi molte centinaia di anni, vite delle quali riesce a ricostruire con acume e acribia la quotidianità come appartenessero a contemporanei, Chiara Frugoni si è prestata a far rifiorire il passato di genitori, nonni e via risalendo per li rami fino agli inizi dell’ 800.
Il suo scritto rappresenta un ‘eredità di affetti da trasmettere ai figli, al nipotino e ad altri che verranno, affinché da cronologie di persone a loro ignote, da rapporti che hanno preceduto la loro nascita, riemerga quel tessuto di vite e di sentimenti dai quali essi discendono. Perché, come la psicanalisi insegna, «l’eredità che più conta non è fatta tanto di beni, di geni, di rendite o di patrimoni. Essa concerne le parole, i gesti, gli atti di chi ci ha preceduti.[…] La più autentica eredità consiste di come abbiamo fatto tesoro delle testimonianze che abbiamo potuto riconoscere dai nostri avi» (M. Recalcati).
In questa cessione, in questo lascito è stato inevitabile ripercorrere la propria esistenza, insieme a quelle dei suoi ascendenti,  avendo cosi’ l’impressione di sentirsi ancora vicina a loro. Ma scriverlo è stato anche un modo per congedarsi, e congedarli, affrontando le inquietudini che un viaggio interiore comporta.
(continua)

Incipit

Perfino le stelle devono separarsi è un titolo che focalizza un distacco. Proviene da alcuni versi del poeta Issa Kobayashi posti in esergo:

Non piangete insetti;
gli amanti, perfino le stelle,
devono separarsi.

L’haiku mette in scena un commiato e per confortare la nostra condizione di minuscole creature indifese, ci esorta a sollevare lo sguardo verso l’infinita grandezza del cosmo nel quale finanche alle stelle tócca dividersi. Il tono è calmo e rassegnato, cònsono agli eventi ineluttabili.
Gia’ un precedente libro di Chiara Frugoni, uscito nel 2003 presso Laterza, aveva la parola stelle nel titolo: Da stelle a stelle.
Anche là si trattava di un congedo: il distacco, dopo averne descritto la storia, dal mondo rurale, sprofondato in un passato senza tempo, di Solto, il paese in provincia di Bergamo dove si trova la casa di campagna dei nonni materni e dove Chiara Frugoni ha trascorso ogni estate della sua vita.
Là il protagonista era il paese: qui l’angolo visuale si è stretto e incentrato su componenti della famiglia e alcuni coetanei con i quali Chiara bambina condivideva il tempo delle vacanze.
Le foto, le epigrafi funerarie, le targhe-ricordo, i ritratti a olio sono i documenti che stanno dietro la narrazione; alcuni sono riprodotti in bianco e nero, permettendo a noi lettori di vedere com’erano la villa, il giardino, le persone care.
In una scrittura molto efficace, a tratti ironica e divertente,  l’autrice ci restituisce un periodo di storia culturale e sociale, di abitudini ora scomparse.
Con le dramatis personae disposte in apertura, ciascuna col proprio ruolo, e i personaggi che entrano in scena gradualmente, Chiara Frugoni ricostruisce, in una forma in parte «teatrale», una storia e una geografia della famiglia: l’ambiente domestico, il contesto sociale, il paesaggio.
Leggiamo le prime righe:
«Fra il tenue azzurro del Lago d’Iseo, placido e lattiginoso, e l’altrettanto mite colore del cielo quando è sereno, sta Solto».
L’incipit, dal sapore apertamente manzoniano, contiene una serie di aggettivi che riconducono alla quiete, alla lievità, alla sobrietà. Sono qualità che caratterizzano e dànno il tono alla narrazione, anche nei passaggi più crudi.
Quello di Solto è un paese che l’autrice conosce benissimo perché, come abbiamo detto, vi si trova la grande abitazione nella quale la famiglia si trasferiva da Brescia, dove risiedeva, per trascorrervi i mesi estivi. E’ un territorio esplorato quando giocava con i figli del mezzadro, condiviso con nonni, genitori e zii, e coltivato nel patrimonio della memoria.
Il ricordo dell’infanzia è rimasto intenso in lei e lo restituisce vivo e presente, con il corredo di colori, timbri, odori, incanti e furori.
(continua)

