Fabio Magnasciutti / Mia nonna non ha mai visto il mare

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mia nonna non ha mai visto il mare
non lo ha mai visto
lo aveva a 40 chilometri in linea d’aria
è morta senza vederlo
era una contadina, moglie di contadino
uno vero, non di quelli da cui i cittadini bucolici comprano il vino del contadino
un cappello, un paio di pantaloni, uno di scarpe, uno di mani
non un tramonto, un sospiro, mai
cucinava nel camino, che era anche luce e calore, niente bagno
proprio qui, dove sono, dove ora c’è una doccia con acqua calda, ricavata nei centimetri
me lo ha confermato oggi mio fratello
lui sa un sacco di cose
nel mio mondo l’avevo vista sulla spiaggia, talmente lo avevo voluto che era diventato vero
l’avevo vista così, come certamente sarebbe stato: interamente vestita, da capo a piedi, forse una concessione ai piedi nudi con l’alluce valgo ad assaggiare piano la sabbia, mentre guardava noi scomparire in quel liquido, preoccupata, per riemergerne e scomparire di nuovo
la guardavo, diversa dal rosa intorno, forse mi chiedevo perché ma non c’era un perché
forse pudore, forse il vento
forse costretta da qualcuno, da qualcosa
ma c’era lei e c’era il mare
un incontro che niente e nessuno aveva diritto di impedire
non era Emily Dickinson, non era Pavese, mai conosciuti, mai letti, non sapeva farlo
ma al mare non interessa la letteratura, fa il mare, va e torna, si infrange e muore, rinasce, ancora e ancora, sempre e non chiede cosa indossi
un incontro
che è sempre l’inizio di qualcosa
ma non lo ha visto
ha dato la luce a mia madre che ha visto il mare e ha dato la luce a me, che il mare l’ho visto, mi ci sono tuffato, ci ho fatto l’amore, ne sono uscito, mi ha accolto di nuovo
come fa con tutti, con tutte

Fabio Magnasciutti

Carla Muschio / Dittico indiano

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La libellula

Nel centro dell’India sorge un colle che domina tutte le terre  circostanti.
Nel centro del colle sorge uno stupa incoronato da quattro portali istoriati. La luce piena  del mezzogiorno fa iridescenti le ali della libellula. Vola senza rumore disegnando una curva  regolare. Sa dove andare. Trasporta un bruco morto color verde erba reggendolo con le zampe  anteriori. Il bruco è pesante ma non c’è nulla di brusco nel volo della libellula. Sicura, la libellula si  posa sul fianco del portale settentrionale, là dove la scultura parla del miracolo del mango. Lì c’è  la casa di questo animale, nella fessura tra due pietre. Con le zampe sottili la libellula spinge il  bruco dentro la roccia, durando fatica. Arrivata in fondo al lavoro, dà un’ultima spinta alla testa  del bruco e vola via. La pietra non mostra altro, se non il miracolo del mango. In tutto l’universo,  solo io e la libellula sapremo la fine del bruco.

Nella breve vita della libellula questo volo ha la stessa portata di tutto il mio viaggio per  conoscere l’India, e cioè: il rumore del rickshaw nell’ora di punta; il Sadar Bazar; Durga, Mangla e  Ajit; tre ore e mezzo di fuso orario; l’acquazzone; giornate al finestrino del treno; la redazione di  «The Eye»; le pitture rupestri; le spezie dei cibi; le donne vestite da principesse; i bambini perduti;  le cittadelle murate; Giorgio ed Elisabetta; la quiete delle camere ombrose; accha, garam, apke nam,  le belle parole; l’acqua Bisleri; mille fiaccole nel Gange e i palazzi di Varanasi; il mio amore. Tutto  in un volo di libellula.

Mentre Parvati si aggiusta i capelli, un mondo nasce e muore.

Sanchi (Madya Pradesh), agosto 1996

* * *

Lo scotto

Il tempio si è appena riaperto dopo la pausa per il pranzo del custode. Nell’andito, un vecchio e un ragazzo accucciati a terra raccolgono e mettono in fila le calzature dei pochi  visitatori. Non si può toccare la terra sacra entro il recinto di un tempio se non con il piede nudo. Come entriamo nel vasto cortile lastricato, l’inaspettato calore della pietra rossa ci spinge a  correre subito verso il cuore del sacro. Nell’ombra consolante del tempio aperto a ogni aria, le colonne scolpite e gli altari ti assorbono in un periplo incalzante che è impossibile completare,  perché dietro ogni angolo c’è una nuova scena di vita, una fila di animali, un fresco fregio di  foglie e infiniti sono gli dei.
Restiamo a lungo a godere la bellezza del luogo celeste, ma viene il tempo in cui bisogna  andare.
Metto un piede fuori dell’ombra. Avevo dimenticato il calore della pietra. Il dolore mi  spinge a correre per qualche passo, poi getto a terra lo scialle di seta e vi poggio i piedi, ma  scottano ugualmente. Mi sento perduta e fatico a credere che quanto accade sia vero. Il mio  innamorato ha già raggiunto l’ingresso e mi incoraggia. Non ho scelta, devo sottopormi in fretta  alla prova del fuoco. Mi chino, afferro con una mano lo scialle, poi scatto e corro, spronata dal  male, verso l’uscita del tempio.
La scottatura ai piedi mi farà male fino all’indomani. Gli dei propizi si nutrono di sacrifici.

