La sfera magica di Weird Al Yankovic

weridalsferamagica

E se non sapete chi è Al Strambo Yankovic, ecco qua le sue versioni di Beat it di Michael Jackson, di Gangsta Paradise di Coolio, di Smells like teen spirit dei Nirvana, di Like a virgin di Madonna, di My Sharona degli Knack (qui in una primissima registrazione).

WEIRD AL YANKOVIC / EAT IT

 

WEIRD AL YANKOVIC / AMISH PARADISE

 

WEIRD AL YANKOVIC / SMELLS LIKE NIRVANA

 

WEIRD AL YANKOVIC / LIKE A SURGEON

 

WEIRD AL YANKOVIC / MY BOLOGNA

Vetrina: tango

Per i nuovi lettori: la vetrina di questa rubrica presenta le migliori risposte dei lettori sull’argomento della settimana precedente. Il mio contributo è una citazione, presa da uno dei tanti manuali di etichetta. Valuterai tu se la sentenza citata getta una luce che avvia a una soluzione o spinge invece verso un conformismo cieco.
Non è necessario partecipare ogni settimana, ma alla fine dell’anno «scolastico» i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte, come di consueto. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire. Il video è
 Tango della gelosia di Vasco Rossi, con immagini assemblate da Il mio nome).

Carla Muschio
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Lettura

Ma torniamo alla grazia: io mi sono chiesto spesso da dove viene e, lasciando perdere i fortunati che ce l’hanno di nascita, penso di aver trovato una regola generale, che si può applicare in tutti i campi della parola e delle azioni umane con maggiore efficacia di qualunque altra: evitare il più possibile le pose, girarne bene al largo, perché l’affettazione è uno scoglio contro cui è facilissimo schiantarsi. E dunque occorre mostrare in ogni cosa una certa… potrei esumare un vecchio neologismo e dire sprezzatura, o potrei usare una parola straniera e dire nonchalance, ma, se ai puristi prude, dirò invece una certa spigliatezza, che nasconda l’artificio e lasci credere che quello che si fa o si dice sia fatto o detto senza fatica e quasi senza pensarci. È da questo che viene, in gran parte, la grazia. Perché tutti sanno quanto sia difficile fare bene una cosa diversa dalla media, e vederla fare con apparente facilità genera ammirazione; al contrario, ostentare lo sforzo e, per così dire, sbattere il sudore sotto il naso della gente dà un’impressione di malagrazia veramente villana, e il risultato è che anche le opere più grandi vengono sottovalutate.

(Baldassar Castiglione, Il cortigiano,
tradotto da Carmen Covito e Aldo Busi, Rizzoli, Milano 1993, p. 72)

Vetrina

Elena Trabaudi
Il primo scoglio da superare è l’immedesimazione, perché mi riesce difficile pensare di potermi iscrivere a una scuola di ballo. Ma mai dire mai!
La seconda difficoltà è data dal quesito stesso. Sembra che il rivelare il proprio passato di ballerina classica possa far perdere gusto per il successo ottenuto alla scuola di tango. Ora, io, essendo timida, non avrei fatto sfoggio in anticipo delle mie precedenti frequentazioni; ma di fronte a chiari elogi avrei senz’altro dichiarato il motivo, dando forse all’ipotetico fidanzato una piccola delusione, ma all’amica invidiosa una gioia sfrenata!

 

Mariagrazia
Lo dica, Viola, assolutamente ed al più presto. La danza dà grazia, flessuosità e postura che non si imparano in un’ora di lezione. Sarà ugualmente la più brava. Oltretutto l’insegnante lo capirà, per cui prima che le venga  rivolta una domanda diretta… altrimenti che figuraccia!!  Mai fare finta di essere quello che  non si è.

 

Francesca Taddei
Ma che vita dura deve fare questa povera Viola, alle prese con gravissimi interrogativi tipo: «Dico che ho fatto per anni danza classica o mi tengo tutto il merito del mio facile apprendimento del tango?».
Come si direbbe dalle mie parti: «Viola, te t’ha visto un bel mondo!!». Non riesco proprio a capire come si possa dedicare del tempo e anche delle energie a dilemmi di questo genere. Devono essere persone che hanno tanto tempo libero e pochi problemi.
A me ovviamente verrebbe spontaneo parlare dei miei trascorsi; per esempio quando qualcuno in passato mi ha detto «Oh, ma guarda, scii abbastanza bene…», non ho finto di aver imparato cinque minuti prima per un’incredibile dote naturale, ma ho detto semplicemente «Eh sì, ho iniziato a cinque anni».

 

Rosa
Ma che fatica essere i primi della classe… meglio spiattellare tutto: e se la vedessero gli altri con il loro bisogno di stilare classifiche!

 

Lodovico Re
Viola trova meraviglioso questo esser prima della classe e ci sta proprio prendendo gusto!  E’ la prima volta in vita sua. A dirla tutta, Viola   –  come andasse segretamente da un amante proibito – ora prende anche  lezioni private di tango in un orario in cui tutti  la credono al lavoro!

Vetrina: udienze di conciliazioni

Per i nuovi lettori: la vetrina di questa rubrica presenta le migliori risposte dei lettori sull’argomento della settimana precedente. Il mio contributo è una citazione, presa da uno dei tanti manuali di etichetta. Valuterai tu se la sentenza citata getta una luce che avvia a una soluzione o spinge invece verso un conformismo cieco.
Non è necessario partecipare ogni settimana, ma alla fine dell’anno «scolastico» i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte, come di consueto. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire. La canzone in apertura è
 Parole d’amore scritte a macchina di Paolo Conte, e se non la conoscete ascoltatela – come se non bastasse, l’immagine è di Hugo Pratt).

Carla Muschio
Scrivimi e visita il mio sito

Lettura

Per questa udienza al Tribunale la signora dovrà vestire sobriamente; interrogata dal magistrato non dovrà inveire contro il marito, anche se ha motivo di rancore verso di lui, ma esporrà con dignità e misura le circostanze. A sua volta, il marito si comporterà nello stesso modo; e soprattutto quando tutti e due saranno davanti al magistrato, dovranno tenere un contegno corretto e improntato a serietà. Entrando nel Gabinetto del Presidente, ciascuno farà un breve inchino al magistrato; quando entrambi si troveranno presenti, scambieranno un lieve cenno di saluto, anche se non crederanno opportuno rivolgersi la parola. Dopo firmato il verbale, i coniugi potranno uscire insieme dal Gabinetto, a meno che il magistrato non trattenga l’uno o l’altra per qualche ulteriore avvertimento; nell’anticamera potranno anche stringersi la mano salutandosi, visto che ormai la loro situazione è definita.

