Breaking bad: il male, la chimica e l’America

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Non si sentiva più parlare tanto di Breaking bad dall’anno scorso, quando in pieno autunno si concluse l’ultima stagione lasciando col cuore infranto milioni di fan in tutto il mondo, però pochi giorni fa, non senza controversie, la serie AMC creata da Vince Gilligan ha fatto il pienone di Emmy vincendo il premio per la miglior serie, quello per la miglior sceneggiatura (per l’episodio 5×14: Ozymandias), quello per il miglior attore protagonista (Bryan Cranston), la migliore attrice non protagonista (Anna Gunn) ed il miglior attore non protagonista (Aaron Paul), finendo con una nomina a vuoto solo nella regia, vinta da Cary Joji Fukunaga per il quarto episodio della prima stagione di True detective, serie HBO che era l’unica vera rivale per i premi più importanti.
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Tifo

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Io ho tifato Breaking bad fino all’ultimo, sapendo anche che all’overdose di vittorie molti avrebbero avuto tanto da ridire, a cominciare dalla qualità della serie in generale e a finire col suo successo. La serie creata da Vince Gilligan è stata l’evento televisivo mediatico più esuberante degli ultimi anni, superando in successo di pubblico -nel senso più di vendite che di numero di spettatori- e di critica anche The walking dead, Il trono di spade, Mad men e Sherlock. Un simile risultato non si era visto dai tempi di Lost (anche se con i naufraghi dell’isola la critica è stata meno generosa, e con più di qualche ragione), serie comunque conclusasi nel 2010, mentre Breaking bad era già alla terza stagione, poco prima del botto di culto che è nato soprattutto grazie alla quarta e alla quinta (ma la serie aveva un ottimo seguito anche prima).
Cranston ha vinto ben 4 Emmy per la sua interpretazione di Walter White, il protagonista della serie ed uno dei personaggi più amati della storia della tv, nonostante il suo comportamento discutibile da un punto di vista etico– avendo, per i suoi fan, un percorso simile a quello di Tony Soprano. In realtà il personaggio è radicalmente diverso: mentre il protagonista dei Soprano è quello che è e a volte varia il proprio carattere di fronte a determinate difficoltà o situazioni, Walter è semplicemente bloccato in un percorso quasi naturale ma pieno di ostacoli. Tuttavia, entrambi sono i protagonisti più umani e difficili da affrontare circolati in tv, e da questo punto di vista si capisce il paragone.
Molti hanno anche odiato la serie di Gilligan o per il ritmo lento o, curiosamente, per il ritmo troppo veloce oppure soprattutto per l’incoerenza narrativa. Molti, ma assai meno di coloro che di questa serie hanno decretato un successo planetario.
Come succede spesso per i grandi prodotti che raggiungono una simile popolarità, la maggior parte delle persone che l’hanno seguito fino alla fine probabilmente non si è soffermata ad analizzarne la grandezza né il perché di un simile riscontro di critica e pubblico. Vedrò di entrare nel merito, citando passaggi dai miei episodi preferiti (la serie stessa è una delle mie preferite in assoluto, che si contende il secondo posto insieme a Twin Peaks – con il primo riservato a I Soprano) ed evitando di guastar la sorpresa a chi ancora si deve tuffare nel mondo di Walter White.
(continua)

Regia

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Una cosa va detta subito, prima che venga ripetuta in ogni paragrafo: Breaking bad è una serie in continuo crescendo ed in continua maturazione, tanto che ogni stagione è inferiore alla successiva. Tant’è che non ho problemi a dire che la prima stagione di True detective, che ho amato ma con molte riserve, ha più da dire della prima di Breaking bad, che presenta una semplice storia drammatica con un tono ironico che preannuncia i temi principali della serie in maniera pressoché puerile, rispetto a come la serie prosegue. Oserei dire che il primo episodio è considerabile un grande episodio solo se visto col senno di poi, dopo aver recuperato il resto della serie per notare i vari piccoli particolari che possono essere sfuggiti.

