Leonardo / No, la tua scuola privata non mi fa risparmiare

School_Choice

Ripubblichiamo, per cortesia dell’autore, un articolo pubblicato da Leonardo sul suo sito. L’immagine a commento dell’articolo viene da qui e l’aveva usata Leonardo nel suo articolo. Per i non anglofoni, a sinistra la scelta 1: scuole pubbliche moderne, sicure, ben finanziate; scelta 2: scuole private moderne, sicure, ben finanziate & scuole pubbliche. Finanziare le scuole private coi soldi pubblici -chi è genitore avrà avuto già modo di incontrare il fantastico contributo volontario per comprare cose tipo, che so?, la carta igienica, è quanto di più ingiusto, classista e -eh sì- anticristiano si possa pensare: mercanti nel tempio, e per un piatto di lenticchie. Le nostre, di tutti.

———————————————————-

Ciao a tutti, mi chiamo Leonardo, ho un blog, e non mi va di pagare per la privata dei vostri figli. Chi mi conosce da un po’ di tempo lo sa – è una cosa che scrivo a intervalli regolari, più o meno ogni volta che qualche lobbista o politico di area cattolica bussa al governo con la mano sul cuore e l’altra tesa.
Stavolta però mi hanno letto in tantissimi, non so neanche io perché. Scherzi di facebook. Tra i tantissimi era normale che ci fosse anche qualche lettore che non la pensa come me. Qualcuno convinto che finanziare le scuole private coi miei soldi di contribuente sia una cosa buona e giusta – se non altro perché, pensate un po’, farebbe risparmiare allo Stato un sacco.
È in effetti una storia che ho sentito spesso. Siccome l’articolo 33 della Costituzione è chiarissimo (“Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”), l’unico sistema per aggirarlo è sostenere che le scuole private facciano addirittura risparmiare. Anche la recentissima letterina pubblicata su Avvenire e controfirmata da 44 parlamentari di area Pd spiega che il “sistema [delle private paritarie] costa allo stato solo 470 milioni di euro/anno [fonte?], pari a circa 450 euro/anno/alunno per la scuola dell’infanzia e primaria [fonte?], mentre lo stanziamento per le secondarie di I e di II grado è praticamente inesistente”. Siccome secondo il Ministero dell’Istruzione ogni studente costa allo stato 6000€ all’anno, il risparmio appare evidente.
Ma sarà vero?
Tanto per cominciare, mi piacerebbe sinceramente capire chi ha fatto il famoso conteggio dei 470 milioni di euro l’anno. Se è un dato vero, che problema c’è a citare la fonte? E invece nessuno la cita mai. Se la prendono con te che non sai l’aritmetica, ma non ti spiegano da dove loro hanno preso i dati. È curioso.
Ma anche volendo prendere per buono il dato dei 470 milioni di euro all’anno, qualcosa non mi torna – no, in generale non mi torna niente. È uno di quei problemi che sembrano appunto banalmente aritmetici e poi a guardarli bene non lo sono affatto. Un ente – non necessariamente una scuola – un qualsiasi ente che mi promette di farmi risparmiare se gli do dei soldi, mi lascia perplesso. Forse davvero non sono abbastanza intelligente da capire come funziona. Mi piacerebbe che qualcuno intervenisse qua sopra e me lo spiegasse. Finora non c’è riuscito nessuno, forse sono senza speranza.
Proviamo a capirci. Le scuole private esistono già. Se per assurdo scomparissero all’improvviso; se gli alunni fossero a causa di ciò costretti a iscriversi alle pubbliche, è chiaro che la spesa pubblica leviterebbe. Credo che sia appunto il caso che hanno in mente i 44 parlamentari quando parlano di un “risparmio evidente”. Ma è un caso abbastanza assurdo, no? Le scuole private esistono già, e tanti genitori ci manderanno comunque i loro figli. Che lo Stato li aiuti o no. Quale convenienza ha lo Stato aiutandoli?