(Vera Rossi Lodomez, Ada Salvatore, Grazie sì grazie no,
Editoriale Domus, Milano 1953, p. 177)

 

Vetrina

Luciano Madrisotti
Clara e Diego non possono non separarsi per l’assenza totale di complicità tra loro. Sono due estranei che devono subire una fastidiosa cerimonia liberatoria. Diego è infastidito dal pensiero di essere stato piantato e di non averlo fatto prima lui e per di più a causa di un ragazzetto, Clara vuole apparire vincitrice della gara magari facendosi un po’ desiderare ancora e soprattutto non volendo spargere quattro lacrime, regolamentari come gli applausi ai funerali, per non danneggiare il trucco degli occhi. Quindi si lascino, non sappiamo se con figli o meno, e appaiano al meglio: abito minimalista ed elegante lei, tipo Prada, gioiello quasi assente, spezzato non scuro e cravatta, niente casual, aria serena e un po’ scanzonata lui. Alla fine uno dei due prenda l’iniziativa per un bacio sulla guancia, lui dia un arrivederci ed accenni ad una cena prossima tutti tre, che ovviamente non si farà mai, lei gli accarezzi leggermente la guancia e liberi tutti!

 

Francesca Taddei
Si tratta di un’occasione formale e non certo gioiosa, quindi direi che la cosa migliore è essere dignitosi a tutti i livelli.
Occorre vestirsi e mostrarsi non trasandati, sia per rispetto ai presenti nel luogo pubblico (il tribunale), sia per non far credere all’ex coniuge di essersi abbrutiti dopo la separazione.
Ugualmente è meglio evitare abbigliamento troppo appariscente, o troppo seducente, per non passare come l’egocentrico/a di turno, che non perde occasione per mettersi al centro dell’attenzione.
Quanto all’atteggiamento tra i due ex, se ci si separa in modo “urbano” si potrà scambiarsi qualche battuta formale o formula di cortesia. Se invece si è reduci da aspre battaglie giudiziarie, molto meglio ignorarsi e parlare solo col proprio avvocato.
Assolutamente da evitare patetiche sceneggiate, o frecciate e recriminazioni. Si tratta solo di ratificare una cosa già avvenuta, quindi: dignità!

 

Elena Trabaudi
Sull’abbigliamento non ho dubbi: sobrio e senza eccessi. Consiglio a Diego di prepararsi con cura, per orgoglio e per far vedere a Clara quanto è fico; mentre questa dovrebbe astenersi da scollature e tacchi dodici. Il comportamento dev’essere il più tranquillo possibile, così come vanno evitate le intimità e le lacrime. E il saluto? Un ciao sorridente con stretta di mano e senza baci!

 

Filippo
Diego ha scelto, per l’occasione della causa di divorzio, un vestito che ha pensato avrebbe potuto mettersi per andare ad un colloquio di selezione del lavoro.
Clara invece, con grande sorpresa di Diego,  si è vestita tutta seduttiva, con un abito molto rivelatore. Diego pensa che Clara non capisca la situazione ma tant’è, oramai son nell’anticamera dell’ufficio del giudice.
Quando entrano, Diego è colpito dal fatto che il giovane magistrato prende da parte sua moglie e le sussurra qualcosa  coprendosi a mala pena con un faldone della pratica. Ma Diego ha sentito le parole del giudice: «Cara, non possiamo continuare a vederci così!».

 

Mariagrazia
Sono sicura che Diego vestirà in modo formale, il che lo aiuterà ad essere od apparire abbastanza distaccato da emozioni. Clara, invece, forse è più giovane e più felice, tanto che si pone l’interrogativo dell’abbigliamento. La situazione, però, è seria ed importante per cui anche lei sceglierà una mise seriosa. Per quanto riguarda il comportamento, forse un saluto accompagnato da un sorriso toglierà da ogni imbarazzo.

Classifica: i migliori 10 dischi del 2014

dischi2014

Ciancio alle bande! E quasi subito ecco la seconda classifica-sondaggio del 2014: dopo quella dedicata al cinema (qui e qui), ecco i migliori 10 dischi dell’anno appena chiuso. Una lista difficile da fare per un periodo che, in quanto a gioielli, ha ben superato l’anno precedente, contenendo alcuni tra gli album migliori di molteplici ottimi musicisti e portando a compimento discorsi estetici e stilistici di vari generi.
Descriverò i dischi genericamente puntando soprattutto sul conflitto tra generi e sulle innovazioni sperimentali, mentre mi occuperò analiticamente, traccia per traccia, solo dei dischi sul podio. Molti sono i tristi esclusi: innanzitutto il Manipulator di Ty Segall, tra i suoi migliori LP, ma anche il disturbante e potentissimo disco collaborativo tra i Sunn O))) e Scott Walker, Soused, l’ultimo disco non metal degli Opeth, Pale communion (che innova poco ma fa comunque il suo figurone), il buon ritorno di Aphex twin, Syro, il Piñata di puro hip-hop con la voce di Freddie Gibbs e i beat di Madlib, il metal strascicato, disturbante e potente degli Electric wizard con Time to die, il dream pop di Ariel Pink con Pom Pom, D’Angelo & The vanguard con Black messiah, una grande modernizzazione del funk e dell’R&B dalle molteplici influenze, i Sólfatir con il post-rock estremo di Ótta e il metal, ispirato ai Tool, che esce dalle note di Tellurian dei Soen.
(Cliccare sulle linguette per proseguire nella lettura)

10
FKA_TWIGS

LP1 – di FKA Twigs – genere: art pop
La ballerina afroamericana FKA Twigs decide di darsi alla musica e compone il disco pop dell’anno. Il pop di FKA Twigs è un pop particolare e contaminato: la sua voce in falsetto dai ritmi R&B si sposa con basi elettroniche dalle influenze varie, dall’ambient dei Boards of Canada al trip hop dei migliori Massive Attack. Il disco funziona sia quando si presenta come un semplicissimo disco pop (il singolo Two Weeks ne è l’esempio principale) sia quando va più sul minimalista. È sintetico, è hip hop, è pieno d’anima e di voglia di sperimentare, pur rimanendo pop fino al midollo. Magari è discontinuo, ma è un esordio originale e memorabile. FKA Twigs si è poi recentemente fidanzata con Robert Pattinson, consacrandolo definitivamente da vampiro luccicoso a hipster del decennio, dopo averlo sentito suonare la chitarra in Birds dei Death Grips e averlo visto negli ultimi due capolavori di David Cronenberg.