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Questo per dire, che da un punto di vista prettamente stilistico, la serie agli inizi non brilla, e questo per un motivo abbastanza semplice: Vince Gilligan è uno sceneggiatore prima di essere un regista. Mettendosi dietro alla cinepresa del primissimo episodio, è come se avesse provato a dare una lezione di regia al resto dei suoi colleghi rispetto a cosa dovrebbe essere l’estetica di Breaking bad. Questo fatto ha influenzato moltissimo la prima stagione, irta di passaggi ingenui talvolta resi inutili o poco interessanti dall’assenza di uno stile accattivante o personale; e un certo numero di scene girate come un video musicale non aiuta la situazione. Alla fine quello che può intrigare nella prima serie è quella sorta di umorismo tra le righe che gioca con gli stereotipi della famiglia americana e della stupidità umana per rendere ironico il sottotesto di una situazione che, altrimenti, sarebbe drammaticissima. Molte scene sono ben costruite (il tentato suicidio nel pilota, l’omicidio nel terzo episodio, l’incontro tra Walter e Tuco nel sesto), ma questa stagione è in generale un (interessante) sfizio compiaciuto intorno ad un soggetto che potrebbe dare di più.
E lo dà subito all’inizio della seconda stagione, dove una svolta stilistica cambia l’origine dell’umorismo: niente più montaggi veloci e ritmi da commedia criminalistica, la serie diventa ufficialmente un thriller nel primo episodio della nuova stagione, diretto da Bryan Cranston stesso. Niente più colonne sonore né montaggi modaioli, l’intero comparto tecnico è dedicato innanzitutto alla descrizione della tensione, con un sadismo registico rarissimo che non lascia via di scampo e dilata fino all’inverosimile i tempi di dialogo e di azione, con chiare citazioni ai classici spaghetti-western, ma ribaltando il contesto: qua, non ci sono né buoni né cattivi (ma di questo parlerò dopo).
Sia il primo che il secondo episodio sono un tipo di serie diversa, più vicina ad un film di Michael Mann che non ad uno di Edgar Wright, in tutto. E le inquadrature più impressionanti sono i primi piani, i primissimi piani e i loro esatti opposti: inquadrature in cui il personaggio è in mezzo al niente e contempla l’ambiente circostante, spesso pensando a «cosa è appena successo» e alle conseguenze di ciò. Dal terzo episodio, tuttavia, la qualità ricala, rimanendo comunque superiore alla prima stagione stilisticamente, ma senza avere quei picchi artistici ottenuti nell’inizio della stagione, anche se permangono episodi notevoli: dal sesto al nono episodio si hanno Peekaboo, in cui i due protagonisti di Breaking bad si ritrovano l’uno (Walter) di fronte al proprio spirito anarco-criminale di fronte alla borghesia da cui proviene (ed in cui ancora sguazza) mentre l’altro (Jesse) si ritrova a sbirciare un po’ troppo in un mondo di sporcizia forse non meno grottesca dei deliri adolescenziali di Harmony Korine; Negro y Azul,che comincia con una geniale scena-video musicale dove dei mariachi cantano una canzone dai ritmi tradizionali messicani con un testo che riassume la trama di Breaking bad fino a quel momento, ma mentendo su molti eventi e quindi ingannando lo spettatore (l’episodio contiene un delizioso cammeo di Danny Trejo); Better Call Saul (che da un punto di vista di sceneggiatura è vicinissimo alla prima stagione, ma molto più essenziale); e 4 days out (registicamente accostabile all’episodio pilota, per contenuto rappresenta un punto di svolta notevole). Il finale di stagione, invece, è un discorso diverso (che non faccio per motivi ovvi).

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La terza stagione è quasi tutta perfetta per quanto riguarda il comparto tecnico e soprattutto la regia e la fotografia esageratissime, sulla linea dei migliori episodi della seconda. In cosa consiste quel «quasi»? Nei personaggi dei gemelli Salamanca, cugini di Tuco, resi monoliticamente minacciosi da una regia che punta solo e soltanto sulla loro muscolarità senza conferire loro alcun fascino – le scene in cui compaiono hanno ottime potenzialità, ma anche il grande difetto di puntare quasi tutto su di loro e quasi niente sull’atmosfera meravigliosa creabile grazie a filtri gialli ed effetti sonori di spunto quasi horrorifico. La serie raggiunge un apice con Fly, un episodio-dialogo tra Walter e Jesse che rivela la natura ossessiva e futile delle loro vite prima con scenette slapstick e poi con dialoghi innaturali e riflessivi. Gli ultimi due episodi della stagione sono semplicemente perfetti da ogni punto di vista, ma impossibili da descrivere in poche parole.
La quarta, invece, prende una direzione spesso simile: basti vedere gli episodi Hermanos e Bug, che si interrogano sulla natura dell’antagonista principale della stagione, Gustavo Fring, interpretato con potenza (mono)espressiva notevole da Giancarlo Esposito; simile, ma spesso molto più ritmata e giallistica. È la serie sicuramente più povera contenutisticamente (i concetti principali sono il rimorso di Jesse, la paura di Jesse e Walter rispetto a Gus e di Skyler, la moglie di Walter, rispetto al marito; tutto il resto è come una sorta di «pausa» dei temi principali, che tratterò più avanti) ma registicamente è a dire il poco perfetta. Ha sì momenti videoclippari (come nel -bellissimo- episodio Shotgun) e crescendi tamarri (l’episodio finale che ha addirittura chiesto in prestito gli addetti agli effetti speciali di The walking dead), ma sequenze di tensione lunghe come quelle di Box cutter, vendette perfette come quella di Salud o scene angoscianti come il finale di Crawl space si sono viste in poche occasioni in qualsiasi serie tv – Twin peaks è un’eccezione imparagonabile.
Sulla quinta stagione c’è poco da dire e verrà detto tutto verso la fine.
(continua)