Soffitti

Il libri è diviso in capitoli, ognuno con un soggetto: la casa dello zio dottore, la nonna materna Teresa, nonno Serafino suo marito, la scuola a Brescia, la nonna paterna Dina, la famiglia dei Giussani, il mezzadro più caro alla nonna.
La casa dello zio, il dottore Pio Fontana, e prima ancora del padre Pietro, anche lui medico, è quella di Solto. Profondamente modificata e in parte stravolta nel susseguirsi dei rifacimenti, si salva la sala che è rimasta com’era.
I soffitti dipinti delle camere, sia a Solto che nel palazzo di Brescia, sono destinatari degli sguardi di Chiara bambina prima del sonno, il cielo sotto cui si addormentava, che le ispiravano gli ultimi pensieri, in un’opera di descrizione e decifrazione e interpretazione che ripeteva e variava ogni sera, e in cui finalmente era lei sola a fare e disfare la storia senza doverne rispondere a nessuno.
Non si può fare a meno di pensare che quell’osservare attento le linee che li abbellivano, attribuire loro un senso e una finalità anticipavano la sua applicazione allo studio delle pitture murarie, a quegli affreschi ai quali ha dedicato poi il suo sapere, facendo scoperte e collegamenti innovativi.
E sembra strizzare l’occhio al lettore quando, nel descrivere l’uso, dopo i temporali, di fare il giro delle stanze con l’ulivo benedetto fumigante, scrive: «per cacciare i demoni nascosti fra le nuvole», alludendo alla sua recente scoperta del volto di un diavolo tra le nuvole dipinte da Giotto a Assisi.
(continua)

Teresa

perfinolestelleLa nonna Teresa è il fulcro della famiglia. Espressione attardata di un mondo organizzato ancora in maniera feudale, è proprietaria di case e poderi. Arroccata nei propri privilegi, è padrona anche di coloro che nelle sue terre lavorano e vivono.
Di lei e del suo amore per i fiori l’autrice parla con voce affettuosa, ammirata, talora ironica:

Una volta – avevo circa sette anni -, mentre cercavo di imparare ad andare in bicicletta nelle piste minuscole dei viali colme di svolte insidiose, ero finita nel boschetto delle dalie e delle rose. Il crocchiare degli steli vuoti e bagnati, l’intenso profumo dei petali schiacciati sul viso e sulle braccia, il dolore del manubrio sotto le costole furono coperti dal grido angosciato della nonna: «I mé fiur!» (pp. 22-23).

La nonna sa farsi rispettare, ed è inflessibile quando tratta coi sottoposti:

«Della nonna Teresa erano leggendarie in famiglia imprecazioni e arrabbiature, per il vino non travasato in tempo o per i filari di vite non diserbati a dovere: un “Diana-Bacco” o un “Sisto-cielo” (l’educazione ottocentesca offriva alla pur virile nonna modelli assai approssimativi di bestemmia) troncavano le confuse spiegazioni dei contadini. Anche noi bambini ci fermavamo nei giochi, ad ascoltare.[…] Per la vendemmia i contadini venivano ammessi a mangiare tutti insieme in cucina. Sapevano che avrebbero trovato gnocchi ben conditi e in abbondanza. Un anno però la loro fame fu più grande delle previsioni della padrona e protestarono vivacemente. La nonna allora fece subito preparare altri gnocchi intimando di mangiarli tutti, perché lei non sprecava certo la grazia di Dio. Seguì un secondo pasto, lieto, quasi irrispettoso. Gli gnocchi però sembravano crescere nella pentola e moltiplicarsi. I contadini, più che sazi, cominciarono a dire: “Basta!”, ma la nonna fu irremovibile. Si sentirono male, quel giorno non lavorarono più. La storia degli gnocchi rimase indelebile nella memoria. Si trattava di povere, semplici patate, sia per i contadini che per la nonna, ma lei, come allora la maggior parte dei proprietari terrieri, condivideva con i suoi sottoposti la visione di una vita tetra e parsimoniosa. La miseria era attaccata alle spalle di tutti e impediva anche ai ricchi di vivere con agio, di migliorare la proprietà, di comperare qualche semplice macchina agricola. I loro vecchi erano vissuti così e dunque non c’era ragione di cambiare. (pp. 66-67).

