Carla Muschio / Dittico indiano

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La libellula

Nel centro dell’India sorge un colle che domina tutte le terre  circostanti.
Nel centro del colle sorge uno stupa incoronato da quattro portali istoriati. La luce piena  del mezzogiorno fa iridescenti le ali della libellula. Vola senza rumore disegnando una curva  regolare. Sa dove andare. Trasporta un bruco morto color verde erba reggendolo con le zampe  anteriori. Il bruco è pesante ma non c’è nulla di brusco nel volo della libellula. Sicura, la libellula si  posa sul fianco del portale settentrionale, là dove la scultura parla del miracolo del mango. Lì c’è  la casa di questo animale, nella fessura tra due pietre. Con le zampe sottili la libellula spinge il  bruco dentro la roccia, durando fatica. Arrivata in fondo al lavoro, dà un’ultima spinta alla testa  del bruco e vola via. La pietra non mostra altro, se non il miracolo del mango. In tutto l’universo,  solo io e la libellula sapremo la fine del bruco.

Nella breve vita della libellula questo volo ha la stessa portata di tutto il mio viaggio per  conoscere l’India, e cioè: il rumore del rickshaw nell’ora di punta; il Sadar Bazar; Durga, Mangla e  Ajit; tre ore e mezzo di fuso orario; l’acquazzone; giornate al finestrino del treno; la redazione di  «The Eye»; le pitture rupestri; le spezie dei cibi; le donne vestite da principesse; i bambini perduti;  le cittadelle murate; Giorgio ed Elisabetta; la quiete delle camere ombrose; accha, garam, apke nam,  le belle parole; l’acqua Bisleri; mille fiaccole nel Gange e i palazzi di Varanasi; il mio amore. Tutto  in un volo di libellula.

Mentre Parvati si aggiusta i capelli, un mondo nasce e muore.

Sanchi (Madya Pradesh), agosto 1996

* * *

Lo scotto

Il tempio si è appena riaperto dopo la pausa per il pranzo del custode. Nell’andito, un vecchio e un ragazzo accucciati a terra raccolgono e mettono in fila le calzature dei pochi  visitatori. Non si può toccare la terra sacra entro il recinto di un tempio se non con il piede nudo. Come entriamo nel vasto cortile lastricato, l’inaspettato calore della pietra rossa ci spinge a  correre subito verso il cuore del sacro. Nell’ombra consolante del tempio aperto a ogni aria, le colonne scolpite e gli altari ti assorbono in un periplo incalzante che è impossibile completare,  perché dietro ogni angolo c’è una nuova scena di vita, una fila di animali, un fresco fregio di  foglie e infiniti sono gli dei.
Restiamo a lungo a godere la bellezza del luogo celeste, ma viene il tempo in cui bisogna  andare.
Metto un piede fuori dell’ombra. Avevo dimenticato il calore della pietra. Il dolore mi  spinge a correre per qualche passo, poi getto a terra lo scialle di seta e vi poggio i piedi, ma  scottano ugualmente. Mi sento perduta e fatico a credere che quanto accade sia vero. Il mio  innamorato ha già raggiunto l’ingresso e mi incoraggia. Non ho scelta, devo sottopormi in fretta  alla prova del fuoco. Mi chino, afferro con una mano lo scialle, poi scatto e corro, spronata dal  male, verso l’uscita del tempio.
La scottatura ai piedi mi farà male fino all’indomani. Gli dei propizi si nutrono di sacrifici.

Tempio Brihadishwara, Tanjore, agosto 2001

 Carla Muschio
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