Orkestra obsolete / Blue monday

Una versione di Blue monday dei New order, in cui la misteriosa banda (ma cercatevi i componenti in rete, in fondo al video c’è l’elenco dei suonatori) rifà il caposaldo dell’elettropop usando solo strumenti disponibili negli anni 1930, dal teremino alla sega musicale, dai calici riempiti d’acqua a diversi livelli all‘armonio.
Ascoltate e godete aliquanto.
La versione originale la trovate qua sotto: la postiamo con le parole, che pure quelle sono fondamentali, come racconta il necessario Massimo Palma in Happy Diaz. La formazione musicale di una generazione ammazzata di botte, con tredici ritratti di Tuono Pettinato.

La cultura come entomologia: l’Italia/Lazio a Francoforte

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Queste fotografie (l’effetto leggermente tuttosmarmellato, come si direbbe in Boris, è dovuto alle qualità del fotografo, che mentre scattava erano in bagno) provengono dal padiglione della Regione Lazio, Italia, alla Fiera del libro di Francoforte in questi giorni di ottobre 2016 (si chiude il 24).
I libri sistemati in librerie-loculo, e quindi invisibili, sotto una lista di nomi di case editrici (manco un logo, dimodoché la non riconoscibilità fosse certa), erano preannunciati da una parete in cui i volumi erano rivettati a pagine aperte, crocifissi al muro senza redenzione (era impossibile leggerli, solo sfogliarli parzialmente, a volte), un po’ come faceva Vlad Tepes con i soldati nemici lungo la via alle sue terre.
Il libro cartaceo è avvisato: il suo destino è morte, gli officianti del rito funebre sono quelli che portano in giro chi i libri di carta di li fa (la Regione Lazio ha pagato per essere presente), e i sacerdoti rivendicano con orgoglio la fine del vecchio (fisico) e l’arrivo del nuovo (digitale) come manco la Apple quando tolse i dischetti dai suoi Mac.
Però io due paroline a commento le avrei messe, perché altrimenti sembra l’ennesima cosa sbagliata fatta dai ministeri o suoi sottoprodotti, questa volta col pensiero di fare una roba che spacca (e in effetti colpisce), senza pensare al messaggio che si trasmette (e si trasmette l’idea di cultura che si ha).
Per restare in Boris, e chiudo: a Reggione Lazio,

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Scopare o spolverare

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Pubblicità davvero progresso: per festeggiare degnamente la giornata della donna, al di là di ogni retorica un giorno solo / tutti i giorni e delle false memorie (non celebra la ricorrenza di operaie morte, ricorda le donne russe scese in piazza nel 1917 per far finire la guerra, e segnò più o meno la fine dello zarismo e l’inizio della Rivoluzione russa), cosa di meglio di un libro di colei che periodicamente ci rallegra e fa pensare con le sue rubriche?
E non un libro qualsiasi: trattasi infatti, siore e siorri, di Scopare o spolverare. Elogio della sporicizia. Lo pubblica Stampa alternativa e lo trovate qui.
E se pensate sia un dilemma, è meglio vi diate alla musica (scenda il silenzio sulla scelta dello istromento acconcio).

 

Lettere da uno sconosciuto

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Si consuma indisturbato dalle perturbazioni quotidiane l’amore dei lettori, come la ceralacca sigilla le lettere degli amanti segreti. Percorrono distanze illuminate dai pensieri, alla velocità del battito; in un pulpito del polso una parola è scritta. Dura trent’anni, intatto e reale, l’amore tra una scrittrice di Brooklyn e un libraio antiquario di Londra.

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84 Charing Cross Road è una storia vera, come usano recitare i titoli sbruffoni dei film che cercano pubblico da conquistare con la lenza dell’«Ehi amico, stai guardando una storia accaduta realmente; potrebbe capitare anche a te». Lei è Helene Henff, scrive da New York, corrisponde con una libreria antiquaria di Londra dove le lettere – appassionate, colte, affini – sono ricevute e sbrigate da Frank Doel, il padrone della libreria, per l’appunto sita all’indirizzo del titolo. Nel 1987 uscì il film omonimo che aveva per protagonisti Anthony Hopkins e Anne Bancroft (la Mrs. Robinson del Laureato).

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Il tempo passa – dal 1949 al 1969 – e nei tableau vivant della Storia entrano in scena e recitano i comprimari di lusso di questa coppia inaspettata (anzitutto, inaspettata a se stessa): la Londra del dopoguerra, quella dei Beatles, la febbrile Brooklyn degli intellettuali postbellici, nichilisti e fiduciosi, devoti e debosciati, che scrivono, come fa Helene, drammi teatrali e libri per bambini, tutto così, senza contraddizioni.

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In questa stravagante storia d’amore i personaggi non s’incontrano mai. Se lieto fine c’è, è da trovarsi altrove. Helene visitò effettivamente la libreria londinese, ma solo nel 1970, quando Doel era già scomparso prematuramente. Eppure non aleggia nessun senso mortifero intorno a questa vicenda. C’è semmai un senso di dolce malinconia, una sazietà lieve. C’è l’autunnale respiro della Terra.
Questa è la natura speciale di un librettino di poche pagine, ovvero la sua capacità di restituire, oltre lo scorrimento di date in apertura delle epistole, la sensazione del tempo che passa. Non altri compiti sono richiesti alla letteratura. E così nel libro si può parlare di una cosa, l’amore per la lettura, per parlare di un’altra: l’affinità elettiva di due anime che le distanze longitudinali separano, ma che trovano uno spazio di riconoscimento, accettazione e, dunque, amore sconfinato, proprio in quell’incorporea sfera che è la passione per la lettura.
E anche noi, da queste parti, viviamo spesso in quella terra senza terra.

Filippo Polenchi
Visita il sito dell’autore e quello di Barta edizioni