Un po’ di luce nel ricamo del buio

Sono ormai un paio di settimane che giriamo intorno all’argomento: ricognizioni sulle possibili forme di espansione dell’esperienza «lettura». Colonne sonore, booktrailer, libri di carta che si leggono come e-book. Ogni stazione di questo viaggio disegna l’algebra stellare di una costellazione che per ora non ha, non può avere, un suo oroscopo.
Anche oggi parliamo di un’altra esplosione semantica del significato che si sprigiona quando leggiamo un libro. Qualche tempo fa ero in auto, intrappolato nel traffico. Ci sono certe giornate, in cui sono strizzato nella pioggia dell’ingorgo, consapevole di essermi solo disperso e pensare che di tutto quello che oggi, anche oggi, avrei potuto dare per amore non ne è rimasta che una flebile traccia svaporata nella rabbia, il rancore, la frustrazione, la noia e la fatica di un ingorgo automobilistico. Ci sono giornate in cui le cose vanno così e non puoi farci granché e se non stai attento tutta la vita ti passa davanti diluita in queste sciocchezze. Così accesi la radio e intercettai una stazione radio dove un attore leggeva I promessi sposi. Per molte persone, probabilmente, la cosa non avrebbe avuto alcun effetto, ma per me fu più un anestetico: fu un balsamo.

Una cura è proprio quello che ci vuole. Penso a ogni volta in cui ho ascoltato il sortilegio “leggere come terapia” e ho pensato che non fosse affatto vero, che leggere spesso fa peggiorare di molto le “condizioni” del paziente-lettore, perché la lettura, come la scrittura, ha capacità evocative e talvolta sono mostri quelli che emanano le pagine. Eppure non è mai del tutto così. Ci sono degli stati d’emergenza biografica in cui le pagine di un romanzo, pagine scritte con verità e autenticità e fuoco, con onestà e “senza trucchi da quattro soldi”, sono di fatto formule di una farmacopea libresca. È vero che come accade per Sherazade scrivere salva la vita, ma la stessa proprietà vale anche per chi legge.

In questo “Coselli” potremmo parlare dell’irradiazione che una pagina ha sulla voce di qualcuno. Potremmo parlare di un luogo al buio dove la voce di un libro, fattasi carne, è già materiale incendiario per i sogni, è già un diapason del cuore. Potremmo parlare del fatto che la lettura ad alta voce non è soltanto un’occasione per dare un’effettiva sonorità alle parole di un libro, ma anche per lavorare creativamente sui satelliti di non-detto che pervadono una pagina e che sono interessanti da evocare. Invece vorrei parlare di qualcos’altro, sempre legato all’audiolibro.

La cura, appunto. Se quel giorno in auto non avessi ascoltato I promessi sposi sarei stato fritto. E così, molte altre volte in passato, ho rischiato di fare una brutta fine senza un libro accanto. Mi ricordo che quando lessi il Bhagavadgītā (testo fondamentale per la meditazione indiana) c’erano delle parole di Guido Ceronetti sulla quarta di copertina che dicevano:

Per molti anni, non sono uscito di casa senza aver prima verificato se c’era, nelle mie tasche interne, come una chiave o una medicina d’urgenza, una mia minima edizione dell’adorabile Gītā.

Il libro è davvero un oggetto vagolante nelle corsie degli ospedali. Le parole di un libro sono farmaco e tempo, sono l’interstizio rubato alla notte della scelta. Leggo dunque sono. L’audiolibro è la stampella per chiunque non possa leggere in modo tradizionale. Il Bhagavadgītā mi salvò la vita. Senza scherzi. Anche altri libri l’hanno fatto. Romanzi e saggi. Filosofia e astronomia. Conrad mi ha salvato la vita, inscrivendo la mia giovinezza in un destino che, come le alghe iridescenti, mi ha tracciato la rotta. Nei padiglioni degli ospedali, nelle sale d’aspetto dove la vita domina incerta e approssimativa, nelle furtive oasi tangenziali di neon, nella miseria di una partenza la dolcezza di un libro letto da qualcuno per te è uno dei modi migliori per sfangare la notte. I libri letti ad alta voce nascondono un po’ di luce nel ricamo del buio: spero che tutti abbiano qualcuno che legga per loro, in caso di bisogno.

Filippo Polenchi
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p.s.
Grazie a Cecilia per avermi spostato l’attenzione, e a Raymond Carver per avermi insegnato che sono puerili i «trucchi da quattro soldi».

Tutte le vite del libro

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Vivere sulla linea del crepuscolo: non è più giorno, ma è presto, infinitamente presto, per pensare che sia notte. Vivere in maniera ritirata, disertando il mondo, facendo perdere le proprie tracce. Non esserci più. Non lasciare recapiti, cancellare il proprio nome sulla targhetta del citofono. Cancellare i graffi che la propria esistenza ha lasciato sul materiale digitale del reale e darsi per assenti: tornare nell’oblio del mai-esistito. E lì, fatalmente, trovare la propria libertà. Sembra che da un po’ di tempo a questa parte il destino dei libri sia iscritto proprio in questa linea orizzontale e perpetua, ma istintiva e sorprendente: il libro sta precipitando, ma lascia scie di confortevole sopravvivenza futura.

