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Il cetaceo dell’inchiostro, ovvero: una cosa piccola ma reale

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Una cosa bella. Un mastodonte che dorme nel suo respiro di ferro. È come un treno immobile, che quando parte lo fa senza darlo a vedere. È il grande cetaceo dallo sbuffo d’inchiostro, le mascelle argentate e i denti che mordono il plancton della carta. Riposa in enormi stanzoni adibiti per la sua esistenza: un intero cantiere di lamiere, vetri, norme di sicurezza, tutto costruito intorno a lui e alla sua progenie: le macchine da stampa. Visto che oggi tutto è a disposizione, nel grande supermarket della vanità, i libri, che sono creature fragili, sono le prime vittime disperate di questa spesa sciagurata. Prima i libri hanno iniziato a scriverli tutti, poi a non leggerli nessuno (come opportuna reazione, vien da pensare), ora puoi anche stamparli.

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Nel film protagonista di questa settimana in poco meno di due minuti si stampa un libro, con metodo tradizionale. Si chiama stampa offset ed è figlia dell’inizio Novecento. Nella stampa offset si fa inizialmente una fotografia delle pagine da stampare. La pellicola viene poi trasferita su una lastra d’alluminio ricoperta di materiale fotosensibile e da lì a un cilindro di caucciù sul quale rotolerà la carta che costituirà le pagine stampate. Una volta che la macchina avrà stirato questi enormi fogli di stampa, che contengono ciascuno multipli di 4 pagine, essi si taglieranno, piegheranno, spilleranno per costituire i fascicoli. Tanti fascicoli, cuciti, incollati e rilegati fanno un libro. Ma il film è chiaro quanto un manuale di stampa. Giuro. Meno di due minuti. Tanto gli basta.

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Nei capannoni dove dorme il bisonte della carta uomini e donne tagliano e cuciono; fanno un mestiere delicato, da sarti. Mosse precise, tecniche, senza sbavature. Conoscono il mezzo, lo hanno utilizzato per anni e anni e anni. Non hanno paura della ripetizione. Ci vuol precisione e attenzione: un nulla e quello che poteva essere un normale romanzo da libreria diventa un incubo d’involontario dadaismo.

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Cos’è che ci piace in questo video? Sono i trucchi del mestiere. Le riprese, il montaggio ipnotico, la musica disinvoltamente orchestrale, la fotografia metallica e netta, l’insistenza del dettaglio. Ma c’è qualcos’altro. È la cura del lavoro che non basta all’occhio e purtroppo ha anche pochi discepoli. È uno spettacolo visivo, un incrocio di traiettorie, sono forme e colori, volumi. Voglio dire: non c’è bisogno di spiegarlo. È tanto bello quanto crudele, perché ti trafigge la nostalgica consapevolezza che a parte questi campioni del lavoro d’Inghilterra ci sono pochissimi altri al mondo a infondere così tanta cura, pazienza e soprattutto tempo in quello che gli dà lo stipendio. Il tempo. Ne manca sempre, di tempo. È la storia dell’umanità, ma anche l’alibi del consumismo, soprattutto se declinato sotto il segno della crisi. Un futurismo macabro s’impossessa dei processi produttivi e inesorabilmente anche dei processi emotivi. Tutto necessita di furia e di furia tutto se ne va.

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Ma in definitiva vorrei dire che questo video mi piace tanto perché ora vorrei diventare uno stampatore vecchio stile. Perché? Perché è una cosa piccola, ma reale. E tanto mi basta.

Filippo Polenchi
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Chios: mitologia e letteratura

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Omero nacque, sembrerebbe, in una delle isole greche vicine alla Turchia. Una ventina di queste dichiara di essere quella giusta e Chios non è da meno, ma in realtà non ci sono prove schiaccianti che diano ragione a una delle venti pretendenti al titolo di isola natale. Peraltro, cosa importa? Già non è cosa da poco trovarsi nelle vicinanze della patria di Omero.
C’è a Chios un poggio affacciato sul mare, con una grossa pietra tonda circondata dalla vegetazione. Viene chiamata «daskalopetra», la pietra del maestro, perché si favoleggia che qui Omero, vecchio e cieco, amasse sedersi ad ammaestrare i bambini con le sue storie. Gli archeologi dicono che la pietra è un altare a Cibele.