Tempio Brihadishwara, Tanjore, agosto 2001

 Carla Muschio
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La differenza per uno

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Nei commenti tra le mattonelle di un bagno, in zona anglofona, è scritta la seguente inaggirabile storia: «C’era una volta un vecchio che ogni mattina faceva lunghe passeggiate sulla spiaggia. Un giorno vide un ragazzo che, in lontananza, danzava sulla riva. Avvicinantosi, si rese conto che non stava assolutamente ballando: si chinava, raccoglieva un granchietto e lo lanciava in mare. “Ue’, giovine, che stai facendo?”, apostrofò il ragazzo. “Ributto i granchi in mare”, rispose il giovine, “moriranno se non li aiuto”. L’anziano diede un’occhiata alle migliaia di granchietti sparpagliati sulla spiaggia per chilometri. “Ma saranno miliardi! Guarda là!”, disse l’anziano, sconcertato. “Che differenza vuoi che faccia se ne ributti in mare un po’?”. Il ragazzo si chinò, afferrò un altro granchietto e lo gettò nell’oceano. “Per lui ha fatto differenza”.

(Immagine e storia via Alice in Dustland. Nella plancia del suo tumblr, a poca distanza si trovava un rimando alla storia di Costantino Baratta, un lampedusano che ha salvato dal naufragio 12 eritrei e che «l’Espresso» ha nominato «Uomo dell’anno». Che differenza può fare, un uomo?).

Massimo Fornarelli / Viernes al Tigre

viernes

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Uno

L’uomo, un tipo massiccio, lo stesso che vi aveva accolti  con fare rude ma gentile, innestò la retromarcia  e diede gas al motore della lancha che, docilmente, arrestò la sua corsa nel mezzo del fiume. Poi, rivolto all’indietro, ma sempre con le mani ben salde al timone,  oscillando insieme alla grande barca al ritmo lento e irregolare delle onde limacciose, sbraitò qualcosa che non era udibile dato l’immenso fragore del motore. Eravate all’appuntamento. L’altro era già a poppa che vi attendeva, il viso affilato come il suo barchino. Il rumore cambiò. Un Mercury fuoribordo da 60 cavalli, acuto, lacerante e implacabile impennò appena lo scafo e un vento di prua vi investì. Poco dopo foste depositati, un po’ infreddoliti,  su di un piccolo molo di legno che conduceva ad una casa rialzata -come usa lungo il fiume- circondata da prato all’inglese e dalla vegetazione tipica della zona. Un perro vi accolse felice  senza abbaiare e dopo qualche secondo di silenzio udiste il suono delle foreste dell’alto delta del Paranà.
Nella grande lancha che risaliva da Tigre -località all’estremo sud della foce- c’era gente di tutti i tipi. Una bimba bionda come potrebbero vedersi a Oxford, con gilet blu, camicia e cravattino, dal volto molto serio, sedeva poco lontano. Teneva in mano un mazzo di carte simili alle piacentine. Le posava sulla panca vicino a sé e poi le riprendeva. Sollevava la testa senza mai dare l’impressione di essere interessata ad altro che non fosse il lento andare della barca.  Tentavi inutilmente di infilarti nei suoi occhi, ma quando ti sembrava di esserci riuscito, lei distoglieva subito lo sguardo. Mai mutò espressione. A un certo punto si spostò su un sedile più a poppa e scese alla fermata successiva. La vedesti camminare sul molo con i biondi capelli raccolti dietro le spalle senza voltarsi.
Non doveva sorprenderti. Da quando avevi varcato l’oceano e messo piede nel paese, avevi notato quella specie di riservatezza che accomuna il suo popolo, specialmente le donne. Un misto di discrezione e fierezza, senza ombra di sufficienza. Sicuramente non indifferenza, magari… saggezza. Difficile da decifrare.
L’uomo alto e affilato riapparve e capiste che sarebbe stato ancora lui il vostro ospite, eccetto il perro, beninteso. Accese il fuoco e cucinò. Quando ve ne andaste non disse niente, increspando appena le labbra in un pallido sorriso.  Subito dopo iniziò a piovere, sin parar(continua)

 

Dos

Il viaggio di ritorno fu rapidissimo.  Guardavi la sua schiena immaginando la pelle sotto la maglietta attillata a righe verdi e nere. Desideravi toccarla, ma non osasti. Ti colpì una frase che pronunciò mentre mangiavate. Come un’illuminazione improvvisa dopo un incerto chiaroscuro che ti seguiva fin dal mattino. L’accostamento tra te e ciò che per lei costituiva il bene più prezioso assunse allora un significato preciso. Nel tren de la costa prendesti le sue mani e le tenesti saldamente tra le tue. Erano lisce e fresche. Non le ritrasse finché,  dopo un indugio fulmineo di fronte ai tuoi occhi, distolse lo sguardo tornando ad immergersi in pensieri imperscrutabili.
Quando l’avevi vista la prima volta, avevi invidiato il tuo amico che l’aveva annunciata nel solito modo semiserio, ma ipercollaudato -che rappresenta una delle sue specifiche peculiarità espressive- come la sua ragazza. Simpatica e attraente, ballava la salsa divinamente. Al tavolo del Son-y-Ron eravate diventati improvvisamente troppi per i tuoi gusti abituali. Quattro donne contro due soli maschi. A prescindere dal genere dei partecipanti, non hai mai provato interesse per gli assembramenti. Tanto più se prevalentemente femminili. Nelle intenzioni che presumono questo tipo di incontri di gruppo, se si stabilissero delle regole, queste dovrebbero implicare il giusto equilibrio tra le forze in campo. L’oculato assortimento dei partecipanti, ma soprattutto decisioni ponderate senza fretta, soppesando accuratamente le diverse possibilità, compresa quella di non scegliere, non programmare, non organizzare un bel niente ed affidarsi all’ignoto.
L’esperienza, il buon senso o se vogliamo il senno di poi c’insegnano invano che l’ultima opzione, nella stragrande maggioranza dei casi, risulta sempre essere la risoluzione migliore. Anche se non viene quasi mai percorsa.
Nella nostra fattispecie,  tutto si dipanò con estrema superficialità, sull’onda di un entusiasmo dettato dalla contingenza della situazione, senza che una qualsiasi premonizione,  si potesse provvidenzialmente frapporre tra te e il disastro inevitabile  al quale eri fatalmente predestinato. Se anche il più navigato tra gli uomini, provando interesse per le vicissitudini sentimentali che ti attanagliavano da tempo, dopo averlo formulato in aree neurobiologicamente ultracompetenti, ti avesse confidato il più saggio dei consigli, la probabilità che ne avresti saputo tener conto sarebbe stata inesistente.
Qual era stato l’antefatto. Diciamo che si era trattato di una decisione di primo mattino. L’indomani del tuo arrivo a Baires. In un luogo apparentemente come tanti di una città immensa. Ma… l’appartamento era effettivamente ubicato in una calle muy fatal. Quando arrivasti, proprio davanti al portone, disteso tra un palazzo e l’altro ad attraversare la strada da parte a parte, come nel ciclismo, campeggiava uno striscione bianco sul quale una chica, usando vernice rossa, aveva scritto una frase in cui chiedeva al su hombre di… perdonarla…  (continua)

