Vetrina: campi di orzo

orzo

La vetrina di questa rubrica presenta la mia lettura dell’allegoria pubblicata la settimana precedente, seguita da una scelta di quelle inviate dai lettori. E questa e’ l’ultima vetrina della scuola di allegorie.
E’ stato bello percorrere insieme tante strade per arrivare a capire meglio il mondo e ringrazio tutti i partecipanti. E se questa e’ l’ultima vetrina di allegorie, non ci diciamo addio: anno nuovo, scuola nuova. Da lunedi’ 13 gennaio 2014 seguite la mia scuola di buone maniere su www.daparte.it. Una scuola di liberta’, naturalmente. Vi aspetto.
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire).

Carla Muschio
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Lettura

Pare incredibile che un panino, un boccale di birra e un bicchierino di whisky siano fatti con lo stesso ingrediente, solo con procedure diverse. Come l’orzo, così anche noi, secondo la «lavorazione», possiamo nutrire con la semplicità del pane, inebriare come un whisky o rallegrare come un boccale di birra. Allora, visto che le stesse qualità possono portare a risultati così diversi, esse vanno sfruttate ogni volta in modo adeguato allo scopo che vogliamo raggiungere.

Vetrina

Francesca Taddei
La quarta acquirente era una madre di famiglia che non aveva tutto questo tempo da perdere col mulino e coi distillatori. Fece il soffritto con burro e cipolla, ci buttò un po’ di rosmarino spezzettato, fece tostare l’orzo e poi prese a bagnarlo col brodo. Quando la cottura era abbastanza avanti, aggiunse delle castagne precedentemente cotte e sbucciate. Quindi continuò a bagnare con il brodo, finché fu pronto un ottimo orzotto con le castagne, che imbandì per cena.
Ovvero, quante cose si possono fare con uno stesso ingrediente. E non è detto che seguendo la procedura più elaborata e più dispendiosa si ottengano i risultati migliori.

 

Elena Trabaudi
Un bravo maestro elementare dà agli allievi quello che si può chiamare pomposamente il sapere di base, poi ognuno svilupperà in modo diverso ciò che ha recepito. Per molti si tratterà di sviluppare le proprie capacità servendosi degli strumenti appresi nei primi anni di scuola.
C’è chi farà il liceo scientifico per poi iscriversi a matematica pura, e magari ricorderà quei problemi su una vasca che perde; una ragazza svilupperà il suo talento nel ricamo, talento scoperto nel realizzare quel difficile sacchetto porta-lavanda a punto croce quando aveva sette anni.
Lo scrittore si sentirà debitore verso chi insisteva nel dire che «egli dà è con l’accento, io do, senza: non si scappa».

 

Filippo
L’orzo è conosciuto come ingrediente per produrre whiskey. Finora le bucce dei chicchi di orzo,  scarto della distillazione del whiskey e deprivate oramai dei loro zuccheri, venivano  buttate via. Un ricercatore scozzese ha recentemente scoperto che questi scarti  dimostrano una straordinaria capacità chimica di legare e trattenere molti inquinanti dell’acqua: benzene, pesticidi e metalli pesanti. Questa tecnica verrà ora usata in via sperimentale in Bangladesh per potabilizzare le acque, avvelenate dall’arsenico.

 

Lodovico Re
Arrivò la guerra negli altopiani del centro dell’India e gli invasori Moghul bruciarono tutti  i campi d’orzo, mettendo in ginocchio l’economia locale. Le spighe bruciate non servivano più a nulla, neppure per cercare materiali per la cerbottana o per fare il solletico a qualcuno che dormiva nei campi. Neppure il profumo dei campi era rimasto, ma solo quell’odore di combustione che, anche quando ti sembrava di essertelo dimenticato, a tradimento tornava a farsi sentire. La pioggia monsonica tanto attesa un tempo, ora si era trasformata in una pioggia di fuoco. I giovani emigrarono anzitutto per il disgusto prima ancora che per le scarse prospettive.

