Le ciliegie parlano / Dino Buzzati, Un amore

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Non so perché, ormai più di un paio di anni fa, lasciai interrotta la lettura di Un amore di Dino Buzzati, considerandolo uno dei rari errori d’acquisto da me commessi e confermando la mia idea sullo scrittore bellunese, famoso più che altro per Il deserto dei Tartari (1940), che non avevo amato.
Durante la rilettura di questo romanzo, che inaspettatamente negli ultimi giorni mi ha rapito come raramente capita, ho (ri)trovato quel Buzzati complesso e profondo di cui all’epoca mi si parlava, riconoscendone la grandezza, la bellezza e la capacità – mai scontata – di indagare nel profondo delle passioni umane.
Protagonista del libro è infatti Antonio Dorigo, un architetto alla soglia dei cinquanta che un giorno, nella casa d’appuntamenti dov’è solito andare, incontra Laide – ballerina giovanissima che sbarca il lunario facendo la prostituta. Immediatamente, insensatamente, se ne innamora al limite dell’ossessione e comincia con lei una specie di relazione a pagamento dentro la quale lui vorrebbe imprigionarla e della quale lei invece, per tutto il corso del libro, cerca di liberarsi. Piegato e piagato dalla quantità di sospetti, bugie e inganni di lei, Antonio rievoca la Lolita di Nabokov se possibile più moderna e ancora più spiccatamente sfacciata. Buzzati gli tiene dietro con una prosa alla «povero diavolo», annusandone e indagandone fino allo strenuo le ansie, i timori, quella capacità di autodistruggersi che infliggono certe grandi passioni irrisolte.
Un amore è un romanzo meraviglioso la cui intensità, certamente, non riuscirebbe a lasciare impassibile nessun ipotetico lettore.
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è un progetto di Giorgia e Gaia
dedicato a Italo Calvino
e a Francesco De Gregori.

Le ciliegie parlano / Alessandro De Roma, La mia maledizione

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Emilio Corona, figlio di un costruttore nuorese di ottima famiglia, ha la strada spianata già da bambino: quand’è ancora alle elementari riceve in dono dal padre una collina dove, con assoluta certezza, sarà lui tra pochi anni a compiere il miracolo del sogno edile in Sardegna. Così, in attesa di infliggere cemento al meraviglioso e selvaggio paesaggio intorno Cala Ginepro, Emilio si sposta con la famiglia da Oristano a Nuoro, non senza ritrosia, dove riesce a farsi solo un amico: Pasquale Cosseddu, che tutti chiamano La Fogna. È un legame strano, però, quello che li accomuna nel corso di vent’anni: una sorta di amore-odio che li incatena, a volte quasi contro la stessa volontà di Emilio, che verso Cosseddu prova un disprezzo profondo e tuttavia un’inspiegabile, feroce attrazione. Forse per dimenticare la propria mediocrità e per dimostrarsi più brillante e realizzato di quel che è nella vita (un uomo esangue, incapace di sentimenti veri), Emilio continua a frequentare Cosseddu anche quando il suo ritorno a Oristano, l’università a Cagliari e infine la vita, sembrano volerli allontanare. Uno rimane a Nuoro, impiegato in una spirale di supermercati e intento a cercare di riscattare con una tenace, disperata forma di dignità la propria disperata condizione; l’altro, diviso tra lo studio da ingegnere e la vita familiare sembra apparentemente proteggetto dietro una cortina di ricchezza e soddisfazione. I loro incontri, però, finiranno per influenzare l’esistenze di entrambi, fino all’ultimo, straziante epilogo.
Con La mia maledizione, Alessandro De Roma celebra con sapienza la scrittura immensa dei sardi, costruendo il suo romanzo su un abile contrasto tra la mediocrità della vita umana e le bassezze dell’uomo e l’immensità incontaminata di quel paesaggio i cui tradimenti della modernità gli isolani non hanno mai dimenticato. La mia maledizione è un libro dalla scrittura impeccabile e profonda, capace di suscitare nel lettore sentimenti contrastanti come meraviglia e disgusto, stupore e incredulità.
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Le ciliegie parlano / Osvaldo Soriano, Triste, solitario y final

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Triste, solitario y final non è soltanto una bella citazione tratta da quel libro meraviglioso che è Il lungo addio di Raymond Chandler, ma è anche un romanzo, il primo, di Osvaldo Soriano, che non a caso si ispira proprio allo geniale scrittore americano per mettere in scena una storia buffa, intrigante e a tratti davvero spassosa che vuol essere un (serio) omaggio all’antieroico detective chandleriano Philip Marlowe e ad una lunga schiera di personaggi hollywoodiani, tra cui Stan Laurel e Oliver Hardy.
La celebrazione di questi suoi miti perduti ha spinto Soriano all’irresistibile tentazione di entrare a far parte della storia, nel ruolo del bistrattato e insoddisfatto giornalista che era nella realtà, e a muoversi al fianco di Marlowe tra risse esagerate, party esclusivi (divertentissime le comparse di Charlie Chaplin, Mia Farrow, Jane Fonda e John Wayne), cimiteri e set cinematografici. Il ritmo efficace dei dialoghi e delle scene, la fedeltà quasi assoluta alle caratteristiche del cinico detective, i tocchi di nostalgia disseminati qui e lì rendono questo libro degno di essere letto, specie dagli ammiratori di Chandler.
«Un sogno ad occhi aperti di Soriano che vale un lungo applauso».
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Le ciliegie parlano / Gesualdo Bufalino, Argo il cieco ovvero I sogni della memoria