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Da maggio la storica casa editrice Mondadori ha fatto uscire una collana di libri innovativa che prende il nome di Flipback e che tanto innovativa non è, per almeno due ragioni: la prima è che l’idea viene dall’Olanda ed è già stata sperimentata dalle edizioni Jongbloed bv, per traghettare in Inghilterra, dove ha ricevuto il battesimo di Flipback, e poi in Spagna (Librinos) e Francia (Point2); la seconda è che i titoli che Mondadori ha scelto per inaugurare la collana non sono nuove uscite, ma romanzi che hanno ormai una certa età e, soprattutto, una rendita commerciale quasi sicura: da Paolo Giordano a Margaret Mazzantini, da John Grisham a Carlos Ruiz Zafon. Innovativo, però, dovrebbe essere il formato: meno pesante, meno ingombrante, maneggevole (si legge con una sola mano) e soprattutto scritto in verticale. Naturalmente la forma ricorda la pergamena (o il papiro), ma lo scopo è evidente: sottrarre alla voracità dell’e-book il pasto nudo del libro. Operazione struggente, per quanto disperata e amorevole. Operazione ibridante e impura, forse anche opaca, nella misura in cui si comprende che la necessità di evitare l’estinzione del libro – e del lettore, ma non si capisce perché dovremmo (ri)valutare il libro dandogli un’estetica accattivante che ricorda il suo formato elettronico. Ma è presto e ingiusto prendere posizione pro o contro i Flipback.

Alcune riflessioni, però, chiedono non certo una risoluzione, ma almeno la loro formulazione. Credo che al libro spetti la stessa strada – perlopiù di passione – che è toccata alla radio, quando la tv ne divorò interi territori elettivi e poi rosicchiò anche le strutture stesse del suo essere. La crisi che stiamo vivendo è onnicomprensiva: coinvolge economia, cultura, società, ma anche aspetti negativi e positivi. Non credo che l’interattività o l’estrema magnetica fragilità del libro digitale siano negativi in termini assoluti e ne avevamo già scritto da queste parti. Credo anzi che questo nuovo supporto di lettura sia un affascinante prodigio critico, sollecita a scosse dissonanti. Il libro elettronico non è un demone, ma solo l’esaltante possibilità di sfondamenti percettivi che finora sono stati impossibili. Da un po’ giriamo intorno alla sinestesia, prima parlando di colonne sonore associate a libri e poi di booktrailer, ma il fatto è che l’ipotesi di sconfinamenti in territori sciamanici attrae inesorabilmente chi legge e chi si occupa di far leggere gli altri. Inutile ripetersi: l’e-book, se trattato come tale e non come un contenitore di mille libri, maneggevole e comodo, dunque un e-book pensato come grumo d’ipotesi di lettura e non come ennesima edizione tascabile di innumerevoli libri può essere un vero e proprio strumento lisergico di lettura. Al contrario il libro storico deve per forza riacquistare la sua letterarietà, giacché ogni scrittore contemporaneo si forma sulle immagini e meno sulle parole (anche il grande vecchio Don DeLillo dice che Godard ha avuto più influenza sul suo lavoro più di qualunque altro romanziere precedente).

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Ma allora i Flipback in quale zona vivono? In un’interzona non meglio specificata, di ammiccamenti all’elettronica e di pregio per la carta? E perché non destinare opere innovative, scritte per essere lette in verticale, a questa nuova collana, anziché i soliti venditori da numeri folli? In ogni caso vietato demonizzare o condannare. Qui la sola cosa da condannare è l’oscena pubblicità che gira in tv sui Flipback. Non guardo mai la Tv: è possibile che debba intercettare solo queste cose? Meglio è leggere.

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Filippo Polenchi
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Fotografie di scrittori

foto di Giovanni Verga

foto di Giovanni Verga

Cercavo fotografie di scrittori, nello specchio rovesciato del soggetto-oggetto, per scopi diversi. Il primo era: cosa fotografano gli scrittori? Alcuni di loro hanno avuto una sorta di attività anche come fotografi e in alcuni casi, vedi Giovanni Verga, come reporter. Altri, vedi Hemingway o Henry Miller, sono perlopiù i soggetti ritratti dalle foto che restano di loro: troppo magnetica la loro presenza per essere trascurata e invece quanto avrei voluto vedere foto di laghi e torrenti, di montagne e campeggi, infinite pescate che il giovane Hemingway dei racconti ha descritto in poche linee rigorose e dolenti. Niente. Resta di lui la sua ingombrante figura tragica.

foto di Giovanni Verga

foto di Giovanni Verga

foto di Giovanni Verga

foto di Giovanni Verga

Impressionante il lavoro di Jack London, vero e proprio giornalista sociale, che fotografa gli umiliati e offesi dal sogno/incubo americano, spiaggiati sulle panchine in riva al parco metropolitano, stretti l’un l’altro alle proprie coperte sudicie, sulla balaustra della propria miseria senza scampo. Juan Rulfo, che in Italia non è molto conosciuto, ma è un vero e proprio padre spirituale della carovana sudamericana dei cosiddetti realisti magici, si mette sulla pista delle proprie irrecuperabili radici. Ritrae formidabili reperti archeologici azteche, chiese della conquista; esercita sulla pellicola la sua prodigiosa capacità di far parlare i mormorii che abitano le crepe dei muri, quegli interstizi di vita e non-vita che per uno come lui hanno poco senso. Svapora sotto la canicola vetrosa del sole incandescente che abbaglia le foto di Rulfo, quasi le sovraespone, il mondo opposto e binario dell’Occidente: nell’estremo bagliore si nasconde la cecità notturna. E così sia. Anche Chatwin, negli sgranatissimi bianchi e nero di rottami e cortili, imprime nell’eternità del diaframma la Patagonia. Segmenti di vita quotidiana raffigurati esattamente com’è composto il suo più celebre libro, che fece infuriare i tradizionali lettori di libri di viaggio: cancellata la progressione dell’itinerario In Patagonia vive di momenti accostati e circostanziati, per cui la sconfinata geografia che ci aspetteremmo è di fatto evitata.

foto di Jack London

foto di Jack London

foto di Bruce Chatwin

foto di Bruce Chatwin

Anche Giovanni Verga protende il suo sguardo di scrittore sull’obiettivo. Quasi un’identità tra le immagini e le parole, come se la pagina non bastasse, la fotografia non bastasse, niente bastasse più a raccontare un mondo finora avvinto dal sortilegio del mutismo.

foto di Juan Rulfo

foto di Juan Rulfo

foto di Juan Rulfo

foto di Juan Rulfo

Ma cercavo fotografie di scrittori. Foto più tradizionali, per così dire. Goffredo Fofi ha curato una mostra sull’argomento. Quello che m’interessava era lo sguardo frugato degli scrittori improvvisamente scovati dalla macchina fotografica: perlopiù sono visi impreparati, timidi, indisposti, sproporzionati a confronto con l’immagine pubblica che hanno. Qualcuno dei più narcisisti non hanno timore nel farsi ritrarre accompagnati da signore di malaffare, vedi la celebre foto di Bukowski con la prostituta esageratamente filiforme. Antonio Tabucchi ha praticamente un’unica fotografia che dopo la morte è divenuta la sua icona testamentaria, la foto da esporre al lume di offerte in fiori al cimitero, idem per Italo Calvino.

