Vetrina: la benzina

La vetrina di questa rubrica presenta la mia lettura dell’allegoria pubblicata la settimana precedente, seguita da una scelta di quelle inviate dai lettori. Non è necessario partecipare ogni settimana, ma a Natale i lettori più brillanti e costanti riceveranno in dono un libro offerto dalla redazione di daParte. Quindi, scrivetemi!

Lettura. Il carburante con cui funziona il corpo umano sono i cibi, le bevande, l’aria. Il carburante dell’anima è l’affetto. Senza dare e/o ricevere affetto l’uomo entra in profonda sofferenza, cadendo in uno stato di blocco di tutte le sue funzioni spirituali. L’immaginazione, la fantasia, il desiderio, il piacere: tutto si ferma. La persona prova una gran tristezza. Quando la tristezza diventa davvero profonda, uno può desiderare addirittura la morte, pur di uscire da quello stato. Allora, per far ripartire la vita e ritornare al benessere, bisogna affrettarsi a introdurre il “carburante” dell’affetto.
Come Barbara, nell’allegoria, riceveva la benzina dal padre, che pagava, e da Giuseppe, che faceva il pieno, così le persone possono vivere dell’energia affettiva regalata da altri quali amici o familiari. In una coppia, può bastare che ami uno per dare benessere ad ambedue i partner e alla relazione stessa. Tuttavia, in questo caso il pericolo di “restare in panne” è davvero incombente. Come Giuseppe può andare in ferie senza avvertire Barbara, così il partner o l’amico che mette tutta l’energia affettiva in un rapporto da cui riceve poco, un bel giorno può tirarsi indietro, lasciando l’altro veramente disperato.
È vero che il dare affetto ha la straordinaria caratteristica di arricchire il donatore quasi più del destinatario. Ecco perché le persone generose di affetto possono lasciar passare un lungo intervallo prima di accorgersi che l’altro non dà loro niente, e anche accorgendosene, magari restano nel rapporto ugualmente, per loro piacere. Tuttavia, per essere sicuri di godere sempre di benessere affettivo, meglio tenere viva l’affettività senza mai andare “in riserva”. Tanto più che l’affetto, a differenza della benzina, non deve essere comprato, lo si può “produrre in casa”.
Nelle interazioni in cui c’è empatia entrano in gioco i neuroni-specchio delle persone interessate. Per tenere questi neuroni-specchio allenati e il serbatoio di affettività sempre pieno, tutto fa, dal sorridere a uno sconosciuto di cui si incrocia lo sguardo al vivere una lunga storia d’amore passionale. Se sei benzinaio di te stesso, non resterai mai senza carburante. Altrimenti, se ti capita, dovrai sperare di trovare psicologi, religiosi o amici volonterosi che, come il benzinaio, il barista e i bei giovanotti di Barbara ti aiutino a ripartire.