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Argo il cieco ovvero I sogni della memoria è, come suggerito dallo stesso Gesualdo Bufalino, un diario-romanzo scritto da un professore di lettere sessantenne, ormai in pensione, con lo scopo di rievocare la sua dantesca e lontana «vita nova» della giovinezza, e in particolare l’amore, non corrisposto ma ostinato, per la bella e lunatica Maria Venera, una figura sfacciata e pudica allo stesso tempo, ingarbugliata, a sua volta, in confuse manovre amorose.
Il risultato è una stupenda immersione nella Sicilia dei primi anni ‘50, a Modica, città che lentamente accoglierà le piccole gioie e i grandi dispiaceri del nostro insegnante, il quale, alla luce dell’ennesimo rifiuto, definirà ironicamente se stesso «un pazzariello, un pupo d’amore» che preferisce riempirsi il cuore di sentimenti piuttosto che rinunciarvi, perché in qualche modo lo rendono libero, sfacciato, incline all’illusione della felicità.
Un personaggio, il suo, che affida ad una falsa timidezza e ad un pizzico di inettitudine, oltre che ad una mente brillante intrisa di cultura classica, un fascino senza limiti, incorniciato dalla prosa particolarissima di Bufalino, ricca e variegata, imbevuta di perizia, ordinata, la stessa che mi conquistò quando lessi Diceria dell’untore.
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Le ciliegie parlano / Mercé Rodoreda, La piazza del diamante

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Difficilmente, dai tempi di Cent’anni di solitudine e L’amore ai tempi del colera, mi era capitato tra le mani un autore (in questo caso autrice) che usasse talentuosamente la parola per raccontare con sapienza le luci, i colori e il vitalismo della letteratura ispanico-sudamericana. Ci erano riusciti Sandra Cisneros col suo Caramelo ed Heloneida Studart col suo irripetibile La libertà è un passero blu. Ebbene, La piazza del diamante, consiglio prezioso come il titolo che porta, è senz’altro un libro degno di avvicinarsi a questa piccola casta: non a caso, a tesserne le lodi, è proprio in copertina Márquez stesso, descrivendolo come «il romanzo più bello che sia stato mai pubblicato in Spagna dopo la guerra civile».
Ambientato a Barcellona, La piazza del diamante (pubblicato in Italia da La Nuova Frontiera)fa della sua eroina Natàlia una portavoce di autentica bellezza: se non sarà la storia a rendersi indimenticabile per il lettore (il suo ingresso nella vita adulta, dal fidanzamento con Quimet – bello, pazzo e scapestrato – alla guerra, alla sopravvivenza da donna matura con due figli da mantenere) ci penserà senz’altro il suo modo di raccontarla.
Aprendo squarci di rara bellezza, Mercé Rodoreda costruisce situazioni palpabili, così vivide da risultare accecanti, al servizio di un romanzo complesso e lirico, comprensibilmente definito da Marco Lodoli un vero e proprio «capolavoro». Leggetelo.
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Le ciliegie parlano / Niccolò Ammanniti, Come Dio comanda

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Come Dio comanda presenta tutti gli elementi tipici dello stile di Niccolò Ammaniti: una narrazione-fiume rapida e ricca di suspense, una storia di poveri cristi adorabili e disperati, drammatici e comici, raccontata con un realismo estremo, vivido. comediocomanda
Dal libro è stato tratto l’omonimo film di Gabriele Salvatores (nel 2003 regista di Io non ho paura dello stesso Ammaniti) con protagonisti Filippo Timi e Alvaro Caleca, rispettivamente Rino e Cristiano Zena, padre e figlio uniti da un amore così viscerale ed esclusivo da renderli indivisibili e alleati anche nel torto, nella violenza, nel desiderio di riscatto.
Un romanzo in cui Dio assume diverse funzioni e significati: è la volontà suprema, è la più amara giustizia, è amore (agli occhi di Cristiano è lo stesso Rino, per quanto eroico, rabbioso e brutale possa essere), è colui che scaglia contro la Terra il temporale dagli effetti devastanti che cambierà la vita di tutti.
Il romanzo di Ammaniti che più ho amato dopo Ti prendo e ti porto via.
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Le ciliegie parlano / Roberto Bolaño, Chiamate telefoniche