Henry Miller

Henry Miller

Ernest Hemingway

Ernest Hemingway

Charles Bukowski

Charles Bukowski

Eppure nei loro sguardi vi è qualcosa di violato, come se la foto scattata fosse sempre un oltraggio, un furto. Ed è questo che le rende preziose, perché in fondo il mestiere di scrivere è talmente scandaloso e scabroso che necessita la solitudine dello sguardo per essere svolto pienamente. Anche i più disinvolti, come Hemingway o quell’Henry Miller o Roberto Bolaño o William Burroughs sono flagranze corporee che scoppiano con l’irrefrenabilità di una vergogna: sorpresi nel pieno del loro vizio gli scrittori anelano l’ombra. Poveri quelli come Pasolini e Gadda, scrutati da un altro corpo, quello dell’obiettivo, per ricognizioni del dolore o per sondare un genio inaccessibile agli altri. E che apparizione piena di inquietudine e disagio è quella di Moravia nello specchio interrotto di Dacia Maraini. Non vorrei vedere quelle foto! Non vorrei vedere certe intimità, perché lo scrittore vive nell’anonimato, in stanze di passaggio, ignoto al suo compagno di tavola calda. Ha ragione Gadda, probabilmente, quando diceva “per favore mi lasci nell’ombra” o meglio ancora sono virtuosi i grandi stoici scomparsi-in-vita, vedi Salinger e Pynchon.

Dacia Maraini ritrae Alberto Moravia

Dacia Maraini ritrae Alberto Moravia

Italo Calvino

Italo Calvino

Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi

Fotografie di scrittori. Quanto imbarazzo e promessa di scandalo nella lettura. Non c’è nessun motivo per cui oggi una persona dovrebbe leggere un libro. Cinema, Tv, tablet. L’interattività, l’esperienza condivisa, il gretto racconto da social network rimpiazzano chiaramente la lettura. Il libro non gode di buona salute. Lo stanno facendo sparire con l’e-book. Il solo motivo per cui dovresti leggere un libro è perché il volume di carta, il codice, è ancora sufficientemente invisibile. Ti garantisce ancora un anonimato, tutto sommato, sicuro. Voglio dire: il libro può essere contraffatto, non è condiviso come un social, non ha connessione automatica alla tua rete di contatti. Puoi leggere in perfetta solitudine; persino se leggi in autobus la persona che ti siede accanto potrebbe, verosimilmente, non sapere cosa stai leggendo. Il solo motivo per cui si dovrebbe leggere un libro è perché il libro ti promette che qualcosa di scandaloso, di proibito, di inaccessibile sarà dispiegato all’interno delle sue pagine. Improvvisamente il libro sarà la chiave d’accesso a un universo misterioso e vietato. Il punto, semmai, è: quale scandalo? Quale accesso all’infrazione promette, o dovrà promettere, il libro? La sua stessa ragione d’esistenza è scandalosa: perché dover leggere? Perché dover seguire una storia su carta?

Roberto Bolaño

Roberto Bolaño

Un vecchio romanzo di George Perec s’intitolava La scomparsa. Scomparire per essere presenti. Lo scandalo dell’assenza è il rovescio dell’invisibilità. Dell’anonimato.

George Perec

George Perec

Filippo Polenchi
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Il diritto del lettore: cambiare il corso degli eventi

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La vita è scritta in un copione che s’intitola Writer’s block, ovvero: Il blocco dello scrittore, ma “block” inteso anche come prigione. La storia del cortometraggio omonimo, diretto da Tom Gran e Martin Woolley, è infatti quella di una prigione per poveri scrittori: alcuni detenuti molto feroci si ribellano all’ineluttabilità della sceneggiatura che narra inesorabilmente il dipanarsi forzoso della loro esistenza e minacciano uno scrittore-carcerato di riscrivere il testo spezzando la catena del Fato: stavolta la storia dovrà parlare della loro fuga. Seguiranno avventure metanarrative.

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A un primo sguardo questo cortometraggio rivela una disinvoltura narrativa debitrice di molto Borges e di molto Charlie Kaufman (quello di Essere John Malkovich), con intersezioni tra mondo reale e mondo cartaceo funamboliche, cortocircuiti tra segni e significati, dove se il testo “dice” una parola ecco che nella realtà la cosa corrispondente muta in parola essa stessa, labirinti tra Dalì e Wittgestein, psichedelia semiotica, praticamente è come se il film fosse il sogno lisergico di un Roland Barthes strafatto di LSD. Più o meno.

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Ma proprio perché sotto a questa furia di stupire si scorge una bramosia degli occhi allora mi viene da pensare che forse il bello di questo filmettino non è tanto nel paradosso reale-finzione, quanto nel fatto che la scrittura sia un’operazione magica: attrazione e similitudine, pulviscoli di particelle che convogliano verso un comune desiderio; i libri sono macchine desideranti in collisione con altri desideri, in una frenesia di segni che cambiano il corso dell’esistenza. La gang di Bosco (il criminale più cattivo di tutti) adotta una pratica che tutti i lettori conoscono bene: nega la sopravvivenza di un destino inevitabile grazie alla forza della scrittura di cambiarlo.