Congedo

ragazziviapaal

Lettore affezionato, per quasi un anno hai letto il testo sotto. Poi è toccato a te. Sei stato invitato ad andare oltre il testo leggendolo come un’allegoria, e le letture più belle sono state pubblicate nella vetrina. Giunti alla fine dell’anno 2013, altri tre libri (i primi tre son già stati spediti) sono stati assegnati agli interpreti, secondo il giudizio della maestra e il capriccio di uno dei curatori del sito.
Per congedarmi dai miei lettori ho scelto un’immagine da un classico della letteratura, I ragazzi della via Paal (1906; qui sopra il monumento che han dedicato al romanzo a Budapest) dell’ungherese Ferenc Molnàr. I protagonisti sono un gruppo di studenti di ginnasio che, di nascosto dai professori e dai genitori, si sono organizzati nella «Società dello Stucco». È lo stucco dei vetrai, quello usato per incollare i vetri agli stipiti. La società nasce quando uno di loro un giorno in un viaggio in carrozza si accorge che il vetro del finestrino è appena stato fissato con dello stucco fresco, ancora morbido, e per curiosità ne raccoglie un po’. Lo mostra ai compagni ed essi decidono di raccoglierne altro, dove ne trovano, allargando il patrimonio della società. Il compito di mantenerlo morbido è affidato al presidente della Società dello Stucco, che deve masticarlo ogni giorno.
Le allegorie che ho scritto sono state lo stucco, il collante, il patrimonio comune con cui ci siamo intrattenuti insieme. A me pare che tutta la cultura, in tutte le sue manifestazioni, si possa paragonare a un colossale serbatoio di stucco. Ciascuno di noi ne raccoglie e ne rimastica dei pezzi, li mette in comune con lo stucco degli altri. Così anche pensieri e immagini vecchi di secoli si mantengono freschi e pronti all’uso, per noi e per le generazioni successive.

Carla Muschio
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Vetrina: terrazze

terrazzafiori

La vetrina di questa rubrica presenta la mia lettura dell’allegoria pubblicata la settimana precedente, seguita da una scelta di quelle inviate dai lettori. Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Ormai i giochi sono fatti, ma se volete scrivetemi, e vi racconterò di cosa è in ballo per il 2014 (e siate educati, per favore).
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Carla Muschio
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Lettura

Il pensiero cresce come le piante, un po’ al giorno, e cresce bene solo se è «coltivato». Se lo si abbandona e non lo si «nutre», avvizzisce e muore. Ma anche a curarlo, non lo si può far crescere più di un tanto al giorno. Come gran parte delle piante hanno un ritmo di crescita relativamente lento (con eccezioni; ad esempio, il banano), così lo sviluppo dei pensieri. Quindi la nostra valutazione delle situazioni, i gusti, i sentimenti, le opinioni su un dato argomento: tutto è in eterno movimento, ma, se segue un ritmo naturale, è un movimento lento. Queste stesse allegorie sono state scritte nel corso di molti mesi, man mano che il pensiero maturava.

Vetrina

Elena Trabaudi
Ogni rapporto affettivo ha bisogno di cure; e l’esempio delle piante da giardino o da terrazzo spiega bene questo assunto.
Detto questo, io a dir la verità non ho il pollice verde, anzi proprio non ho dedizione per le piante, come non ce l’ho per tutti i lavori di casa che richiedano costanza, umiltà e abnegazione.
Però ho l’impressione di avere tutt’altro piglio nei confronti delle persone care: con loro sto attenta alle sfumature, soffro quando nasce qualche incomprensione, mi do da fare per far tornare il sole quando nel rapporto cala un improvviso gelo. Sono loro i fiori a cui mi dedico con tutta me stessa, cercando di mantenerli belli freschi anche col passare del tempo.