Tres

Il sole di marzo trapelava copioso tra le assicelle in legno della vecchia tapparella a cinghia della porta finestra. Fasci di luce solida trapassavano obliqui la tenue oscurità del salone,  proiettando sul pavimento di parquet l’immagine zebrata della serranda. Una miriade di granelli di polvere luminescenti vorticava  lentamente nell’aria satura di umidità. Tu e Pepe, seduti uno di fronte all’altro, vi accingevate a consumare una impeccabile colazione a base di caffè all’italiana e leche granular liofilizado di ottima qualità attingibile a cucchiaiate  da un grosso barattolo di vetro che stazionava costantemente al centro della grande tavola.  Mentre l’amico ritrovato narrava le sue storie sul sottofondo della musica di Jaco, tu assaporavi il cambiamento. Godevi finalmente, dopo cinque anni di vuoto, della sua vicinanza e cominciavi ad onorare al meglio la breve vacanza che ti eri concesso. Ascoltando il timbro inconfondibile della voce oriunda che parlava di questa ragazza conosciuta in una clase de tango, con la quale, per usare un eufemismo, pareva fosse quasi giunto al punto che ci potesse scaturire un feeling, seguivi distrattamente le carambole armoniche di Pastorius alle prese con Donna Lee. Cullato da quelle parole, pregustavi la prelibatezza delle lucidatissime brioches de azucar y manteca acquistate la sera prima dal fornaio d’angolo. Allineati in bell’ordine sul piatto da portata, i lieviti emanavano un inebriante aroma dolciastro. Più che mai ti sentivi incerto su quale addentare per primo…
Placati gli appetiti, decideste il programma della serata. Ascoltare musica afrocubana live in un locale, in compagnia di ragazze. Possibilmente due. Pepe che doveva adempiere ai suoi doveri di manager, ti affidò l’organizzazione, lasciandoti -si fa per dire- ampia libertà di scelta. Avresti chiamato la sua ragazza, con la quale, in vista del tuo arrivo imminente, aveva già preso una bozza di accordo. Dal canto tuo,  per non sembrare da meno, ti eri subito proposto di coinvolgere l’arquitecta italiana conosciuta in aereo.
Gli inviti furono a mezzo telefono. Frasi di rito imbarazzate per rompere il ghiaccio, qualche cenno di risa e poi, tutto liscio.  Le due tipe, ignorando che sarebbe venuta anche l’altra, accettarono con entusiasmo. Entrambe dissero che avrebbero chiamato un’amica. Era inevitabile.
Fortunatamente o sfortunatamente, l’italiana laureata in architettura che aveva viaggiato con te e non ti aveva particolarmente attratto fin dal momento in cui aveva disposto le sue membra sul sedile accanto -ma ti eri sentito in dovere di invitare per ragioni che sfuggono alla normale comprensione- e l’amica che l’aveva accompagnata, e di cui hai immediatamente perso ogni ricordo, avevano un importante appuntamento il giorno dopo temprano. Con quella scusa non tardarono ad andarsene.
La provvidenziale dipartita permise il riequilibrio, anche se solo in apparenza.  Rimasti in quattro, l’altra era un autentico disastro e, peggio che mai, ballava fuori tempo. Non avevi scampo. Quando la musica diventò troppo forte, la ragazza di Pepe non si scompose. Si mantenne sorridente finchè non ve ne andaste. Molto tempo dopo quel giorno, ti disse che non eri sembrato particolarmente interessato a lei. Il che -per usare un intercalare abituale di Pepe- è del tutto corretto. A parte forse la richiesta di una sigaretta, ce l’avevi messa tutta per far finta di niente, ma la verdad era che…  (continua)

