Anno di cinema 2013 / 2, il male

venerepelliccia

Termina qui una personale carrellata sul meglio e sul peggio al cine nel 2013: prima avevo parlato del bene e oggi, visto che è Natale, parlerò del male, di delusioni e fiaschi.
Cominciamo con il Cinema d’autore, in fondo perdonabile, se l’errore è piccolo ed il lavoro è poco irritante, laddove l’imbecillità di un blockbuster invece può essere pericolosa (L’uomo d’acciaio ed Elysium, nella loro brutale semplicità, sono tra i film peggiori dell’anno, e rincretiniscono le masse sia ad un livello cinematografico sia per i loro inesplicitati riferimenti religiosi e/o politici. Avendo già speso abbastanza parole, e offese, a riguardo passo oltre).
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Le delusioni Ue

Non tutto è bello… anzi. Lo dico con il cuore in mano e le lacrime agli occhi: Venere in pelliccia non mi è piaciuto. Aveva tutti gli ingredienti per essere un film magnifico, a partire dal regista: Roman Polanski, uno dei miei autori preferiti. Eppure sono rimasto in sala per più di un’ora e mezza aspettando qualcosa che non avessi potuto teorizzare sin dall’inizio del film. Non fraintendetemi: di solito quando guardo un film non aspetto mai grandi colpi di scena e non penso che la loro assenza possa influire sulla qualità del film. Ma Venere in pelliccia mi è sembrato un film che ha perso tutto quello che poteva aver da dire sin da quasi subito: è una prevedibilissima discesa negli inferi in cui tutto è prestabilito dalla primissima sequenza e sembra una scusa intellectual chic per mostrare a mezzo mondo un porno-fetish-femdom fatto in casa – non per niente Amalric a volte sembra Polanski da giovane. L’elemento del travestitismo e della sottomissione al fascino femminile non è affascinante come in Cul-de-sac o L’inquilino del terzo piano, la critica alla chiusura presuntuosa dell’individualità borghese è meno feroce e originale che in Carnage, non c’è abbastanza Polanski concettualmente (nonostante una sua marcata presenza in regia: si veda la «quadratezza» della parte centrale), però i meravigliosi carrelli à-la-Repulsion a inizio e fine film sembravano promettere molto, molto di più.
In Italia non scherziamo però comunque, vista l’inutilità dilagante di Educazione siberiana, l’ultimo film di Gabriele Salvatores tratto dall’omonimo romanzo di Lilin, un film che ha come dote tecnica più in vista una fotografia tra le peggiori degli ultimi trent’anni. Ha la pretenziosità di essere un C’era una volta in America trapiantato in Siberia, ma è assolutamente lontano dall’avere una qualche portata, nonostante la regia solida e gli attori bravi (John Malkovich in primis). Vi è una certa tendenza al manierismo, o forse è meglio dire al mestierismo, con poca originalità stilistica e molto vuoto concettuale, retorica che crede (pretende?) di non esserlo con la scusa del simbolismo spicciolo. La storia è livida e lontana dall’essere emozionante, il finale è frettoloso, la sceneggiatura patetica. Qualcosa si salva — troppo poco. Fortunatamente, a differenza di quel che è successo con altri film (anche peggiori) di Salvatores, quando è uscito non si è urlato al capolavoro assoluto ed indimenticabile del Cinema italiano.

(continua)