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Ogni libro è una lampada araba, un’offerta di desideri; il richiamo della tela separato dal sangue, tutto quello che è passato nel mezzo e può chiamarsi vita, esistenza, entropia di aneliti. Bosco, con le sue maniere rudi e la sua pacchianeria califfata (capirete perché guardando il film), ha lo stesso diritto di tutti i milioni di lettori sulla Terra: cambiare il corso degli eventi. Writer’s block è una macchina spettacolare senza esclusioni di colpi, con un’animazione stilizzata e molto espressiva e fughe pirotecniche, ma tra Steve McQueen e Alcatraz preferisco sempre la carica vitale che brucia sotto e che fa del lettore un essere umano, anzi: fa di ogni essere umano un lettore e uno scrittore al tempo stesso.

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Il necessario dubbio che questa volta, all’ennesimo tentativo, le cose cambieranno. La rivoluzione del tempo a nostra disposizione, l’estrema e incosciente capacità di rinfocolare le braci della rivolta.

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Filippo Polenchi
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Nuovi caroselli in cerca d’autore

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I trailer cinematografici, per via del canale preferenziale che riescono a stabilire con l’inconscio, danno una risposta tangibile a quel bisogno di Piacere che ci divora e ci abita e ci comanda. In pochi minuti, spesso meno di due, il trailer spara a velocità anfetaminica scariche di immagini come di endorfine, il cervello cortocircuita, l’emotività tracima: è una festa per gli occhi, un vero e dolcissimo oblio emozionante. C’entra poco il fatto che con gli anni il cinema è andato peggiorando, quindi i trailer hanno avuto il compito ulteriormente creativo di falsificare i brutti film; il mio piacere nei trailer – che raggiunge il suo apice per le serie tv – è specifico e assoluto; è la botta di adrenalina che provo, la curiosità, il piacere, la sensazione di star vedendo qualcosa di mai visto prima. Non a caso i creativi pubblicitari mi rinforzano il concetto. Gli uffici stampa abbondando di comunicati e promesse su una serie “mai vista prima”. Sì, datemene ancora, celatemi il mondo, scrivetene poemetti di questi trailer, piccoli poemetti zen, a sé stanti, versi visivi. Datemi notizie su gustose architetture narrative come qui in Italia non c’è modo neanche di pensare, di immaginare.

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Scopro con piacere che un portale affidabile e serissimo come Tropico del Libro ha una sezione dedicata ai booktrailers. Scopro allora che la pratica del promolibro, del filmato promozionale su un libro, nasce nel 2002 con una casa di produzione video, la Circle of Seven Production (COS), a sua volta nata dall’incontro tra un regista cinematografico Michael E. Miller e una specialista di marketing editoriale, Sheila Clover English. Costoro avevano ricevuto il compito da parte della casa editrice Jove Books (una costola della Penguin) di girare il promo del romanzo fantasy Dark Symphony della scrittrice Christine Feehan e i due ci avevano preso gusto.

Da allora a oggi, passando per un tentativo di istituire un premio ufficiale dei promolibro, i Moby Awards (due sole edizioni: 2010 e 2011), a cura di una casa editrice di Brooklyn, devo dire che l’oggetto booktrailer è ancora ben poco identificato. Negli Stati Uniti ha una sua dignità, se si pensa che Thomas Pynchon presta la voce per il trailer del suo Inherent Vice (uno dei migliori esempi di promolibro che abbia visto) o se il regista Alfonso Cuaron ha girato un trailer tra animazione e documentario sul libro di Naomi Klein The shock doctrine (2008). In Italia talvolta questi filmatini sono un po’ ridicoli, con un effetto straniante a metà fra la telenovela brasiliana e il filmino delle vacanze, anche se questo rischio lo corrono tutti: italiani, americani, inglesi e così via. Infatti vedendo un po’ di questi inusuali cortometraggi la sensazione è sempre quella d’incertezza, non che manchi una tecnica, ma che questa forma di espressione non abbia ancora trovato una sua voce.

In un certo senso dare immagini a un libro è un tradimento di quello spazio lucidamente onirico che accompagna la lettura e, anzi, ne è favorito: ogni libro suscita un grumo d’immagini emozionali o figurative che non trova, non può trovare, espressione compiuta, ma che fluttua in uno spazio incorporeo. Forse è solo questione di tempo: oggi i videoclip musicali sono una realtà con pieno riconoscimento artistico, ma soprattutto hanno un codice ben definito, così come i video pubblicitari. Magari tra qualche anno anche i promolibro troveranno una loro forma che non sia banalmente illustrativa o parodica (celebri attori comici statunitensi si sono già prestati a giocare con i promo dei libri).

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Chissà se il tempo darà del tempo a far crescere i booktrailers. Non dimentichiamo che il fenomeno nasce in un’assenza: quella di uno spazio dove parlare di libri. Anzi, per essere precisi, i promolibro sono l’espressione sia di una necessità di continuo incrocio tra forme mediali, veicolate dalle possibilità della rete, che la risposta alla domanda: dove si può parlare di libri, oggi? In nessun luogo, dunque: dappertutto. Anche stavolta, allora, parliamo di sinestesie, ma con una differenza sostanziale: mentre un’ideale colonna sonora di una lettura ha una sua forma già codificata, vedi i radiodrammi, ed è un gioco estetico, un balletto tra comunicazioni dal medesimo scopo, il promolibro, oltre a essere una pratica nuova, ha anche quel demoniaco sguardo che sogghigna nel controluce sulfureo della vendita, perché è innegabile che i questi brevi video sono fatti per veicolare un acquisto. Molti sono i grandi registi che hanno girato pubblicità, da Fellini a Wenders, ma intanto loro hanno avuto l’astuzia di approdare alle réclame quando la grammatica dei messaggi promozionali era già consolidata e, soprattutto, hanno prestato la loro professionalità proprio come se avessero girato un film per il cinema. Insomma, ci hanno messo una cura che finora nei trailer libreschi non ho visto.

