Box office 3D: (t)errore

Sbadigli

Primo film in 3D in Italia ed è il terrore. Una commedia di Ezio Greggio, conosciuto anche (soprattutto? dovrebbe…) per essere amico del grandissimo Mel Brooks, il cui scopo è quello di parodizzare i grandi blockbuster, soprattutto quelli americani. Per arrivare a questo film ne narro innanzitutto il mio coinvolgimento personale: l’ho visto un po’ sonnecchiando (cosa che non faccio quasi mai data la mia cinefilia) su uno schermo di un treno in cui tra l’altro l’audio non funzionava tantissimo. Ciò significa anche che non ho potuto ammirare il 3D, tanto osannato dai poster che lo proclamano come ‘il primo film italiano in 3D’. Per essere più precisi, c’erano già stati, in 3D, “Nozze vagabonde” nel 1936 e “Il più comico spettacolo del mondo” con Totò nel 1953, due pellicole che non ho ancora avuto la possibilità di vedere, quindi questo “Box Office” più che altro è il primo film italiano in 3D in questo presente in cui il 3D è una moda, come abbiamo visto in “Avatar”.

Irritazioni

Qui entriamo nell’analisi del primo dei 5 principali aspetti ignobili di questo film, ovvero la scelta del 3D per il puro desiderio dei soldi. Desiderio non nascosto, già dal titolo “Box Office”, ovvero incassi, nel senso degli incassi che vuole fare Greggio, non nel senso degli incassi che vuole prendere per il culo, come l’hanno letto, sbagliando, tutti. Fortunatamente, oserei dire, anche se il tema costante è la commercialissima e irritante “Danza Kuduro” (inserita tra l’altro a intervalli regolari con un fotogramma “Prossimamente nei cinema” all’interno del film, creando davvero un forte mal di testa), il film non ha avuto il successo sperato.
Il secondo aspetto ignobile si trova nello scopo: parodizzare è sempre qualcosa di difficile. Bisogna saper prendere in giro gli aspetti giusti con la giusta ironia, cercando di non offendere pesantemente gli artisti ma, semmai, il prodotto e partendo da presupposti che sono seriamente artisticamente criticabili. Quello che fa Ezio Greggio è l’esatto contrario: prende in giro i presupposti, magari senza mai aver letto la trama dei prodotti che sfotte, per il puro gusto di farlo, con una volgarità nascosta tra le righe ed irritantissima. A volte i presupposti sarebbero anche carini, ma perdono tutto (prendere in giro “Avatar” per la mancanza assoluta dell’aspetto sessuale, per esempio, potrebbe essere divertente se non ci fosse, sulla sceneggiatura di Greggio stesso ovviamente, il quasi sconosciuto Rocco Ciarmoli con la sua faccia ingombrante ad inserire volgarità fini a sè stesse, anche dimenticando il titolo banale “Viagratar”; o ancora, utilizzare l’idea di uno 007 invecchiato può essere anch’essa un’idea buona, magari come il sottotitolo in effetti utilizzato “L’ospizio può attendere”, che ammetto mi ha fatto venire un sorriso, ma l’attore Ric è inadatto al ruolo come è inadatta la sceneggiatura e, di nuovo, l’orrendo titolo Old Old 70 come acronimo), anche a causa di una regia fragile. E a parte lo scimmiottare svecchiato dei vari “Scary Movie” giovanili o della filmografia del buon Jerry Zucker, i soggetti sono trattati anche a partire da particolari che si possono benissimo tralasciare. Per esempio: prendere in giro “Il Gladiatore” semplicemente basandosi su una storia comica che gira attorno ad un gladiatore, senza alcun riferimento allo stranoto film con Russel Crowe? Prendere in giro “Il codice Da Vinci” inserendo parolacce qua e là nella scenografia ed anche una parodia (la cosa peggiore di tutto il film) della Lisbeth Salander della Millennium Trilogy di Stieg Larsson con uno spinello fisso in bocca come elemento comico principale?