Cuatro

…sulla via del ritorno, proprio mentre il Boeing tagliava l’Equatore -erano le 8 di sera, ora di Baires- apristi gli occhi e guardasti la traccia dell’aereo tratteggiata sullo schermo. Avevate appena staccato il Brasile puntando l’Atlantico. Lasciavi il Sudamerica e tornavi nell’emisfero in cui… il sole è sempre a Sud. La confusione e il disorientamento stavano sparendo. Ti stavi vertiginosamente allontanando da un luogo straordinario e finalmente tutto si chiariva. Non stavi più sognando.
Qualche ora prima, nel tacho diretto all’aeroporto, mentre percorrevate la 9 de Julio, l’autista per rompere il silenzio, ti aveva detto accennando all’azzurro del cielo, «dia muy lindo». «Sì», rispondesti e poi, mentre eravate sull’autopista per Ezeiza, piangesti senza lacrime.
El domingo, prima di andartene, avevi cercato di chiamarla dalla casa di Pepe, giustificandoti  dicendo che telefonavi alla tua ragazza. Ti sembrò di averglielo detto almeno due volte a Josè Luis, come lo chiamava lei, per esser certo almeno che lui, Pepe, intendesse quello che tu stesso facevi ancora finta di non capire.
Avevano risposto che non c’era e non avevi neanche capito bene che cosa ti avessero effettivamente risposto.
Pensasti «Io parto e lei se ne va in piscina… o non so dove… que barbaro!… Ma… la vida continua… como antes!?… corretto».
«Ciao Max, quando torni? Risparmia e vieni». «Ciao Pepe, chissà».
Prendesti il taxi immaginando che forse l’avresti incontrata in aeroporto. Sicuramente, avresti provato a richiamarla.
La seconda volta che vi incontraste, la sera dopo la passeggiata alla Costanera, comprò le sigarette per te. Ora hai appena fumato l’ultima.  (continua)

Cinco

Il pomeriggio  in cui ti aveva telefonato per parlare di chissà cosa  e vi eravate visti all’esquina entre Scalabrini y Santa Fè, e poi eravate andati al Malva a mangiare una empanada al roquefort, ti eri di nuovo accorto che stava  succedendo qualcosa.
La conferma l’avesti quando fosti molto imbarazzato ad accordarti telefonicamente con lei per il viernes a Tigre davanti a Josè Luis e a suo nipote Daniel, passato a salutare lo zio. Pepe doveva essere della partita, ma aveva dato forfait per una… «riunione dell’ultimo minuto». Avevi udito bene. Ti stava dicendo con tono serafico che la sua presenza non era poi indispensabile. Facesti finta di non capire per cercare di prender tempo. Probabilmente pensasti che era proprio ciò che avresti voluto che fosse. A quel punto non era più possibile nascondersi e arrossisti.
Come da programma, l’indomani –el jueves– insieme a Pepe eri in gita a una piccola città sull’altra sponda del golfo, in territorio uruguajo. Sul far della sera, in attesa di riattraversare lo spicchio di mare che s’incunea come una spina per più di cento miglia nautiche nel fianco del continente sudamericano, segnando il confine tra i due stati, dall’alto del faro che domina il porto, contemplavi il panorama. Il paesaggio di case piccole e basse dai tetti imbiancati ordinatamente digradanti verso le banchine di attracco, perdeva gradualmente i connotati diurni. Gli  alberi radi sparsi qua e là sembravano macchie scure e indistinte schiacciate sui muri dipinti. I colori pastello svanivano per lasciare il posto al bagliore giallognolo uniforme della luce riverberata dai lampioni. Il vento, immancabile a quell’ora vespertina, scompigliava ogni cosa, non soltanto i capelli del tuo amico che, inspiegabilmente, aveva preso a ridere. Nuvole rossastre ritagliate nell’azzurro cupo del cielo australe correvano indisturbate verso la notte incipiente. Aspirando la fragranza salmastra che giungeva da sud, mentre aguzzavi lo sguardo per scorgere le luci della immensa megalopoli adagiata al di là dello stretto, avevi sinceramente pensato che forse avresti preferito non andare a Tigre nel viernes. Ti dava una specie di nausea l’idea di rimanere ancora solo con lei, senza Pepe.
Se poi la annoiavi…? Non sei mica tanto simpatico… in fondo!

Mary Lamb / Lavorare con l’ago (un inedito)

EdmundBlairLeighton

Tra due anni ricorrerà il bicentenario di questo straordinario scritto proto-femminista sul lavoro femminile, che pubblichiamo qui per la prima volta in Italia, di Mary Lamb (1764-1847); per chi oggidì non ha voglia di fare i conti, il testo è del 1815. La scrittrice, sorella del piu’ famoso Charles, con cui scrisse Racconti da Shakespeare, parla dello sfruttamento del lavoro femminile con cognizione di causa. Infatti trascorse la giovinezza guadagnandosi faticosamente da vivere come sarta. Un giorno, esasperata per un problema di lavoro, pugnalò la madre al cuore con un coltello da cucina.
I titoli dei vari sottoparagrafi sono redazionali, cioè non di Mary Lamb; il dipinto è di Edmund Blair Leighton (1852-1922) e s’intitola Cucendo lo stendardo.
Baci e abbracci e buon Primo maggio

Carla Muschio

Alla Redazione

In giovinezza trascorsi undici anni guadagnandomi da vivere con lavori d’ago. Concedetemi di rivolgermi alle vostre lettrici, che potrebbero forse comprendere alcune delle gentili committenti di quei miei umili lavori, affrontando un argomento fortemente legato alla vita femminile: lo stato del cucito nella nostra nazione.
Quello di alleggerire il pesante carico che molte signore si accollano è uno degli obiettivi che mi prefiggo, ma confesso che la ragione principale per cui scrivo è quella di sollevare interesse per le laboriose sorelle alla cui schiera appartenevo un tempo.