Le delusioni internazionali

Grazie al cielo però esiste l’America, che ci ricorda come ogni fallimento da noi non è niente in confronto ad un fallimento da loro: è così che Ruben Fleischer ci regala Gangster squad, vincitore del premio «banalità che crede profondamente di non essere una banalità» 2013. Non è che mi aspettassi un capolavoro da un regista come Fleischer, noto principalmente per quella commediola graziosa che era Benvenuti a Zombieland, però il cast pieno di nomi non da poco (Josh Brolin, Ryan Gosling, Emma Stone, Nick Nolte, Giovanni Ribisi e soprattutto Sean Penn) e la trama, che avrebbe rivisitato in atmosfera noir la storia dell’ex-pugile/gangster Mickey Cohen negli anni ’40, mi avevano creato un po’ di aspettative. Tutte distrutte, dalla prima all’ultima: un film cretino e tamarro ma privo di gusto estetico, con una fotografia disutile, attori plastificati, e un ritmo a volte troppo serrato e a volte troppo lento comunque reso male da un montatore in evidente crisi di identità, ralenti sputati a caso, eccetera. Difetti per tutti i gusti, e l’unica cosa buona è Ryan Gosling; Sean Penn, diametralmente, è al suo peggio in assoluto: non ha mai recitato peggio, e qui sembra avere la pretenziosità di recitare bene, atteggiandosi da figo con un tono vocale roco e un’espressione facciale fissa.
Neanche in Asia scherzano, ma in fondo siamo a livelli molto più alti. Può darsi che il mio giudizio sia addolcito da quanto successo durante la visione in sala di In another country del regista sudcoreano Hong Sang-soo: nella fila dietro la mia, al cinema, era seduto un uomo anziano estremamente toscano, il quale durante tutta la durata della pellicola non ha fatto che borbottare tra sé «Che merda», «Popo’ di caàta di firme [cacata di film, ndcdc]», «Majale dé, ‘un ho mai visto un firme più di merda di vesto», «Dio bono che sc.chifo». È stata una delizia. Di solito, in realtà, queste cose le detesto, ma con un film così mediocre mi ha divertito. Mediocre senza essere mai veramente brutto, anzi, ha qualche trovata interessante, soprattutto da un punto di vista registico certe inquadrature o brevi piani sequenza sono squisitamente inventivi, e Hong Sang-soo dimostra l’innata e difficile capacità di dire qualcosa su di un personaggio più con la videocamera che con il copione. La protagonista, interpretata dalla francese Isabelle Huppert, è una donna che visita la stessa cittadina sul mare della Corea del Sud in tre personalità diverse, sempre di «affascinanti e ricche donne europee chiamate Anne», incontra ed interagisce con le stesse quattro o cinque persone (che non sembrano riconoscerla) e ha (dis?)avventure analoghe in ogni manifestazione dello stesso sviluppo ciclico. L’operazione sperimentale va principalmente a vuoto: quello che dovrebbe essere un film profondamente umano e toccante finisce per essere solo una serie di inquadrature interessanti che dicono poco o nulla. Hong è un regista che sembra avere molto da dire ma non sa come dirlo, sa solo come inquadrarlo, e queste due cose purtroppo nel suo Cinema non sembrano equivalere. È il film che sarebbe uscito fuori dalle costole del Takeshi Kitano più «marino» (quello di L’estate di Kikujiro) se avesse cercato di rifare La doppia vita di Veronica rendendolo una Tripla vita di Veronica priva dell’aspetto lirico che è riuscito tanto bene a Kieslowski.
(continua)

cinque fiaschi, 5-3

vitadiadele

5. La vita di Adéle: Capitoli 1 & 2 (2013) di Abdellatif Kechiche
E già qui piomberanno sul mio nome piogge acide di insulti, però è così: per me La vita di Adéle è un insulto. Su questo film, storia d’amore lesbica (in cui il lesbismo è poco importante) della durata di tre ore che ha vinto la Palma d’Oro al festival di Cannes, ha riscosso successo di pubblico e di critica in ogni dove, devo ancora trovare una risposta alla seguente domanda: quel poco di più che ha rispetto a qualsiasi storiella d’amore adolescenziale da film di Muccino o da episodio di Skins si manifesta davvero in una maniera così affascinante? Le riprese con telecamera a spalla sono esteticamente brutte, la ricerca dell’iperrealismo è abbastanza triste (l’interpretazione della Exarchopoulos dovrebbe essere realistica perché ha sempre il moccio al naso e mangia a bocca aperta?), l’intellettualismo chic e stereotipato alla francese è dilagante per l’intero film, il ritmo lentissimo basato su un gioco di ciclicità spicca per funzionamento a vuoto. E se ci sono inquadrature affascinanti o scene intense (scene migliori: il primo incontro tra Adéle e Emma, la successiva scena di masturbazione/sogno erotico della prima, la scena della mostra di arte classica, il primo bacio, la festa di compleanno di Adéle), non bastano affatto a costituire un film affascinante o intenso nella sua completezza.
Guardando la prima parte del film, non ho fatto altro che sperare che migliorasse, ma sono rimasto sconvolto quando è stata questa prima parte la mia preferita del complesso – la parte che si conclude con la prima scena di sesso tra le due, nel senso che questa scena non è inclusa (è brutta).
Copincollo un paio di righe che scrissi a caldo dopo la visione (lo so che non si dovrebbe fare, ma altrettanto si può dire per la narrazione di questa emivita adeliesca): «Questa parte m’è sembrata come un quasi promettente prologo a qualcosa di più “grande”, alla grande “storia di vita” di cui avevo letto in innumerevoli recensioni, sorvolando scene […] come quella in cui Adéle urla alle sue compagne di classe “Io non sono lesbica” e cose così. In alcune scene ho anche capito il personaggio di Adéle, me lo sono sentito emozionalmente vicino, l’ho collegato oserei dire a personaggi che conosco anche nella vita reale e mi sono ritrovate a simpatizzare quasi per il suo odio per le ostriche, anche se frasi come “Bob Marley è più o meno come Sartre”, nonostante poco serie, apparirebbero nei miei incubi”».
Le scene di sesso (lunghissime ed imbarazzanti) poi sono estremamente antiestetiche e squallide, veramente costituite da una regia pornografica e da un cattivo gusto dilagante che ha del trash: l’iperrealismo diventa antirealismo puro con due ragazzine che alla loro prima volta fanno cose chiaramente pescate dalla pornografia e non dalle esperienze reali del romanticismo di coppia nell’omosessualità femminile. Sculacciate con effetti sonori implausibili (tra le quali uno che avevo già sentito e che sapevo si chiamasse «suono di un libro messo a posto nello scaffale») e con tanto di scuotimenti e strusciamenti di natiche (il cosiddetto twerking) inclusi.