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Forse, allora, il problema fondamentale di questi nuovi mezzi comunicativi è che si è ancora troppo legati all’idea dell’immagine legata a una narratività. Lo specifico del cinema è l’immagine in movimento, prim’ancora che legata a una storia da raccontare. Il trailer cinematografico è una collezione di sequenze tratte dal film con lo scopo d’invogliarti ad andare al cinema. Ma se lo stesso fine è perseguito dai promo per i libri è anche vero che un libro non è fatto di sequenze filmiche. Il libro è fatto di parole scritte, che guarda caso non sono immagini. In definitiva allora si è creata una reazione chimica imprevista: il riassunto visivo del libro, ideale anello di congiunzione tra l’immagine e la storia, non ha funzionato. Non ancora. O forse non accadrà mai.

Filippo Polenchi
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Il romanzo del pentagramma

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Ah, adoro gli ambulanti che s’infilano nella tramvia insieme a me. Suonano le loro trombe, replicano all’infinito una versione di plastica di Ederlezi, il tradizionale canto gitano celebrato da Kusturica e Bregovic. I passeggeri, come me, sono perlopiù gente in transito da una stazione a un’altra, annoiati, lavoratori, frustrati, sfruttati, repressi, entusiasti, liberi, precari, ingenui, giovani, insomma, tutto il carico del tram risponde alla musica tirando un sospiro di sollievo. Anche questa ennesima versione da balconcino fiorito di Ederlezi allevia non già la nostra solitudine, della quale abbiamo un disperato bisogno, quanto il nostro isolamento. C’è qualcuno che enfatizza il nostro trasporto quotidiano con una musica. Poi questi suonatori guasconi mi fregheranno il portafogli, lo so, ma adoro questi santi freudiani e gli auguro lunga vita.

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Il pezzo del giornalista Edd McCracken uscito su Bookriot c’entra poco e nulla con gli ambulanti e con la tramvia, ma è tutto rivolto alla musica. In particolare il critico si sofferma sul concetto baudelairiano di sinestesia, quella figura retorica per cui due campi semantici diversi sono accostati, e ne estende l’area di competenza per descrivere un accoppiamento giudizioso: libri e musica. Lui dice che la lettura e la musica, campi semantici differenti, possono coesistere giacché le pagine emanano suggestioni che intercettano altri pianeti. E da qui propone una gustosa lista di canzoni da abbinare ai libri, come in un’ideale colonna sonora libresca.

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Ma più che di sinestesia forse avrebbe avuto senso parlare di potenziamento del senso. È tutta una faccenda di riconoscimento. Milan Kundera nell’Insostenibile leggerezza dell’essere dice che tutti noi abbiamo bisogno di essere guardati. Occhi che ci testimonino. Se un albero cade in una foresta dove non c’è anima viva fa rumore oppure no? Se una vita trascorre senza occhi speciali che significativamente giurino l’esistenza di quella vita stessa, allora il dubbio che non sia mai accaduta è lacerante. Sembra un piccolo manuale per disfunzioni emotive, eppure per larga parte i rapporti umani si basano su una richiesta di sguardo che faccia ben più che guardare: fondi l’essere stesso.

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«Confesso che ho vissuto», dice Pablo Neruda. Antidoto allo smarrimento. Il dottor Freud dice che il nostro insaziabile desiderio di amare e di essere amati è un desiderio di riconoscimento: atto costitutivo della nostra presenza sulla Terra. Senza questi sguardi speciali non siamo esistiti. La letteratura è anch’essa uno sguardo legittimante, perché istituisce un patto col lettore che domanda complicità e mimesi sentimentale. Talvolta, invece, la letteratura è crudele e spinge via il lettore, ma in amor vince chi fugge. In generale i libri regolano la speranza di poter vincere l’isolamento; accarezzano il pulviscolo di particelle che irradiamo come energia elettrostatica prima di un temporale.
Ma anche la musica ha lo stesso potere; quello che i tanti ambulanti suonatori di fisarmonica, amanti del trasporto pubblico a scrocco, hanno ben capito: ciascuno di noi vorrebbe un’ideale colonna sonora per la propria vita quotidiana, sottolineatura epica (nel senso di Brecht, quindi che spinga alla consapevolezza di star vivendo) delle proprie gesta, di modo da vivere due volte: agendo e osservandosi agire. Libri e musica. Musica e libri. Entrambi concorrono a potenziare la loro efficacia farmacologica, per così dire. Ricordo che già Rimini di Tondelli (1985) aveva in chiusura un’ideale colonna sonora; oggi la tecnologia permette l’ingresso di altre forme espressive in una tradizionalmente statica come il libro ed è questa la strada che dovrebbe battere l’e-book, anziché fare concorrenza al vecchio libro sulla base della «agevolezza» e della misura (l’incanto di 10mila romanzi nello spazio digitale di pochi megabyte). L’e-book dovrebbe candidarsi a diventare una specie di versione plus del libro, perché è su questa strada che s’incontra una nuova possibile avanguardia. Siamo tutti in attesa.

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Filippo Polenchi
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La somiglianza politica dei tre Ray

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La storiella, più che simpatica o arguta, è amorevole. Del resto i propri amori vanno coltivati e, nel dubbio, è bene seguire quelli di gioventù. È probabile, infatti, che la «triade» evocata dall’illustratore Grant Snider sia stata davvero implorata dallo stesso autore nei momenti di difficoltà. Dicevamo la storiella, che è in inglese, ma anche molto comprensibile: uno scrittore in crisi d’ispirazione chiede agli dèi della scrittura un raggio di speranza (in inglese dice proprio un «ray»). E siccome le alte sfere letterarie sono ironiche gli mandano davvero tre Ray della narrativa: Raymond Carver, Raymond Chandler e Ray Bradbury. Come i fantasmi dickensiani anche questi Ray interpellati dal cuore incerto dello scrittore dispensano ammonimenti e consigli, ciascuno alla sua maniera.