9
Benji – di Sun Kil Moon – genere: folk
BenjiMark Kozelek ha un approccio lento, riflessivo e intimo con la musica e l’ha ben dimostrato in quello che è probabilmente il miglior disco della carriera del suo progetto folk Sun Kil Moon dai tempi dell’illuminante esordio Ghosts of the great highway (2003). Anacronistico ma anche senza tempo, Benji è un disco ripetitivo, un flusso di coscienza acustico e melanconico adatto per consolare gli spiriti e fare compagnia in momenti di tristezza con la sua terrificante, angosciante, opprimente lunghezza – e questo non certo perché sia cacofonico o antimelodico, bensì perché mette a dura prova l’ascoltatore con commoventi e strazianti aneddoti famigliari e tristi elucubrazioni sulla difficoltà del «continuare a vivere». I ritmi monotoni tuttavia non annoiano in quanto fanno parte dello stesso processo contenutistico del disco. Un lavoro empatico ed essenziale per il mondo del folk contemporaneo.

8
The satanist – dei Behemoth – genere: death metal
Behemoth-The-SatanistIl disco metal dell’anno invece proviene dai polacchi Behemoth, un gruppo di metal estremo interessante per la fusione di death e black metal proseguita attraverso gli anni (precedente apice: The apostasy nel 2007) ma che solo con The satanist ha ufficialmente raggiunto un livello di maturità assoluta, con un vero e proprio piccolo capolavoro del genere. È il loro disco più intimo e accessibile, nonostante le forti influenze black metal soprattutto nei testi, intenso, maturo, arrabbiato, ma non privo di passaggi atmosferici e riflessivi, che affrontano epica e oscurità creando un manifesto di un genere (o di una nuova lettura che il gruppo dà a tale genere), una colonna sonora per la guerra interiore di Nergal, salvato miracolosamente da una gravissima leucemia pochi mesi prima di entrare nello studio di registrazione. Il satanismo potrebbe essere gratuito, la violenza eccessiva, ma il timbro prepotente di questo nuovo sforzo musicale è necessario per definire dove può andare e cosa può fare il metal estremo in un decennio in cui, con poche eccezioni (aggiungo Passion, 2011, degli Anaal Nathrakh), sembra aver raggiunto l’inutilità.

7

Flying_Lotus_-Youre_DeadYou’re dead! – di Flying Lotus – genere: elettronica
Steve Ellison, in arte Flying Lotus o FlyLo (o Captain Murphy quando rappa), pronipote di Alice e John Coltrane, è un musicista afroamericano che ha creato un proprio, personalissimo, prepotente e innovativo stile di musica elettronica, personalmente legato tranquillamente tanto all’IDM (la «musica danzerina intelligente») quanto all’hip hop e soprattutto ad una notevole e geniale vena jazz/fusion presa evidentemente dai prozii. Già Cosmogramma (2010) era un gioiello, ma pure You’re dead! non scherza, anche per le peculiari partecipazioni hip-hop, tra Kendrick Lamar nella meravigliosa Never catch me e Snoop Dogg nella buffa e grottesca Dead man’s Tetris. I brani sono molti, quasi tutti corti, ma mai noiosi. È anzi forse il suo disco più vicino al free jazz di Ornette Coleman, folle e horrorifico sin dal titolo. Da non perdere il cupo e splatter videoclip di Ready err not diretto dal grande David Firth.

6
Bestial burden – di Pharmakon – genere: noise

bestialburdenGrezzissimo, spaventoso, angosciante, repellente: tutti aggettivi adatti per descrivere il secondo disturbante disco di Pharmakon, dolce donzella che con Abandon aveva composto uno dei più interessanti dischi sperimentali del 2013 ma che con Bestial burden mette a puntino un disco che mischia il death metal alla musica industriale, il noise all’elettronica. È viscerale, primitivo, con più passaggi difficili per l’orecchio. È un disco animalesco, posseduto, satanico, misterioso e inintelligibile, distruttivo, fuori di testa. Si può continuare la lista degli aggettivi all’infinito, oppure ci si può solo dedicare all’ascolto – se si è nell’umore giusto.

5
CLPNNG – dei clipping. – genere: rap

clppngI clipping. (rigorosamente con la lettera minuscola e il punto alla fine) sono un trio di rap industriale e questo è il loro secondo disco dopo il simpatico mixtape Midcity. Considerati un po’ i Death grips dei poveri in quanto più vicini al rap classico e meno sperimentali, hanno comunque sfornato un discone di minimalismo crudo, cacofonie stridenti e vere e proprie elucubrazioni industriali. I culmini sono parecchi: la Intro è tra le cose più estreme che il rap abbia proposto negli ultimi anni (niente batteria, solo stridio auricolare e parlato a flusso forsennato sopra di esso), Body & blood è una definizione a tutto tondo delle potenzialità grezze del genere, Taking off ne è la resa minimalista, Get up un’ottima sperimentazione anche se più convenzionale da un punto di vista lirico e formale e Dominoes ha il ritornello più bello e vario dell’anno. Alcune piccole cadute stilistiche qua e là, la più eclatante è il terrificante ritornello di Tonight.