Gli studenti di queste scuole costano poco allo Stato – 5530€ in meno ad alunno, a dar retta ai vostri numeri. Sembra un bel risparmio, ma se aumentassimo il numero di posti, lo Stato risparmierebbe di più? Ne siete convinti? Io non ne sono del tutto convinto.
E se invece lo calassimo?
Partiamo da un presupposto: si tratta di scuole paritarie. Gli alunni che le frequentano dovrebbero essere in grado di sostenere gli stessi esami degli alunni che frequentano le statali. I pochi dati che abbiamo in riguardo non ci permettono di sostenere che le scuole paritarie finanziate dallo Stato offrano in media un servizio di qualità. A quanto pare per ora il servizio medio è inferiore a quello delle pubbliche – ma a parte questo: qualcuno si aspetta che le scuole paritarie costino di meno?
Da un punto di vista meramente economico non c’è nessun motivo perché ciò succeda. Anche se non è in grado di assicurare ai propri studenti un’istruzione dello stesso livello di quella delle scuole pubbliche, una scuola paritaria dovrebbe far fronte a tutte le spese di quella pubblica. A meno di non credere alla favola del volontariato – ovvero: mi va bene se in cortile c’è un volontario che sta attento che i bambini non si ammazzino sull’altalena – ma se in classe c’è un volontario che insegna ai bambini l’inglese, non è un volontario. È un insegnante non abilitato e non pagato – oppure pagato poco e in nero. È schiavitù, al limite evasione fiscale – non volontariato. Siamo d’accordo su questo? Lo spero.
Dunque non si capisce effettivamente come possa una scuola paritaria costare ai genitori meno di una scuola pubblica. Quest’ultima, tra l’altro, facendo parte di un’enorme rete di scuole presenti in modo capillare sul territorio italiano, può ottenere diversi servizi a un prezzo di favore. Può selezionare insegnanti in tutto il territorio italiano mediante concorsi (anche se spesso non lo fa), razionalizzando una serie di risorse (mezzi di trasporto, personale non docente, cancelleria), con un’efficienza molto maggiore. È un po’ il motivo per cui la grande distribuzione può permettersi di tenere i costi più bassi di una bottega in centro. Per lo stesso motivo, ci si aspetterebbe che una scuola paritaria privata costasse al pubblico un po’ di più della scuola pubblica. E infatti è così.
Ma ad alcuni non va bene.
Vorrebbero pagarla di meno.
Vorrebbero che gliela pagassi un po’ io.
E se io smettessi di pagargliela?
Prendiamo per buoni i dati dei 44 parlamentari. Uno studente di privata primaria costa allo Stato 450 euro? Ma se la scuola costa più o meno quanto quella pubblica (e davvero, non si capisce come potrebbe costargli di meno), questo significa che gli altri 5000 euro e rotti ce li mette il genitore. Abbiamo dunque davanti un genitore che è disponibile a sborsare 5000 euro all’anno per l’educazione di suo figlio, ma ne pretende 450 da me. Ma se smettessi di dargliene 450? Se gliene dessi soltanto, diciamo, 225? Lui toglierebbe suo figlio dalla privata paritaria? Secondo me no. Cioè, magari alcuni sì. Ma pochi. La maggior parte continuerebbe a iscriverlo alla privata, perché cosa sono in fondo i miei 225 rispetto ai suoi 5000?
Vedete come funzionano i numeri? Voi li usate per dirmi che i buoni scuola fanno risparmiare. Io vi prendo gli stessi numeri e vi dimostro che posso risparmiare ancora di più – se i buoni scuola ve li taglio a metà. Chi avrà ragione? Il dibattito è aperto.