Punto e croce

Ho letto dei libri che illustrano il fatto principale che informa l’impostazione di «The British Lady’s Magazine», e cioè che recentemente le donne hanno fatto rapidi progressi intellettuali. Forse in questo modo, indirettamente, ha fatto molti passi avanti anche quella classe di donne che desidero patrocinare. Il lavoro di cucito e la crescita intellettuale sono per natura in conflitto. Tuttavia temo che il male non sia ancora stato attaccato alla radice. Ci sono lavoratrici di ogni sorta in grave disagio per mancanza di impiego, come mai prima.
Nella cerchia delle mie attuali conoscenze mi pregio di annoverare molte persone che si possono veramente definire rispettabili; tra costoro la metà femminile, con il livello del suo ingegno, non sconfessa affatto l’opinione diffusa sul progresso intellettuale che voi avete posto a base del vostro lavoro; eppure io dichiaro di non conoscere nemmeno una famiglia il cui scarso benessere non sia imputabile ai cosiddetti lavori d’ago eseguiti a domicilio: tutti i lavori d’ago eseguiti da alcuni membri di una famiglia, per i quali non è prevista né assegnata alcuna remunerazione pecuniaria.
Ho detto solo pecuniaria? Vorrei chiedere a tutte le belle sostenitrici della sacralità del lavoro domestico volontario se, in tutta coscienza, una di loro abbia mai pensato di aver completato tutti i lavori d’ago che era suo dovere fare. Anche i lavori di fantasia, i più belli della compagnia! Che deliziosa disposizione di materiali! Fare una scelta felice del modello, che gioiosa ansia! Con quanta allegria lei dà inizio a una piacevole fatica! Ma allora quella signora deve essere una vera appassionata di quell’arte, molto industriosa nel perseguire lo scopo che si prefigge, e se è così è un peccato che la sua energia non si sia indirizzata verso un obiettivo migliore, lei che afferma di non provare fatica durante l’esecuzione di un pezzo di fantasia e di non dedicargli più tempo di quello che si era prefissata.

Un filo di soldi

È forse troppo azzardato tentare di convincere le vostre lettrici che sarebbe un’aggiunta di incalcolabile valore alla felicità generale e al benessere domestico di ambedue i sessi se i lavori d’ago venissero realizzati solo contro una remunerazione in denaro? Anzi, più ci si avvicinerà a mettere in atto questa auspicabile misura, più la donna si sarà avvicinata all’uguaglianza con l’uomo per quanto riguarda il semplice gradimento dell’esistenza. In quel campo, credo che sia opinione di ogni donna che la condizione dell’uomo sia di gran lunga superiore alla sua.
«Sono libere di fare ciò che vogliono», si dice. Non è forse vero che in genere queste parole significano che esse hanno il tempo di dedicarsi a tutti gli svaghi che a loro aggradano? Noi non osiamo rispondere che non abbiamo tempo di fare una cosa, perché se dovessero chiederci in che guisa disponiamo del nostro tempo, arrossiremmo nel dettagliare le minuzie che vanno a comporre la somma delle incombenze quotidiane di una donna. Anzi, molte donne che non si concedono un quarto d’ora di reale svago durante tutta una giornata, considerano il proprio marito come il più operoso degli uomini se solo si dedica con regolarità alla sua occupazione fino all’ora di cena, lagnandosi di continuo per la pigrizia di lei.
Vero impegno professionale e vero svago sono le due parti del tempo di un uomo: due fonti di felicità di cui noi godiamo in misura certamente minore. Per eseguire con buona pace dell’animo attività in cui siano intensamente coinvolte le facoltà del corpo oppure della mente, deve essere attribuita loro un’importanza a cui le mansioni femminili (il termine generico utilizzato per tutto ciò che facciamo) non possono aspirare.
Anche sbrigando tali faccende nel modo più lodevole, il massimo complimento che possiamo sperare di ricevere è quello di essere chiamate, come dolci metà, le aiutanti dell’uomo; e lui, come ricompensa per tutto quello che fa per noi, si aspetta, giustamente, che noi facciamo il possibile per appianare e addolcire la sua vita.

Vacanti

In quanti modi una brava donna nel corso di una giornata impiega pensiero e azione per far sì che quel buon uomo di suo marito possa avere un senso di vera, effettiva vacanza durante il suo tempo libero, provando un totale sollievo dagli affanni del lavoro! A tale scopo, viene profuso un impegno di un certo rilievo per prepararsi alla mansione di interlocutrice nella conversazione: ciò significa che ella deve studiare e comprendere le discipline su cui lui predilige conversare. Questa parte dei nostri doveri, se svolta con rigore, risulterà essere di gran lunga la più difficile. Gli svantaggi di cui siamo vittime per via di un’educazione che differisce da quella dei maschi fanno sì che le ore che trascorriamo sedute senza far niente in compagnia degli uomini spesso non siano rilassanti per nulla, sebbene, quanto a piacere ed elevamento culturale, il tempo così trascorso si possa considerare relativamente dilettevole.
Far sì che la casa di un uomo sia un luogo tanto desiderabile da cancellare in lui il desiderio di trascorrere il tempo libero presso un focolare diverso costituisce la sostanza più profonda delle ambizioni domestiche di una donna. Vorrei sapere da quelle donne che sono meglio riuscite a prestare questo lodevole servizio, a favore di un padre, di un figlio, marito o fratello, se il vivo desiderio di assolvere bene a questo dovere non sia stato accompagnato da uno sforzo mentale così intenso da spingerle a pensare che le donne si possano a buon diritto considerare le creatrici più che le beneficiarie del calmo rilassamento degli uomini.
Se una famiglia è così ben regolata che il padrone di casa non si trova mai nella necessità di intervenire a dirigerla, perché percepisce che sono già ben curati il risparmio e il benessere, temo che la padrona di casa (specialmente se ci sono dei bambini in famiglia) svolga una porzione di lavori femminili tale da ben soddisfare il suo senso del dovere, anche se mettesse da parte il filo e l’astuccio degli aghi, dando allegramente un suo contributo ai magri guadagni della bustaia, della modista, della sarta, della semplice lavorante, della ricamatrice e delle numerose categorie di donne che si mantengono con lavori d’ago, l’unico genere di prima necessità che viene assegnato a quel sottogruppo del nostro sesso che provvede al proprio mantenimento.

