Porte d’Antibes. 5. Fontane

Antibes è punteggiata di fontane, che offrono democraticamente a tutti fresca acqua di montagna, proveniente dai territori alle spalle della città. Così, in aggiunta alla vita che proviene dall’acqua del mare, c’è la vita dei campi e degli uomini che gode dell’agio dell’abbondanza d’acqua dolce.

Coloro che nel corso dei secoli, a partire dai Romani, hanno incanalato delle acque per portarle ad Antibes sono giustamente considerati benefattori e menzionati sulle colonne delle fontane. Uno di costoro è il colonnello d’Aguillon, che nel 1785 diresse i lavori per aumentare l’approvvigionamento idrico della città. Egli ispezionò i resti degli acquedotti romani della Bouillide e di Fontvieille e li trovò così ben costruiti che si limitò a completarli, invece di sostituirli.

Carla Muschio
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Porte d’Antibes. 4. Il mercato provenzale

La Provenza offre un tripudio di prodotti alimentari, soprattutto d’estate, e il “Mercato provenzale” di Antibes si presenta delizioso agli occhi e al palato. Oltre a frutta e verdura di stagione, vi si trovano formaggi e salumi straordinari, olive, saporite salse, acciughe.

Questo avviene il mattino. Nel pomeriggio sotto il padiglione di ferro e vetro del mercato si vende artigianato rivolto ai turisti. La sera anche gli artigiani se ne vanne e i locali della piazza, bar e ristoranti, dispongono sotto la tettoia del mercato tavolate e tavolini.

Il cibo che si vende e si consuma su questa piazza mi è sembrato autenticamente legato al territorio e di alta qualità. Purtroppo esageratamente alti sono anche i prezzi.

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Porte d’Antibes. 3. Palazzi e fortificazioni

Tra il XII e il XIII secolo i fratelli Grimaldi, una famiglia di ricchi armatori genovesi, acquistarono fondi sulla Costa Azzurra e anche Antibes appartenne a loro. Il castello dei Grimaldi, da secoli abbandonato dai suoi signori, accolse il giovane Pablo Picasso appena emigrato in Francia. Oggi quel castello, ben restaurato e ricco di opere donate dal pittore e dai suoi discendenti, ospita il magnifico Museo Picasso.
Nel XVI secolo, quando Antibes è francese, il re di Francia decide di fortificare la città, data la sua importanza strategica come città di frontiera. Dove in epoca romana sorgeva un tempio dedicato a Mercurio viene costruito l’attuale Fort Carrè. Inoltre, una cerchia di forti mura, in parte conservate, protegge la città.
L’ultima opera di fortificazione ad Antibes si deve al famoso Vauban, che visita Antibes per la prima volta nel 1669 e ne completa la fortificazione, con la costruzione del Bastione di Sant’Andrea, il più rilevante tra i molti interventi di consolidamento.

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Porte d’Antibes. 2. La città

Cappella di San Bernardino da Siena, XVI secolo, bassorilievo con l’incappucciato.

La città di Antibes vera e propria è un borgo antico ben preservato, che naturalmente si è arricchito di edifici nuovi in ogni epoca, compresa la nostra, ma con un fluire naturale di forme che non ne ha snaturato lo spirito.
La cittadina ha un’estensione meridionale protesa nel mare, una folta punta di verde: Cap d’Antibes. Un tempo era un semplice sobborgo abitato da contadini e marinai. Vi si trovano un faro, una chiesa piena di ex-voto: la Chapelle de la Garoupe, e le varie istituzioni di un borgo, fino alla bocciofila. Oggi però quasi tutto il verde di Cap d’Antibes è di proprietà privata, perché nella “baia dei miliardari” si trovano ville lussuose, ciascuna nel cuore di un parco tutto suo, costruite soprattutto tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta, da ricchi che sposavano la nuova moda (lanciata da Coco Chanel) dell’abbronzatura e delle vacanze al mare.
A ovest del borgo di Cap d’Antibes si trova Juan les Pins, che oggi è un luogo affollato di turismo di massa, non privo peraltro di angoli di bellezza.
Il nucleo originario di Antibes risale addirittura al V secolo a.C. come colonia greca dal nome di Antipolis, fondata per iniziativa dei greci di Marsiglia. In seguito conoscerà la dominazione romana, poi seguirà le sorti del Regno di Provenza e dello stato francese (dal 1481). Per un breve periodo, dal 1814 al 1815, Antibes fu anche italiana, sotto Vittorio Emanuele I.

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Porte d’Antibes. 1. Le porte

Visto che ho dato a questo reportage un titolo che gioca con la parola «porte», incomincerò dalle porte. Cosa si immagina guardando le porte che ho fotografato?

Una città con tanti anni di storia, dato lo stile antico di alcune. Una città con forti tradizioni, dati i colori e lo stile popolare di altre. Un clima mite e accogliente, a giudicare dalla vegetazione fiorente che circonda certi ingressi. Porte che non sembrano porre una barriera per difendersi dalla strada ma, al contrario, aprirsi su di essa come per un allargamento dello spazio interno. Porte che non hanno bisogno di farsi troppo belle, perché tanto la bellezza non manca. Bene, tutte queste intuizioni sono corrette. Antibes è proprio così.

Carla Muschio
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Natale sotto i piedi. Lo strappo

Con tutte le sollecitazioni a cui sono sottoposte, le passerelle di Natale, oltre a sporcarsi, si strappano. Come il negoziante se ne accorge, cerca un rimedio. Non avrei immaginato, prima di fotografarli, quanto fossero teneri e fantasiosi i rattoppi alle passerelle rosse. Ti riportano alla modestia del bue e dell’asinello, alla povertà dignitosa di Gesù Bambino.

Carla Muschio
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Natale sotto i piedi. Dopo

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(Per coerenza* con il 2016, questa puntata di Immagini da riporto viene pubblicata, anziché il 27 dicembre, con ritardo ciclopico. Chiudete un occhio, haha le matte risate. Nel 2017 daParte riprenderà a pubblicare con regolarità almeno una cosa al giorno. *Coerenza è, in codesto caso, parola santermese di difficile traduzione italiana, dovendo abbozzarne una bisognerebbe trovare qualcosa che stia a metà tra l’incasinamento e la cialtroneria. Sempre per coerenza, mettiamo una data farlocca di pubblicazione: 27 dicembre 2016. Uéééééé, ci siamo riusciti! Che bravoni).

Se dicembre è piovoso, la passerella inchiodata al marciapiede gioca contro le intenzioni di chi l’ha fatta installare, dato che le sue macchie rompono l’incanto del Natale e riportano il passante letteralmente con i piedi per terra. Dall’idealità di una festa sognata a una passerella zuppa di pioggia.

E se anche la passerella arriva a Natale senza acquazzoni, il tempo lascia ugualmente i suoi segni. I colori stingono, il tessuto si strappa. La passerella, se presa come metafora, non allude certo a un idillio. Si farebbe più bella figura a toglierla, e invece c’è chi aspetta la fine di gennaio per staccare il tappeto rosso prendendo atto che la magia del Natale, chissà come, si è dissolta. Eppure, chissà come, la si era tanto aspettata.

Carla Muschio
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