Prendete, per esempio, la questione del volontariato. L’istruzione di massa ha convinto il gonzo che lo stato non può – e forse neanche deve – far fronte ai bisogni essenziali dei miserabili, e che a questo può – addirittura preferibilmente deve – supplire l’attività benevolente del volontariato, che tuttavia non può farsene interamente carico, sicché necessita di un aiuto, e da chi se non dallo stato? Al gonzo si fa credere che questo si traduca comunque in un risparmio, e il gonzo, oggi, ci crede. Al gonzo d’una volta, invece, mancava il concetto di sussidiarietà: alla richiesta di denaro pubblico per fare beneficenza avrebbe drizzato le antennine, fottendosene altissimamente di poter apparire cinico, ancor meno di rivelarsi ignorante sul ruolo dei cosiddetti corpi intermedi. Il gonzo d’oggi non se lo può permettere (Malvino)

Leonardo
Visita e leggi il suo sito

Sabrina on my mind / Lezioni di inglese 2.0

ebooktablet

Sabrina on my mind: «The book is on the tablet». Non so nemmeno da dove iniziare a dire quanto sia perfetta questa battuta, che ritrae in un sol colpo le frasi sceme dei corsi d’inglese (leggersi Jerome Klapka Jerome e i suoi Tre uomini a zonzo per un esempio esilarante di un inglese che entra in un negozio inglese, a Londra, cercando di comprare un paio di scarpe con l’ausilio delle frasi fatte dei dizionari a uso degli stranieri; oppure rivedersi il fantozzesco Filini che domanda, a un inglese appena colpito, «What time is it?», per chiedergli come sta) e il passaggio epocale che il mondo libresco sta vivendo, con il passaggio o l’affiancamento (tutto qui sta il busillo) tra libro cartaceo e sua incarnazione elettronica.
Mi sa che sarà un passaggio, alla lunga: ma che, per funzionare, dovrà tirarsi dietro quante più cose possibili (copertine, caratteri «di stampa», fissità della pagina, annotabilità) della versione cartacea.
La vera domanda sarà poi un’altra: ci sarà ancora un mercato? Editori che scelgono autori? Senza la scelta/investimento degli editori, come separare il grano dal loglio? Nell’amatriciana ci va la pancetta o il guanciale?
Nel dubbio, io intanto uso la carta, leggo, sfoglio e mi fo pure un panino.

(Immagine via Puppomanzia).

Alice in Dustland / Autolesionistra: joint venture

spinelli

Introdotto da un’immagine + titolo contenenti un gioco di parole degno del miglior Forattini, un botta e risposta tra Autolesionistra e Alice in Dustland (anzi: prima Alice, poi Auto) sugli ultimi risultati elettorali europei e sulle divisioni sorte in seno alla lista Tsipras d’italica fattura. Concordo in toto con Autolesionistra.

Alice in Dustland (cliccate sul nome per visitarne il sito):

Ricordo un passo di uno dei miei libri preferiti, Le braci, in cui l’autore affermava che il limite della passione è la passione stessa.
Ecco, a me piace tantissimo adattare la citazione ai partiti di sinistra, ovvero: il limite dei partiti di sinistra sono essi stessi, i partiti della sinistra.
Come dicevamo con Zé-violet oggi, si parlano sopra ognuno convinto delle proprie idee(ologie) e nessuno è in grado di venirsi incontro perchè sarebbe sintomo di indebolimento dei diritti rappresentati e quindi di inevitabile spostamento al centro, dunque ognuno resta sulle proprie posizioni chiudendosi a quello che è effettivamente la sinistra, ovvero un’apertura, annichilita dalle sue stesse convinzioni.
E’ così, vedi il fatto Spinelli (che poi me lo so’ andata a legge’, Zé, ridicoli, se stanno a litiga’ pe’ un posto in parlamento, perchè tutti hanno ragione e nessuno cede che poi non son più un sinistroso puro).
Questo lo metto a braccetto con la decisione di andare a votare Tsipras grazie ad Autolesionistra. No, è che je volevo di’ che alla fine scava scava nelle ossa poi so’ tutti uguali, non partono che già litigano.

Autolesionistra (cliccate sul nome per visitarne il sito):

Ciao.
Un attimo che recupero l’abbigliamento da terreni fangosi:

Pronti.
Attiviamo anche il disclaimer protonico:

il balletto SpinelliSì/SpinelliNo/laterradeicachi
è indifendibile quindi manco ci provo.