Carla Muschio

Francesca Taddei. Simone esce dall’ufficio alla stessa ora di ogni giorno e si guarda subito intorno per individuare con gli occhi il suo scooter. Ogni volta è lì dove immagina di ritrovarlo, eppure ogni volta ha un attimo di agitazione al pensiero di non vederlo e prova un certo sollievo quando invece la sagoma inconfondibile del suo due-ruote gli riempie la vista. Sfreccia per la città; è estate e non c’è molto traffico. Simone pregusta già la serata con i suoi amici. Sua moglie Sabrina è al mare con i bambini e finalmente lui torna ad essere per qualche giorno l’uomo libero che era prima di mettere l’anello al dito (e la catena alla caviglia, come dice sempre ai suoi colleghi).
Rientra in casa e si concede una lunga doccia ristoratrice; poi si fa la barba, si passa un’infinità di creme e prodotti vari che idratano, levigano la pelle ecc… Quindi sosta a lungo davanti all’armadio, per scegliere il vestito migliore per la serata. Poi esce, disteso e profumato. La casa di sua madre è poco distante; cenerà da lei e poi raggiungerà i suoi amici. Suona il campanello. Nessuna risposta. Suona ancora. Niente. Comincia ad arrabbiarsi: stai a vedere che è in terrazza a stendere i panni e non sente il campanello! Prende il cellulare dalla tasca e compone il numero di casa di sua madre. Niente, il telefono squilla a vuoto. Dove diavolo è andata?? Lo sa che a quell’ora in genere lui va da lei a cena se Sabrina è via. Prova a comporre il numero di cellulare di sua madre, ma ovviamente è spento. Sempre così; cosa lo tiene a fare se poi non lo accende?? Non resta che chiamare Sabrina e sentire se lei sa qualcosa. Ma come, non ti ricordi? gli dice sua moglie. Ti aveva detto che oggi andava tutto il giorno dalla zia Maria, e rimaneva a dormire da lei. Ti aveva anche detto che là il cellulare non prende… Guarda che te l’ha detto l’altra sera; c’ero anch’io. E tu le hai risposto che ti arrangiavi benissimo da solo…
Ora è davvero arrabbiato e l’effetto della doccia è già stato vanificato dalle telefonate frenetiche: comincia a colargli il sudore dalla fronte. Torna a casa. Sabrina gli ha consigliato di mettere in forno una pizza surgelata che gli ha lasciato nel freezer. Risolverà così. Quando è davanti al misterioso apparecchio, però, si accorge che non ha la più pallida idea di come si accende. Ci pensa sua moglie a cucinare, di solito. Una volta gli era capitato di dover scaldare un po’ di pollo nel forno perché Sabrina era a letto malata, ma lui aveva chiesto al bambino più grande, che gli aveva detto: è facile, papà, guarda come si fa. In effetti non aveva affatto guardato, ma non è che dopo una giornata di lavoro poteva anche prendere lezioni di cucina, ecchecavolo!!
Comunque niente; gira una manopola, premi un pulsante… no, non si accende. Di ritelefonare a sua moglie non si sente, così esce, prende il suo scooter e va in cerca di qualcosa di commestibile. Riesce finalmente a trovare una bancarella di hot-dog e così finalmente si riempie lo stomaco. Poi raggiunge gli amici. Come va la vita da scapolo? Gli chiedono vedendolo arrivare vagamente stropicciato. Alla grande! Risponde lui.

Elena Trabaudi, Veronica. Riusciva bene a scuola, la nostra Veronica. In prima media trovò la migliore insegnante di lettere del suo curriculum scolastico. La signora Ranieri apprezzava Veronica e tollerava le sue intemperanze, giustificandole con l’irrequietezza dell’età; la incoraggiò a scrivere.
E così la nostra eroina incominciò a fare due o tre temi a soggetto libero mentre le sue compagne ne scrivevano uno; non aveva voglia di fare la brutta copia, per lei era solo una perdita di tempo. Poco dopo incominciò a scrivere poesie, o perlomeno lei le chiamava così. Erano naturalmente senza metro e senza rima; l’unica nota positiva era costituita a volte dai temi trattati: il tempo, la solitudine, l’amore. Temi impegnativi per i suoi dodici anni.
Bisogna dire la verità: a quel tempo Veronica si era messa in testa di fare la scrittrice.
Ma diventando grande si accorse che le strade per diventarlo davvero, per fare della sua passione un lavoro, erano tutte sbarrate. I grandi editori nemmeno leggono quello che inviano gli aspiranti autori; i piccoli o piccolissimi ti chiedono soldi, oppure pubblicano solo se stessi e la stretta cerchia di amici. E poi il carattere stesso di Veronica non l’aiutava: prima di tutto aveva un’invincibile timidezza, e poi crescendo e diventando adulta le incominciò a mancare la stima di sé. E se non credi tu per primo in te stesso, come puoi sperare che lo facciano gli altri, e soprattutto un editore?
Dovette lavorare molto con la psicologa per recuperare un po’ di autostima, poi trovò il sistema dell’autopubblicazione su Internet e, con l’aiuto di poche selezionate persone di sua fiducia, si lanciò nell’impresa con entusiasmo. Ora il catalogo delle loro opere incomincia a essere degno di rispetto; e soprattutto ci sono sempre nuovi progetti a cui lavorare.
Si può dire che, anche se per strade tortuose, Veronica è arrivata là dove voleva.

