Antologie dell’orrore

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Introduzione

Va di moda, in questo periodo cinematografico in cui la narrazione di anno in anno diventa sempre di più un optional, fare film-antologie, gruppi massicci di cortometraggi la cui finalità è quella di mostrare o dimostrare talenti registici tramite la sintetica bellezza di ciò che è breve, tirando fuori quindi il talento dalle cose più piccole; in altre parole, «sono bravo anche se mi danno poco spazio» è l’affermazione.
Ciò ha funzionato anche nel passato, soprattutto in Italia, con le commedie, dalle più pecorecce alle più raffinate, data la nota difficoltà nostrana di lasciare in poltrona a sghignazzare incontrollatamente per due ore, ma nel presente succede soprattutto con il genere horror, ove è ancora più difficile mantenere il presupposto – la tensione- nel genere dopo lo spreco di tutti i clichè e l’incredibile piega di prevedibilità che ogni anno le pellicole mainstream del caso intraprendono.
Per esempi recenti, film-antologie orrorifiche possono essere Three (Tre), composto da tre corti diretti da rinomati autori coreani e di Hong Kong, Three… extremes (Tre… estremi), composto da tre corti diretti da tre grandi registi asiatici, Little deaths (Piccole morti), altro trittico stavolta made in UK, ed infine il più complesso The ABCs of death (L’ABC della morte),composto da ben 26 cortometraggi di registi/sceneggiatori da tutto il mondo, uno per ogni lettera dell’alfabeto, con tema la morte, budget massimo di 5000 dollari a corto.
I due più riassuntivi ed interessanti sono Three… extremes e The ABCs of death, che recensirò nel dettaglio. Partendo con Three… extremes.

Dumplings

Three… extremes parte con Dumplings (Ravioli, quelli cinesi), corto scritto e diretto dal regista cinese Fruit Chan,  propone un’inquietante maniera di vedere il mondo della fama televisiva: cosa non farebbe un’egocentrica attrice che sta invecchiando per sembrare sempre giovane? La protagonista del corto non si ferma davanti a nulla, e divora con piacere gustosi ravioli che contengono in sé la ricetta per l’eterna giovinezza apparente, e non si ferma quando scopre il loro contenuto: feti; tritati.
Con questa bizzarra, disgustosa e interessante premessa, che potrebbe portare a grande suspense, lunghi silenzi e forti metafore, Fruit Chan trasporta lo spettatore in un minimondo rarefatto e masochista in cui la cosa che disturba di più non è la trama ma il fatto che tutti all’interno di essa si comportino come se tutto quello che succede fosse di una normalità assoluta. Dissacrante nella tesi, visivamente potente, riassume un po’ ciò di cui ha bisogno un horror odierno per essere originale: un concetto di base che catalizzi l’attenzione. Nonostante uno alla fine del corto, stupito per la sua bellezza, si possa chiedere come potrebbero i cortometraggi successivi essere superiori, un senso aspro di vuoto inquietante sopprime quello che dovrebbe essere un assoluto apprezzamento della trama, e soprattutto del suo finale discutibile. Non troppo soddisfatto del risultato, il regista ne ha poi diretto una versione cinematografica più lunga e qualitativamente inferiore.

Cut

Park Chan-wook, geniale autore sudcoreano il cui nome ai più ricorderà la Trilogia della vendetta composta dai magnifici Mr. Vendetta, Old boy (uno dei migliori film asiatici che si ricordino, forse secondo solo a pochi di Kurosawa, Sion Sono e Mizoguchi) e Lady Vendetta, è il nome alla base di Cut (Taglio, anche in senso cinematografico), cortometraggio intermedio che comincia con una sequenza vampiresca carica di barocchismi stilistici che probabilmente ispireranno il regista per il successivo horror Thirst (Sete) per poi tramutarsi in una commedia nera splatter dai toni gotici e farseschi, dall’atmosfera ingenuamente fiabesca, un sadico esercizio di regia e suspense basato sui chiaroscuri delle scenografie ma anche degli stati d’animo e dei caratteri dei tre protagonisti. Pur inciampicchiando qua e là nel rischio di autocitarsi fino al risucchiare l’essenza della propria opera al minimo essenziale, riducendone qualità e fascino, nella parte centrale Cut riprende ed acquista un alto sentore di forza, che poi si riperde nella conclusione confusa ma narrativamente riuscita.
Park, dei tre registi, è il più dotato e il più indipendente, ma il suo corto, per quanto gradevole, è troppo formalmente imperfetto ed oserei definirlo il più debole dei tre. Nonostante ciò, è un gioiello visivo di estrema rarezza ed il suo sporco universo apocalittico rispecchia un po’ la collocazione atmosferica della Trilogia della vendetta.
Nella trama, un attore-comparsa rapisce e tortura psicologicamente (e fisicamente) un regista con cui ha lavorato spesso, sua moglie (una pianista a cui viene minacciato il taglio delle dita) ed una bambina trovata per strada, per protesta verso lo squallore del mondo in cui viviamo.

Box

Il film si conclude con un cortometraggio diretto da Takashi Miike, il visionario e controverso regista dietro a film discussi come Audition, Ichi the Killer, Visitor Q, Gozu e 13 Assassini. Il regista, molto vario nei toni e nelle qualità, anche a causa della sua filmografia ampissima (più di 80 film in meno di vent’anni di carriera), ha pur sempre un tocco stilistico riconoscibile, soprattutto nella direzione delle scene di tensione e nella costruzione sonora delle scene grottesche. Per esempio, film diversissimi negli intenti e nei contenuti come il thriller Audition e il musical surreale The happiness of the Katakuris hanno in comune particolarità tecniche finissime e dalla velatezza invidiabile. Nonostante gli accennati salti continui di qualità, la filmografia di Miike è di una compattezza rara.
E Box (Scatola, da cui proviene l’immagine in apertura) è il segmento visivamente e atmosfericamente più interessante di tutto l’insieme. Abbiamo come protagonista una giovane depressa che ha continue allucinazioni che le ricordano della sua infanzia insieme ad una sorella gemella da lei uccisa in un atto di rabbia e gelosia a causa di un uomo, un illusionista sfregiato che le molestava ma di cui erano entrambe innamorate. Sfiorando i punti più alti della filmografia del regista (toccando la bellezza visiva di Gozu e i terrificanti ritratti famigliari e sociali di Visitor Q), questo segmento visionario ha il suo forte nella formalità, nella scelta delle soluzioni registiche, nelle atmosfere e nel senso di inquietudine dato dalla morbosa ripetitività di concetti e figure chiuse in inquadrature strette e claustrofobiche. Ma tutta la storia perde fascino nel finale, che dà a tutto il resto una valenza troppo onirica, rendendo il risultato generale più banale dello sperato.
Nonostante ciò, resta il segmento migliore, nella sua vivacità lenta e ombrosa, oltre che un caposaldo per comprendere Miike. Nella prossima recensione, tratterò di The ABCs of Death, un megaprogetto antologico ancor più (piacevolmente) variegato di Three… extremes, nel bene, e nel male.

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