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Chiamate telefoniche, la prima delle opere di Roberto Bolaño che mi sia capitata tra le mani (grazie, Marco), scritta nel ‘97 e pubblicata in Italia da case editrici del calibro di Sellerio (nel 2000) e Adelphi (di recente). In questo libro l’autore padroneggia una scrittura asciutta e completamente consapevole di sè, senza sbavature né appesantimenti di nessun tipo, capace di mobilitarsi tra le situazioni e dentro la narrazione come in un labirinto conosciuto, con passo scattante. bolano_telefonateE non è forse un caso che in questo libro il segreto sia nascosto proprio nel ritmo: i racconti sembrano averne (e di fatto ne hanno) uno costantemente crescente che però, improvvisamente e con sapienza, Bolaño è capace di stroncare nel senso letterale della parola. Come a dire che anche questi suoi personaggi disgraziati – borderline, artisti, malavitosi, assassini per caso, disperati, innamorati fino all’osso – hanno bisogno d’essere frenati proprio quando i loro intenti peggiori rischiano di avverarsi sul serio. Come dire che qui è lo scrittore che comanda, e al lettore è fatta specifica richiesta di dimostrarsi ricettivo e pronto ad ogni epilogo di sorta, anche il più (dis)sgraziato. Perché è così la vita e non solo queste invenzioni (?).
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Le ciliegie parlano / Barbara Constantine, E poi, Paulette…

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Al vecchio Ferdinand, pensionato residente in una grande fattoria della campagna francese, non restano grosse distrazioni a parte occuparsi del proprio orto, di un paio di gatti e dei pestiferi nipotini che cercano di fuggire di casa una volta a settimana. La svolta sembra arrivare quando a Marceline, la sua vicina di casa, crolla il tetto dopo un violento nubifragio. Da quel momento, come per una sorta di incantesimo, le porte della casa di Ferdinand sembrano spalancarsi per cominciare ad ingurgitare un ospite dietro l’altro – vecchietti rimasti vedovi da poco con la mania di aggiustare biciclette, studentesse di medicina che cercano di sbarcare il lunario facendo le cameriere, anziane cognate proprietarie di un negozio di lampade…
Tutti sotto lo stesso tetto, i personaggi di questo romanzo di Barbara Constantine sembrano dimenticare differenza d’età e di pensiero per stringersi e sostenersi come non capita più nella vita vera. Completamente d’accordo con il termine ‘nonchalance’ attribuitogli da Elena Stancanelli: E poi Paulette… , romanzo (pubblicato in Italia da Einaudi) dalla narrazione scorrevole e tenera, conserva il proprio punto di forza nella sua aura francese, capace di donargli una delicatezza autentica anche quando la storia esce dai binari e diventa un po’ una commedia fantastica, non priva di asini quasi umani e avvenimenti all’Amélie Poulain.
Tre ciliegie cilieginacilieginaciliegina. E mezza.

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Le ciliegie parlano / Heinrich Böll, E non disse nemmeno una parola

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[…] Non riesco a immaginarmi niente di più noioso di un uomo in gamba.

La farò breve. Quando sono andata in libreria, due settimane fa, ero decisa a leggere Opinioni di un clown (sotto consiglio di una persona), poi la mia scelta è caduta su E non disse nemmeno una parola, di Heinrich Böll – Premio Nobel per la letteratura nel ‘72, io nemmeno lo sapevo. Mia sorella che ha dodici anni una volta mi disse che non si giudica un libro dalla copertina (sì, è saccente, e chissà da dove l’ha scovata, quella frase) ma è proprio quello che ho fatto e ciò che mi ha guidata; la copertina dell’edizione che ho comprato (Mondadori) mi ha ipnotizzata, è una fotografia di August Sander che evoca semplicità e bellezza sublime.
E’ come il libro che rappresenta, a due voci, quella di un marito (Fred) e di sua moglie (Käte), una disperata, povera, miserabile coppia che non vive più insieme nella quale le parti di uomo e donna sembrano capovolgersi – tenace, combattiva e decisa lei, ferito, combattuto dai rimorsi e oppresso lui, Fred ha timore delle responsabilità e del rumore del vivere dei suoi bambini che comunque, per cause di forza maggiore, ama. E’ il racconto di un loro incontro (uno dei tanti, probabilmente l’ultimo) che si scandisce tra passeggiate per una fiera di paese, scale d’alberghi e luoghi che preservano la sicurezza del loro ritrovarsi e stare insieme ancora, tra visioni fugaci delle vite che rotolano attorno, da colazioni in un bar dove osservare il mondo, dalle voglie irresistibili e da certezze da consolidare.
Quest’opera è scritta in modo splendido ma c’è anche da dire che a me serve poco per pensare a una cosa del genere, ogni volta che leggo. Le parole sono il miglior incantesimo.
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«Vorrei sapere, per esempio, perchè mi hai sposata».
«Per via della colazione» spiegai. «Cercavo qualcuno con cui poter fare colazione per tutta la vita, e la mia scelta – si dice così, no? – cadde su di te. Sei stata una magnifica compagna di colazioni».

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