Scollature persiane e statuaria cubista

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Per chi non frequenta troppo i socialini, #escile è la richiesta di mostrare le mammelle con cui vengono accolti a volte gli autoscatti femminili da burloni e deficienti (le due cose non per forza si escludono, ma a volte capita); mentre l’immagine riguarda le statue coperte da qualche solerte [inserire insulto a piacere] in occasione della visita del primo ministro iraniano Hassan Rouhani (nessuno lo aveva chiesto, manco Rouhani, che se viene in Italia sa cosa aspettarsi. Altrimenti lo ricevi al Colosseo e siamo a posto).
La rozzezza di pensiero è la stessa, ma senza nemmeno il lontanissimo manto della vertigine erotica.
E il riassunto della situazione di questa immagine è perfetto: plauso all’autore.
(Via Nipresa).

Ervin Herve-Loranth / Comparsa

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Un’opera dello scultore ungherese Ervin Herve-Loranth intitolata Feltépve, traducibile come Comparsa (nel senso di qualcosa che spunta fuori dal nulla), in cui un gigante petroso pare, appunto, spuntare fuori dal nulla sollevando una coperta erbosa. Inizialmente collocata in Ungheria, l’opera si trova adesso a Ulm, in Germania.
Nipresa, sul cui sito ho trovato la sequenza, ha la glossa perfetta: «Ancora cinque minuti».

La machine

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Al confine tra arte e tecnologia si situa il lavoro di La machine, un collettivo di artisti, progettisti, artigiani, tecnici e ingegneri fondato all’inizio degli anni 1990. Nel corso degli anni La machine ha creato macchine (eh be’) teatrali, installazioni permamenti e ha anche prodotto in proprio alcuni spettacoli teatrali.
manifesto_lamachineAttualmente la base del collettivo è duplice: Tournefeuille, nei pressi di Tolosa, e Nantes. Il collega- mento al loro sito rimanda a un indi- rizzo marcato Regno Unito: visto che fa riferimento a Liver- pool 2008 in prima pagina mi sa ch’è canuto. N’importa. Anzi, vinco la pigrizia: fammelo ricercare un po’… ecco qui, il sito giusto (con una bella galleria dei machi- nosi lavori, un po’ lenta da navigare ahinoi).
Nei video sotto, alcuni dei loro allestimenti: la galleria delle macchine a Nantes, un elefante per le vie di Londra nel 2006, un ragnone che cammina per Liverpool nell’anno in cui la città dei Beatles fu capitale della cultura (2008) e la bambinona.
Chiunque ami il vaporpanque (o steampunk) adorerà tutto ciò, gli altri spero pure. Io adoro, comunque.

 

LA GALLERIA DELLE MACCHINE

 

ELEFANTE

 

RAGNONE

 

BAMBINONA

Marco Cianfanelli / Rilascio (monumento a Nelson Mandela)

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50 anni dopo l’imprigionamento di Nelson Mandela, avvenuto nel 1962 e durato 27 anni, il sudafricano Marco Cianfanelli (che qualche parentuccio da noi lo deve avere) ha costruito il monumento che vedete qui per celebrare la ricorrenza: 50 colonne alte fino a 9 metri, collocate nel luogo della cattura di Mandela, Howick.
Lasciando la parola a Cianfanelli: «Le 50 colonne rappresentano i 50 anni passati dalla sua cattura, ma suggeriscono anche l’idea di molti che vanno a comporre un insieme; della solidarietà. Indica l’ironia secondo cui l’atto politico dell’incarcerazione di Mandela cementò il suo stato di icona della battaglia [per la fine della segregazione razziale e per i diritti civili], alimentando la resistenza e la solidarietà e finendo per portare nel paese la democrazia e il cambiamento politico».
Personalmente, in un’opera a valore tanto simbolico mi funziona poco che il volto di Mandela si veda solo da lontano, come se da vicino non lo vedesse (avesse visto) nessuno; ma probabilmente anche qui può ravvisarsi un simbolismo: vedevano le cose a seconda del colore della pelle di chi guardava e certo, tra i bianchi, chi era orbo era un signore.
Forse a me torna poco perché penso a un’altra distanza, extranazionale rispetto al Sudafrica: e il mondo tanto amico della democrazia al punto da imporla con la forza in questo caso dov’era? Sempre in bagno?
Ci son cantanti che han fatto più di tanti governi. Bravi a loro e vergogna per gli altri (compresi i nostri governi di quegli anni).

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(Via Design boom).