(continua)

Divisioni

La nipote Chiara, figlia di una figlia, è divisa tra il censo al quale appartiene, che le viene ricordato selezionando accuratamente amici e ambienti da frequentare (tra questi, inaspettatamente, i figli del mezzadro Giussani, che per la sua proba fedeltà, si era conquistato la simpatia della nonna), e un’idea di società meno iniqua.
Donne e uomini, familiari e estranei, vengono descritti con bonomia e amorevole distacco. E’ quel senso della misura, della distanza che non nasce dal tempo che è passato  – che talvolta ha il potere di rinfocolare screzi e dissapori anziché sopirli – ma proprio dal controllo imparato in quelle stanze e tra quelle aiuole.
In famiglia c’era anche chi si sottraeva alla cupezza religiosa e alla moderazione un po’ gretta del tenore di vita. Uno è lo zio Piero, fratello della mamma, svogliato a scuola (scappò più volte dal collegio), amante delle corse in automobile, gaudente e refrattario al lavoro: non potendo mantenersi né tanto meno mantenere una famiglia,  preferì concentrarsi nella ricerca di un’ereditiera: la trovò e la sposò.
Un piccolo brano lo descrive al momento della partenza per Solto:

In casa eran ben note le sue furie, come quelle della madre. Quando da Brescia si partiva per Solto, il caricamento della Balilla finiva sempre in una scenata. “Madonna bruna!” gridava lo zio, e roteava gli occhi un po’ sporgenti cominciando a demolire la catasta dei pacchi all’interno della vettura stracolma; li posava di nuovo a terra, uno dopo l’altro, mentre per i movimenti bruschi i capelli, un carapace di brillantina, si aprivano in ciocche scomposte. Le grida del figlio si incrociavano con quelle della madre, decisa ad aggiungere un vaso di troppo: solo il padre, comprimendosi il petto e invocando l’aorta, riusciva ad avviare, alla fine, la partenza (p. 80).

Sotto la calma abituale, affiora qua e là un’ eccitazione, una collera che prendono talvolta strade innocue, come agitare rabbiosamente la cordicella della campana che annuncia il pranzo, ma che nelle suore e maestre, e specialmente nel padre, assumono aspetti che provocano turbamento in chi legge.
(continua)

Arsenio

Il padre, Arsenio Frugoni, quando l’attività scientifica di studioso riconosciuto e docente universitario di storia medievale glielo permettevano, non si sottraeva ad occuparsi dei figli: una volta era arrivato con teste e braccia e aveva costruito dei burattini per le recite che avvenivano nel fondaco.
Ma era di una durezza e intransigenza fino al furore quando si trattava di imporre alla figlia la propria volontà.
La famiglia è a Vienna, dove il babbo lavora presso l’Istituto italiano di cultura; Chiara ha due-tre anni: un giorno arriva in tavola il gulash e lei si rifiuta di mangiarlo:

Mi ritrovai nello stanzino delle provviste in mezzo alle file dei vasi di vetro col tappo smerigliato; in pochi minuti gettai a terra tutti quelli che riuscivo a raggiungere.  La polvere gialla delle uova secche si mescolò a quella verde della farina di piselli e alla marroncina dei ceci. Il babbo, venuto a ricuperarmi, mi trasportò invece di peso sotto una gragnola di botte – “Non sulla testa!” ripeteva la mamma – nel silenzio della loro camera da letto, la porta chiusa a chiave. Dalla finestra socchiusa, dopo poco cominciai a lanciare i cuscini, la sveglia, tutto quello che potevo afferrare. Ma il trasloco volante fu di nuovo interrotto dagli occhi verdi del babbo, vicinissimi ai miei, dallo sventolio di una salvietta che mi faceva male colpendomi sul viso, mentre giravano il comò, il letto, il soffitto, finché la mamma intervenne: tornarono di nuovo il silenzio e i singulti, che alla fine mi fecero addormentare (p. 105).

Poi i tumulti si placano, le cicatrici si accumulano e tutto si  ricompone.
Timida, sottomessa al punto che vien fatto di domandarsi, anzi di domandare a quella bambina:  perché non ti apri con la nonna Teresa e le dici che i castighi del babbo sono troppo forti per una bimba che oltretutto a scuola è la prima della classe e a casa ubbidiente e laboriosa?
Le ribellioni arrivano, ma sono fiammate d’ira distruttrice che attirano punizioni ancora peggiori.
Il comportamento così contrastante del padre trova forse una  parziale spiegazione nel fatto che un tempo – neanche lontanissimo – i bambini venivano puniti fisicamente sia in famiglia che a scuola e pertanto castighi e botte rientravano in pratiche pedagogiche molto diffuse, ancorché brutali e oggi finalmente rigettate.
E Chiara bambina rimane sempre in bilico tra subire, abbandonandosi fiduciosa agli altri («Ma perché tu credi a tutto?», le chiede una compagna che l’ha presa in giro ben bene) oppure reagire con qualche rara e violenta opposizione.
Il racconto, come abbiamo visto, usa la prima persona singolare: quel pronome io, di solito così ingombrante, è qui saldamente sorvegliato affinché non prenda il sopravvento. Di conseguenza, anche il dolore, pur rappresentato nella sua realtà aspra e bruciante, si rapprende nel singhiozzo, filtrato com’è dall’educazione, dall’aver imparato a interporre una difesa che permetta di prenderlo un po’ di sguincio, di smorzarlo. Un’abitudine a fronteggiare, parare, rintuzzare che diventa un’attitudine, uno stile interiore misto di temperanza e forza d’animo che non si può abbandonare più, neanche volendo.
Anche se si intuisce che a ciò che viene raccontato si aggiunge un  non detto sommerso.
(continua)