 

Francesca Taddei
Anch’io avevo una grande terrazza nella mia casa precedente. Noi stavamo stretti, in tre in 50 metri quadri, mentre le piante stavano assai più comode. Con me loro prosperavano. E stanno bene anche adesso, che devo distribuirle tra i vari balconi della nuova casa. Non sono mai stata un’esperta, non conosco molti nomi di fiori e non ho alcuna preparazione teorica. Semplicemente mi comporto con loro come farei con un cane o un gatto, se potessi averne uno.
Intanto non compro le piante, come non comprerei un animale. Mi limito ad adottare quelle abbandonate (ne ho tirate fuori tante dai cassonetti, nel corso degli anni!), oppure a crescere quelle che mi vengono affidate o regalate.
Non mi piacciono granché le piante di cui tutti si riempiono i balconi solo per i fiori. Mi stanno più simpatiche quelle semplici, che magari fanno fiori poco appariscenti o che non li fanno affatto, ma che magari sanno sorprenderti per la loro resistenza o per la crescita.
Ecco, sono dell’idea che le piante debbano essere addomesticate meno possibile. Trovo aberranti i lucidanti per le foglie, ma cerco di ridurre al massimo anche gli altri interventi. C’è chi le sposta, le rinvasa e le pota di continuo. Io cerco per ognuna di loro la collocazione migliore e poi le lascio in pace. Le bagno quando mi sembra che ne abbiano bisogno, le sposto in un vaso più grande quando sono cresciute e se sono in grado di resistere le lascio all’esterno anche d’inverno. Solo quelle più delicate entrano in casa nei mesi più freddi. La soddisfazione più grande è riuscire a “liberare” quelle che, una volta cresciute, possono resistere in un bosco o in un giardino: l’ho fatto varie volte con alberi nati da semi piantati dentro un vaso. Vederli poi vivi e vegeti e con le radici libere di scendere in profondità nel terreno, è una sensazione impagabile.
Insomma, non ci vuole uno psicologo per capire che il mio rapporto con le piante riflette quello che è il mio rapporto con il prossimo. Grande empatia, ma anche rispetto della propria libertà!

 

Lodovico Re
Crescere fiori ed ortaggi in vaso su un terrazzo richiede un numero sorprendente di conoscenze sul terreno, l’esposizione delle piante, le loro esigenze nutrizionali e anche le loro malattie. Naturalmente richiede presenza costante, soprattutto d’estate…insomma sono anche loro un grande amore.

 

Il campo di orzo

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Lettore, leggi il testo sotto. Poi tocca a te. Sei invitato ad andare oltre il testo leggendolo come un’allegoria. Non c’e’ un’unica soluzione. Vanno bene tutte le chiavi, pur che aprano verso significati nuovi. Inviami la tua risposta entro lunedì prossimo. Le letture più belle saranno pubblicate nella vetrina. Alla fine dell’anno 2013 si vincono altri tre libri (i primi tre son già stati spediti), assegnati a suo capriccio da uno dei curatori del sito.

Carla Muschio
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Un contadino aveva un grande campo di orzo. Quando fu maturo lo mietè, insaccò i chicchi e li vedette a tre acquirenti.
Il primo era un panificatore, che portò l’orzo al mulino, ne fece farina e lo usò per farne pane, focacce e dolci.
Il secondo era un birraio. Questi trasformò l’orzo in malto e fece così. Dapprima mise i chicchi a macerare nell’acqua per mezza giornata, poi tolse l’acqua e li lasciò respirare per l’altra mezza. Dopo due o tre giorni di questa procedura, sparse i chicchi su un piano perché essi, zuppi d’acqua, germinassero, e ogni tanto li rimestava. Dopo cinque giorni ogni chicco aveva messo fuori una radichetta e un piccolo germoglio. Il birraio li prese e li mise a tostare per due giorni in un forno. Ne uscirono morbidi e croccanti come gherigli di noce. Quando si furono raffreddati il birraio li macinò e li impastò con dell’acqua calda: aveva fatto il mosto. Dopo un periodo di riposo lo fece bollire e quando si fu raffreddato aggiunse del lievito. Nel giro di una settimana quel liquido diventò una buona birra che venne messa nei tini a maturare.
Il terzo acquirente dell’orzo era un distillatore. Egli fece tutto come il birraio, ma invece di mettere la birra a maturare, la filtrò e la mise nell’alambicco per farne whisky. L’alambicco aveva una caldaia sotto cui veniva acceso un fuoco. Quando il liquido bolliva, il vapore saliva in alto e sboccava in un «collo di cigno» che lo conduceva verso un vaso refrigerante circondato di acqua fredda. Lì ritornava liquido. Il distillatore mise da parte per usi secondari la «testa», il primo liquido che ottenne, che non era buona da bere. Raccolse invece con cura il «cuore» della distillazione, il prodotto buono, e tagliò via la «coda», il liquido finale. Per rendere più puro il distillato, sottopose il «cuore» allo stesso processo una seconda volta ed ecco ottenuto un buon whisky.