Raymond Chandler

Raymond Chandler

Carver intercetta in piccoli e minimi segmenti di vita quotidiana l’intero spettro dell’esistenza e fornisce risposte enigmatiche, chiaroscurali, dove le opposte tensioni del cosmo convivono nella fragile e paradossale compattezza della realtà. Molto più lieve e, in qualche modo spensierato, per quanto malinconico e «noir» è Chandler, che subito indirizza il questuante a trovare l’ispirazione in un night club. Bradbury, infine, fedele alla linea non ha dubbi: l’ispirazione si trova su Marte, l’importante è avere grandi idee che sorreggano le narrazioni e come premio chiede proprio una roccia di Marte, mentre Carver è più prosaicamente rivolto all’affitto del mese e Chandler a un buon whisky.

Ray Bradbury

Ray Bradbury

È tattile l’adorazione di Snider per i tre scrittori, almeno a giudicare dalle citazioni e dai riferimenti biografici dei tre. Ma ancor di più mi viene da pensare che i tre Ray abbiano somiglianze inaspettate oltre al nome. Non può esserci una vicinanza formale, perché se anche Carver e Chandler potrebbero trovarsi vicini di casa in nome di una prosa breve, secca, lineare Bradbury è molto lontano da loro ed è anche vero che l’improvvisa chiusura dei racconti carveriani era una mossa pubblicitaria del suo editor Gordon Lish. Quando in tempi recenti sono stati ristampati alcune raccolte nella versione voluta dall’autore si sono letti i racconti in Cattedrale o Principianti o Vuoi star zitta per favore? in modo completamente diverso: d’ampio respiro, quasi classico, perfino lirico e maestoso, certamente potente. Dunque la grandezza del Carver minimalista era solo una strategia di marketing, perché il demone dello scrittore era altrove.

Raymond Carver

Raymond Carver

Carver, Chandler, Bradbury: tutti e tre sono stati scrittori politici. Nelle roulotte di parcheggi sassosi, negli appartamenti in affitto, tra bottiglie di gin consumate a metà pomeriggio; nella canicola californiana e nelle delusioni messicane; nelle cronache marziane; in ciascuno di questi universi letterari diversi i tre Ray facevano politica e la facevano senza mai esplicitarla. Di recente ho letto un racconto di Bradbury che si chiama Pioggia senza fine: è ambientato su Venere dove un commando di soldati spaziali cammina sotto un eterno diluvio per cercare una Cupola Solare e finalmente asciugarsi. Una marcia esistenzialista, ma anche con riferimenti precisi all’assurdità delle operazioni militari (siamo negli anni della guerra di Corea). Per non parlare della militanza bradburiana di Fahrenheit 451, manifesto della resistenza culturale alle dittature. E quanto è politicamente schierata la scelta finale di Marlowe nel Lungo addio? Una scelta morale, lo scatto «socialista», di protesta di Marlowe, memoriale del sottosuolo, osservatore dell’oscuro oggetto del desiderio che d’improvviso non ce la fa più. Fra i tre è decisamente Carver il più completo: umanissimo e dalla visione panoramica della società e del mondo non alza lo sguardo dal suo mondo di disperati in cerca di felicità, che sbagliano, accettano, soffrono, s’arrabbiano e, spessissimo, brancolano nel buio.

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E dal buio emergono, inesorabilmente, bagliori. È l’improbabile e squallido umanesimo del pasticcere di Una cosa piccola, ma buona, che dopo aver involontariamente terrorizzato una famiglia colpita dalla tragica scomparsa del figlioletto offre loro torte e paste, nella notte più drammatica della loro vita. È in questo senso di pietas, perenne assalto agli Stati Uniti liberisti di Reagan, che Carver svolge la sua sommessa protesta. Per questo, forse, lo scrittore della vignetta di Snider alla fine scrive e scrive intere risme di fogli e porge alla ventura i doni richiesti dai suoi numi fantasma: perché lui crede nel loro valore, come si crede alla magia, come si crede alla luce.

Manoscritto autografo di Carver

Manoscritto autografo di Carver

Filippo Polenchi
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Il cetaceo dell’inchiostro, ovvero: una cosa piccola ma reale

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Una cosa bella. Un mastodonte che dorme nel suo respiro di ferro. È come un treno immobile, che quando parte lo fa senza darlo a vedere. È il grande cetaceo dallo sbuffo d’inchiostro, le mascelle argentate e i denti che mordono il plancton della carta. Riposa in enormi stanzoni adibiti per la sua esistenza: un intero cantiere di lamiere, vetri, norme di sicurezza, tutto costruito intorno a lui e alla sua progenie: le macchine da stampa. Visto che oggi tutto è a disposizione, nel grande supermarket della vanità, i libri, che sono creature fragili, sono le prime vittime disperate di questa spesa sciagurata. Prima i libri hanno iniziato a scriverli tutti, poi a non leggerli nessuno (come opportuna reazione, vien da pensare), ora puoi anche stamparli.

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Nel film protagonista di questa settimana in poco meno di due minuti si stampa un libro, con metodo tradizionale. Si chiama stampa offset ed è figlia dell’inizio Novecento. Nella stampa offset si fa inizialmente una fotografia delle pagine da stampare. La pellicola viene poi trasferita su una lastra d’alluminio ricoperta di materiale fotosensibile e da lì a un cilindro di caucciù sul quale rotolerà la carta che costituirà le pagine stampate. Una volta che la macchina avrà stirato questi enormi fogli di stampa, che contengono ciascuno multipli di 4 pagine, essi si taglieranno, piegheranno, spilleranno per costituire i fascicoli. Tanti fascicoli, cuciti, incollati e rilegati fanno un libro. Ma il film è chiaro quanto un manuale di stampa. Giuro. Meno di due minuti. Tanto gli basta.