4
Ujubasajuba – dei Kairon; IRSE! – genere: post-rock

diavolobluruttoÈ difficile definire il genere del secondo album in studio dei finlandesi Kairon; IRSE!, che viaggiano tra il post-rock, lo shoegaze e il neoprogressive. Però il disco è davvero sensazionale, energico ma empatico, e il suo contenere influenze da ogni dove (My bloody valentine, Mogwai,  Talk talk) lo rende preziosissimo, ottima reinterpretazione postmoderna ma originale di un altro genere molto discusso ma poco affrontato e rinnovato. Una sorpresa gratificante, che usa svariate tecniche vocali (falsetto, sussurro, urla), molteplici strumenti (anche il sassofono!), pezzi strumentali e vocali alternati. È un vulcano di melodie progressionali, un gioiello da non dimenticare.

3
Run the jewels 2 – dei Run the jewels – genere: rap

RunTheJewelsRTJ2Al terzo posto del podio, il miglior disco rap dell’anno, una vera meraviglia del genere, probabilmente già superiore a tutti i dischi del 2013. El-P (dei Company flow) è uno dei più grandi produttori hip hop della storia e un ottimo MC mentre Killer Mike, allievo di Big Boi degli OutKast, è tra i più interessanti nomi nella scena rap odierna. Il duo da loro composto ha creato un disco omonimo molto potente nel 2013, ma nel 2014, con il suo seguito, l’ha superato in tutto: prepotenza dei «beat», raffinatezza e brutalità delle basi strumentali, alchimia tra Killer Mike ed El-P, efficacia delle collaborazioni. I Run the jewels si riconfermano i migliori nel campo di un rap lento ma ben ritmato la cui produzione è variegata e astratta, prendendo tanto dall’elettronica più hardcore quanto da un rock più melodico e raffinato («Run the jewels is murder, mayhem, melodic music» dice Killer Mike in Blockbuster night, pt.1).
Il disco inizia con Jeopardy, il brano più lento, dunque adatto per introdurre con un annichilente crescendo i toni del disco, nonostante un testo un po’ troppo tradizionale per il genere (in cui semplicemente Killer Mike ed El-P dicono di essere i migliori nel mestiere – circa). La seguente traccia, il singolo Oh my darling don’t cry, mostra nuovamente come l’hip hop stia notando sempre di più le influenze dei Death grips anche in ambito pop-commerciale, come aveva già dimostrato ampliamente Kanye West con Yeezus (2013). Blockbuster night, pt.1 è il brano da macchina del disco, un vero spaccatutto adatto per chi ama l’idea di morire in autostrada, e così vale per Close your eyes (and count to fuck) in cui la collaborazione di Zack De La Rocha dei Rage against the machine è usata in maniera originalissima: non solo canta il ritornello e un’intera strofa, ma la sua voce è integrata nello stesso beat. All my life è il brano meno bello del disco ma ha comunque un beat memorabile, e Lie, cheat, steal (come molte tracce prima ma anche più di esse) mostra una melodia elettronica che viene dissezionata e ripetuta fino alla nausea ma da tipi di tastiera diversi fino a dare più volte la stessa idea e lo stesso ritmo con più timbri, più sensazioni, più grezzaggini – il tutto per fluire in Early, che ha il testo più narrativo, interessante e anarchico del disco (una denuncia commovente e straziante agli atti di violenza commessi dalla polizia a New York), condito da un beat intenso e da un emozionante ritornello, cantato da un certo sconosciuto BOOTS. La seguente All due respect contiene un ottimo uso della batteria da parte di Travis Baker dei Blink 182 e fluisce perfettamente in Love again, destrutturazione della «solita canzone volgare hip hop» sulle ragazze dal sedere grosso nel ghetto afroamericano, ponendo una narrazione in cui Killer Mike dedica un verso sessista ad una donna, El-P pure e la cattivissima Gangsta Boo contrattacca con i denti cambiando tutto e imponendosi sui due rapper. Crown è il brano più commovente e umano del disco, e Angel duster la sua perfetta conclusione, forse il brano migliore in assoluto, una canzone che riassume tutti i pregi dei Run the jewels e martella con ritmi e testi intensi una base potentissima.