Vetrina: composizioni floreali

vetrina fiori 2

La vetrina di questa rubrica presenta la mia lettura dell’allegoria pubblicata la settimana precedente, seguita da una scelta di quelle inviate dai lettori. Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!
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Carla Muschio
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Lettura

I mazzi di fiori raccolti da ciascuno dei partecipanti alla gara assomigliano ai progetti (di scrittura, di lavoro, di vita) che ciascuno di noi persegue. C’è chi si impegna tanto in un campo, per poi scoprire che esso non lo rappresenta veramente. Meglio allora per lui lasciar perdere e incominciare da capo. C’è chi sa da subito cosa vuole nella vita e pone tanta energia per perseguire il suo scopo. C’è chi raccoglie esperienze un po’ a caso, per poi scoprire che erano unite da un filo a lui stesso ignoto che le cinge in un mazzolino armonioso. C’è chi disperde le forze in varie direzioni senza mai trovare un’unità. E infine c’è chi, come il padrone della rosa canina, distingue con facilità ciò che è bello per lui e tranquillamente se lo gode.

Vetrina

Elena Trabaudi
Chi è sicuro di sé non si spreme troppo, convinto che il suo innato buon gusto gli farà fare un’ottima figura. E poi, se anche per caso la rosa canina non piacesse ai giudici, la cosa non lo sfiorerebbe nemmeno. Non per niente è l’unico uomo del terzetto.
Al contrario, sia Giulia che Raffaella temono il giudizio altrui: la prima non sa scegliere e si butta in una ricerca senza una linea guida che la conforti; la seconda invece ha eccome una preferenza, ma teme di essere giudicata poco convincente, banale, e tenta di aggiungere un pizzico di originalità.
In lei mi riconosco più che negli altri. E tu eri là ranuncolo rosso/folletto incandescente nel mio buio. Opto per i ranuncoli.

 

Francesca Taddei
Quel giorno c’era il compito in classe di italiano. Il professore dettò il titolo del tema, poi ricordò agli studenti che avevano tre ore di tempo a disposizione.
Ginevra iniziò subito a scrivere forsennatamente; lei scriveva così, di getto. Poi cancellava, riscriveva, cancellava di nuovo. La brutta copia sembrava un campo di battaglia; ma poi riusciva a consegnare una bella copia impeccabile.
Stefano cominciò diligentemente a comporre uno schema dei concetti che intendeva esporre. Poi avrebbe solo dovuto ampliare ciascun concetto e collegarlo adeguatamente al precedente e al successivo.
Luca si mise invece a trafficare sotto il banco. Aveva una serie di temi già svolti, di cui aveva fatto fotocopie rimpicciolite, e sperava ardentemente che tra essi ci fosse più o meno lo stesso argomento del tema.
La prima cosa che fece Ambra fu invece rivolgere uno sguardo alla sua amica del cuore, che stava nel banco accanto. «Come inizi tu?», le sussurrò. «Penso di partire dall’inquadramento storico», le rispose l’altra. Rassicurata dall’indicazione dell’amica, Ambra iniziò a scrivere.
In fondo alla classe, Valerio se la prendeva comoda. C’era un sacco di tempo. Tre ore… figurati; a lui ne bastavano un paio, forse anche meno. Scriveva quello che gli veniva in mente, giusto un paio di colonne per raggiungere il minimo e poi consegnava. Lui non si sprecava di certo.
Silvia sembrava guardare il vuoto con lo sguardo perso. In realtà raccoglieva le idee. Aveva il vezzo di non fare la brutta copia; quindi passava un’oretta a pensare e poi buttava giù direttamente la versione definitiva. Il professore non era ancora riuscito a farle cambiare idea.
Accanto a lei, Gabriele era nel panico. Non aveva studiato abbastanza. O forse sì, ma ora sembrava tutto evaporato. Avrebbe fatto uno schifo di compito. Non si ricordava nulla!! Cominciò a guardarsi intorno disperato, cercando nei volti dei compagni un’indicazione, una via d’uscita. Oddio, che poteva fare??
Bianca stava facendo quello che le avevano insegnato alle elementari. Prima un’introduzione, poi lo sviluppo di tutti gli elementi richiesti nella traccia e infine una bella conclusione. Possibilmente ad effetto.
Marco invece partì in quarta, sviluppando il tema alla rovescia rispetto a quello che veniva suggerito nella traccia. Gli piaceva fare il bastian contrario e amava i toni polemici. Avrebbe fatto un tema di grande impatto; sicuramente non sarebbe passato inosservato.
Alla fine delle tre ore i compiti furono raccolti e finirono nella borsa dell’insegnante. A casa lo aspettavano lunghe ore di impegno per valutare i lavori dei suoi studenti.