Sceneggiatura

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Mi sono appena reso conto che non ho scritto neanche un accenno della trama principale, quindi necessito di scrivere quel poco che, in realtà, sanno tutti: Walter White è un professore liceale di chimica cinquantenne che ha avuto una vita piena di delusioni, in primis l’aver fondato un’associazione di informatica ormai miliardaria (la Gray Matter, che ha abbandonato poco dopo la fondazione, mancando una vita di ricchezze). Suo figlio adolescente Walter Jr. (interpretato da RJ Mitte) soffre di una paralisi cerebrale che gli causa problemi nel parlare e nel camminare, sua moglie Skyler è incinta, suo cognato Hank (Dean Norris) è un agente della D.E.A. (la principale agenzia federale statunitense per il rispetto delle leggi antidroga) e lui ha appena scoperto di essere malato di cancro ai polmoni.
Nella disperazione, essendo un genio nel campo della chimica, decide di improvvisarsi cuoco di metanfetamina insieme all’ex studente Jesse Pinkman (Aaron Paul) ed i due entrano nel gioco della droga, in modo da poter guadagnare abbastanza soldi per pagarsi le cure (negli Usa il sistema sanitario è soprattutto privato) e per il benessere della famiglia White dopo la morte del pater familias. Prima è quasi un divertissement, ma presto la situazione diventa seria e pericolosa per entrambi.

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Diamo la priorità alle cose più importanti: in Breaking bad la trama serve a pochissimo ed è una serie imparagonabile allo «sceneggiatura-centrismo» di alcune serie HBO che, pur vantando grandissima regia, basano spesso molto sulla coerenza narrativa, in Breaking bad quasi assente.
Sì, è naturale, c’è una storia che procede in una certa direzione, ci sono varie azioni con cause ed effetti, ma tutto sta nell’interazione tra i personaggi, nello svilupparsi dei concetti di sottofondo e nella regia. Considerare stereotipato, poco credibile o scontato un passaggio nella sceneggiatura di Breaking bad per quanto mi riguarda equivale più o meno a considerare poco verosimili le indagini oniriche di Twin Peaks o la rappresentazione abbastanza parodistica/fumettistica dell’ambiente mafioso nei Soprano. Lascio per sottinteso che il fan medio di Breaking bad che lo apprezza «perché droga e pistole» è ben più ignobile di chi non lo apprezza con motivazioni che non condivido.

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Detto ciò, la sceneggiatura è naturalmente ed automaticamente pregna dei temi che rendono la serie il capolavoro che è. Perché il grottesco New Mexico del mondo creato da Vince Gilligan ha molto in comune con il mondo dei fratelli Coen, quel mondo stralunato in cui tutti sono idioti ed orgogliosi di esserlo: l’universo di Breaking bad all’inizio è composto da stereotipi, con l’attributo «ridicolo» al posto di «stupido». Queste macchiette sono adeguatamente inserite in un contesto dall’ironia sconquassante e finiscono per comporre un discorso sociologico e metafisico sulle origini del male che trascende ogni piccolezza narrativa. Basti pensare che un genio del male come Gus fa meno danni al commercio di Walter di quanti finisce per farne un cretino grezzo come Jack Welker e della sua gang nell’ultima stagione.
Alla fine in Breaking bad la scaltrezza, l’umanità e la schiettezza di Walter vanno a braccetto con la sua personalità estremamente patetica, tanto da risultare innaturale quando riesce a sconfiggere il suo aspetto debole per (di)mostrare il suo lato più cupo, per me comunque lontanissimo dal permettergli di essere «allo stesso tempo il protagonista e l’antagonista della serie» (nonostante gli ovvi «andare troppo oltre», per esempio alla fine della quarta stagione).