Stefania Berutti. “Beh, dai, in fondo c’è l’interrogazione di storia, perché no?”. Silvia rispose con un sorriso smagliante alla proposta di Serena e Francesca: quell’8 marzo la quarta D sarebbe entrata per metà! La metà maschile, naturalmente! Tutte le ragazze sarebbero scese a manifestare per i diritti della donna, non era possibile che qualche ragazza entrasse, avrebbe messo in cattiva luce le manifestanti. In fondo si trattava dei diritti della donna! ..oh.. e poi.. non era mica necessario che partecipasse davvero al corteo, bastava non entrare in classe, che le costava? Silvia era stata convinta da quell’ultima riflessione, sull’interrogazione che la aspettava al varco proprio quel martedì mattina.
All’Università i discorsi melliflui del collettivo liceale erano ormai dimenticati e Silvia poteva finalmente vivere serena la propria tranquilla routine: le lezioni in aula, i pomeriggi di studio, i laboratori e i tirocini. Gli anni di Medicina si svolgevano con un ritmo rassicurante, gli esami, dati rimanendo “in corso”, le vacanze con gli amici, gli amori seri e quelli meno seri. La specializzazione era il primo vero lavoro, ma con il vantaggio di una “paghetta” mensile che permetteva qualche “lusso”. E le manifestazioni? I cortei? Le proteste? Silvia non riusciva a sentirsi coinvolta più di tanto. Sapeva che anche in Facoltà c’erano i collettivi e in effetti qualcuno lo aveva anche frequentato.. per lo più i gruppi di studio di CL, che permettevano di recuperare alcune sbobinature di corsi difficili da seguire. Ma forse quelli non si chiamavano collettivi…. Boh, in fondo che importava? Grazie agli appunti recuperati a destra e a manca, con in cambio solo qualche messa, da seguire tutti insieme, Silvia poteva anche partecipare alle settimane bianche organizzate dal gruppo! Un sogno, quello di sciare tranquilla, immersa nel gelo bianco, con il segno degli occhiali, le guance rosse per il freddo e per il Grog, inevitabile conclusione delle piste più difficili. Le serate davanti al fuoco, a bere e cantare e ridere e scherzare. Il tutto a prezzo di favore, grazie a una piccola firma messa in calce a chissà quale tessera.. ma chi se lo ricordava? E cosa importava?
A metà della specializzazione Silvia ebbe l’opportunità di un trasferimento oltreoceano: avrebbe trascorso un anno in un laboratorio importante sulla East Coast. Finalmente l’America! Gli USA! Tutto quello che aveva sognato si stava realizzando.. gli anni divennero due, ci fu il tempo per un fidanzamento importante, ma alla fine Silvia dovette tornare in Italia. Cominciò ad avere notizie sempre più allarmanti dai colleghi rimasti all’Università: le leggi continuavano a cambiare e loro diventavano sempre meno tutelati. Se fosse rimasta in America non avrebbe avuto nessuna abilitazione in Italia, perciò, o prendeva la decisione del trasferimento definitivo, oppure doveva tornare almeno per finire la specializzazione. Silvia non se la sentiva di scegliere in maniera così drastica! Sarebbe tornata in Italia, avrebbe finito, in fondo le mancava un annetto, e poi avrebbe potuto vedere che piega prendeva la situazione…
Il rientro nella città natale fu piuttosto traumatico. Silvia si rese conto in poco tempo che i suoi colleghi erano rimasti..indietro! Non avevano la mentalità pratica e semplice dei suoi Boss statunitensi e si lamentavano in continuazione. Cominciò a capire che non sarebbe bastato quell’annetto per capire la situazione e soprattutto che la spensieratezza dei primi anni di Università stava facendo spazio ad una sottile sensazione di ansia: per i fondi da destinare ai laboratori di ricerca, per le borse di studio con cui gli specializzandi venivano pagati mensilmente, per i favori che l’uno o l’altro professore elargiva magnanimo ai propri pupilli, al prezzo di turni massacranti e di indicibili (o indecenti) compromessi.
Silvia cercò di reagire, cercò di comprendere quale fosse il modo migliore per non rimanere sommersa da tutta quell’ansia e quell’incertezza. Decise di tornare dai suoi amici di CL e vide che nemmeno loro se la passavano granché bene. Si informò e li sentì lamentarsi delle ultime elezioni universitarie. Il termine non le suonava nuovo, ma non ricordava di aver mai dato troppa importanza a quei due giorni di feste, con la pantomima di cabine elettorali allestite nella biblioteca di Facoltà. Alcuni dei suoi vecchi compagni di skipass la ragguagliarono sulle elezioni Nazionali e sulle ripercussioni che queste avevano avuto sull’assegnazione delle borse di studio, dei dottorati e soprattutto dei posti da ricercatore. Silvia non si perse d’animo e provò a rientrare nel giro di messe, feste, pomeriggi di studio. A poco a poco riuscì a reinserirsi nella piccola comunità medica e, finita la specializzazione, ottenne un posto da ricercatore. Ormai l’idea del ritorno in America era sfumata: in fondo Silvia non voleva chiudersi la porta italiana e si rendeva conto che era più complicato tenersi aperta questa che non quella del laboratorio americano. I contatti internazionali le servivano per partecipare saltuariamente a qualche convegno, ma la vera battaglia si giocava nell’Ospedale Universitario in cui lavorava. Arrivarono nuovamente i giorni del voto: Silvia sentiva che doveva in qualche maniera partecipare più attivamente. Provò ad informarsi presso gli amici, non aveva la più pallida idea di cosa fare. Ottenne risposte diverse, alcuni le dissero che bisognava cominciare a esprimere un voto di protesta, un voto più consapevole, per evitare di mandare alla malora tutto il sistema sanitario nazionale, come purtroppo stava avvenendo e come la stessa Silvia osservava quotidianamente. Altri la rassicurarono, dicendole che in fondo era importante che funzionasse la classe dirigente di quell’Ospedale. Perciò non doveva spaventarsi, bastava votare il candidato XY e ci si garantivano ancora almeno 5 anni di tranquillità; più importanti sarebbero state le elezioni del consiglio di Facoltà, ma per quelle c’era tempo. Silvia cercò di pensare, di riflettere. Non voleva sbagliare, non voleva più ritrovarsi con l’acqua alla gola come quando era tornata dall’America. In quei giorni era atteso il rinnovo del suo contratto da ricercatore e Silvia era particolarmente nervosa. Finalmente, dopo una settimana di dubbi ed esitazioni, il rinnovo arrivò e Silvia tornò ad avere fiducia nel suo lavoro, nei suoi amici, nelle serate al Pub e nella ricerca in laboratorio… ancora con in mano la comunicazione della Segreteria, scrisse una lunga mail al professore americano cui voleva proporre un workshop per l’autunno successivo…