 

Filippo
Quando il cosa fare prevale sul come farlo.
Programmavano tutto del viaggio, meglio di un’agenzia di viaggi organizzati. Meglio di un pacchetto tutto incluso: ed alla fine il viaggio sembrava  solo l’esecuzione materiale di qualcosa concepita lontano. Nell’esecuzione del viaggio non c’era più iniziativa  di quanta ne abbia la stampante di un computer  nel mettere sulla carta un documento: loro andavano in automatico.
Ed anche i resoconti di viaggio sembravano più una relazione  contabile od una buona lezione di storia dell’arte che non il resoconto di un viaggio dell’anima: anima magari spaventata, ma curiosa di fronte all’ignoto.

La terrazza

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Carla Muschio
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Silvia aveva una terrazza grande come una stanza della sua casa. La terrazza stessa era in effetti un’altra stanza della sua casa, con un bel tavolo, le sedie, l’ombrellone. Vi passava tanto tempo nella bella stagione a leggere, mangiare, conversare, ricevere amici. Ci si stava così bene anche perché la terrazza era ricca di piante e fiori, da perderci gli occhi. Negli anni le piante erano aumentate insieme alla sua passione per il giardinaggio. Quando il suo fidanzato la osservò una sera mentre passava con l’innaffiatoio di pianta in pianta, dando a ciascuna l’acqua che le pareva necessaria, e poi la vide ripassare qui togliendo delle foglie morte, lì sistemando un ramo di rampicante, disse:
– Assomigli a un medico che fa il giro dei pazienti in corsia.
Era un paragone azzeccato che fece sorridere Silvia, la quale replicò:
– Hai ragione, e non solo. Ci sono anche le operazioni: potare, rinvasare. Qualche volta il paziente muore. Però ci sono anche  le nascite, da seme o da talea. Lo sai che ormai se devo fare un regalo posso sempre attingere alla mia terrazza? O una pianta o un mazzo di fiori, c’è sempre qualcosa.
Federico, il fidanzato, andò vicino ai vasi grossi contro la parete della casa.
– E questi, chissà da quanto tempo ce li hai. Che meraviglia!
Indicava un gelsomino tutto fiorito e un cespuglio di rose rampicanti.
– Sì, è da qualche anno che sono qui. Ma è perché li curo che sono così belli, sai. Chi non ha un giardino non immagina quanto ci sia da fare.

Vetrina: farfalle migranti

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Carla Muschio
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Lettura

La farfalla è un essere così leggiadro, effimero e leggero (pesa spesso meno di un grammo) da far sembrare incredibile che la sua mente sappia contenere, produrre e trasmettere tanto pensiero, eppure è così. Seppure infinitamente più grande e sofisticato di una farfalla, anche ciascun uomo è effimero e limitato. Però l’umanità, l’insieme degli esseri umani presenti in un dato momento sulla terra, conserva il sapere del passato, lo accresce e lo trasmette. Così ogni uomo, nel tempo limitato che trascorre al mondo, trova già pronte un’origine, una meta, una rotta, un prato dove sbocciano i suoi fiori preferiti.