Non ce la fa

Ed ecco la terza caratteristica sgradevole: le scenografie plastificate, smorte, inutili, cartonate, da set teatrale scadente, motivo per cui chiedersi continuamente e richiedersi “Perché il 3D?” o meglio ancora “Perché tutti questi milioni di euro buttati ai porci?”. L’effetto, reso ancora più scadente dalla già citata piattezza della regia, è quello di uno sputo in faccia. Un altro, ennesimo punto debole, è quello dei tempi delle battute, che non arrivano mai al punto giusto, ma non mi intendo di ciò e quindi non do suggerimenti, ma infine arriviamo al punto cruciale e all’ultimo effettivo limite artistico di “Box Office 3D”: non fa ridere, per niente. Battute scadenti che puntano sull’imbecillità dello spettatore medio, sulla sua conoscenza delle mode, delle parolacce, dei dialetti italiani spesso resi di merda, sulla sua concezione di risata basata su quello che vede alla TV nei vari programmi della Mediaset, nello stile di “Colorado”. Un meccanismo allo stesso tempo uguale e opposto a quello delle cosiddette ‘barzellette pietose’, ovvero quelle patetiche che piacciono a chi ha meno di 8 anni e che fanno ridere chi ne ha di più proprio in quanto non fanno ridere. Un esempio: “Se io mi nutro e tu ti nutri, perché Frank Sinatra?” è una freddura banalotta e veloce basata su un gioco di parole quasi irritante e che fa quasi vergognare di sorridere. In “Box Office” la cosa è simile, solo che Ezio Greggio vuole far ridere sul serio e NON CI RIESCE.

Fetenzie

Ci si porta poi le mani sul viso piangente quando si legge di Greggio che critica i critici che hanno disprezzato il suo film al Festival di Venezia chiamandoli “Soloni fetenti” e continuando in maniera delirante, presupponente, mentalmente e artisticamente chiusa e banale (trascrivo solo parte del discorso): “Il loro ragionamento è: dato che sono critico devo parlare male di molti film, eccetto quelli che non piacciono a nessuno, così giustifico la mia funzione, divento prezioso e temuto. Vedi quel pover’uomo di Paolo Mereghetti, con le polemiche che sono nate a Venezia. […] Vergognati, critico! […] Devono raccontare per forza una verità diversa dalla realtà. Sono i critici del giurassico, una cricca chiusa nello scantinato che non ha capito che il cinema si è evoluto negli anni, che il pubblico non li legge e se ne fotte delle loro opinioni grette. E che tv e cinema ormai dialogano molto bene. Sono ancora convinti che le loro critiche siano determinanti per il risultato di un film: non è così. Mi capita spesso, ma sarà capitato anche a voi, di vedere film osannati dai critici sui giornali e poi scoprire che sono emerite fetecchie… leggi di capolavori e poi vai in sala e ci sono dentro sei persone di cui due si sono già impiccate per la noia. Un esempio pratico mi riguarda. Quest’anno il mio film e quello bellissimo di Roman Polanski (Carnage, ndr) hanno fatto lo stesso incasso, il che è un onore per me e uno schiaffo ad alcuni critici che ci avevano trattati come pezzenti: cari critici, il giudizio del pubblico vale come il vostro, anzi personalmente ritengo sia il vero e unico giudice. Che poi ti rendi conto che questa è gente che parla di cinema, ma non l’ha mai fatto in vita sua, sono imbottiti di nozionismo. Il cinema, i cineasti devono difendersi da questi soloni fetentoni che spesso sbagliano anche a scrivere le cose (se prendi i libri di Mereghetti ci sono più errori che in un discorso in pseudoitaliano di Di Pietro o in un monologo di Aldo Biscardi)”. E soprattutto, quando si pensa che “Box Office 3D” è la fine della commedia all’italiana, si legge dell’uscita di “Com’è bello far l’amore”, commedia italiana anch’essa in 3D basata su una coppia sposata e in crisi che ritorna insieme grazie all’avvento di una star del porno interpretata da Filippo Timi, che nel “Vincere” di Bellocchio aveva dimostrato di essere un ottimo attore. Ahimè, al peggio non c’è mai fine, o meglio, storpiando una citazione, “C’è sempre di peggio, e questi film ne fanno parte”.

7isLS

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