Mario Irarrázabal

Mario Irarrázabal è uno scultore cileno nato nel 1940, che attraverso una strada tutta sua (filosofia negli Usa, teologia a Roma e infin scultura in Germania, mentore Otto Waldemar) è giunto all’arte. Grazie a materiali come bronzo, alluminio, pietra e legno, lo scultore «comunica sus ideas en torno a una temática cristiana- humanística, de marcada tendencia social», come dice il Portal del arte cileno; e qui potete trovare maggiori informazioni e una galleria di immagini delle sue opere, che personalmente trovo parecchio silenti (inteso: non mi dicono granché; e la pietra in tal senso non può essere muta). E questo è Irarrázabal.
Il deserto di Atacama è il più arido del pianeta e si trova in Cile, terra lunga e di grandi contrasti climatici (anche).
Codesta pubblicata sopra e sotto è la Mano del deserto di Irarrázabal e si trova, infatti, nel deserto di Atacama, appunto; e mentre lo scultore voleva enfatizzare la vulnerabilità dell’uomo, c’è chi vi ha visto, invece, un messaggio di speranza, del tipo «anche nel deserto più secco del mondo c’è sempre qualcuno che ti dà una mano»; e già che c’è evidentemente te ne passa uno rollato bene. Invece, mentre, appunto e infatti.
L’idea originale di questo monumento nasce in un diverso mare, acquatico: Punta del Este, una cittadina vacanziera uruguagia, e il suo nome dice cosa significhi: Monumento all’affogato. Parere personalissimo, ma una mano che si staglia così, come il massiccio montuoso australiano di Uluru, all’improvviso, sorgendo da un mare di solo sabbia, fa una impressione enorme. Ed è enorme! Le dimensioni contano. Bella, bravo.
(Via The environmental graffiti).

Carol Feuerman

Chiacchiere sull’autrice e le immagini vengono da qui, l’iperrealismo, la crisi provocata nell’arte figurativa dalla fotografia, la pace tra rappresentazione e arte dopo gli eccessi dell’astrattismo, e però Madame Tussaud, e però le statue classiche erano colorate e però e poroppoppò.
Ah, e anche Jamie Salmon qui e Omar Ortiz qui.
Comunque il giardiniere non è che mi garbi poi tanto mentre quelle foto, no, volevo scrivere: statue, statue in cui uno o una si ferma ad assaporare un momento son venute meglio, e comunque il casino è sempre nei visi e certo la cosa delle goccioline d’acqua aiuta a far sembrare tutto più vero e a spiegare la patina magari troppo lucida (codesta dell’acqua è una genialata). La bimba della seconda galleria è uno spettacolo, bada come è contenta: gioia pura, calore allegro. E l’ultimissima, il nuotatore: meno iperrealistica, più bombastica.
Il tutto ripreso via The amusing planet, primo dove ho letto la notizia di.
Questo stile di scrittura è un po’ idiota ma permette di andare veloci veloci e alle volte il tempo è poino e quindi perdonate l’urdire.

 

Prima galleria

Seconda galleria

Statuaria: Yong Ho Ji

Prima la fotografia ha messo in crisi il figurativismo in arte (impressionismo, espressionismo, cubismo e via ismando), poi dall’astratto si è in parte ritornati al figurativismo, o almeno lo si è potuto fare senza sentirsi fuori del tempo.
(Digressione: il figurativo ha di buono che di norma per spiccare una qualche abilità la devi possedere, l’astratto è spesso un lasciapassare per i cialtroni. Poi, è ovvio che -come direbbe lo sperminatore di fintanzate- capre abbondano in entrambi i casi, e ci sono artisti astratti stellari e artisti figurativi stallari. Per dire, prendiamo Fontana, uno che dipinger sapeva: il primo taglio nella tela fu arte, quasi tutti gli altri astuta spazzatura. Ovviamente il discorso è molto più articolato di così, ma adesso il tempo è un galantuomo però tiranno e spocchioso e malvagio e insomma: galantuomo per nulla, gli pigliasse un corpaccio nel porpaccio).
Ohiohi, mi sono perso. Ah, sì: volevo dire che in pratica oggi gli artisti figurativi (non tutti, solo troppi: basta farsi un giro per i siti artistanti) sembrano di dover dimostrare che sono figurativi sì, però hanno una particolarità, un marchio che dice: «figurativo, però con…», la materia è moderna o un sacco alternativa, insomma, non sono tornati proprio a come era prima di tutta quel popo’ di astratta rivoluzione nell’arte; e ciò spesso maschera una vera pochezza artistica, cioè se si mettessero a dipingere o a scolpire come si faceva anche dugencinquantanni fa, farebbero proprio belle figure di cacca. Volevo dire.
Poi ci sono quelli che invece, Maremma bona… Tipo il coreano Yong Ho Ji e le sue statue pneumatiche, nel senso di: fatte con gli pneumatici (qui trovate il suo sito), che non è che è uno che fa le cose come si facevano dugencinquantanni fa, quando gli pneumatici erano rarissimi a dir pochissimo. E le sue statue, vederle calate nel contesto di un vicolo fa una certa, brutta impressione; o il dolore /stupore / arroganza / smarrimento degli occhi neri dell’uomo, trasmette. Proprio belle.
(Ne ho letto la prima volta su this isn’t happiness, ma non riesco a ritrovare più la pagina.  Se trovo la gomma che mi cancella i pensieri, la mando in Corea. He).