2
The powers that B, pt.1: niggas on the moon – dei Death Grips – genere: ???

deathgripsI Death Grips sono una band di cui non si può parlare senza fare un breve riassunto della loro folle, movimentata storia: hanno cominciato la discografia nel 2011 mettendo su internet il mixtape Exmilitary, un disco di hip hop non convenzionale, punk e anarchico nello spirito, con campionamenti tra i più disparati (Jane’s Addiction, Pink Floyd, monologhi di Charles Manson) e con un cantante animalesco che scrive testi ostici e crudi, Stefan Burnett aka MC Ride; nel 2012 hanno fatto uscire due album, prima, sotto la Epic Records, il mastodontico, arrabbiatissimo e folle The money store, tra i dischi più influenti della prima metà di questa decade, e poi, online con come copertina il pene del batterista Zach Hill per mandare a quel paese il contratto con la Epic Records, NO LOVE DEEP WEB che riprende l’uso estremo delle basi elettroniche del disco precedente ma le rende ancora più cupo e viscerale; il 2013 ha visto l’uscita (sempre online) di Government Plates, un disco più elettronico, sperimentale e strascicato, con un utilizzo meno esteso della voce di MC Ride. Tutto sommato hanno creato uno stile incredibile che passa dal cacofonico al ritmato, dal (punk) rock al rap, dal noise al metal, dall’industrial all’elettronica discotecara, sprigionando una forza sperimentale e primitiva originalissima la cui brutalità e la cui vena estetica hanno già cominciato, in maniera minimale, a produrre adepti, da Kanye West ai Run the Jewels, da Bug a Billy Woods. E la prima parte di The powers that B (la seconda, Jenny Death, dovrebbe uscire il 10 febbraio), con la quale avevano detto su face book di aver concluso la propria carriera anche se probabilmente ci stanno prendendo in giro come hanno già fatto molte volte, è il loro disco migliore: il più estremo, il più folle, il più colmo di disagio e carica sperimentale, il più uniforme e ripetitivo nel contempo. E il colpo di scena è che in tutte e 8 le canzoni del disco è presente un campionamento vocale di Björk ripetuto fino alla nausea.
Il disco comincia con Up my sleeves, una canzone space rock dai toni psichedelici in cui l’intrinsecarsi delle linee vocali di MC Ride e di Björk è fuso talmente bene da dare un’idea intermedia tra quella di una canzone degli Hawkwind e quella di una canzone dei Big Black, anche se con quella base elettronica stridente e distruttiva che scozza con il rock dei due gruppi citati. Billy not really è una tradizionale canzone dei Death Grips di The Money Store, per ritmo e rime, ma riprende il tipo di produzione della traccia precedente e ne esaspera le distorsioni e gli intermezzi, oltre che i cambi strumentali schizzati. Black Quaterback è il pugno nello stomaco del disco (non la canzone più pesante, solo quella più immediata) e comincia subito urlata e cacofonica come ci si aspetterebbe da un pezzo da NO LOVE DEEP WEB, con un testo misterioso che forse è una critica all’uso delle basi elettroniche in Yeezus di Kanye West, che potrebbe aver “copiato” e/o “commercializzato” le sonorità del gruppo, in particolare nel singolo Black Skinhead (somiglianze nel titolo…). Say Hey Kid forse è l’apice del disco (e quindi di una discografia), con quella batteria tremenda e schizofrenica, quegli sperimentalismi vocali minimalisti che vanno dal sussurrato all’urlato e quei momenti in cui lo strascicarsi delle basi elettroniche è talmente estremo da ricordare, ancora e sempre, il noise e i riff distorti dei Big Black. Have a sad cum baby, con il suo titolo provocatorio, è il brano “più Government Plates” del disco, un continuo campionamento della voce di MC Ride, il cui timbro viene alzato o abbassato fino all’inverosimile a più riprese, creando effettacci cacofonici e subliminalismi estremi che scozzano in maniera paradossale e assurda con un ritornello melodico ma anche con i campionamenti di Björk. Fuck me out ha un ritornello tremendo e distruttivo e vari intermezzi strumentali dalla cattiveria ripetitiva impareggiabile, come pure Voila che però è più matura, soddisfacente, horrorifica, nobile, innovativa, crudele. Il disco si conclude con Big Dipper, che un mio amico definirebbe “la Sister Ray dei Death Grips”, che comincia con il ripetersi ossessivo dello stesso giro di note elettroniche in crescendo, per poi darsi negli ultimi due minuti ad un delirio paranoico e malato che supera anche le due tracce precedenti, per la resa cacofonica e oscura dell’uso della voce di Björk. Insomma, siamo nel territorio del capolavoro assoluto – e non si può non attendere col cuore in mano Jenny Death, sperando che la traccia lasciata dal singolo Inanimate Sensation (che è sensazionale) non sia un fantasma irraggiungibile.

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To be kind – degli Swans – genere: rock

swansSe c’è una banda che potrebbe levare ai Death grips il titolo di miglior gruppo rock in attività sono gli Swans. Meno uniformi (hanno fatto uscire dieci dischi di qualità variabile tra il 1983 e il 1996, tornando nel 2010 con il loro disco peggiore, My father will guide me up a rope to the sky, e poi sfornando nel 2012 il meraviglioso The seer, senza dubbio tra i loro dischi più complicati, e raddoppiando il successo appunto con To be kind che è proprio il loro apice), meno innovativi, meno sperimentali, ma altrettanto potenti, quando ne hanno le forze. Citando i loro dischi migliori, si può pensare alla cattiveria post-punk di Filth (1983), ai goticismi industriali di Children of God (1987) e al rock atmosferico vicino all’ambient di Soundtracks for the blind (1996), tutti e tre dischi dalle sonorità molto diverse ma comunque accomunati dalla mente e dalla capacità compositiva e lirica del grande Michael Gira, che ci mette del suo riuscendo a uniformare sotto lo stesso nome, lo stesso marchio e lo stesso mondo tutto l’insieme. The seer era innovativo perché era più progressivo, le ripetizioni più che cacofoniche erano riflessioni ossessive, le melodie non mancavano, l’intensità era più epica che cruda, il minimalismo astratto non mancava ma lasciava comunque tante porte aperte, tante domande senza risposta, come anche i testi, portando lo stile del gruppo ad un livello ancora superiore. To be kind è sulla stessa scia, ma ha qualcosa di più.
Il disco comincia con Screen shot, un brano che ripete una melodia ipnotica ed enigmatica con vari strumenti e una struttura progressionale che fa crescere sempre più d’enfasi timbrica l’espressività delle note e del testo, minimale e semplice, testo ossessionato sulla ripetizione di nomi e aggettivi legati all’ansia e alla violenza ma anche ai bisogni viscerali degli uomini, scoppiando alla fine in un urlo che invoca l’amore, uno dei temi sostanziali del disco. Just a little boy, canzone dedicata al musicista blues afroamericano Chester Burnett noto in arte come Howlin’ Wolf, è un brano atmosferico, lungo senza essere prolisso, una riflessione misteriosa e allucinogena, lenta. A little God in my hands è tra i brani più riusciti in assoluto del disco e della carriera degli Swans, un concentrato di blues onirico, da incubo, in cui Michael Gira canta con una voce da antagonista dei Looney Toons mentre le trombe danno al tutto un’enfasi cupissima e suggestiva. Segue la suite composta da Bring the Sun Toussaint l’ouverture, un brano estremo, della durata di mezz’ora, il cui testo è composto essenzialmente solo dai titoli delle due parti della suite, con in aggiunta LibertéEgalité, Fraternité e alcune parole in spagnolo che si riferiscono alla sfera semantica della religione. Il brano comincia con la ripetizione ostentata dello stesso accordo di chitarra per tre minuti scarsi per poi diventare sempre più ipnotico, psichedelico, estremo. Some things we do, con i suoi 5 minuti, è il brano più corto del disco e ha la funzione di intermezzo minimale e sottotono tra le due sezioni esplosive di To be kind: la canzone mantiene i toni e i timbri sempre più bassi, come una novella Set the controls for the heart of the Sun, e come in Screen shot ripete sempre le stesse parole, in questo caso verbi sulle azioni della vita quotidiana preceduti da una prima persona plurale. Il disco riparte forte con She loves us e i suoi deliri religiosi, le sue ripetizioni, componendo una traccia di 20 minuti in cui strumenti a fiato ed elettrizzanti effetti ambient crescono sempre di più, insieme alla voce di Gira, in maniera sempre progressionale, psichedelica, evocativa. Kirsten Supine, dedicata a Kirsten Dunst e in particolare al suo ruolo in Melancholia (2011) di Lars Von Trier, ha un testo molto ostico e deprimente e risulta il brano più gotico del disco, quello più vicino ai tempi di Children of GodOxygen sarebbe il singolo di punta del disco ma ovviamente non è un brano commerciale, è anzi un ansiogeno, ossessivo e paranoico ripetersi dello stesso riff per 8 minuti, in continuo crescendo d’angoscia, che dà l’idea proprio dell’assenza di ossigeno, dell’impossibilità di respirare, dell’attacco d’asma, del nevrotismo caratteristico del kingcrimsoniano «uomo schizofrenico del XXI secolo». È il brano più metal e cacofonico del disco, ma ha comunque un fascino sperimentale che lo rende più orecchiabile di quasi tutte le altre canzoni. Nathalie Neal è un’altra progressiva variazione sul tema, che lavora metanarrativamente («Love is strong, hate is gone, live forever in this song, Natalie», quasi come una canzone romantica sull’idea stessa di fare canzoni romantiche) e spiritualmente sulle stesse atmosfere di Just a little boy ma con qualche cupezza drastica di più. Il disco si conclude con la traccia titolare To be kind, il brano più melodico e accessibile del disco, anch’esso dal testo ostico, dalle atmosfere lente e spaziali ma dalla conclusione roboante, caotica, imponente, in crescendo.
To be kind è il miglior disco dell’anno e degli Swans e di tante altre categorie principalmente perché afferma, conferma, definisce un nuovo tipo di rock sperimentale che, come quello dei Death Grips, è tanti anni nel futuro, pur ripescando dal passato: To be kind è la risposta del 2014 alle psichedelie dei Pink Floyd della seconda metà degli anni ’60. Ed è una risposta monolitica destinata a rimanere.