Vetrina

Elena Trabaudi
Com’è bella la migrazione adriatica delle farfalle! Le seguiamo dal lido di Jesolo alla riviera romagnola, fino al Gargano e a Santa Maria di Leuca. Ecco, quella che si tramandano è una geografia che ripete le mete dei vacanzieri di un tempo, quando ancora non usava per gli italiani ritrovarsi tutti a Sharm o a Urghada.
Negli anni ’60 del secolo scorso le vacanze erano già per molti, ma i posti erano quelli: oltre all’Adriatico, c’era per esempio la Liguria. Ed esistevano due correnti di pensiero: meglio il Levante o il Ponente? Poi c’era la Toscana; e non solo la Versilia, zona chic, ma tanti posti meno rinomati, con la pineta, a cominciare da Tirrenia o Cecina, tanto per fare degli esempi.
E, come le cavolaie, le famiglie si tramandavano spesso l’abitudine a un certo luogo, una frazione, una spiaggia da raggiungere con la macchina stracarica il primo d’agosto.

 

Francesca Taddei
Sono tante le specie che migrano; tra queste c’è anche l’uomo. Dal di fuori sembrano misteriosi i motivi che spingono tanti individui a muoversi insieme, ad affrontare pericoli di ogni genere. E ci si domanda come fanno ad orientarsi, e anche a sopravvivere a questi viaggi sfiancanti.
Ma c’è sempre un motivo molto valido, che in genere ha a che fare con la sopravvivenza. Per questo le migrazioni sono fenomeni che non si possono impedire. Bisogna farsene una ragione.

 

Lodovico Re
Sta nella vocazione, sta  nel  fiuto di un cane che segue il filo dell’odore di una salsiccia abbrustolita per i vicoli  alla ricerca del retrobottega da cui proviene, sta nella scrittura libera e veloce, sta nel colpo di scherma messo istintivamente a segno, sta nel senso della bellezza.
Tantissimo di quel che sappiamo non sappiamo come facciamo a saperlo.

 

Pietro V.
A noi la vita delle farfalle pare effimera perché la giudichiamo a partire dai giorni che ci sono concessi: ma non potrebbe dire altrettanto di noi la sequoia? Per una farfalla i minuti di vita sono pienissimi, e tutta la vita spesa da bruco certo non è poca, per la farfalla.
E poi penso a un detto giapponese o cinese (sarà Confucio? Lao Tzu?): quello che il bruco chiama fine del mondo, il mondo la chiama farfalla.
E poi penso che la migrazione delle farfalle, con questo fortissimo senso di «bene per la specie» a noi uomini dovrebbe dirci tanto, ma proprio tanto, perché possediamo solo il presente, mentre il futuro è di chi verrà dopo di noi, i nostri figli o i figli degli altri: dunque, se fossimo farfalle i figli degli altri sarebbero comunque nostri.

Composizione floreale

fiorifvestiti

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Per la festa del paese era stata organizzata un’iniziativa originale: una gara di composizioni floreali. Gli iscritti sarebbero partiti all’inizio del pomeriggio, a piedi, andando a raccogliere i fiori, le foglie, i rami, il materiale arboreo che preferivano per costruire le loro composizioni, magari semplicemente un mazzo in un vaso, entro le cinque della sera, quando la giuria si sarebbe riunita per assegnare il premio. Ogni concorrente doveva sistemare la sua opera nello spazio a lui assegnato, un quadrato dal lato di 40 centimetri su una fila di tavoli nella sala comunale. Erano accettati anche fiori e piante d’appartamento e di giardino, purché raccolti durante la gara.