Breanking Bad (Season 4)

Questo perché? Gilligan si auto-banalizza dicendo che la storia di Walter è la storia di un Mr. Chips, un signor Travet si direbbe in Italia, che diventa Scarface, ma è diverso, perché il «desiderio di diventare Scarface» non può nascere dal niente, quindi se Walter è malvagio lo è da ben prima della prima scena dell’ultimo episodio. La sua non è una discesa nell’Inferno ma un rimanere nell’Inferno, un mostrare di appartenervi. E se proprio è malvagio come molti dicono, il suo male consapevole è immediatamente legato alla sporcizia del proprio patetismo.
Anche Jesse è un personaggio in apparenza banale, un semplice spacciatore di strada con un passato come tanti: ma diventa allegoria del dolore e dell’assenza di un motivo per vivere, mentre i passaggi umoristici via via si rarefanno fino ad essere completamente assenti, trasformandolo -con un processo fluido e difficoltoso ma funzionante- in un involucro vuoto, illuminato da momenti umani e commoventi ed offuscato da altri demotivanti e depressi.
Anche Skyler, per quanto odiabile, ha una sorta di indecisione paranoica, e in un batter d’occhio commuta dalla quarantenne mogliettina innocente da serie Usa alla cupa disperazione della complice alla Lady Macbeth dei poveri, con disperato ritorno alla casella di partenza, senza più l’innocenza.
La serie sotto certi punti di vista è molto «moralista»: descrive un’interazione allegorica tra personaggi americani e così facendo descrive le ipocrisie di uno Stato, il suo male – è quasi una riflessione politica sulla responsabilità, ma allo stesso tempo è talmente destrutturata e destrutturante che finisce per essere un mix tra Il principe di Machiavelli e Il padrino, con quel pizzico di Dostoevskij che non ci sta mai male.
Basti pensare a frasi come «Un uomo più è astuto, meno sospetterebbe di venire catturato da una cosa semplice» di Bb o l’«Io non voglio aspettare la “felicità universale”. Voglio vivere anch’io, se no è meglio non vivere addirittura» del Raskolnikov di Delitto e castigo – pensare a ciò che gira attorno al personaggio di Walter White, tra il suo rapporto con i suoi antagonisti nella quinta stagione ed il suo discorso a Skyler nell’ultimissimo episodio.
(continua)

Personaggi (nel merito)