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Vetrina: archeologhi conservatori


Per i nuovi lettori: la vetrina di questa rubrica presenta le migliori risposte dei lettori sull’argomento della settimana precedente. Il mio contributo è una citazione, presa da uno dei tanti manuali di etichetta. Valuterai tu se la sentenza citata getta una luce che avvia a una soluzione o spinge invece verso un conformismo cieco.
Non è necessario partecipare ogni settimana, ma alla fine dell’anno «scolastico» i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte, come di consueto. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire. La canzone è
 Archaeologists dei canadesi Wintersleep).

Carla Muschio
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Lettura

Ricevere favori non dispiacerà di certo al cortigiano, ma non deve sopravvalutarli tanto da non poter fingere di saperne anche fare a meno; e quando ne riceverà non dovrà dire che si stupisce di essere stato prescelto e non si mostrerà nuovo a simili cose, anzi; e non gli verrà in mente di rifiutare, come fanno certi che per pura e semplice mancanza di garbo non osano accettare alcun favore e così lasciano capire a tutto il pubblico che sanno bene di non meritarselo. È vero però che bisogna avere sempre un atteggiamento più dimesso di quel che la nostra posizione gerarchica autorizzerebbe, e non precipitarsi a accettare senza cerimonie tutti i favori e gli onori che ci vengono offerti: bisogna respingerli con modestia, dimostrando di apprezzarne tutto il valore, ma in modo tale da non togliere a chi li offre la bella occasione di dover insistere, perché quanta più resistenza formale si oppone in questo tipo di accettazione, tanto più l’offerente si sente rispettato, e lo stesso favore che concede gli sembra tanto più grande quanto più la persona che lo riceve mostra di apprezzarlo e di ritenersi onorato. Questi sono i favori veri, i più solidi, quelli che fanno salire nella stima di chi, dall’esterno, ci vede riceverli: dato che non sono favori elemosinati, tuti pensano che siano veramente meritati. E tanto più quando li accettiamo con umiltà.

(Baldassar Castiglione, Il cortigiano,
tradotto da Carmen Covito e Aldo Busi, Rizzoli, Milano 1993, p. 158)

Vetrina

Francesca Taddei
Visto che si tratta di un mondo dal quale ho notizie «dal di dentro», posso affermare che in realtà non ci sarà alcun problema di coscienza. Il fatto che Sergio lavori per la soprintendenza da poco dopo la laurea e soprattutto che venga proposto come responsabile della nuova sezione, si spiega in un solo modo: è figlio, o parente, o amico, o amante, di qualcuno molto influente.
Una persona normale, senza spinte, non riuscirebbe neanche a entrare in quel mondo: al massimo potrebbe ottenere qualche collaborazione e, se molto capace, la si utilizzerebbe per fare ricerche e lavori su cui poi altri metteranno il loro nome e dei quali si prenderanno il merito. Figuriamoci poi se affiderebbero a tale persona un ruolo di rilievo. Quello è riservato ai soliti 3-4 nomi e al loro stretto entourage.
Dunque se Sergio è lì, saprà anche bene perché. E non sarà certo impreparato di fronte alla proposta. Saprà quindi perfettamente che quella carica rientra in uno scambio di favori reciproci tra uno stretto giro di persone: io assumo tuo figlio, tu nomini mia nipote, tutti insieme ci infiliamo in un CdA… Normale amministrazione, dunque.
Quanto ad Anita, anche lei se è lì avrà i suoi santi in paradiso. Se ritiene di avere lo stesso potere di Sergio (perché di questo si tratta, non di competenza), potrà lamentarsi coi suddetti santi.
Quindi, senza fare il finto sorpreso, è bene che Sergio accetti quella nomina e si bei nel constatare che fa davvero parte del giro giusto.

 

Elena Trabaudi
Lo ammetto, manco di diplomazia nella maniera più assoluta; per sovrappiù tendo a intimidirmi di fronte a una persona decisa, quindi non sarei in grado di svolgere il compito che viene proposto, cioè ottenere l’incarico di prestigio senza scontentare nessuno e senza caricarmi sulle spalle alcun obbligo morale.
Ma se Sergio ha avuto un posto alla Soprintendenza appena laureato, una vocina mi dice che avesse dei buoni appoggi. Quindi, al limite, sposterà un certo debito di favori dal precedente protettore al direttore del Museo. Per quel che riguarda Anita, è inutile che le dica quanto dolore ha provato nell’accettare un posto che lei meriterebbe al pari di lui: lo odierà comunque.
Ma per posti così ambìti, perché non fare un bel concorso-farsa, attività in cui siamo maestri?