Giorgio. Anzichè una decodifica propongo al contrario una ulteriore, ma eloquente, concretizzazione materiale della storia. Cito dal sito online del Corriere della Sera del 12 marzo 2012: “Nuovo show fuori programma per Lapo Elkann: sulla sua Ferrari mimetica – gli stessi colori di una giacca da militare in missione all’ estero -, il nipote dell’ Avvocato Gianni Agnelli è rimasto senza benzina sulla autostrada Milano-Genova, all’ altezza del casello di Serravalle, creando non poca confusione tra gli automobilisti in gita verso il mare. Che hanno assistito a una scena quasi cinematografica con l’ inconfondibile 458 Italia di Lapo ferma sulla corsia di emergenza, attorniata da più di una pattuglia della Polizia Stradale e da un furgone della Società autostradale messo a protezione dei curiosi che erano scesi dall’ auto a curiosare accanto ai poliziotti. Nessun commento ufficiale è arrivato sulla «sosta». Ma una velata conferma attribuirebbe il pit stop forzato del bolide, che può raggiungere la velocità di 325 chilometri l’ ora, proprio a un «problema tecnico», in particolare al serbatoio rimasto a secco. Dopo l’ arrivo della pattuglia della Polstrada è stato chiamato il soccorso stradale che ha risolto la situazione e sbloccato l’ inevitabile ingorgo.”

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