4. The last stand (2013) di Kim Jee-woon
Non si può dire molto su The last stand: mi sono preparato alla visione aspettandomi di vedere un film d’azione un po’ «diverso» a causa del grandissimo nome che c’era dietro. Kim Jee-woon è infatti un regista sudcoreano dottissimo che ha diretto film enormi di genere solitamente thriller/action come I saw the devil (2010) o Two sisters (2003) o Bittersweet life (2005) da una parte, e Il buono il matto il cattivo (2008) e quel gioiello sottostimato del 1998 di The quiet family (rifatto da Takashi Miike con The happiness of the Katakuris) dall’altra. Vendutosi alle major statunitensi, da The last stand mi sarei aspettato un film non banalissimo, un po’ autoironico e dotato di una firma riconoscibile. Del resto è uno dei tre «cambiamenti americani» di registi coreani di quest’anno: collocabile tra il Bong di Snowpiercer (che chi non era al festival del Cinema di Roma vedrà nel 2014) ed il Park Chan-wook del deludente ma non catastrofico Stoker.
Partendo dal presupposto che il protagonista è interpretato da Arnold Schwarzenegger; è una costola di I mercenari privo di una qualsiasi verve o motivo di interesse o divertimento, prodotto di un «mestierando» banalotto e prevedibile, che funziona per addizione quasi caotica fino allo svuotamento tematico-registico, con duelli sottotono, azione noiosa e sovrabbondante, Kim che si vede troppo poco e Schwarzenegger che si vede troppo. La differenza di qualità con I mercenari 2 si sente pochissimo, è forse inesistente. È un hamburger trasformato in film.

3. The Bling Ring (2013) di Sofia Coppola
La regina delle raccomandate, l’attrice più odiata del cast della trilogia del Padrino e la regista più hipster in circolazione: ecco come potrei definire, senza girarci troppo intorno, Sofia Coppola. E dire che all’inizio, con quel film carino che è Il giardino delle vergini suicide (1999, con Kirsten Dunst) e con la successiva e deliziosa commedia drammatico-romantica Lost in translation (2003, con un Bill Murray in stato di grazia ed una delle migliori interpretazioni di Scarlett Johansson), sembrava avere un qualche talento, in probabile ascesa. E invece, tra la pacchiana presuntuosità di Marie Antoinette (2006) e l’ambizioso vuoto di Somewhere (2010), vincitore del Leone d’Oro a Venezia a causa del direttore della giuria Quentin Tarantino, la tendenza pareva essere diventata la continua discesa. A causa di questo premio, c’è chi annovera la Coppola tra i nomi più importanti di una certa fetta di Hollywood «giovanile», composta anche da Wes Anderson, Spike Jonze, Paul Thomas Anderson, Charlie Kaufman e Richard Linklater. Ma se secondo me ha perso le speranze anche solo di sfiorare il più vicino di questi nomi (il meno imponente, secondo me, è Kaufman), è probabilmente a causa di quest’ultimo lavoro: non pensavo fosse giunta a livelli di imbecillità tali da poter partorire la «critica sociale» contenuta in The Bling Ring, una versione completamente smorta, modaiola e deprimente di Spring Breakers (2012) di Harmony Korine. Il film di Korine è profondamente difettoso ma almeno, a modo molto suo, è capace di osare qualcosa, The Bling Ring osa nel senso che osa cercare di affermare gli stessi concetti di Spring Breakers (giovani dalla vita vuota che vivono nel divertimento, nella droga e nella malattia del valore del soldi): osa, e non riesce.  L’aggiunta di un fattore modaiolo hipster da pubblicità Dolce & Gabbana e della (interessante, sì) condizione di chi vive nell’ombra e nel mito delle celebrità e dei loro valori plastificati, immorali, finti, non sono sufficienti. Né lo è condire il tutto con una regia più quadrata che nei film precedenti ma anche più patinata e programmaticamente svuotata da ogni minimo interesse: ogni fotogramma è palesemente finzione, dalle posizioni dei corpi nell’inquadratura alle luci, è tutto calcolato nei minimi dettagli rendendo la messa in scena evidente e pacchiana. Questa regia migliore, con i suoi difetti, non fa che rendere più difficilmente sopportabile la vuotezza del discorso socio-politico di fondo, che ha il massimo del ridicolo nel cercare la moraletta conclusiva, caricata di convinzione di messaggio politico potente. Gli attori sono tutti ignobili ma Emma Watson è la peggiore di tutti, caricando il suo personaggio all’inverosimile senza rendersi conto che è talmente simile a lei come persona che avrebbe potuto benissimo non recitare.
(continua)