 

Filippo
Sergio lo sa che – al di là della sua specifica situazione – è difficile in generale nella vita essere felici senza sentirsi in colpa.
Pensa che tutto sommato anche il suo direttore probabilmente si dovrà un po’ sentire in colpa per Anita.
Sergio accetta il posto e poi invita per un caffè il direttore ed anche Anita. Il veleno nel caffè tolse di mezzo tutti i problemi… Sergio alla cerimonia in cui veniva nominato nuovo Direttore ancora una volta si ripeteva: «colpa più, colpa meno…».

 

Luciano Madrisotti
Sergio, pur bravo archeologo, appare figura ben modesta se si fa prendere da tali scrupoli, specialmente in quest’epoca così competitiva, ma forse è solo insicuro e un po’ ipocrita. Verso la collega Anita non ha alcun obbligo: se è solo un amico potrà riferirle quanto il direttore gli ha proposto e chiederle anche consiglio; se ha un rapporto più stretto le parlerà a cuore aperto; se ha qualche diffidenza ritenendola forse vendicativa non le dirà proprio niente fino a cose fatte. Del resto l’incarico è per una persona soltanto ed è toccato a lui, se fosse accaduto l’inverso avrebbe forse tramato contro la collega a lui preferita? Non ci è dato saperlo. Quanto ai timori per chissà quali pretese del direttore, potrebbero queste essere tali ed irriferibili da dissuadere anche le più volonterose stelline televisive vogliose di emergere, ma non abbiamo elementi in tal senso, o solo richieste attinenti al nuovo incarico, che dovrebbero essere esaudite senza esitazioni. Se poi dovesse essergli chiesto di sottrarre una statuetta etrusca, registri la pretesa e vada subito dai carabinieri. Ma il soggetto è solo tremebondo e va rassicurato: dica al direttore che accetta con gratitudine ma sente un certo imbarazzo verso la collega. Gli verrà motivato perché la scelta è caduta su di lui e magari anche altro riguardante Anita. Poi ad incarico ottenuto parli subito con lei e le dica tutto quanto è possibile che non la ferisca. Anita capirà nella misura in cui è capace e se ne farà una ragione o gli toglierà il saluto o chiederà il trasferimento.

Vetrina: forchette cadute

Per i nuovi lettori: la vetrina di questa rubrica presenta le migliori risposte dei lettori sull’argomento della settimana precedente. Il mio contributo è una citazione, presa da uno dei tanti manuali di etichetta. Valuterai tu se la sentenza citata getta una luce che avvia a una soluzione o spinge invece verso un conformismo cieco.
Non è necessario partecipare ogni settimana, ma alla fine dell’anno «scolastico» i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte, come di consueto. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire. Nel video, i finnici Fork in 
Highway to Hell degli Ac/dc, dallo spettacolo ElectroVocal Circus).

Carla Muschio
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Lettura

In nessun caso, la persona invitata si rivolge al cameriere per chiedere del pane, del sale, del vino, o qualsiasi altra cosa. Questo comportamento è ammesso solo al ristorante. Naturalmente se il cameriere si è dimenticato di darle la forchetta, cercherà di fargli un cenno senza dare troppo nell’occhio.

(Colette Rosselli, Il nuovo Saper Vivere di Donna Letizia,
Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1990, p. 73)

Vetrina

Elena Trabaudi
Per prima cosa, bisognerebbe sapere se gli zii del fidanzato hanno un cameriere alle loro dipendenze o se è stato «noleggiato» per l’occasione, insieme al catering. Nel primo caso, capisco di più l’imbarazzo di Loretta, la quale, trovandosi in una casa di tono molto alto, può anche porsi qualche lancinante interrogativo. Se invece si tratta di un festeggiamento di persone di livello medio, Loretta può senz’altro rilassarsi. In ogni caso farà sapere a qualcuno vicino, se non direttamente al cameriere, che le è caduta la forchetta; gliene verrà prontamente recapitata una nuova.

 

Luciano Madrisotti
Ad un pranzo placè e servito i commensali non devono fare nulla, tanto meno se di genere femminile.  La forchetta caduta non va certo recuperata da Loretta che può scegliere alcune vie per risolvere l’innocente ed incolpevole problema:  chiederà al giovane vicino di aiutarla recuperando la posata e chiamando con discrezione il cameriere che non si è accorto dell’incidente. Il giovane dovrebbe capire e risolvere. Altrimenti Loretta può usare la forchetta da dessert, se c’è, e quando il cameriere passerà a sostituire i piatti lo avvertirà sommessamente. Ovvero potrà con eleganza ed un sorriso, ma ci vuole molto stile e le posate devono essere sicuramente d’argento, avvisare la zia del fidanzato che non pensi ad un furto con destrezza e che non intendeva sottrarre una forchetta in quanto ecc. Certo questa soluzione vorrebbe commensali preferibilmente giovani ed informali.

 

Francesca Taddei
Se Loretta non vuole farsi notare da nessuno, può solo starsene ferma e buona e sperare disperatamente che il cameriere si accorga della forchetta caduta e gliene porga una pulita. In effetti le cose dovrebbero andare così, ma può darsi che sia distratto e non se ne accorga.
Che fare, dunque? La cosa più importante secondo me è muoversi nel modo più disinvolto possibile, per non sottolineare con inutili imbarazzi questo piccolo incidente.
Quindi con naturalezza esclamare una frase retrò, tipo «Oh, che sbadata che sono!», rivolgendo uno sguardo all’oggetto in terra. Immancabilmente qualcuno verrà in soccorso della povera fanciulla deforchettata: o il cameriere direttamente, oppure la padrona di casa, che richiamerà l’attenzione della servitù.
Siamo comunque certi che in futuro, in caso di un nuovo invito, Loretta si presenterà con un intero set di posate d’emergenza, da nascondere dentro, maniche, risvolti del vestito ecc…, per servirsene in caso di necessità.