Guglielmo e gli uni

Alcuni degli iscritti incominciarono già dai giorni precedenti a progettare la loro composizione, così da poter disporre di tutte le ore della gara solo per l’azione. Altri improvvisarono al momento.
Guglielmo aveva deciso di giocare la sua composizione sorprendendo la giuria con una ricca gamma di rossi. Alcuni fiori provenivano dal suo giardino, altri li raccolse nei campi. C’erano papaveri e rose rosse e alcuni degli ultimi tulipani, anch’essi rossi. Per far risaltare il loro colore, delle felci.
Caterina volle stupire la giuria con la quantità di violette di bosco che raccolse. Aveva individuato dove trovarle nei giorni precedenti.
Marina pensò ai campi di grano che maturavano e compose spighe, papaveri e fiordalisi.
Anna fece una composizione acquatica: ninfee del fiume che passava poco lontano circondate da fiorellini della riva.
Altri partecipanti presero la gara meno seriamente, solo come l’occasione di una passeggiata nei campi raccogliendo fiori.

Giulia e gli altri

Giulia si avviò verso i campi senza un progetto preciso. Aveva portato un cestino in cui raccoglieva semplicemente i fiori che le piacevano, con l’idea di assortirli successivamente. Dopo un’ora si accorse che il cesto era pieno, ma mancava un principio unificatore ai fiori che aveva raccolto. Decise allora di buttare via i fiori grandi per fare posto nel cestino ai fiori piccoli che ora si accingeva a raccogliere e assortire. Se ci avesse pensato dall’inizio ne avrebbe avuti di più. Comunque, ne raccolse tanti e li fece stare in piedi l’uno contro l’altro, come un concentrato di prato, in un piatto dagli orli rialzati.
Ugo aveva in giardino un cespuglio di rosa canina. La rosa più modesta di tutte, eppure lui la trovava forse anche per questo la più bella. Dopo l’inizio della gara se la prese comoda. Andò a casa, lesse il giornale, poi con le cesoie staccò dal cespuglio di rosa canina qualche ramo tra i più ricchi di fiori, li dispose elegantemente in un vaso e andò a consegnare la sua produzione.
Raffaella raccolse ranuncoli. Le piaceva il colore di quel fiore, umile ma così bello. Dopo un po’ che ne raccoglieva guardò il mazzo e temette che fosse banale. Andò a casa, prese le cesoie da giardiniere e si mise a raccogliere rametti da alberi e cespugli, combinandoli. Avevano le foglie così fresche!
La giuria ebbe molto da discutere per scegliere a chi attribuire il primo premio.

Vetrina: cutrettole

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Lettura

L’insetto parassita, tormento della pecora, è ghiotto cibo per la cutrettola, che volentieri ripulisce il vello dell’animale. Ecco il caso di due esseri che si aiutano a vicenda senza fare alcuno sforzo. Così, secondo un proverbio ebraico, dovrebbero essere i rapporti economici: «Gli affari sono buoni quando guadagnano ambedue le parti».
Nei rapporti tra le persone, è bello quando il vantaggio dell’uno è direttamente proporzionale a quello dell’altro. Un esempio. Quando scrivevo il mio libro di cucina russa e volevo provare tutte le ricette prima di pubblicarle, i miei amici erano molto felici di aiutarmi a mangiare quei piatti.
Quando studiavo all’università cominciarono ad arrivare in Italia i primi immigrati russi. Quelli di noi che dedicarono del tempo ad aiutarli a inserirsi impararono così tanto da quei contatti da riuscire a laurearsi più facilmente rispetto a chi aveva continuato a studiare russo sui libri senza lasciarsi distrarre dai problemi dei nuovi immigrati.
E che dire delle cutrettole nei campi di zucchine? È commovente vedere quanto la necessità aguzzi l’ingegno.

Vetrina

Francesca Taddei
Nel mondo animale non sono così rari i rapporti simbiotici in cui due specie diverse convivono a stretto contatto traendone reciproco vantaggio. E ci sono anche molti casi di proficuo scambio tra piante e animali. Per fortuna questo può accadere anche tra esseri umani. A livello pratico ci si può scambiare oggetti, tempo, mano d’opera; soprattutto in tempi di crisi economica è importante questo baratto: io ti passo le attrezzature dei bambini, tu mi aiuti in un trasloco, un terzo mi dà una mano con l’informatica, un quarto dà ripetizioni a tuo figlio… una rete di aiuti reciprochi a costo zero! Ma lo scambio può essere anche emotivo, o culturale, e in questo caso si parla di amicizie, di sodalizi. Se alla base c’è davvero la voglia di collaborare, di condividere, il risultato è meraviglioso. Posso garantire che con le persone giuste funziona!

