Alice nel paese delle burtonviglie

Gioia, chissà…

Saputolo, in tantissimi han vibrato di gioia. Tim Burton, il regista di tanti film memorabili tra i quali spiccano “Edward mani di forbice”, “Big Fish”, “Sweeney Todd” e “Ed Wood” (dei quali l’unico senza Johnny Depp, attore preferito del regista, è “Big Fish”), si mette alla cinepresa per un suo adattamento ‘più adulto’ di “Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie”, il romanzo capolavoro di Lewis Carroll, infarcendolo anche di piccoli particolari presi dal suo seguito, “Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò”.

La fabbrica di cioccolato

Tutti conosciamo la storia di Alice: piombata nella buca di un ‘bianconiglio’ che stava inseguendo, la bambina entra in un mondo assurdo e allucinato, comico, pieno di battute e giochi di parole (molti ben tradotti in italiano) che vanno oltre la genialità. Data la sua natura suggestiva e alienante, è addirittura diventato un leitmotiv, quasi un ‘esempio’ o un elemento cardine, per la cultura “beat”: è necessario citare “White Rabbit”, canzone di culto dei Jefferson Airplane? Però è difficile tradurre il tutto in immagini, e anche la Disney aveva fatto quasi flop con il suo adattamento bidimensionale (in cui l’unico elemento totalmente riuscito era lo Stregatto, che scompare totalmente lasciando impresso nell’aria solo il sorriso). Tim Burton aveva però già fatto un prodotto simile, riportando sullo schermo (sempre con il fido Depp), un film considerato infilmabile, ovvero “La Fabbrica di Cioccolato”, sfornando un successo: c’aveva già provato Mel Stuart nel 1971 ma nonostante la simpatia delle scenografie e del grande Gene Wilder nel ruolo del memorabile protagonista Willy Wonka non era un prodotto così riuscito. Burton invece ha creato un drammetto favoliforme in cui tutto è in funzione del personaggio di Wonka, riscritto con una perizia ed una fedeltà quasi maniacale non priva di aggiunte sensate e perfettamente nello spirito. Inoltre Burton c’ha messo il suo tocco nelle atmosfere gotiche e a volte cupe e negli elementi di fondo dei personaggi, a partire dal padre di Willy Wonka. Quindi quello che il pubblico si aspettava era un prodotto simile.
Invece le prime due notizie dalla pre-produzione erano già parecchio sgradevoli: Alice interpretata da Mia Wasikowska, attrice discreta (e l’ha dimostrato parecchio soprattutto in “L’amore che resta”) ma ventenne all’epoca delle riprese, a dispetto del personaggio ben più giovane; ma soprattutto la fatica nel dover vedere la pellicola con gli occhiali per il 3D nella sala cinematografica. Personalmente, ritengo il 3D non è altro da un’estremizzazione inutile del concetto di ‘cinema’ (citando Slavoj Zizek, filosofo e psicanalista sloveno che in “The Pervert’s Guide to cinema” ha dato letture freudiane a molti film soprattutto di Hitchcock e Lynch, “Il cinema è l’arte perversa per eccellenza. Non ti offre quello che desideri, ma ti dice come desiderare”) i cui risvolti sono commerciali e spettacolari sino all’inutilità e alla privazione di profondità artistica. E inoltre, come ci ha dimostrato “Avatar”, levano l’attenzione alla regia, soprattutto quando questa è indecente.

Per tutti, ma per molti no

Però in sala il gioco è stato chiaro: Tim Burton, a cui piace giocare con il gotico e con gli spettatori, voleva rendere il tutto un incastro tra ‘film per adulti’ e ‘film per bambini’. Il 3D è per i bambini, come anche gli effetti speciali, il personaggio di Johnny Depp, la battaglia finale e l’insopportabile personaggio di Anne Hathaway. Per gli adulti c’è una Alice più grande, anche se di poco, alle prese con i drammi di una vita adulta e normale (come l’imminente matrimonio con il repellente e straordinario Leo Bill, reduce di “The Living and the Dead”), ma anche il bruco che fuma e lo Stregatto doppiato da Stephen Fry.
Il risultato è meno che soddisfacente: gli effetti speciali più spettacolarizzanti che spettacolari (e ciò è male) sembrano una specie di legge e non abbandonano una scena; la parte finale in cui Alice torna dal ‘paese delle meraviglie’ è di un retorico assurdo; Helena Bonham Carter viene truccata con una testa gigantesca, ma forse è meglio che travestirsi da scimmie (“Planet of the apes”, di Tim Burton anch’esso – purtroppo, aggiungo); cosa che non può mancare nei film brutti (che, contando anche questo, son almeno tre) di Burton, ovvero il concetto che bisogna credere nell’immaginazione come ad una realtà a sè stante più che come ad una specie di desiderio, cercando di farla entrare in sè più della concretezza (ma, ammettiamolo, questo ragionamento arzigogolato, astratto e inutile si sente di più nel pessimo “Il Mistero di Sleepy Hollow”, anch’esso con Depp); però soprattutto a trasparire come difetto incredibile è il Cappellaio Matto di Johnny Depp, attore che io personalmente adoro. Un personaggio adattato all’attore, innanzitutto, visto che nel romanzo è molto meno presente, che si veste come un drogato e spara casualmente frasi senza senso solo per diventare ‘cult’ tra i dodicenni, infatti ormai molto infatuati da “Tutti i migliori sono matti”, frase che può ben riassumere l’idea da cui parte il film. Oltre ad essere truccato male, a differenza di tutti gli altri, provoca anche un incredibile senso di antipatia verso Depp stesso, che nella danza finale perde tutta la sua dignità. Roba da rimpiangere “La maledizione della prima luna”.
Il film ha ricevuto numerose recensioni negative (ma quelle positive, per esempio quella del Morandini, non mancano), però Burton le ha incassate tutte e sempre con Depp e la moglie Helena Bonham Carter nel 2012 uscirà con “Dark Shadows”, un misto tra horror e commedia che parla di vampiri negli anni ’70, partendo dalla serie TV omonima. Ovviamente, speriamo tutti che sia un prodotto decente e, dato il tono del trailer, divertente.

7isLS

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