 

Lodovico Re
Sarà stata l’atmosfera ammuffita dell’invito formale, ma a Loretta viene in mente Mr Bean e i suoi modi, come dire, antisociali. E’ il momento di far qualcosa come il suo eroe del cinema.  Con nonchalance lascia cadere il suo tovagliolo sulla forchetta del vicino di posto, tutto compreso in una peraltro stucchevole conversazione sulle assicurazioni sulla vita con il capotavola. Et voilà, è un attimo. Loretta ritira il tovagliolo e….la forchetta sottostante. «Buon appetito!», esclama a voce alta con soddisfazione, infilzando lo squisitissimo saltimbocca.

 

Mariagrazia
Immagino il disagio di Loretta ed il dubbio sul comportamento da assumere. Penso, però, che trattandosi di un pranzo formale, avrà a disposizione di fianco al proprio piatto altre due forchette, per cui consiglierei di fare finta di niente, ed usare un’altra forchetta. Si farà sostituire quella caduta al prossimo passaggio del cameriere senza che alcuno se ne accorga.

Vetrina: molliche di pane

Buon anno e ben ritrovati.
Per i nuovi lettori: la vetrina di questa rubrica presenta le migliori risposte dei lettori sull’argomento della settimana precedente. Il mio contributo è una citazione, presa da uno dei tanti manuali di etichetta. Valuterai tu se la sentenza citata getta una luce che avvia a una soluzione o spinge invece verso un conformismo cieco.
Non è necessario partecipare ogni settimana, ma alla fine dell’anno «scolastico» i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte, come di consueto. Quindi, scrivetemi!
(Cliccate sulle linguette delle schede per proseguire. La canzone in apertura è Sing dei Travis, e se date un’occhiata al video capite perché si trova qui).

Carla Muschio
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Lettura

Non si sbriciola il pane sulla tovaglia, non si gioca con la mollica, non si riduce il proprio posto come il piancito di un pollaio. Se, per qualche ragione, non si desidera mangiare la mollica, la si toglie pulitamente mettendola da parte. Mai nel piatto in cui si mangia.

(Colette Rosselli, Il nuovo Saper Vivere di Donna Letizia,
Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1990, p. 88)

Vetrina

Luciano Madrisotti
Chi scrive ha una certa tendenza manipolatoria inconsapevole con presumibile scopo di rilassamento e capisce questi gesti automatici. In Asia vi sono vari strumenti atti allo scopo come una specie di rosario islamico da sgranare sempre, ma nel caso siamo a tavola in Occidente e i commensali seppur amici stretti sono tenuti a corrispondere tra loro senza distrarsi con tecniche esotiche, altrimenti se ne stavano a casa. Certo Diego va aiutato comprendendo la sua noia e lo sfogo automatico che si è creato. Se nessuno ci pensa o se ne è accorto, lo faccia Luigi, magari suggerendogli a parte di inghiottire la mollica, visto che ha ancora appetito! Ma se la cosa non disturba nessuno e Luigi la trova meritevole di imitazione, ingaggi una battaglia a palline magari proclamando che è caccia grossa ispirata dalla narrazione delle avventure in savana e Diego non si sentirà minimamente imbarazzato.

 

Elena Trabaudi
A quel punto la moglie di Luigi lo imita e prepara un set di palline di grandezza decrescente e, usando la forchetta a mo’ di catapulta, comincia a tempestare allegramente la dirimpettaia, moglie di Diego. E questa, ovviamente, si arma a sua volta di palline e imita la prima. Nella fitta sassaiola, il padrone di casa continuerebbe imperterrito il suo monologo se la moglie non gli tirasse addosso con un sorriso un’intera michetta.

 

Mariagrazia
Caro Diego , come ti comprendo ! Certo che non si fa, che non è educato, ma è anche vero che capita di essere assalito dalla noia per una compagnia non omogenea o per un commensale logorroico ed allora… Tanto è vero che Luigi, come te, ha ricordato il vecchio antidoto, la pallina di mollica di pane, che oltre tutto, in barba alle mani appena lavate per andare a tavola, diventava subito scuretta !! Che spontaneità tornare inconsapevolmente agli anni verdi !

 

Francesca Taddei
Luigi e Diego iniziano a ridere e a lanciarsi le molliche di pane; il padrone di casa interrompe il monologo e a sua volta si mette a produrre palline; le mogli fanno altrettanto. Un po’ di sana allegria infantile invade la piccola compagnia.
Direi che tra amici si può tranquillamente dimenticare il galateo e ogni tanto anche regredire all’infanzia!

 

Lodovico Re
Nel momento in cui la pallina di mollica va a segno, il figlio  adolescente dei padroni di casa – che sta guardando del calcio in televisione – esulta: ha segnato la Roma all’ultimo minuto. La scena della mollica viene notata da tutti. All’unisono la tavolata si alza in una  entusiastica ed affascinante Ola!

 

Frankie Hi-nrg Mc / Quelli che benpensano

Una delle migliori canzoni di sempre, sicuramente la migliore nel ritrarre la figura dell’arrampicatore sociale che benpensa e malfà (sempre di predicatori e razzolatori si tratta). All’epoca, nel 1997, la figura era incarnata dal cosiddetto yuppie, una parola del Menga (regno riccamente abitato da persone, idee, parole, artistate) che identificava i giovani rampanti. Per fortuna la parola è caduta nell’oblio, per sfortuna il modo di fare di queste persone no.
Il riferimento alla zingara e alla luna nera è dovuto a un popolare gioco televisivo, in cui una finta zingara girava al partecipante una sorta di tarocchi: se azzeccavi una combinazione di carte ti portavi a casa i soldi, se ti usciva la luna nera era finita, nisba grana, ciao. Era anche l’epoca in cui si sentiva dire che bisognava «dar fuoco agli zingari» da parte dei benpensanti malfattori.
Quante cose son cambiate, eh! La miseria nel cuore, proprio (miseria in ogni senso, proprio in ogni).
Il ritornello lo canta Riccardo Sinigallia, in taxi assieme a Ice One, produttore del disco, e al regista del video, Francesco Di Gesù: cioè lo stesso Frankie.
E bravo, bravo.