O meglio: partendo da un «Mi candido ma poi non vado», difficile che finisca in gloria per la lista.
Sui problemi e limiti della rappresentanza a sinistra ci si potrebbe scrivere un blog (ciao) ma sulle vicende della lista sarei per qualche contestualizzazione e una chiave di lettura un po’ diversa tipo quella che ha dato Scanzi.
Poi no, non è il mio ideale di sinistra, ma era l’unico disponibile sul menù quel giorno. Non sempre c’è la bresaola (ché una volta sono andato dal macellaio, gli ho chiesto della bresaola, abbiamo entrambi abbassato lo guardo al bancone verso un cvletto di bresaola mummificato, lui mi ha guardato e ha detto «Se no?»).
Il riferimento ai tutti uguali, dipende:
– se parliamo di un certo approccio della rappresentanza a sinistra, ok, tiriamo fuori l’accendino e intoniamo inzieme che sono così, dolcemente complicati;
– se parliamo di politicanti in generale, quando fai di tutta l’erba un fascio ti ritrovi con un fascio e niente erba, ed è cosa non buona.
Alla fine credo sia strettamente una questione di cvli. Tre, nella fattispecie, che andranno a poggiarsi su altrettanti scranni dell’europarlamento. Entro certi limiti, ho un po’ la presunzione di credere che le manine che alzeranno o i tastini che premeranno siano abbastanza diversi da altri, pure seduti vicini.
Poi sì, non è il migliore dei mondi politici possibili, e neanche vicino alla top ten, e magari i fatti mi smentiranno, ma pure con una partenza opinabilissima mi pare un po’ prestino per tirare le somme.

Aggiungo una sorta di ps, la reazione del secondo autore (Autolesionistra) a una serie di commenti ricevuti. Chi viene da una terra dove si celebra la divinità del majale capirà, e tutti spero abbiano la dignità di apprezzare comunque il commento (persin chi adora la bresaola).

Salta fuori che di tutte le prese di posizioni opinabili di cui mi pregio avere un discreto storico, la tematica più indigesta è risultata la citazione di bresaola di ieri.
Che, a scanso di equivoci, stavo acquistando conto terzi, e sta al salume di majale come un dribbling del tuo amico ciccione delle elementari sta a uno di Valderrama.
Davvero, se qualcuno m’avesse accusato di aver votato fratelliditalia sarebbe comunque stato meno infamante dell’accusa di essere un mangiatore di bresaola.

Le ciliegie parlano / Haruki Murakami, L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio

incoloremurakami

Aka, Ao, Kuro, Shiro e Tazaki sono amici dai tempi del liceo ma per qualche motivo incomprensibile al protagonista (Tazaki) un giorno il gruppo si sfalda, e la colpa è sua. Al telefono  gli viene detto di non farsi più vedere né sentire, e per sedici anni Tazaki – l’unico a non possedere il nome di un colore – si porta dietro il peso di una colpa incompresa e incomprensibile. Finché, trentaseienne e in procinto di legarsi per la prima volta in vita sua ad una donna, si trova a fare i conti con quelle perdite, cercando le risposte che non ha mai trovato. Ripercorrendo le tappe di quelle amicizie perdute, Tazaki scoprirà di essere tutto tranne che incolore e avrà la possibilità di fare luce sui punti oscuri del suo passato.
Col suo nuovo romanzo L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, Murakami Haruki non tradisce le aspettative dei suoi appassionati lettori: conserva al suo interno la stessa prosa trascinante e delicata, gli stessi echi mistici e lievemente sovrannaturali, capaci in questo caso, però, di farsi più rarefatti, al servizio di una storia che indaga molto sulla verità dell’animo umano.
Unica pecca il finale, che a mio avviso si conclude forse troppo sbrigativamente e che gli vale un punto in meno.
Quattro ciliegie cilieginacilieginacilieginaciliegina.

Le ciliegie parlano
è un progetto di Giorgia e Gaia
dedicato a Italo Calvino
e a Francesco De Gregori.