Assetti

Molto si è detto e scritto sul fatto che gli uomini monopolizzano tutte le arti e i mestieri. Dopo molti anni di osservazioni e riflessioni sono costretta ad accettare l’idea che non sia facile trovare un altro assetto.
Se, alla nascita delle bambine, fosse possibile prevedere quali tra loro saranno destinate a trascorrere la vita senza maritarsi, troveremmo presto il modo di strappare certe occupazioni professionali ai loro attuali detentori trasferendole in proprietà esclusiva del nostro sesso. Tutto il lavoro meccanico di copiatura di testi legali, ad esempio, si potrebbe rapidamente trasferire con vantaggio alle più povere tra le donne le quali, dopo un piccolo addestramento, batterebbero presto i rivali dell’altro sesso in abilità e precisione. I genitori di bambine che si sanno destinate fin dalla nascita a mantenere se stesse per tutto il corso della loro vita con la stessa certezza dei figli maschi si sentirebbero in dovere di fortificare la mente e anche la costituzione fisica delle loro figlie in tali condizioni finanziarie, impartendo loro un’educazione che, senza cozzare contro gli usi preconcetti della società, permettesse loro di dedicarsi a un’occupazione oggi ritenuta superiore alle capacità del nostro sesso o troppo pesante per la nostra costituzione. Si renderebbero allora disponibili molte risorse per le donne nubili in cerca di un reddito indipendente e ogni genitore terrebbe gli occhi aperti per penetrare in qualche professione oggi monopolizzata dagli uomini, se le loro figlie fossero nella stessa situazione di bisogno in cui sono oggi i figli maschi. Chi, ad esempio, metterebbe da parte del denaro per avviare i suoi figli al commercio, assegnare delle indennità e contribuire a mantenerli durante il lungo periodo dell’apprendistato; o, cosa che spesso viene fatta da persone di mezzi modesti, chi profonderebbe sforzi sovrumani per fare di loro dei professionisti, se fosse altamente probabile che, all’età di vent’anni, essi verranno sottratti a tale professione o attività commerciale per essere poi mantenuti, per il resto della loro vita, dalla persona che sposeranno? Eppure è proprio questa la situazione in ci si trova un genitore il cui reddito sovrasta di poco il livello della modestia rispetto alle figlie femmine.
E anche quando un ragazzo si è sottoposto a un pesante corso di studi, che lo abitua per giunta a un’attenzione costante, con perfetta convinzione che il mestiere che apprende sarà la base di una brillante carriera futura, non si può forse affermare che il perseverante impegno richiesto per raggiungere questo desiderabile scopo susciti molti aspri conflitti nella mente del giovane, anche quello dal carattere più promettente? E allora, quali non devono essere i disagi da affrontare per una donna molto giovane a cui viene chiesto di apprendere un mestiere da cui non può aspettarsi di trarre alcun profitto se non al prezzo della perdita di quella posizione sociale al cui possesso ella può ragionevolmente aspirare, dato che è di gran lunga la sorte più comune, e cioè, la condizione di donna inglese felicemente sposata?

Bugie

Dato che non desidero offrire alla considerazione delle vostre lettrici null’altro se non ciò che considero, perlomeno stando alle mie osservazioni, verità confermate dall’esperienza, mi limiterò a dire che, volendo seguire lo sviluppo delle mie meditate opinioni, sarei incline a convincere tutte le donne da cui posso sperare di aver credito ad offrire tutto l’aiuto che sia loro possibile a quelle rappresentanti del loro sesso che ne abbisognino, lasciandole nelle occupazioni che attualmente svolgono, piuttosto che costringerle a impiegarsi in professioni che oggi sono interamente maschili. Facendo eccezione solo per i profitti che esse giustamente derivano dai lavori di cucito, non toglierei agli uomini nessuna delle attività professionali che essi attualmente occupano.
«Un soldo risparmiato è un soldo guadagnato» è una massima non veritiera, a meno che il soldo non venga risparmiato nel momento in cui avrebbe potuto essere guadagnato. Io, che so cosa vuol dire lavorare per guadagnare un soldo, ho fatto molte esperienze di lavoro svolto per risparmiare e, calcolando con la massima cura, ritengo che un soldo risparmiato in quel modo frutti un guadagno proporzionale soli di un quarto di quel soldo. Le donne che sto difendendo non sono quelle che, senza dover provvedere da sole alla propria sussistenza, si propongono di guadagnare denaro. I motivi che ho per ritenere che questo non sia consigliabile sono troppo numerosi da elencare, e sono motivi basati su fatti autentici, osservando da vicino la vita domestica nei suoi vari livelli di benessere. Ma se le donne di una famiglia che si dichiara mantenuta dall’altro sesso sentono il bisogno di aggiungere qualcosa al capitale comune, perché non sforzarsi di fare qualcosa che le porti a produrre denaro nella sua forma primaria?

