Le mani, su la testa

Autore ignoto (a chi scrive), ancora; non metto collegamenti perché tutti quelli che la pubblicano scrivono: non si conosce l’autore, oppure non dicono niente.
Per ottenere questa immagine ci vuole una bella squadra, se non numerosissima almeno affiatata il lungo tempo del giusto scatto fotografico. E ancora, e ancora.
Continuando a pensarci, ha un buon sapore che chi l’ha fatto si contenti del risultato e non voglia gli sia attribuito, segno di una nobiltà di cui son totalmente libero (e una parte di me spera scriva a tutti imbelvito e chieda: riconoscetemi).

Con un pugno di mosche

Mosca. Ma non nel senso di città, e zitti.
Magnus Muhr, fotografo svedese (questo il suo sito, con cose notevoli aliquanto), una sera a una festa per nostra fortuna noiosa, passeggiando in giro non sapendo che far di sé una mosca morta trovò. Idea! e a casa tornò, e insetti già morti cercò e ancora trovò; e poi sopra un foglio bianco li mise, e con pochi tratti di penna umane situazioni per loro compose, e poi a tutti in rete le regalò, e a tutti il riso spuntò. O no?
Che schifo. Che ganzata.
Nessun insetto fu ucciso per comporre queste opere. Zzzzzzzzzzzzzzzz

Ronzinanti

Esse ronzano

Squello

Prendete una foca di gomma, recatevi a baia Falsa, dalle parti di Città del Capo (Sudafrica), alla fine di novembre, siate Dana Allen e aspettate un trittico di dì per scattare queste fotografie di un grande squalo bianco di quattro metri. Fatto! (qui potete vedere tutta la sequenza).
Piccolo spazio curiosità: se cercate «shark week» su Wikipedia vi vien fuori il programma di Discovery Channel dedicato agli squali, se cercate sulle reti sociali sorte qualcosa che ricorda questa definizione di Urban dictionary (trad. più o men): «La settimana in cui una donna ha le sue cose, perché scorre il sangue, la sensazione di tensione è continua e mal sopportabile, e una bestiaccia umorale e imprevedibile occupa il centro della scena», e sono le donne a dirlo, anzi a rivendicarlo; tipo qui, dove l’unica alternativa pare sia lamentarsi e frignare. Certo, capitasse a me…
L’immagine in apertura è la fine della storiella, ma prima:

 

La bandiera canadese, naturalmente

La fotografia è di Don Komarechka (fotoblogga a questo indirizzo ma ha anche questo sito), e per farla gli ci sono voluti quattro mesi: ha raccolto le foglie in autunno, nel momento di massimo rubricore, le ha incerate ben benino per far sì che raggiungessero l’inverno e quindi ha creato la composizione (che si può anche supporre di trovare al “naturale” nelle zone in cui il confine tra autunno e inverno è più sfumato, o in caso di improvvise gelate. O gelato. O non lo so, e comunque: ecco).
Quattro mesi! Tanto ci vuole per ricreare artificialmente qualcosa fatto naturalmente. O il contrario.
E per entrare meglio nello spirito del Canada (almeno stando a quanto mi han raccontato), ecco un’altra immagine dello stesso autore. Il suo sito è pieno di cose bellissime (a parte l’orrore della sua firma in basso a destra: ma qualcosina di più discreto e riconoscibile, no?): vi torneremo.
(Secondo me il Canada è uno di quei posti che bisogna visitare almeno una volta nella vita, e non solo se si è canadesi).

Celebri stupidaggini: le foto di Schoeller

Dopo aver lavorato come assistente per Annie Leibovitz dal 1993 al 1996 e aver lavorato per riviste come Rolling Stone, Esquire, Vogue e Vanity Fair, il fotografo tedesco Martin Schoeller, newyorchese da tempo, si è divertito a mettere vari personaggi famosi in situazioni inusuali, in modo da strappare allo spettatore un sorriso o anche una riflessione (per esempio, un Owen Wilson, suicida tentato, che ha tutto quello che un uomo potrebbe desiderare, chissà; un Quenti Tarantino che lascia volare l’immaginazione folle; un Jack Black serissimo in un contesto ridicolo; Tina Fey e Steve Carell, comici rivail in 30 rocks e The office, che fanno Lilli e il Vagabondo). Alcuni dei personaggi ritratti in Italia non sono poi così celebri: importa?
Notevolissimi anche i suoi ritratti: primi piani intensi, con sempre una luce particolare (potete vederne un po’ qui).

Questioni di prospettiva

Alle volte, nella vita, pare essere tutto questione di prospettiva. Un evento terribile, riletto un anno dopo, forse non era così terribile; oppure sì. Oppure, quel che sembra vicino può essere lontano e il grande piccolo. O la stessa cosa, vista da una diversa prospettiva, cambia completamente di segno, di dimensione, di significato, di possibilità. Per esempio, sul principiare del Cinquecento Hans Holbein il Giovane dipinse I due ambasciatori (il quadro si trova alla National Gallery a Londra), in cui i due francesi protagonisti si trovano, visti di fronte, posti dietro una sorta di vassoio oblungo; tuttavia, mettendosi di taglio, mutando prospettiva quindi, dalla posizione laterale coincidente con la mano sinistra di uno dei personaggi, salta fuori un teschio, a significare che di fronte a tutto il resto (ambasciate, magnificenze, destini, alambicchi – il quadro è ricco di simboli) sempre morte c’è. Con questo spunto, offriamo oggi una galleria non propriamente artistica (o anche questa è arte? domandone!) di foto curiose scattate in vari momenti da ignoti personaggi: divertenti, poetiche, gagliarde, idiote, sono una manifestazione netta dell’utilizzo di arti superiori: il dito che preme l’otturatore della macchina fotografica, la mano che disegna la prospettiva assurda, la testa che ci fa leggere in chiave antropomorfa l’inanimato, il fegato che spinge a fare certe foto. Superiori a che? Be’, dipende dalla prospettiva.
(Nell’immagine: “Oh… pensavo avessi detto pizza” – in inglese Pisa e pizza hanno praticamente lo stesso suono).

QUESTIONI DI PROSPETTIVA