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Poco lontano da questa pietra, sempre in mezzo alla natura, circondata dallo stesso silenzio solenne, si trova la tomba del letterato Yannis Psicharis: saggista, poeta e prosatore.

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Psicharis (1854-1929) non era nativo di Chios. Nacque a Odessa da famiglia di cultura greca e da adolescente si trasferì a Parigi, dove trascorse tutta la vita successiva. Divenne linguista e occupò importanti cattedre di lingua e cultura neo-greca. Come studioso, applicò alla lingua greca antica e moderna (il «demotico») le idee dei «neogrammatici», una scuola di pensiero secondo cui ogni lingua si evolve nel tempo seguendo certe regole fisse. Riuscì così a dimostrare scientificamente la continuità culturale che lega il greco dei suoi tempi (e anche dei nostri) a quello antico, contrastando le pretese dei «puristi», che volevano ripristinare il greco arcaico a scapito delle parlate moderne.

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Il saggio Il mio viaggio, pubblicato da Psicharis nel 1888, in cui l’autore esprime le sue teorie linguistiche, creò un doppio scandalo: per il suo contenuto e per il fatto di essere scritto in demotico. Una pubblicazione in demotico non si era mia vista prima.
Psicharis soggiornò a lungo a Chios per studiarne i dialetti, in particolare quello di Pyrgi. Ecco perché chiese di essere sepolto su questa isola e Chios lo onorò con una tomba di classica bellezza affacciata sul mare.

Le altre puntate le trovate così. Un racconto di Psicharis può essere letto qui.
E se con questa puntata abbiamo chiuso con Chios, con la prossima apriamo con un’altra località: diversa spiaggia e diverso mare pure. Vedrete.

Carla Muschio
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Chios: una festa della Madonna

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Non saprei dire se la Chiesa greco-ortodossa, nella sua teologia e nella pastorale, sia vicina al popolo o da esso lontana. Quello che invece so dire, da scrittrice e da fotografa, è che sono rimasta felicemente commossa dallo spirito di vera religione popolare che aleggiava in una chiesetta del paese di Vounos nei giorni attorno a una festa della Vergine Maria.

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Non saprei dire perché, ma la sincerità del gusto popolare è quasi impossibile da simulare. Osservate il cestino rivestito da un tovagliolo ricamato, che è protetto da un foglio di plastica, e le mele che contiene. A chi le presenta questa offerta, come potrebbe la Madonna negare una grazia?

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E che dire dei nastri, delle candele, delle icone stesse della chiesa?

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C’è bellezza traboccante per tutti, tra Dio Padre, la Madonna, Gesù loro figlio e, perché no, anche gli antichi dei della Grecia.

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Carla Muschio
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Chios: l’abbandono / 2

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Guardare tutto questo abbandono dà tristezza. Chissà come avrà pianto il cuore agli antichi abitanti mentre lasciavano queste case per trasferirsi ad Atene, o magari anche in Germania, negli Stati Uniti, in Turchia, nei tanti luoghi della diaspora greca.

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E Vounos non è neanche il villaggio più devastato.

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Chi vuole approfondire il tema psicologico e architettonico del villaggio medievale abbandonato deve visitare Anavatos. Questo villaggio venne abbandonato dopo il massacro del 1822, descritto nel famoso quadro di Delacroix Il massacro di Scio.

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I Turchi punirono la popolazione per essersi ribellata al loro giogo, sull’onda della guerra di indipendenza greca. In pochi giorni vennero crudelmente massacrati o fatti schiavi migliaia di abitanti.

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Oggi il silenzio del villaggio vuoto invita a onorare il ricordo dei morti.

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Carla Muschio
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Chios: l’abbandono / 1

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Il villaggio di Vounos presenta ingenti tracce di abbandono, abbondanti segni di un antico splendore oggi perduto.

