Arabia Saudita: il “trucco” del voto alle donne

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Tutti ad esultare per la decisione del re saudita Abdullah di concedere il diritto di voto e di elezione alle donne, in un paese che, ricordiamolo, non è una democrazia. Tutti ad annunciare l’ennesimo successo della “primavera araba” del “vento del cambiamento”, anche se la realtà è un tantino diversa.
L’Arabia Saudita è una monarchia assoluta ed è il Paese che applica con maggiore rigidità la Sharia, non esistono partiti politici e le donne non possono guidare l’auto. Non va dimenticato che già due anni fa il re aveva nominato una donna a viceministro per l’educazione. Il voto alle donne è, quindi, nei fatti, un puro gesto simbolico, per altro annunciato da tempo. Lo stesso re si è premurato di comunicare che le donne potranno sedere nella Majlis al-Choura, l’assemblea consultiva del Regno, ma lo dovranno fare secondo le norme della Sharia.
Come spiega Stéphane Lacroix su Liberation, “Questo significa che probabilmente non potranno sedersi nella stessa aula degli uomini. Si costruirà una sala a parte in cui mettere le donne che discuteranno con gli uomini in teleconferenza senza che si vedano i loro volti. Scordiamoci un’assemblea mista”. In pratica si tratta del solito “contentino” simbolico per provare a migliorare l’immagine dell’Arabia Saudita in Occidente.
Come giustamente conclude Lacroix: “In termini politici sarebbe molto più doloroso per Abdullah avere un’assemblea eletta con delle reali prerogative che avere delle donne sedute in parlamenti senza potere”.

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