La cruna

Sarebbe un’azione eccellente, che implica poco incomodo, quella di calcolare ogni sera quanto denaro è stato risparmiato eseguendo i lavori di cucito in famiglia, confrontando il risultato con la porzione giornaliera dell’introito annuo. E non sarebbe male tenere nota del tempo dedicato a questo, aggiungendo anche un calcolo approssimativo della parte che essi hanno occupato nei pensieri e nelle conversazioni. Questo sarebbe un sistema facile per farsi un’idea precisa, ottenendo l’esatto valore di questa varietà di industria domestica; forse grazie a ciò i lavori di cucito verrebbero visti sotto una luce diversa rispetto a come è stato consueto considerarli fino ad oggi.
Il lavoro d’ago eseguito per divertimento non è detto che sia del tutto privo di piacere. Tutti noi sappiamo giudicare abbastanza bene cosa ci diverta, ma non è così facile pronunciarsi su cosa contribuisca al divertimento degli altri. In tutti i casi, non bisogna confondere le considerazioni di risparmio e quelle di un semplice passatempo. Se non si opera al fine di risparmiare e dopo lunga abitudine il cucito è diventato una occupazione così piacevole che non vogliamo sentir parlare di abbandonarla, ci sono le buone vecchie tecniche con cui le nostre illustri antenate erano solite ingannare e perdere il tempo: il lavoro a maglia, la decorazione con fili annodati, il filet, il mezzopunto e simili fantasiose attività, quei lavori tanto lodati ma noiosi, così lenti a progredire che non è quasi mai stato reputato conveniente farli eseguire a pagamento. Eppure risulta che per un loro strano fascino essi incatenano i potenti in una schiavitù autoimposta da cui, per delicatezza o altezzosità, essi escludono i bisognosi. Questi possono essere reputati come giusti divertimenti femminili. Ma, se quei lavori solitamente chiamati utili le offrono una soddisfazione maggiore, sarebbe un lodevole scrupolo di coscienza e un’ottima dimostrazione della propria motivazione se quella signora, che non ha nessun bisogno economico, versasse il denaro così risparmiato a povere lavoratrici d’ago impiegate in quei campi professionali da cui ella ha attinto quelle ore di piacevole attività.

Sempronia

Velvet underground / Il dono

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Mentre giracchiavo in rete, mi sono imbattuto in questa immagine di Luke Chueh, la quale mi ha fatto venire in mente una bella storiella con un pacco adattissima ai postumi del Natale, Il dono dei Velvet underground.
Per molti sarà notissima; per gli altri immagino sarà una botta, come lo fu per me anni fa, la prima volta – e anche ora, rileggendo.
Scritta da Lou Reed durante gli anni universitari, il racconto compare come seconda traccia del disco White light/White heat, secondo disco dei Velvet underground; è recitato da John Cale, e se sentito in stereo dovrebbe udirsi sulla cassa sinistra, mentre la destra è occupata da un pezzo strumentale. La traduzione viene da qui, qualche altra info in inglese sul pezzo invece qui; i titoli di suddivisione sono redazionali; la versione originale potete ascoltarla qui.

Il dono

Waldo Jeffers era al limite. Era ormai metà Agosto, il che significa che era separato da Marsha da più dì due mesi. Due mesi, e da mostrare non aveva altro che tre lettere spiegazzate e due telefonate interurbane molto care. Certo, quando la scuola era finita e lei era tornata nel Wisconsin, e lui a Locust, Pennsylvania, lei aveva giurato di mantenere una certa fedeltà. Di tanto in tanto sarebbe uscita con qualcun altro, ma solo per divertirsi un po’. Sarebbe rimasta fedele.
Ma ultimamente Waldo aveva cominciato a preoccuparsi. Di notte aveva problemi a prendere sonno, e quando dormiva faceva sogni tremendi. Passava la notte sveglio, girandosi di qua e di là sotto le coperte, le lacrime gli riempivano gli occhi mentre immaginava Marsha i suoi giuramenti vinti dall’alcol e dalla dolce consolazione di qualche neanderthal, finché non si sarebbe arresa definitivamente alle carezze dell’oblio sessuale. Era più di quanto la mente umana riuscisse a sopportare.
Le visioni dell’infedeltà di Marsha lo perseguitavano. Di giorno le fantasie dell’abbandono sessuale invadevano i suoi pensieri, ma quello che gli dava più fastidio era che non avrebbero compreso che tipa lei era veramente. Solo lui, Waldo, poteva capirlo. Lui aveva intuito ogni anfratto e ogni angolo della sua psiche. Lui l’aveva fatta sorridere lei aveva bisogno di lui, e lui non c’era. (ahh…)

L’idea

L’idea gli venne il giovedì prima che partisse la parata in costume. Aveva appena finito di tagliare l’erba e di sistemare il giardino degli Edison per un dollaro e cinquanta e poi controllò la cassetta della posta per vedere se c’era almeno una parola da parte di Marsha. Non c’era che il volantino della Amalgamated Aluminium Company che cercava di indagare se gli servivano dei tendoni. Perlomeno si interessavano al punto da scrivere.
Era una ditta di New York. Si poteva arrivare in qualsiasi posto con la posta. Poi ebbe l’idea. Non aveva soldi abbastanza per andare fin nel Wisconsin nei modi convenzionali, è vero, ma perché non imbucare sè stesso? Era assurdamente semplice. Si sarebbe inviato come un pacco postale espresso. Il giorno dopo Waldo andò al supermercato per acquistare l’occorrente. Comprò nastro adesivo da pacchi, una pinzatrice e una scatola di cartone di medie dimensioni, perfetta per una persona della sua corporatura. Valutò che, con un minimo di accorgimenti, poteva viaggiare abbastanza comodamente. Qualche buchetto per far entrare l’aria, dell’acqua e qualche spuntino, e probabilmente sarebbe stato come partire in classe turistica.
Il venerdì pomeriggio Waldo era pronto. Si era impacchettato con cura, e l’ufficio postale avevano detto che qualcuno sarebbe passato a prenderlo alle tre. Sul pacco aveva messo la scritta “fragile” e mentre vi si rannicchiava adagiandosi sulla gommapiuma che aveva previdentemente inserito, provò a immaginare lo sguardo sorpreso e felice sul viso di Marsha quando, aperta la porta, vìsto il pacco e lasciata la mancia al postino, avrebbe aperto il tutto e sì sarebbe trovata il suo Waldo in carne e ossa. L’avrebbe baciato e poi forse avrebbero potuto vedere un film. Se solo ci avesse pensato prima. A un tratto, mani poco attente afferrarono il pacco, e si trovò a volare. Atterrò con un tonfo sordo dentro un camion, e partì.