Saperi

presentazfrugonistezzanoChiara bambina è attratta dai saperi contadini: come si fanno i formaggi, come si accudiscono le mucche. Quando le accade di salvarne una (che è un patrimonio per gli smilzi bilanci di chi coltiva la terra), si sente finalmente riconosciuta, apprezzata: è una conquista in cui si avverte un giustificato orgoglio.
Chi avrebbe potuto immaginare in quella ragazzina sfilata e gracile, che sotto la guida dei figli del mezzadro, anche per farsi «perdonare di essere la nipote della padrona», salava lo stracchino, avviava nel paiolo la formaggella o, vincendo la repulsione, introduceva la mano col sale medicato nella bocca della mucca, chi avrebbe potuto immaginare – dicevo – la studiosa, l’autrice di saggi e libri, l’intellettuale vigile e pronta alla mobilitazione che è diventata?
Qualcuno con antenne sensibili avrebbe potuto, fino da allora, captare  «La sete natural che mai non sazia» (Dante, Commedia, Purg., XXI, 1) che la animava, la volontà di mettersi alla prova, il desiderio di procedere ad esplorare terreni incogniti, di confrontarsi con gli altri, che da adulta avrebbe così  sviluppato?
(continua)

Oddio

A fine ottobre, col rientro a Brescia della famiglia, riprendeva la scuola. Il nonno, per la sua ossessione religiosa unita alla supremazia economica, aveva voluto e ottenuto per la nipote l’asilo delle suore canossiane. Già l’abbigliamento le rendeva tenebrose gigantesse: issavano sulla testa una voluminosa cuffia nera sormontata da boccoli di stoffa neri e rigidi con la gala, e dispensavano con devozione sonori ceffoni,  pungevano con spilli e confezionavano cilici domestici per le piccole allieve affinché le loro pene alleviassero quelle delle anime del Purgatorio.

Una volta, madre Albani non volle togliermi per tutta la recita gli spilli che per errore mi aveva infilzato nella pelle insieme alle ali piumate: dal mio patire le anime del purgatorio avrebbero tratto un giovamento particolare. In loro favore dovevamo accumulare molti fioretti, almeno cento al giorno, che segnavamo in una frenetica contabilità muovendo su e giù i grani di un rosario mobile di invenzione monacale, appeso alla vita (i grani erano abbassati a ogni peccato). Per aumentare il numero dei fioretti mi figuravo di rinunciare a cinque caramelle di fila o alla giostra, anche se nella realtà non avevo alcuna possibilità di vincere quelle tentazioni.
Le bambine più buone, che sicuramente sarebbero andate in paradiso, vedevano Gesù nell’ostia; una volta, a forza di fissarla tesa nella concentrazione, ero scivolata sul pavimento. Portata subito al centro della chiesa, dovetti rimanere fino alla fine della meditazione distesa sulle mattonelle gelide, da dove occhieggiavo i banchi che nel castigo si erano fatto lontanissimi (p.88).

Col ritorno in città, riprendevano anche le visite alla nonna paterna, rimasta presto vedova, troppo diversa per censo e stato sociale per essere ammessa nell’altra casa. Peraltro, la famiglia paterna non mancava di storie, per quei tempi, anticonformiste o solo stravaganti.
Infine, con pudore d’altri tempi, l’autrice accenna alla sua simpatia per un figlio del mezzadro, suscitata forse più dal desiderio di rimediare all’ingiustizia del mondo che li aveva collocati in classi sociali antagoniste, piuttosto che dai ricci morbidi e le mani forti di Gianni. Ma quando lui tornò dal militare, si era già sposato.

Nicoletta Scalari

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