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Nel merito dei personaggi singoli, sono costretto a citare una frase che dice nella serie Walter durante un dialogo con Jesse, ed in cui «Heisenberg» (questo il «nome d’affari» che si sceglie il protagonista) sembra seriamente preoccupato per l’incolumità di quest’ultimo, e dice «Tutto ciò gira attorno a me», come per dire che i motivi per cui Jesse potrebbe essere in pericolo sono più legati a Walt che a Jesse. Una frase che in un modo o nell’altro rispecchia la serie.
Del resto Walter ha una cosa in comune con lo Shinji di Neon Genesis Evangelion: ci si può girare tanto attorno, ma entrambe le serie girano solo attorno ad un personaggio e ai suoi problemi di vulnerabilità (o assenza di vulnerabilità) ed umanità, oltre che per il vuoto fotografico e registico che entrambe hanno – anche se l’anime di Hideaki Anno si concentra innanzitutto sulla speranza e sulla sua assenza, mentre a Gilligan importa più che altro del cambiamento, della violenza, del male e del patetismo umano.
Walter passa da un uomo che ha bisogno di un cuscino simile alla conchiglia del Signore delle mosche per avere un dialogo serio con la propria famiglia (in un’assurda e volontariamente ridicola scena nella prima stagione) ad un vero e proprio Moby Dick, in un romanzo in cui Pip sarebbe Jesse Pinkman e Ahab il cognato Hank, per poi diventare un Sisifo che fa rotolare un barile pieno di soldi attraverso il deserto mentre si tossisce sangue addosso.
Allo stesso modo si potrebbe distinguere Walter White in un Dr. Jekyll ed in un Mr. Hyde (Heisenberg) e quindi dividere anche le sue fasi vitali in maniera diversa e distinta. Il riferimento all’Ozymandias di Shelley si spreca: l’episodio migliore della serie si intitola proprio come la poesia dell’autore romantico e contiene riferimenti espliciti addirittura da un punto di vista grafico.
In effetti, pensandoci, Walter è un personaggio di una complicatezza disarmante, paragonabile per complessità solo a Tony Soprano: mentre il personaggio di James Gandolfini ha come principale dilemma le difficoltà nel non riuscire a cambiare (in tutti i sensi possibili e con molti, mutevoli risvolti interiori) per Walter succede l’esatto opposto ovvero il completo, continuo, cambiamento che si rivoluziona su se stesso. Quello che fa Walter forse è peccare, secondo un qualche malato (o inesistente) ordine universale che di sicuro viene violato più volte nella serie, ma non si sa mai proprio da chi, e chi lo viola in maniera peggiore. Forse, Walter non pecca per desiderio di peccare come lo Yu di Love Exposure ma perché tenta di essere buono ed è troppo debole (o, come Platone direbbe, ignorante) per riuscire ad essere tale. O forse Walter è l’esatto opposto nel suo Universo, ed invece di essere un peccatore, è proprio un Dio, che condivide con l’Übermensch Nietzschiano il riuscire a creare da solo i propri concetti di bene e di male, seguendoli coerentemente da solo, con un individualismo che finisce per essere la sua fine, o magari il Dio è il Satana Heisenberg, Dio che però… non esiste, è un’illusione, perché esiste l’idea di Heisenberg, ma esso non è altro che un’idea (Spinoza?) perché è Walter White e non si può affatto parlare di doppia personalità. Il personaggio è uno ed uno solo ed un cappello non può cambiare questa condizione. Tra le caratteristiche più belle ed importanti c’è innanzitutto la consapevolezza del male e dei difetti, ed è tra i principali “problemi” di base che rendono la serie quello che è.

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I personaggi attorno a Walter sono solo macchiette, magari con il proprio sviluppo caratteriale ma imparagonabili al monolito del personaggio interpretato magistralmente da Bryan Cranston con quel perfetto bilanciamento tra patetico, schizzato, umanissimo e… contemplativo. Alla fine si può dire quanto si vuole: Hank è una destrutturazione del personaggio stereotipato del poliziotto, che mantiene sia caratteristiche goliardiche che caratteristiche da “vero e professionale poliziotto” (con più momenti di dubbi verso sé stesso) ed è un po’ il capitano Ahab della situazione, o l’ispettore Zenigata di Lupin; Walter Jr. e poi la figlia Holly sono solo elementi filiali che attaccano il lato più umano di Walter; Skyler è la più complessa e variegata delle Lady Macbeth possibili ma altro non è che un personaggio complicato di moglie difficile con varie caratteristiche e originalità ma non troppo diverso da altri grandi personaggi di moglie aut similia che si possono vedere in televisione (Margareth di Boardwalk Empire, ad esempio, ha qualche caratteristica comune); Saul è la spalla comica o l’avvocato del diavolo ed è un personaggio più vicino alle commedie in bianco e nero e a Stanlio & Ollio che allo stile della serie; Mike pure è una bellissima spalla ed un personaggio umanissimo; Marie è un personaggio di sottofondo divertente e nel contempo irritante, e la sottotrama della sua cleptomania è lasciata sospesa in maniera vergognosa – ma forse è meglio così. Ma gli unici personaggi fuori dal comune per l’andazzo di una serie, in generale, oltre al protagonista, sono Jesse Pinkman e Gus Fring.