Le ciliegie parlano / Heloneida Studart, Passaporto per il mio corpo

passaportoperilmiocorpo

Carmélio lavora per la polizia in qualità di torturatore: è un uomo apparentemente senza pietà, che insieme al maggiore Fernando perpetua i suoi crimini cercando di far pace coi suoi fantasmi personali. Orfano di madre, infatti, il protagonista di Passaporto per il mio corpo ha appena perso un amore e uno degli affetti più importanti: il gatto Velluto.
La situazione si complica quando a Carmélio viene affidato il compito di uccidere un artista, che è sfortunatamente anche il fidanzato di Dorinha, una donna che lo colpisce da subito, che gli fa perdere la testa. Carmélio vive nel tormento: porta a termine il proprio sanguinario compito, ma il senso di colpa nei confronti di quella donna che in un qualche modo gli ricorda la madre mai conosciuta e che non ha mai smesso di cercare, lo spinge ad un pellegrinaggio in Brasile. In compagnia di lei e di altri bizzarri personaggi, tutti in cerca di redenzione per la propria anima, Carmélio tenta di riconciliarsi col proprio passato e in un certo senso anche col suo futuro.
Heloneida Studart, che avevo amato follemente in La libertà è un passero blu, mette a servizio del suo romanzo la sua scrittura accattivante e infallibile. Questo esercizio in particolare, in cui la sua voce è modellata all’interno di un personaggio maschile, appare come un esperimento audace e riuscito quasi al massimo. Se il libro non risulta fulmineo e sublime come il primo che avevo letto, conserva certo in sé tutti gli elementi che un amante della scrittura ricerca in un romanzo.
Quattro ciliegie cilieginacilieginacilieginaciliegina.

Le ciliegie parlano
è un progetto di Giorgia e Gaia
dedicato a Italo Calvino
e a Francesco De Gregori.

Le ciliegie parlano / Giancarlo Governi, Nannarella

 

nannarella «Non ho nulla in contrario a raccontare il romanzo della mia vita. Vorrei, però, farlo io stessa, perché soltanto io posso farlo con verità».
Così Anna Magnani, una delle più grandi attrici del panorama italiano, icona imperitura, simbolo di un’arte passata, dichiarava ventilando la possibilità di un libro che ne raccontasse la vita, gli amori, il percorso artistico.
Giancarlo Governi ha cercato di rendere giustizia a quelle verità a volte tristi, struggenti o sorprendenti che hanno costellato la sua vita, dall’ingresso nel mondo dell’arte calcando i piccoli teatri di Roma e di Milano, alla celebrità come stella del cinema.
Una vera lupa, Nannarella, che dietro l’aura di grande artista nascondeva, come molti suoi famosi contemporanei, un ricettacolo di fragilità: la gelosia distruttiva, l’incapacità di essere diplomatica, l’abitudine alla collera, la vena lunatica, le origini sempre incerte. Questo piccolo volume, lettura ideale per (ri)delineare i tratti di una figura fondamentale del nostro bagaglio artistico e culturale, è un omaggio alla sua umanità, l’ingrediente segreto che l’ha resa tanto rinomata e grande.
Quattro ciliegie cilieginacilieginacilieginaciliegina.

Le ciliegie parlano
è un progetto di Giorgia e Gaia
dedicato a Italo Calvino
e a Francesco De Gregori.

Le ciliegie parlano / Aimee Bender, Creature ostinate

bender_creatureostinate

In seguito, quando sarebbe diventato un navigatore provetto sulle onde dell’acqua dei loro corpi, avrebbe scoperto che quelle spalle larghe erano la cosa a cui pensava con più libidine e con più tenerezza. Quelle spalle larghe sarebbero state la cosa che avrebbe riconosciuto in mezzo a una folla se tutti avessero avuto dei sacchetti di carta in testa. Quelle spalle larghe le avrebbe sapute riconoscere da una parte all’altra di un oceano.