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Tra i segni della grandezza del passato ci sono gli artistici fregi sulle pietre, le architetture stesse, in stile medievale solido e aggraziato, e l’impianto urbanistico del borgo.

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Se le case antiche sono tuttora abitate, tutto in esse è funzionale e vivo. Se invece, come è vero di molte, esse sono state abbandonate, tutto decade, persino le pietre di cui sono composte.

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Il contatore dell’elettricità di cui da mezzo secolo nessuno paga più la bolletta ha il vetro rotto; il cartello con il nome di un vicolo è diventato illeggibile; la porta di legno di una casa è sbarrata, nel tentativo di conservare inviolato il suo interno, in assenza dei padroni.

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(Le altre puntate: qui).

Carla Muschio
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Chios: i pomodori

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L’altra importante voce dell’agricoltura di Chios fino a un secolo fa erano gli agrumi: arance, mandarini, limoni dagli aromi così particolari da essere ricercati come cibi di lusso e esportati fino in Russia.

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Oggi i canali commerciali sono cambiati.

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Gli agrumeti di Kampos ancora profumano, ma la loro fama attende (e merita) di essere ripristinata.

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Un’isola tende naturalmente all’autonomia alimentare e così anche Chios, oltre ai prodotti da esportazione, coltiva di tutto per sfamare i suoi abitanti, benché non ovunque l’acqua sia abbondante.

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C’è un particolare pomodoro che cresce solo qui e, come i contadini dell’isola, ha imparato ad accontentarsi di poca acqua, primeggiando ugualmente per sapore e profumo.

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(Le altre puntate: qui).

Carla Muschio
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Chios: la mastìca

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Le belle architetture, l’estensione della capitale, l’abbondanza di chiese e monasteri sparsi nell’isola testimoniano della sua grandezza nei secoli.

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Già ricca e famosa nell’antichità, Chios fiorì sotto la dominazione veneziana (dal 1172), poi con i Bizantini. L’epoca della dominazione genovese (dal 1346 al 1566), in cui aveva il monopolio del commercio nell’Egeo occidentale, fu il periodo di sua massima fioritura. Seguì poi l’occupazione turca e solo nel 1912 Chios poté tornare a far parte della Grecia.

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Oltre al commercio, la ricchezza dell’isola derivava dall’agricoltura, in primo luogo dalla lavorazione della mastìca. Si tratta della resina del lentisco, una pianta diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo, ma che solo a Chios, e anche qui solo nella parte meridionale dell’isola, produce una resina dal particolare sapore, cui fin dall’antichità vennero riconosciute proprietà portentose.

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Masticata, questa resina ha la consistenza e il sapore del chewing-gum ed è perfetta per l’igiene orale. Si usa anche per insaporire cibi e bevande, cura i disturbi di stomaco e di pressione ed è considerata anche un afrodisiaco. Tutto questo fece salire alle stelle il suo prezzo.

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Tuttora la preziosa mastìca è laboriosamente raccolta e lavorata. Visitando le coltivazioni è meraviglioso osservare le amorevoli procedure con cui vengono trattate le piante.

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Nell’estate del 2012 un tragico incendio distrusse vaste aree delle piantagioni di lentisco dell’isola. Ora c’è un forte impegno per la loro rinascita.

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(Le altre puntate: qui).

Carla Muschio
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Chios: il villaggio di Vouno / 3

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A Vouno è stato allestito un «albergo diffuso», il che significa che alcune case in vari punti del paese sono state restaurate, con cura e buon gusto, e offrono alloggio ai turisti.

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Un lungo soggiorno mi ha permesso di conoscere la comunità locale che, non essendo quasi stata toccata dalla modernità, conserva intatti molti dei valori millenari della civiltà greca. Uno di questi è l’ospitalità.

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Vedendomi sempre in giro per il paese, non solo tutti mi salutavano, ma c’era chi mi offriva il caffè o un prodotto del suo orto. Per non parlare del kafenion, il cuore sociale di Vouno, dove c’è per tutti ristoro di bevande e parole.

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Carla Muschio
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