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Jesse dovrebbe avere un processo simile a quello di Walter, di cambiamento continuo e discesa nei meandri del male (???), però, nonostante il personaggio sia meno complesso del protagonista, il suo processo ed il suo rapporto con il bene, il male e la propria psicologia sono ancora più intricati. Jesse, infatti, incarna all’inizio uno stereotipo grottesco e abbastanza sgradevole (pur in maniera divertente) per poi trasformarsi in una figura filiale isterica e polivalente con più discese, ovviamente, nel patetico. Il suo rapporto con Walter, considerato spesso di “grande alchimia tra grandi personaggi”, è in continuazione conflittuale, anche con quale uscita edipica, freudiana, con l’odio mischiato all’affetto come leitmotiv del loro dialogo. Gli episodi centrali della seconda parte della quinta stagione sono abbastanza esemplari: l’abbraccio melodrammatico tra i due viene seguito dopo poco da estrema violenza (anche solo a parole) dell’uno verso l’altro. Poi, è decisamente assente una sorta di giustizia assoluta o divina (Hank non basta, del resto anche lui ha i suoi ripensamenti e le sue ipocrisie), e nel finale tutti pagano e nessuno vince, il che rende il destino di Jesse ancora più difficile da descrivere rispetto a quelli degli altri. Jesse, inoltre, è sempre stato meno responsabile ma più consapevole di Walter e ciò porta ad interessanti digressioni tematiche sul rimorso, ma un altro concetto importante per Jesse è lo squallore giovanile dei tossicodipendenti (narrato con ironia grottesca o con toni quasi horror, senza mai esagerare né con l’estetismo né col didascalismo). Il suo essere una figura imbarazzante e ridicola viene senza dubbio sottolineato dai contesti in cui appare più spesso: ad essere picchiato, ad esempio, o a piangere, a non comprendere cosa gli viene detto, ad interrogarsi su sé stesso, a monologare sul senso di colpa e sul suo appartenere ad un mondo di corruzione (bellissimo il suo monologo dai tossicodipendenti anonimi nell’episodio Problem Dog nella quarta stagione, sia per intensità registica che per recitazione e parole), ad urlare offese al prossimo come debole meccanismo di difesa, o soprattutto a guardare nel vuoto. Come tutti gli altri.

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Gus, invece, è notevole per come è a dire il vero l’unica persona genuinamente intelligente oltre a Walter e forse Hank, ma il suo essere anche un personaggio da mafia-movie coi fiocchi, un personaggio con due personalità molto più distinte di quelle di Heisenberg e Walter, lo rendono non solo un antagonista fenomenale ma anche uno dei personaggi più importanti della serie per capire Walter (e quindi automaticamente per capire la serie, che È Walter). Infatti Gus è un diabolico pianificatore che per cattiveria e caratterizzazione è innaturale come un Lex Luthor, un Goblin, un Joker o un qualsiasi caricatissimo “cattivo di turno” fumettistico – tanto per confermare la necessità di un lato inverosimile e assurdo nel mondo di Breaking bad. E, come Lex Luthor per Clark Kent (Superman), Goblin per Peter Parker (Spiderman) e Joker per Bruce Wayne (Batman), anche Gus scatena in Walter White (Heisenberg) quella sorta di influenza malvagia che lo spinga ad agire nell’ordine della giustizia – giustizia che però è in un contesto sballato e non consiste nel colpire il cattivo per salvare il mondo quanto nello scegliere se smettere o no di inginocchiarsi al volere del carismatico dittatore per mandare avanti il commercio della droga sotto il grottesco Sole (anch’esso fumettistico nella sua enfatica prepotenza) delle assurdità fotografiche del mondo di Breaking bad. Non c’è da stupirsi se la quarta stagione, quella più incentrata su Gus, è anche quella in cui la colonna sonora originale di Dave Porter è più presente, in quanto i brani non originali possono essere molto d’atmosfera ma mai quanto una colonna sonora schizofrenica e sperimentale come quella originale che, è chiaro, caratterizzando Gus, caratterizza anche Walter – e la serie stessa, e la sua complessità. Gus, alla conclusione del suo percorso, diventa un Lee Van Cleef di fronte ad un Clint Eastwood, come ne Il buono il brutto e il cattivo (1966) di Sergio Leone, o un Dennis Hopper di fronte ad un Kyle MacLachlan, come in Velluto Blu (1986), che ha più cose in comune con “il buono” di quante entrambi ne vorrebbero ammettere, ed infatti non vengono mai ammesse in maniera vera e propria, a differenza di come fanno purtroppo in molti film oggigiorno, andando in direzione del verboso e del gratuito.
(continua)