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Nei capannoni dove dorme il bisonte della carta uomini e donne tagliano e cuciono; fanno un mestiere delicato, da sarti. Mosse precise, tecniche, senza sbavature. Conoscono il mezzo, lo hanno utilizzato per anni e anni e anni. Non hanno paura della ripetizione. Ci vuol precisione e attenzione: un nulla e quello che poteva essere un normale romanzo da libreria diventa un incubo d’involontario dadaismo.

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Cos’è che ci piace in questo video? Sono i trucchi del mestiere. Le riprese, il montaggio ipnotico, la musica disinvoltamente orchestrale, la fotografia metallica e netta, l’insistenza del dettaglio. Ma c’è qualcos’altro. È la cura del lavoro che non basta all’occhio e purtroppo ha anche pochi discepoli. È uno spettacolo visivo, un incrocio di traiettorie, sono forme e colori, volumi. Voglio dire: non c’è bisogno di spiegarlo. È tanto bello quanto crudele, perché ti trafigge la nostalgica consapevolezza che a parte questi campioni del lavoro d’Inghilterra ci sono pochissimi altri al mondo a infondere così tanta cura, pazienza e soprattutto tempo in quello che gli dà lo stipendio. Il tempo. Ne manca sempre, di tempo. È la storia dell’umanità, ma anche l’alibi del consumismo, soprattutto se declinato sotto il segno della crisi. Un futurismo macabro s’impossessa dei processi produttivi e inesorabilmente anche dei processi emotivi. Tutto necessita di furia e di furia tutto se ne va.

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Ma in definitiva vorrei dire che questo video mi piace tanto perché ora vorrei diventare uno stampatore vecchio stile. Perché? Perché è una cosa piccola, ma reale. E tanto mi basta.

Filippo Polenchi
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Diffidare dalle imitazioni

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Da queste parti abbiamo molti amici e uno dei compagni più sodali è senz’altro il blog daParte (dove oltretutto questa rubrica viene ripubblicata, qualche settimana dopo la pubblicazione qui). Proprio da quelle latitudini giungono aiuti e riferimenti e tra questi l’ispirazione per il «Coselli» di questa settimana: The fantastic flying books of Mr. Morris Lessmore, un corto animato del 2012 di William Joyce e Brandon Oldenburg, che proprio in quell’anno ha vinto l’Oscar. Il titolo è traducibile come: «I fantastici libri volanti del signor Morris Menopiù» e la trama segue le vicende di Morris Menopiù (d’ora in poi solo M.M.), un pacifico uomo che intorno agli anni Venti (non c’è alcuna data precisata, ma tutto fa pensare agli anni Venti), sta scrivendo sulla veranda di un Hotel.
Arriva con le avvisaglie di un foglio scosso per aria, poi qualche detrito del quale non resta che una particella visiva nella coda dell’occhio, ma è sempre più crescente e violento e inarrestabile. In pochi istanti la sedia di M.M. si sposta, il cielo s’oscura, un tizio in bicicletta vola e viene spazzato via dalla furia incosciente di un tornado, uno di quegli uragani che di tanto in tanto colpiscono qualche zona degli Stati Uniti e rimettono al loro posto le cose. Dal momento che fin dalla prima inquadratura è chiaro che siamo in un contesto Sud-jazzy-Stati Uniti-Louisiana-parisienne, è chiaro che questo uragano è uno spiccato riferimento a Katrina, ultima incorporea manifestazione del potere devastante della Natura, soprattutto quand’è aiutata da povertà, speculazione, immobilismo e perfino razzismo.

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Insomma, M.M. vola via, risucchiato nell’occhio del ciclone. Quando la tempesta è passata il mondo che ne rimane è un deserto in bianco e nero e M.M. si aggira nella desolazione. L’arrivo di una fata, trainata in cielo da uno stormo di libri volanti, cambia tutto. M.M. è condotto in una dimora in mezzo alla campagna, dove lo accolgono i libri volanti del titolo. Gli danno una specie di tutor che lo accompagnerà nelle scelte più difficili. E così il tempo passa.

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Ad una lettura del contenuto è subito evidente la dichiarazione d’amore per i libri e per chi ne ha cura. Anzi, a ben vedere, questo The fantastic flying books… è un vero omaggio ai bibliotecari. Non è tanto il potere salvifico-proustiano della lettura a emergere, anche se il potere di questi volumi nell’immensa nuova casa di M.M. non si limita a volare, ma l’amore che M.M. immette nella sua vita da custode. Un vero amante del libro in quanto oggetto non può non esaltarsi a vedere tutti questi libri insieme. È proprio sulla piacere epidermico che fa leva questo cortometraggio. Nessuno è esente e difatti anche noi ridiamo, godiamo, ci commuoviamo a vedere le avventure di M.M., ma soprattutto a vedere tutto questo accumulo di libri in così pochi fotogrammi.

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Del resto l’epidermide non è stata nominata a caso. Umberto Eco, a proposito di Casablanca, disse che era un’orgia di archetipi. E vorremmo dire che anche questo Flying books è un’orgia di citazioni. La prima inquadratura è la stessa con la quale si apre Moulin Rouge, a sua volta un frullatore di stili e moduli formali; il paese in bianco e nero, privo di felicità, è lo stesso di quel delizioso filmetto che è Pleasentville. M.M., stanco e perduto nella terra depressa, si aggira per valloncelli come Henry Fonda in Furore di John Ford. La fatina e il tornado sono del Mago di Oz. Lo stesso M.M. ha il viso di Buster Keaton e il passo di Chaplin. E questi libri come ultimi custodi della civiltà e della speranza sono dannatamente simili agli uomini-libro di Bradbury-Truffaut e del sempiterno Fahrenheit 451. Questo cortometraggio si nutre di altre visioni e come un collage tappezza la sua superficie di fotogrammi contrabbandati da altri film.