 

Rosa
Fratelli Cutrettola, un’azienda leader negli strumenti di pulizia, vincitrice di numerosi premi, esporta in tutta Europa. I suoi strumenti -dall’accurato design ergonomico – garantiscono una velocità ed un’accuratezza superiore del 30% rispetto a tutti gli altri strumenti di pulizia e si adattano ai più diversi contesti. I suoi prodotti sono il risultato di anni di ricerca e sviluppo. Seguiteci su Twitter.

 

Elena Trabaudi
Ci sono persone che si adattano magnificamente all’ambiente circostante, dal quale traggono grandi benefici in cambio di favori. Di solito non sono tra i miei preferiti. Certo c’è modo e modo di servirsi degli altri, però non posso farci nulla: per me l’amicizia dev’essere gratuita, data e ricevuta per simpatia disinteressata.
La cutrettola del testo, poi, in seguito al cambiamento delle attività umane, si è adattata a vivacchiare nascondendosi, in attesa di spiccare il volo verso lidi più caldi. E in questo caso quale categoria di persone viene in mente, se non i perseguitati di qualunque latitudine e per qualunque ragione?

 

Pietro V.
Hanno cantato gli Afterhours: «Mentre ti rubo energia / poi tu ti rubi la mia / donami una vacanza di pietra / senza memoria concreta / senza tragedie o rumore / che niente si possa svegliare» (evito un paio di versi con parole osé). Io credo che tutto stia in questo concetto di furto-dono, di un consapevole baratto emotivo, di uno scambio in cui si guadagna alla pari, togliendo la tristezza della consegna a un sonno che troppo assomiglia alla rassegnazione degli ultimi versi. E credo che la categoria del baratto, così antica e umana, in questi tempi di valori immateriali (a cosa equivale un euro? a fluttuazioni borsistiche) che non hanno più corrispondenza nel concreto, possa davvero dirci qualcosa di più umano, come tante cose che ci insegnano gli animali.

La migrazione delle farfalle

farfalle sciame

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Carla Muschio
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Molte popolazioni di farfalle sono migratorie. Alla fine dell’estate si spostano in massa verso climi più caldi per poi tornare la primavera successiva. Ogni tipo di farfalla ha una sua rotta consolidata e una destinazione ben chiara: volano per chilometri e chilometri fino a posarsi proprio su un certo gruppo di alberi, lo stesso di anno in anno.
Anche l’Italia ha le sue farfalle migratorie, ad esempio la cavolaia (Pieris brassicae), una grossa farfalla bianca. Quando si avvicina la data di chiusura degli stabilimenti balneari della costa adriatica, le cavolaie sciamano dal nord e raggiungono la Puglia seguendo una rotta facile da individuare, il litorale marino. Volano ogni giorno dal mattino alla sera per 8-10 ore, di solito dalle 8 alle 18, poi si fermano tutte insieme per la notte. Quando trovano un vento favorevole, si fanno trasportare. Se il vento è contrario e rischia di allontanarle dalla rotta, volano molto vicino a terra, dove la forza del vento è minore. Se non c’è nessun vento, volano a circa 3 metri da terra tenendo una velocità di 15 chilometri all’ora.
La primavera successiva le cavolaie ritornano, ma non sono più gli stessi individui che avevano percorso la costa adriatica l’autunno precedente. La vita di una farfalla è infatti molto breve: le più effimere vivono una settimana, le più longeve un mese o poco più. Le cavolaie che risalgono la costa adriatica da sud a nord sono le discendenti di quelle cha avevano compiuto la migrazione l’autunno precedente, eppure conoscono benissimo la loro rotta e la meta.