Ho idea che ultimamente nel genere racconto – che ho sempre faticato ad amare – viga una regola che induce l’autore a considerarsi quasi in dovere di scrivere quei racconti sempre e comunque sul filo del fantastico o fantascientifico.
Ho amato visceralmente la Aimee Bender di Un segno invisibile e mio, dove con estrema delicatezza e potenza era stata capace di illustrare, invece, una realtà spietata. E quella crudele e poetica di L’inconfondibile tristezza della torta al limone. In Creature ostinate – raccolta di racconti in cui sfilano personaggi reali e surreali – ho ritrovato solo una parte del talento che le riconosco.

Forse, in un certo senso, se una persona piange addosso a noi diventa nostra, almeno un pezzo, per sempre.

Gli incipit sono bellissimi e pieni di premesse e promesse, ma è in qualche modo nella «lunga» distanza che si (dis)perdono. Solo ogni tanto brillano stralci preziosi, ma non tanto da rendere giustizia a questi racconti, com’era successo per Grida il mio nome.
Tre ciliegie cilieginacilieginaciliegina.

Le ciliegie parlano
è un progetto di Giorgia e Gaia
dedicato a Italo Calvino
e a Francesco De Gregori.

3nding / E’ un mondo meraviglioso

riassuntomondiale

Ricapitoliamo: Italia in balia di 3 professionisti della favella (è il popolo che lo vuole), Francia con neofascisti che fanno la voce grossa, Grecia in ginocchio economicamente e coi neonazisti sdoganati, Ucraina cannibalizzata dalla Russia e sull’orlo di una guerra civile, Siria devastata, Libia nell’anarchia più totale, Egitto coi militari al potere, idem in Thailandia, il club dei dispetti formato dalle due Coree/Cina/Giappone/Russia, Haiti macerie e colera, Turchia nella stretta di Erdogan, Messico in guerra perenne contro i narcos, una manciata di Paesi subsahariani e dell’Africa centrale in conflitto aperto, attentati suicidi in Cina, Nigeria alle prese coi fondamentalisti, tensione crescente tra Vietnam e Cina, un flusso costante di disperati nel Mediterraneo, Israele e Palestina ad un punto morto.
Premo play.

3nding

Le ciliegie parlano / Bohumil Hrabal, Una solitudine troppo rumorosa

hrabal_solitudine«E io alle falde della montagna mi raggomitolo come Adamo nel cespuglio, con un libro in mano apro gli occhi su un mondo diverso da quello dove appunto stavo, perché io quando incomincio a leggere sto proprio altrove, sto nel testo, io mi meraviglio e devo colpevolmente ammettere di essere davvero stato in un sogno, in un mondo più bello, di essere stato nel cuore stesso della verità. Ogni giorno io sbigottisco dieci volte, come ho potuto allontanarmi così da me stesso». 

Una solitudine troppo rumorosa di Bohumil Hrabal è un’operetta intensa e visionaria sul valore dei libri e sul loro destino. A farsi carico della loro strenua difesa è un «operaio del sottosuolo» che, da trentacinque anni, attraverso una pressa meccanica, dovrebbe destinarne tonnellate al macero ma finisce col salvarne di nascosto una quantità incredibile e di fondere la sua esistenza con la loro stessa essenza, disseminando pensieri, idee, frasi e citazioni in tutto ciò che lo circonda.
Un libro non facile, certo: la mancanza totale di dialoghi e di una trama ben definita rende la lettura sì scorrevole, ma a tratti poco comprensibile; è innegabile, però, il fascino che il protagonista infonde nel lettore, un’aura di tenerezza e follia che lo rende nostalgico ed eroico, salvifico e distruttivo al tempo stesso, «investito di schegge» (come l’ha definito lo stesso autore), tormentato e vagante in una cupa e nebbiosa Praga.
Bellissima, infine, è la scrittura di Hrabal, fluente e mistica, ricca di rimandi, intimamente ribelle. Un’ottima scoperta.
Quattro ciliegie cilieginacilieginacilieginaciliegina.

Le ciliegie parlano
è un progetto di Giorgia e Gaia
dedicato a Italo Calvino
e a Francesco De Gregori.