cinque fiaschi, 2-1

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2. Effetti collaterali (2013) di Steven Soderbergh
Ne ho già scritto abbastanza qui, dicendo che fa coppia con In trance di Danny Boyle nel concorso di thriller confuso ed inutile dell’anno. Qua in lista dovevo dirne uno a prescindere da quanto ne avrei riscritto (ben poco), e questo, dei due, seppur di poco, è quello che ho odiato di più: perché Soderbergh ha molte potenzialità e non è mai veramente riuscito a sfruttarle a modo, ma qui ha superato sé stesso ed il suo essere un subdolo manipolatore di spettatori rinquaglioniti alla ricerca dello chic, dell’intelligente, del diverso. Ha cucinato una perfetta patata lessa che è una lezione su come un thriller non deve essere se ha una minima ambizione; e, allo stesso tempo, su come un thriller deve essere se in testa ci sono i quattrini e l’approvazione di quella fetta della critica cinematografica che si siede in sala per spegnere il cervello, tra una piacevole visione di Sole a catinelle e una pioggia di offese a Lo sconosciuto del lago.

1. Moebius (2013) di Kim Ki-duk
Mi sono reso conto troppo tardi di quanto poco ho scritto sul conto dell’ultimo lavoro del celebre regista coreano nel mio resoconto del festival del Cinema di Venezia 2013. Ho solo nominato velocemente titolo, autore, difetti ed una scena. Non penso che basti per spiegare perché secondo me è il film più brutto dell’anno — o meglio, il più brutto di quelli che meritano di essere nominati e descritti.  Moebius, innanzitutto, ha qualche pregio: il pittorismo sul finale, l’uso della camera a mano nella scena onirica ed un ottimo cast, il cui membro migliore è Lee Eun-woo, vera trasformista che interpreta sia la madre che l’amante, e ci sono arrivato solo guardando la pagina di Wikipedia del film. Detto ciò, è un film pietoso che dimostra come l’espansione spropositata dell’Ego di Kim Ki-duk l’abbia portato ad un’esagerazione ulteriore della propria personalità artistica auto-masturbatoria che si pensava non poter andare oltre i tristi limiti imposti dal poco interessante Arirang. Sono passati i tempi dell’Isola, di Ferro-3 e della Samaritana, e dopo Pietà (Leone d’Oro – immeritatissimo nell’anno di The Master – a Venezia 2012) abbiamo quest’ennesima prova di grottesca autoparodia, fatta di costruzioni e ricostruzioni concettuali subdole e cattive, non più profonde di una puntata di Colorado e indebolite da una regia che dona imponenza all’inutilità (che inutile resta). Se i migliori film di Fellini venivano definiti come «la masturbazione di un genio», Moebius potrebbe essere «la masturbazione di un regista convinto di essere un genio»: ce ne corre. E ciò non sarebbe così irritante se non avesse fatto anche grandi film, e soprattutto se non fosse che la critica festivaliera ha cominciato a notarlo solo a partire dal suo periodo peggiore (eh sì, è vero: film brutti ne aveva fatti anche prima, su tutti Wild animals, però c’è bisogno di un po’ di contegno). Ed il ridicolo mutismo che è imposto al film intero non fa che rendere ancora più forzato il discorso di base (che individua nei genitali un fulcro metaforico del conflitto familiare) svuotandolo d’ogni interesse. Meno male che è piaciuto a pochi (che però son sempre troppi).

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