Marsha e Sheila

Marsha Bronson aveva appena finito di sistemarsi i capelli. Era stato un weekend molto duro. Doveva ricordarsi dì non bere in quel modo. Bill era stato gentile con lei, però. Dopo che avevano finito, Bill aveva detto che la rispettava ancora, e che dopotutto era il modo in cui andavano le cose, e anche se, no, non l’amava, provava molto affetto per lei. E dopotutto erano adulti. Ah, quante cose Bill poteva insegnare a Waldo. Ma sembrava fossero passati già tanti anni.
Sheila Kleìn, la sua migliore amica, entrò in cucina attraverso la porta della veranda. «Oddio, è proprio tremendo fuori.» «So che vuoi dire. Mi sento tutta sfasata.» Marsha si strinse la cintura dell’accappatoio di cotone con i bordi di seta. Sheila sfiorò dei grani di sale sulla tavola di cucina, si leccò il dito e fece una smorfia. « Dovrei prendere certe pillole di sale, ma» arricciò il naso «mi fanno venire il vomito.» Marsha cominciò a darsi dei colpetti sotto il mento, un esercizio per il viso che aveva visto in televisione. «Dio, non parlarne nemmeno.» Si alzo dalla tavola e andò verso il lavandino, dove prese una confezione di vitamine rosa e azzurre. « Ne vuoi una? Dovrebbero essere meglio di una bistecca.» Poi provò a toccarsi le ginocchia. «Credo che non berrò mai più un daiquiri.»
Rinunciò e si sedette, questa volta più vicino al tavolino dove era appoggiato il telefono. «Forse Bill chiamerà» disse in risposta allo sguardo di Sheila. Sheila si stava mordicchiando una pellicina. «Dopo la scorsa notte, forse faresti meglio a chiudere con lui» «Capisco che vuoi dire. Dio mio, era proprio come un polipo, mani dappertutto!» disse alzando le braccia quasi in difesa. «E che dopo un po’ ti stanchi di resistergli, sai, e dopo tutto venerdì e sabato con lui non avevo fatto proprio niente, e così un po’ glielo dovevo, sai che intendo» Cominciò a grattarsi. Sheila stava ridacchiando, la bocca coperta dalla mano. «Ti dirò, anch’io mi sentivo proprio così, anzi, dopo un po’» e qui si piegò in avanti in un sussurro «lo volevo.» E cominciò a ridere forte.

Il pacco arriva

Fu a questo punto che il signor Jameson, dell’ufficio postale Clarence Darrow, suonò alla porta della villetta quadrata decorata a stucchi. Quando Marsha Bronson aprì la porta, lui l’aiutò a portar dentro il pacco. Fece firmare i suoi moduli verdi e gialli, e se ne andò con una mancia di quindici centesimi che Marsha aveva preso dal piccolo borsellino beige della mamma nello studiolo. «Che sarà, secondo te?» chiese Sheila. Marsha se ne stava in piedi con le braccia intrecciate dietro la schiena. Fissava la scatola di cartone marrone poggiata in mezzo al salotto. «Non lo so.»
Dentro il cartone, Waldo fremeva di eccitazione mentre ascoltava le voci attutite. Sheila fece scorrere l’unghia lungo il nastro di scotch che passava per il centro della scatola. «Perché non guardi l’indirizzo del mittente cosi vedi da chi arriva?» Waldo sentiva battere il suo cuore. Sentiva le vibrazioni dei passi. Fra non molto.
Marsha girò intorno alla scatola e lesse l’etichetta scarabocchiata. «Dio! Viene da Waldo!» «Quel coglione!» disse Sheila Waldo tremava di impazienza. «Be’, perché non aprirlo?» disse Sheila ed entrambe provarono a sollevarne un lembo. «Oaah,» esclamò Marsha seccata «deve averlo inchiodato.» Provarono a strappare di nuovo. «Dio mio, ci vuole un trapano per aprire questa cosa». Tirarono ancora una volta. «Così non si riesce.» Entrambe se ne stavano in piedi col fiatone. «Perché non prendi un paio di forbici?» domandò Sheila.
Marsha corse in cucina, ma non riuscì a trovare altro che una forbicina da unghie. Poi si ricordò che suo padre teneva degli attrezzi in cantina. Corse giù per le scale, e tornò con un grande tagliacarte in mano. «Non ho trovato niente di meglio.» Le mancava il fiato. «Tieni, fallo tu, sto per schiattare.» Si gettò sull’enorme divano lanuginoso sbuffando rumorosamente. Sheila provò a fare un taglio netto tra lo scotch e l’orlo del cartone, ma la lama era troppo spessa e la fessura era troppo stretta. «Maledizione» esclamò esasperata. Poi, sorridendo, aggiunse, «Ho un’ idea». «Quale?» chiese Marsha. «Sta’ a guardare» disse Sheila toccandosi la fronte con un dito.

Dentro

Dentro lo scatolone, Waldo era talmente eccitato che non riusciva quasi a respirare. La pelle gli formicolava per il calore e si sentiva battere il cuore in gola. Mancava poco… Sheilà si alzò sulla punta dei piedi, e camminò intorno alla scatola. Poi s’inginocchiò, prese il taglialamiere con entrambe le mani, fece un respiro profondo, e sprofondò la lunga lama al centro del pacco, attraverso lo scotch, attraverso il cartone, attraverso l’imbottitura, e attraverso il centro della testa di Waldo Jeffers, che si squarciò lieve tra archi ritmici di color rosso che pulsavano dolcemente nel sole del mattino.