Pagina Q / Qualche indicazione per arrivare al 25 aprile 2025 passando dalla rete

francesco_guarna

L’articolo proviene da Pagina Q, un sito di notizie locali (Pisa) e no fatto così bene da generare sana invidia e voglia di applausi [non so chi siano, cari malpensanti – ndCdC]. Dirigessi un qualsiasi periodico locale o nazionale gli farei leggere questo articolo per comprendere come si danno notizie a rischio prurigine senza il minimo cedimento al cattivo gusto e alla pessima qualità. Aggiungiamo il collegamento al loro sito tra i consigliati sotto Altrove, qui a destra. Codesto che segue è un articolo di Stefano Gallo dal titolo esplicativo anche per uno zombi restato nella tomba.

Anche quest’anno è arrivato il 25 aprile, festa che ricorda la Resistenza partigiana e la Liberazione dell’Italia dall’occupazione tedesca. C’è chi – più impegnato – sente questa giornata come un evento dal forte significato etico-politico, e chi invece – più svagato – la vive come un giorno di vacanza simile ad altri, forse un po’ migliore perché ci permette di godere finalmente del clima primaverile. Qualche tempo fa, in una fase politica drogata dalla retorica della spending review (non poi così diversa dall’attuale…) era stata avanzata l’ipotesi di spostare la celebrazione del 25 aprile alla domenica più vicina; proposta che avrebbe trovato l’opposizione netta sia da parte degli «impegnati» (legati ai valori della Resistenza) che degli «svagati» (legati ai valori della vacanza), e che in ogni caso si risolse con un nulla di fatto. Ciò nonostante avevano provato a cancellare il 25 aprile e a trasformarlo in una ricorrenza vacua e oscillante, senza più una data stabilita. E non è stato un bel segnale.
Quest’anno tra l’altro, con il 25 aprile si festeggia il sessantanovesimo anniversario della Liberazione. Ciò significa che tra un anno si celebrererà la cifra tonda: 70 anni di Italia liberata dal nazismo. In effetti siamo nel bel mezzo di un periodo in cui si celebrano i settantennali degli eventi chiave della guerra e della Resistenza: l’anno scorso, con la ricorrenza del 25 luglio 1943 e dell’8 settembre 1943, si sono aperte le danze per i settantesimi compleanni di un bel di po’ di avvenimenti, a livello nazionale e locale, danze che culmineranno nella festa del fatidico 25 aprile 1945, l’anno prossimo.
In realtà l’impressione è che i mezzi di comunicazione mainstream non abbiano dato grande rilievo a questo grande ciclo giubilare, e quindi il grande pubblico non ha avvertito di essere nel bel mezzo di tutte queste importanti ricorrenze. Per ora l’unico tentativo – non riuscito – di fare del 70º della Resistenza un evento mediatico è stato quello di Sergio Luzzatto, con il libro Partigia edito da Mondadori, che si presenta come un approccio nuovo e spregiudicato al tema della guerra partigiana a partire da un episodio della vita di Primo Levi. Il libro non ha venduto quanto si aspettava l’editore, nonostante sia riuscito a suscitare qualche critica e discussione seria (si veda a proposito il dossier della rivista on line «Storicamente»).
Per fortuna però, lontano dai sensazionalismi e dal marketing, nei sottoscala del lavoro culturale si può trovare un fermento di progetti e proposte legate al 70ennale della Resistenza, spesso molto originali, sempre di un qualche interesse. La gran parte di questi sono legati alla rete degli Istituti storici della Resistenza, rete che mostra così, nonostante gli acciacchi del tempo, di possedere ancora delle risorse apprezzabilissime. Ma ci sono anche iniziative di singoli e associazioni autonome. Proviamo a vederne qualcuna di quelle più vicine al nostro territorio, con l’idea che per avvicinarsi a un 25 aprile degno di questo nome sia necessario riempire di contenuti e di significato questa data.