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Nessuno si scandalizza più (né, però, si meraviglia). Sono decenni e decenni che questa pratica in letteratura e arte è abusata e ormai anche al cinema il gioco è scoperto. Il film di Joyce e Ondeburg non si discosta molto. Quello che mi sembra sia diverso è il programma che c’è dietro. C’è così tanto accelerante hipster dietro a questo omaggio poetico che alla fine il fastidio non è smorzato dalla dolcezza del messaggio. Anche la stessa ostentazione poetica del personaggio è vicariata dall’ormai abusatissimo stile-Chaplin, ovunque segno condiviso di «poesia». E gli autori del corto, per non sbagliare, hanno utilizzato anche la declinazione «poesia-stralunata», inserendo nel personaggio il viso di Keaton. M.M. è così una specie di creatura di Frankenstein, archetipo della accoppiamento ben poco giudizioso di corpi e menti. Non so, può darsi che di fronte a questo esperimento di laboratorio si debba reagire con nonchalance e pensare che, a conti fatti, tutto intorno è così, eppure non riesco a farmi andar giù l’insopportabile patina wesandersoniana stracitata anche nel titolo, così simile a quel Fantastic Mr. Fox di Wes Anderson, per l’appunto un film d’animazione anch’esso.

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Insomma, gli americani ancora una volta ci stanno manipolando: in gioco c’è la capacità di provare meraviglia e stupore di fronte a una sincera poesia dell’esistenza. E lo stanno facendo con la loro immagine desalinizzata di poesia, con le loro palette cromatiche pastello e tenui, con le loro musiche orchestrali che non disdegnano incursioni jazz, purché sia jazz della Louisiana e filtrato attraverso un disturbo grammofonato, con il ricorso imprescindibile ad altre immagini che evocano poesia-stupore-bellezza, perché altrimenti non avrebbero mezzi per crearne di inedite.

Filippo Polenchi
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Libri virgola casa

Wall of books - Amsterdam

Wall of books – Amsterdam

Una volta ho scritto una storiella davvero interessante. Parlava di un tizio che si ritrovava in un posto di mare e nessuno sapeva perché ci fosse andato. Era un tizio che, a tutta evidenza, non aveva niente da perdere. Insomma, il nostro protagonista prende in affitto una stanza in una pensione dove gli unici abitanti sono lui, la padrona di casa e il suo dirimpettaio. È proprio quest’ultimo che lo invita una sera all’inaugurazione di una casa di conoscenti che si rivela essere un bordello. Poco male. È comunque qualcosa meglio di niente. Una sorta di surrogato di felicità domestica.

Bookstore Mural - Pittsboro

Bookstore Mural – Pittsboro

Murales molto particolari: come potete vedere dalle immagini questi dipinti giganteschi raffigurano libri. Non solo. Nella maggior parte dei casi i murale rappresentano librerie. E c’è una bella differenza. Vuol dire che gli artisti non hanno scelto di dipingere una variazione sul tema «libro», bensì hanno utilizzato la loro vernice per una «libreria». Sarebbe davvero interessante incentrare questo post sui libri che hanno scelto come loro soggetti, ma tranne che nel caso della Duluth Public Library, non sono quasi mai leggibili i titoli. Basti dire che in quell’unico esempio i titoli citati sono il gotha della letteratura nordamericana contemporanea, quasi un sussidiario delle antologie scolastiche High School.

Flying Books - San Francisco

Flying Books – San Francisco

Quello che, invece, m’interessa è la libreria in sé, come arredamento. Una libreria è casa, è parte della casa. Si comprano le mensole delle librerie come si compra un divano o, che so, un frigorifero. Nelle molte case che ho visto in vita mia, tra personali, di amici, parenti e sconosciuti, anche quelle persone che mettono in mostra come unici libri le enciclopedie, hanno una libreria. Guardare quei murali mi fa pensare a vedere dentro una casa. Molto di più che la fotografia di un appartamento su una rivista, questi dipinti spropositati sono l’ingrandimento su uno degli appartamenti che compongono i palazzi scelti come «carta».

Transformer Books -   Russia

Transformer Books – Russia

E cosa significa guardare nella casa di qualcun altro? È un’abitudine un po’ voyeuristica e morbosetta, è vero, ma è così gustoso guardare senza esserci. Quelle case siamo noi, siamo la nostra casa; noi ci siamo sempre, ma se potessimo vederci mentre non ci siamo è come se potessimo vivere due volte la stessa vita. Insomma, voglio dire: è un regalo di tempo che ci facciamo e non è poco. Tutti quanti siamo sempre alle strette col tempo, che finisce, che non c’è mai, che non c’è mai stato. Eppure in questi residuali scampoli d’ombra riusciamo ad appropriarci di tempo supplementare. Possiamo spiare la vita che cresce sia vivendola che non vivendola. Facciamo esperimenti d’assenza, esercizi spirituali incredibilmente soddisfacenti. Una libreria è viva, è sempre in crescita. Si contano negli ammucchi arbitrari (per quanto riguarda il sottoscritto, s’intende) gli anni che passano; la genealogia scritta nei prezzi sulla quarta di copertina, il colore della carta, la linea visiva decisa dalla casa editrice. Il segno del tempo è nei gusti che cambiano. Di tutto questo è fatta la nostra esistenza, soprattutto di passaggio e movimento e se capita di potersi sospendere, di uscire da questa perpetua trasformazione allora, per un attimo, si è immortali.

Duluth Public Library - Minnesota

Duluth Public Library – Minnesota

Un po’ come accade al tizio del mio racconto, quello della casa di malaffare, talmente oppresso dal mondo delle scelte e del tempo, da cercarsi un oblio oscuro, una reale sospensione, per fare dispensa di tempo per quando arriverà davvero l’inverno. Non sono solo murales di librerie: sono specchi d’eternità.

Inside a Bookshelf - Sweden

Inside a Bookshelf – Sweden

Filippo Polenchi
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