Riassunto concettuale
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Breaking bad ha (già!) ridefinito un senso di epica industriale-sperimentale (vedere le inquadrature pdv (punto di vista) e le colonne sonore elettroniche ritmate con un senso quasi tribale) per il mondo della TV che ha già cominciato ad influenzare il panorama televisivo: basti vedere l’inizio del quinto episodio della prima stagione di True Detective in cui il senso fotografico, l’uso della musica e dei silenzi, la durata delle inquadrature e l’estetica della violenza ricordano moltissimo il mondo desertico della serie di Gilligan. Che poi non sia la serie più compatta del mondo, è chiaro: per me l’unica serie che rimane della stessa (altissima!) qualità dall’inizio alla fine è I Soprano, ma dobbiamo ricordarci che per le serie mantenere una qualità continua è molto più difficile che per i film, e Twin Peaks l’ha insegnato sin troppo bene, ed in questo campo una serie che invece di avere alti e bassi non fa altro che crescere qualitativamente è una manna dal cielo: la prima stagione è un divertissement grottesco; la seconda una tragedia proto-apocalittica che passa dal tema della paura ad altri come eros e thanatos; la terza è un ossessivo ed assurdo mischiarsi di grottesco e riflessione anti-esistenzialista; la quarta contiene la regia thriller potenzialmente più potente degli ultimi anni e tramite essa analizza la paura ed il rimorso con un ritmo ed un’estetica di una compattezza incredibile; la quinta è invece, in poche parole, la stagione televisiva definitiva. Divisa in due parti, di cui la prima, ben costruita e con un paio di climax interessanti, non è altro che un’introduzione di classe alla seconda, la quinta stagione contiene non solo tutto quello che si poteva richiedere da Breaking bad ma anche tutto quello che si può richiedere da un prodotto d’intrattenimento audiovisivo non-cinematografico. A parte giusto un evento narrativo verso la fine della prima parte, verso cui ho anche qualche dubbio, la storia è abbastanza semplice, lineare e… prevedibile. Eppure, ad ogni episodio c’è quella sensazione, traumatica o ansiogena, di sorpresa – e le capacità tecniche di Gilligan & co. qui sono al solo vertice assoluto: il rendimento dell’attesa in Blood Money, il nevrotismo patetico del montaggio nel deserto di Buried, il costante ripetersi di assoluti cambiamenti di tono nell’assurdità schizzata di Confessions (l’episodio con la sceneggiatura migliore in assoluto, a prescindere dalla sua importanza), la regia quadratissima (e dunque opposta a quella di Confessions) e comunque disturbante di Buried, la vuota solitudine western di To’hajilee, la perfezione ansiogena di Ozymandias, la calma piatta e riflessiva di Granite State ed il Gran Finale Felina (titolo episodio scelto per tre motivi: è l’anagramma di “Finale”; è il titolo di una canzone di Marty Robbins che si sente più volte nella puntata; e soprattutto è costituito dalle sillabe Fe, Li e Na, che si riferiscono agli elementi chimici Ferro, Litio e Sodio, ricollegabili a sangue, metanfetamina e lacrime) che, pur non essendo registicamente o concettualmente l’episodio più bello della serie, è la conclusione perfetta ed ideale, oltre che l’unica possibile, e senza questa puntata Breaking bad avrebbe un valore minore.

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La serie di Gilligan per me è descrivibile come la serie TV più lontana dall’intrattenimento televisivo in assoluto, sia per struttura che per qualità è più vicina ad un lunghissimo lungometraggio: una riflessione sul male, sul patetismo, sull’identità e sulla vita che trascende ogni narrazione semplicemente girando attorno ad uno stile originale che punta sul grottesco minimalista e che prende tanto dagli western leoniani e dall’horror quando da Michael Mann e dall’industrial. Una serie che, nonostante piccoli incampiarsi addosso (come la succitata inutile sottotrama della cleptomania di Marie) sembra essere stata pianificata alla perfezione dell’inizio alla fine. Una serie che è tanto un’opera d’arte quanto un fenomeno mediatico. Una serie che è un virtuosismo di epica anticonvenzionale. Una serie che visivamente è unica nel suo ambiente. Una serie che è finita da nemmeno un anno e che è già di culto assoluto. Una serie che racconta due anni di vita umana con un ritmo in continuo cambiamento (settimane raccontate in una stagione o mesi raccontati in un episodio singolo) e che è un unico, intenso, respiro. Una serie che Stephen King ha paragonato ai capolavori U.S.A.-centrici di David Lynch (Twin Peaks e Velluto Blu). Una serie riguardo alla quale potrei scrivere pagine per ogni singolo episodio (ringraziate che non l’ho fatto…). Ed una serie che si è conclusa ed è morta nell’unica maniera possibile, sulle note di Baby Blue dei Badfinger, donando alla TV il più buono dei cattivi ed il più cattivo dei buoni, un protagonista memorabilissimo dalle mille sfaccettature: Heisenberg, Walter White, Bryan Cranston – Breaking bad.

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