Partiamo dalla Regione Toscana, che ha fortemente voluto e appoggiato un progetto curato dagli Istituti toscani e dalla Biblioteca Serantini: la creazione del portale web ToscanaNovecento, che si presenta come un’accattivante e ricco contenitore di informazioni sulla storia del secolo scorso e sulle iniziative che vengono promosse sul territorio, con un’attenzione alla didattica e al contributo dei cittadini, per raccogliere l’immenso e prezioso patrimonio della memoria diffusa. In questo il sito toscano si differenzia dall’analogo promosso dalla Regione Emilia-Romagna con gli Istituti emiliani. In effetti E-Review è una vera e propria rivista on line di saggi di ricerca, anche se la rubrica #usopubblico assicura il legame con le esperienze rivolte alla cittadinanza: si segnala a proposito un bell’articolo che racconta uno strano caso di azione/reazione tra una città, Parma, e il suo passato resistenziale.
Il sito ToscanaNovecento, dicevamo, va quindi più nella direzione del progetto Memory Sharing di Lorenzo Garzella, che porta avanti da anni un meritorio lavoro di raccolta delle testimonianze della guerra a Pisa.
E visto che i testimoni del tempo di guerra iniziano ormai a scarseggiare, il recupero delle memorie ancora viventi appare oltremodo urgente e importante. Non a caso è uno degli elementi portanti del progetto Luoghi della memoria promosso dall’Istituto storico della Resistenza di Livorno, che mette al centro proprio il rapporto fisico, concreto con il territorio: l’idea di base è quella di posizionare dei nuovi pannelli che ricordino eventi legati alla guerra e alla Resistenza e dei segnalatori per le lapidi e i cippi già esistenti. Una stessa linea grafica molto semplice e riconoscibile, prodotta dallo studio Nasonero, unisce la rete dei pannelli e dei segnalatori, mentre un Qrcode rinvia il cittadino dotato di smartphone a un sito che raccoglie la documentazione d’archivio e bibliografica e sollecita l’invio di ulteriore materiale. L’iniziativa livornese è simile ad altre che sono nate in altre parti d’Italia, come quella promossa dall’Istituto di Alessandria, da quello di Lucca, o la rete dei luoghi della memoria partigiana del Verbano Cusio Ossola.
La peculiarità del progetto livornese appare risiedere nell’attenzione data all’arte grafica, aspetto che l’Istituto di Livorno ha molto curato anche in passato, con la mostra sul grafico del Pci labronico Oriano Niccolai, e che continuerà ad approfondire, con una prossima iniziativa su «Grafica e Resistenza» in programma il 16 maggio al Liceo Cecioni. Questo tema ci porta a un’ulteriore iniziativa, curata da chi scrive e da Tuono Pettinato, fumettista molto caro e familiare ai lettori di paginaQ. Nonostante non abbia ancora portato a un prodotto concreto, è in cantiere per i tipi di Barta Edizioni il volume a fumetti Bandierine. Tutta una storia di Resistenze, in cui 8 giovani e giovanissimi autori si cimenteranno nel mettere su tavola alcune vicende, più o meno note, storiche o letterarie, legate alla guerra e alla Resistenza. Sul sito di uno degli autori, Emanuele Messina, si possono vedere alcune tavole in anteprima di una storia liberamente ispirata a I piccoli maestri di Luigi Meneghello.
Oltre questi pochi esempi più vicini a chi scrive, c’è tutto un fermento di iniziative estremamente ampio e vivace, estraneo ai circuiti commerciali e della grande distribuzione. Quelli degli Archivi della Resistenza di Fosdinovo, tra i più attivi in questo campo, hanno definito il filone con la formula Resistenza 2.0 e già cercano di sistematizzare e riflettere su questo coacervo di esperienze. Da parte nostra possiamo solo sperare che i lettori di paginaQ, sia gli «impegnati» che gli «svagati», abbiano curiosato in alcuni dei siti indicati in questa piccola guida e siano riusciti a raccogliere qualche fiore in più per il loro 25 aprile.
Buona festa di Liberazione.

Stefano Gallo